Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> La controrivoluzione e il cosiddetto «Stato islamico»

La controrivoluzione e il cosiddetto «Stato islamico»

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di Ghayath Naïsse *

 

 

A partire dal giugno 2014, a voler credere ai media più importanti o ai dirigenti dei principali Paesi capitalistici, il mondo si troverebbe esposto a un pericolo inedito e imminente, che non riguarderebbe solamente la sicurezza dei Paesi della regione araba, investirebbe anche la «pace mondiale» e la «sicurezza nazionale» dei Paesi imperialisti dell’Est e dell’Ovest, a cominciare dagli Stati Uniti, al punto che il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato il 15 agosto 2014 una risoluzione (n° 2170), il cui capitolo 7 autorizza il ricorso alla forza contro l’organizzazione dello «Stato islamico» e il Fronte al-Nusra, definiti terroristi. La risoluzione prevede sanzioni contro chiunque li sosterrà o li aiuterà. Questo allarme circa il pericolo dell’organizzazione dello «Stato islamico» interviene dopo che quest’ultima ha istituito lo «Stato del Califfato islamico», il 3 luglio 2014. Questo articolo, pubblicato sul numero 616-617 di “Inprecor” di giugno-luglio 2014, non può ovviamente descrivere gli ultimi avvenimenti, e non affronta la questione della proiezione delle attività del Daesh verso la Francia e altri paesi europei, ma è ancora utile perché ricostruisce la dinamica che ha portato a questo punto.

 

L’Iraq, un Paese devastato       

 

A partire dal 1968 l’Iraq ha sopportato un regime dittatoriale e sanguinario, all’ombra del partito Baath [Rinascita], diretto da Ahmad Hassan al-Bakr prima e da Saddam Hussein poi. Questo regime. alla testa di un Paese ricco di risorse naturali, soprattutto petrolifere, ha schiacciato il movimento operaio e comunista, uno dei più attivi e organizzati della regione, e ha fatto di tutto per schiacciare anche il movimento di liberazione nazionale curdo con gli strumenti più brutali, come per esempio l’impiego di armi chimiche contro i civili  a Halabja.

Il partito Baath al potere in Iraq, nonostante una certa somiglianza in fatto di ferocia, si distingueva dal partito fratello - e rivale - di Siria (diretto da Assad padre prima e da Assad figlio poi), per il fatto di essere più sciovinista, perché fondava la sua legittimità proprio nel nazionalismo arabo più sciovinista. Non ha infatti esitato ad accusare la maggioranza «sciita» e i Curdi – e cioè la gran parte delle masse popolari pauperizzate  e il vivaio principale del movimento operaio e comunistadi essere d’origine «iraniana ».

Dal 1980, e cioè da oltre tre decenni, l’Iraq si trova in uno stato continuo di guerra, con effetti disastrosi su tutti i piani. Il regime borghese e dittatoriale di Saddam Hussein ha scatenato la sua prima guerra (la prima guerra del Golfo) contro l’Iran nel 1980. La guerra s’è protratta per otto anni e ha avuto per conseguenza distruzioni enormi. Le perdite subite dalle infrastrutture irachene sono state valutate dal regime fra i 50 e i 60 miliardi di dollari, ma certe fonti indipendenti le stimano 67 miliardi, e altre ancora avanzano la cifra di 600 miliardi persi da ciascuno dei due Paesi.

Due anni dopo la fine della guerra contro l’Iran, il regime baathista iracheno ha invaso il Kuwait (primi di agosto del 1990), in seguito a un contrasto circa i giacimenti petroliferi e a un mutamento della politica dei sauditi e dei Paesi del Golfo nei suoi confronti, che passavano così da un rapporto di alleanza a uno di contenimento. L’imperialismo americano s’è servito di questa invasione come di un pretesto per riaffermare la propria egemonia, non solo nella regione, ma anche su scala mondiale, tanto più che in concomitanza si aveva il crollo del blocco dell’Est e dell’Unione sovietica: all’inizio del 1991 ha così scatenato una guerra devastante contro l’Iraq, distruggendone l’esercito nel Kuweit (seconda guerra del Golfo). Ciò ha comportato un’ulteriore distruzione delle infrastrutture irachene, stimata dell’ordine di 232 miliardi di dollari circa. A questa seconda guerra del Golfo è seguito un blocco economico dell’Iraq, mantenuto sino all’invasione imperialista del 2003: la terza guerra del Golfo, che ha distrutto ciò che restava del Paese e della società irachena. Le due ultime guerre, da sole, avevano causato la morte di un milione e mezzo di militari e civili.

I danni, immediati e futuri, subiti dall’Iraq a seguito di queste guerre sono valutati 1193 miliardi di dollari: l’equivalente delle ricchezze petrolifere irachene nei prossimi 85 anni.

L’imperialismo americano alla fine è stato sconfitto dalla resistenza accanita delle masse irachene, a prescindere dai vari orientamenti politici, e ha dovuto ritirarsi nel 2011. Prima di ritirarsi, però, ha instaurato al potere un regime debole e corrotto, basato sulle quote confessionali, che ha portato all’esacerbazione una situazione già di per catastrofica, soprattutto per la schiacciante maggioranza degli iracheni. Oltre alle misure di ingiustizia sociale e politica che hanno riguardato ampi strati della popolazione (misure basate su discriminazioni confessionali), la politica dello «sradicamento del Baath » ha portato all’epurazione di centinaia di migliaia di funzionari e militari del cessato regime. E ciò ha alimentato in molti di questi ultimi un’ostilità estrema nei confronti del regime instaurato dall’occupante americano: non tanto nelle forme di un’opposizione politica organizzata al confessionalismo, quanto di una reazione a sua volta confessionale, ciò che non ha fatto che irrigidire ancor più le posizioni di Nuri al-Maliki, primo ministro dal maggio 2006 al settembre 2014.

 

La fondazione dello «Stato islamico»

 

È notorio, e riportato nella maggior parte delle fonti, che all’origine del futuro «Stato islamico» si trova il «Gruppo d’unificazione e di lotta». Questo era stato fondato dal giordano Abu Mussab al-Zarkawi (Ahmad Fadhel al-Khalaila) nel 2004, dopo l’invasione americana, quando in Iraq erano affluiti in gran numero degli jihadisti, per resistere appunto all’invasione. Il gruppo ha cambiato denominazione quando ha promesso obbedienza a Bin Laden: «Al Qaida della Jihad nel Paese della Mesopotamia». È in seguito all’assassinio di al-Zarkawi, il 7 giugno 2006, che viene annunciata la costituzione dello «Stato islamico d’Iraq» (15 ottobre). Abu Omar al-Baghdadi e Abu Hamza al-Muhajer si sono succeduti alla testa dell’organizzazione, fino a quando (19 aprile 2010) ne è stato nominato capo Abu Bakr al-Baghdadi (Ibrahim Awad al-Badri al-Samrai), che in seguito se n’è proclamato «califfo».

Lo «Stato islamico d’Iraq» è stato una delle più importanti organizzazioni nello scenario iracheno, tanto più che aveva attirato a decine di ufficiali del regime di Saddam Hussein, dei baathisti, soprattutto dopo la scomparsa di altri gruppi militari cui avevano aderito questi ufficiali, come le Falangi della rivoluzione di Achrin, l’Esercito islamico, l’Esercito di Maometto e l’esercito della Confraternita Naqshbandi. Quest’ultima aveva origini baathiste, ma aveva fatte proprie le tesi islamiste per poter penetrare nell’ambiente sociale sunnita che non ha mai trovato una propria forma d’espressione politica moderna.

Tutti questi gruppi erano caratterizzati da una forte connotazione religiosa o confessionale, che aveva favorito il loro sviluppo.

Il colonnello dello Stato maggiore Hajji Bakr (pseudonimo di Samir al-Khalifawi) è stato uno di questi ufficiali baathisti che hanno avuto un ruolo importante nel miglioramento organizzativo, militare e di intelligence dello «Stato islamico d’Iraq». Ma vi sono anche altri ufficiali d’origine baathista, meno noti, che fanno parte della direzione dello «Stato islamico»: il brigadiere Abu Mohand al-Sweidani, i colonnelli Abu Muslim al-Turkmeni, Abdurrahim al-Turkmeni e Ali Aswad al-Jabouri, i tenenti colonnelli Abu Amor al-Naimi, Abu Ahmad al-Alwani, Abu Abdurrahman al-Bilawi, Abu Aquil Mussul e Abu Ali al-Anbari. [1]

La fusione fra questi ufficiali baathistiformatisi in un regime dispotico e dogmatico fondato su un nazionalismo sciovinista – e una corrente takfiri [2] dell’organizzazione al-Qaida, di tipo salafista jihadista, avvenuta nel contesto su riferito dell’Iraq, ha conferito allo  «Stato islamico d’Iraq» (poi diventato «Stato islamico in Iraq e nel Levante», Daesh), una specificità che lo distingue bene da altre organizzazioni jihadiste tradizionali. Il suo obiettivo è la fondazione di uno Stato (il Califfato), nella sua forma più reazionaria e feroce, hic et nunc, sulla terra, adottando una precisa strategia militare, politica e mediatica, schiacciando tutto ciò che vi è di democratico e progressista nella società.

Comunque sia, la direzione del Daesh è in maggioranza irachena. I venti comandanti più importanti dell’organizzazione sono infatti tutti iracheni eccetto uno, un siriano.

 

La costituzione del Daesh

 

Il regime siriano ha compreso immediatamente il pericolo che rappresentava la prosecuzione delle manifestazioni pacifiche di massa contro di lui. Per questa ragione, fin dall’inizio ha definito i manifestanti terroristi e takfiri, e ha posto in atto una politica di provocazione confessionale diffondendo in continuazione nelle reti sociali, soprattutto durante il primo anno della rivoluzione, dei video con scene di tortura e di uccisioni perpetrate dalle forze del regime, attribuendole agli oppositori.

Inoltre, nella seconda metà del 2011 e agli inizi del 2012, il regime liberava centinaia di  jihadisti detenuti, e che erano stati arrestati al loro ritorno dall’Iraq.

Il nucleo originale del Fronte al-Nusra, che era già attivo in Iraq all’interno dello «Stato islamico», era stato inviato da questi in Siria, nella seconda metà del 2011, per costituirvi una branca di al-Qaida, cosa che fece con successo. Il suo nome ha cominciato a farsi conoscere agli inizi del 2012, acquisendo notorietà e influenza grazie al coraggio e alla disciplina dei suoi combattenti, oltre che del suo armamento di molto superiore per qualità a quello dell’Esercito libero siriano. Tutto ciò ha spinto diversi giovani siriani ad aderirvi. In questo primo periodo, non progettava l’istituzione di uno Stato islamico, o quanto meno non ne faceva cenno pubblicamente.

A partire dall’aprile 2013, a seguito dell’ordine di Abu Bakr al-Baghdadi, capo dello «Stato islamico in Iraq», di fondere fra loro le due organizzazioni, sorge un dissidio fra le due branche di al-Qaida in Siria: l’una si rifiuta di confluire nel Daesh, l’altra l’ha già fatto. Se entrambe avevano la stessa ideologia religiosa reazionaria e terrorista, le divergenze in fatto di strategia e di interessi immediati hanno avuto il sopravvento e hanno portato allo scontro armato. Nel dibattito fra queste due frazioni, è opportuno sottolineare l’influenza della prima «fusione» ricordata più sopra, quella fra nazionalisti baathisti e la corrente salafita jihadista. Il 20 giugno 2013 Abu Mohammad al-Adnani ha così risposto ad Ayman al-Zahuahiri, che lo invitava a sciogliere Daesh e a restituire a ognuna delle due organizzazioni nome e obiettivi (e cioè «Stato islamico» in Iraq e Jabha al-Nusra in Siria): «Se noi accettassimo di sciogliere lo Stato [islamico] ciò equivarrebbe a riconoscere le frontiere Sykes-Picot» [3]. E in effetti, una delle azioni simboliche di Daesh - simbolismo e uso dei media rientrano nella strategia di questa organizzazione – è stata quella di abolire una parte della frontiera fra Iraq e Siria, diffondendo ovunque le immagini relative ai primi del giugno 2014.

Questa mescolanza di «nazionalismo» e di islamismo estremista in Daesh si spinge ben al di là delle frontiere di Iraq e Siria, per riallacciarsi alla memoria del Califfato islamico, evocando un lontano passato. Il 30 luglio 2013, lo stesso Abu Bakr al-Baghdadi, durante un discorso che solleticava i sentimenti religiosi e nazionalisti e in cui si presentava, benché in modo ultrareazionario, come nemico dello Stato sionista e dell’Occidente, ha affermato: «Noi ripristiniamo l’era della Umma [nazione musulmana],noi non potremo vivere senza aver liberato ovunque i musulmani, senza aver riconquistato Gerusalemme, senza essere ritornati in Andalusia e aver conquistato Roma». Quanto ad al-Adnani, nel suo messaggio afferma la predisposizione di Daesh per il combattimento e la violenza, anche in fatto di predicazione. Egli insiste sul fatto che «il combattimento fa anch’esso parte della predicazione. e noi trascineremo la gente incatenata in paradiso». Adnani ha insistito sull’importanza dell’edificazione dello «Stato islamico» anche se i tempi non sono ancora maturi. E ha chiarito un’altra specificità di Daesh rispetto alle altre organizzazioni jihadiste: non basta che quest’ultime abbiano deciso di aderire al «vero Islam», nella fede e nella pratica, ma occorre anche che dichiarino obbedienza allo Stato che Daesh intende edificare, anche prima della proclamazione del Califfato. Mentre al-Zauahiri definiva i Fratelli musulmani d’Egitto «miei fratelli», Adnani – nel messaggio «Di chi è la religione il pacifismo?» (31 agosto 2013) -  sosteneva: «I Fratelli [musulmani]non sono altro che un partito laico con una cappa islamica. Sono peggiori e più ripugnanti dei laici».

Vediamo dunque come esista una sorta di frattura, ideologica e politica, fra Daesh e una serie di forze islamiste, tutte reazionarie ma con posizioni diverse, fra cui le organizzazioni jihadiste che l’hanno preceduto, come al-Qaida e la sua branca siriana. Abbiamo già detto delle motivazioni materiali di questa frattura, che non deriva certo solo da divergenze d’interpretazione religiosa, come affermano alcuni oppositori “liberali” nelle loro analisi “confessionali” del conflitto. In Siria Daesh si basa essenzialmente su dirigenti e combattenti in maggioranza non-siriani, mentre la maggioranza dei dirigenti e combattenti del Fronte al-Nusra sono d’origine siriana. Ciò può spiegare, in parte, in quest’ultimo, l’attenzione posta alla specificità siriana, a differenza di Daesh. Inoltre, le due organizzazioni si contendono il controllo delle risorse, come i pozzi di petrolio e il controllo del transito frontaliero.

La fulminea occupazione di Mossul, in Iraq, da parte di Daesh (10 giugno 2014), il successivo ampliamento verso zone curde e yazide, gli atroci massacri di militari e civili sono tutti fatti che sono serviti da preliminari alla proclamazione dell’obiettivo dichiarato dell’organizzazione, e cioè lo Stato del Califfato (29 giugno 2014), a cavallo di Iraq e Siria, con un territorio equivalente a un terzo della superficie complessiva dei due Paesi.

Nelle regioni “liberate” della Siria, sul terreno militare l’influenza dei gruppi islamisti estremisti ha preso rapidamente il sopravvento, a causa della debolezza, in fatto di organizzazione e di armamento, dell’Esercito libero: le promesse di armi e attrezzature fatte dai Paesi del cosiddetto gruppo degli «Amici del popolo siriano» non sono mai state mantenute. In realtà, non avevano mai avuto l’intenzione di farlo, limitandosi al rifornimento di armi leggere, insufficienti a evitare lo sterminio. Contemporaneamente, però, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e importanti reti di sostegno alla jihad islamica (soprattutto dei Paesi del Golfo Arabico, ma non solo) hanno largamente foraggiato i gruppi islamisti estremisti.

 

Disintegrazione sociale e sviluppo del Daesh

 

Per comprendere il crescente predominio nelle zone “liberate” della controrivoluzione (in modo particolare il predominio dello «Stato islamico», ma anche quello di al-Nusra, di Aharar al-Sham [4] e di altri gruppi jihadisti ultrareazionari – occorre ricollocarlo nel suo contesto temporale (primavera del 2013, con l’annuncio della costituzione del Daesh, il 9 aprile) e sociale (la condizione delle masse siriane nelle zone “liberate”). Queste masse erano state oggetto di una guerra sanguinosa condotta dalle forze del regime - cui si erano opposte le forze popolari dell’Esercito libero, male armate e male organizzate - che aveva comportato la distruzione di infrastrutture, di interi quartieri e città, di ogni forma di organizzazione della vita cittadina e rurale. Sono queste condizioni oggettive che hanno favorito, in una certa misura, i progressi di Daesh e delle altre forze reazionarie islamiste jihadiste.

Un rapporto del Centro siriano di ricerche e di studi - Realtà socioeconomiche alla luce della rivoluzione siriana (24 novembre 2013) – riassume nel seguente modo la situazione nelle zone “liberate” nel marzo dello stesso anno:« Le operazioni militari, i bombardamenti, gli arresti, gli sfollamenti e gli esodi di massa si sono ripercossi seriamente sulla situazione umanitaria ed economica dei siriani. Nonostante un ruolo sempre più attivo della società civile, la crisi ha comportato un deterioramento delle relazioni sociali e una propagazione dell’estremismo e del fanatismo. Ha intaccato in modo negativo valori e norme sociali, fomentando idee e comportamenti vendicativi. Tutto ciò si è tradotto in una perdita enorme in fatto di armonia e solidarietà sociale e di risorse umane ben difficile da compensare [...]».

Naturalmente, da allora la situazione è peggiorata: oltre la metà dei siriani è povera, e ben 6,7 milioni sono coloro che sono precipitati in questa condizione dopo l’inizio della rivoluzione; nella primavera del 2013 circa 2,3 milioni di lavoratori e funzionari aveva perso il lavoro, portando la disoccupazione a circa il 50%.

Per quanto riguarda i lavoratori - che hanno partecipato alle manifestazioni sin dall’inizio della rivoluzione, ma quasi sempre a titolo personale, a causa dell’assenza di sindacati indipendenti e di partiti politici rivoluzionari, poiché la cricca al potere autorizza legalmente solo il Baath e i suoi partiti satelliti, come il Partito comunista di Kalid Bagdash e le sue varie scissioni, ma tutti caratterizzati dall’opportunismo e dal tradimento della lotta della classe operaia – il rapporto dice: «Più di 85.000 lavoratori sono stati licenziati nel primo anno della rivoluzione. La metà dei licenziamenti è avvenuta nel governatorato di Damasco. Nei governatorati di Homs, Hama e Idlib, secondo fonti ufficiali, 187 imprese private hanno chiuso del tutto fra il 1° gennaio 2011 e il 28 febbraio 2012. Si deve sottolineare però che questi dati non sono molto credibili, perché il numero di officine chiuse è di circa 5000, senza contare i negozi e i mercati che sono stati saccheggiati e distrutti a Homs, Aleppo e in altri governatorati».

Aggiungiamo a tutto ciò il numero delle abitazioni distrutte completamente (mezzo milione all’inizio del 2013) o parzialmente (un numero più o meno equivalente). Nel 2013 questa tragica situazione aveva costretto un terzo di tutti gli abitanti, soprattutto quelli delle zone ribellate, a cercare rifugio nei Paesi vicini o in un’altra regione più sicura all’interno del Paese. Nel 2014 i rifugiati e gli sfollati rappresentavano ormai metà dell’intera popolazione.

In questa situazione di totale devastazione, di disintegrazione sociale, di desertificazione umana, i gruppi islamici reazionari jihadisti, e in particolare Daesh, hanno potuto svilupparsi e diventare egemonici. E il loro sviluppo è stato ulteriormente favorito dalla marginalizzazione e dalle sconfitte che hanno inflitto all’Esercito libero.

 

La sconfitta del movimento popolare e democratico

 

Raqqa, le prima città a essersi liberata dalle forze del regime il 4 marzo 2013, è certamente un esempio emblematico per chiarire le pratiche del Daesh nei confronti del movimento popolare. Dopo la liberazione questa città aveva attraversato un periodo di intensa effervescenza culturale, politica e popolare, sino a quando non è poi caduta sotto il controllo di Daesh. Il 30 marzo 2014, Richard Spencer, inviato del «Sunday Telegraph», scriveva infatti che «la città di Raqqa è sotto il controllo dei gruppi liberali d’opposizione. La città, ubicata nella Siria settentrionale, è animata da gruppi di discussione filosofica e politica [...]. Le iniziative si susseguono con una intensità e una vitalità impressionanti. Gli attivisti hanno dato il via a diverse campagne (“Nelle nostre strade si respira la libertà”, “La nostra bandiera”, “Il nostro pane”), hanno organizzato un’esposizione di lavori artigianali e artistici il cui introito era destinato alle famiglie dei martiri, hanno lanciato la campagna “La nostra Raqqa è un paradiso”, che consiste, tutti i venerdì, nel ripulire una via cittadina».

La situazione di Raqqa può esemplificare quella della maggior parte delle città e regioni “liberate”, prima della loro conquista da parte del Daesh. Se anche numerose altre brigate, islamiche o no, hanno praticato la violenza contro questo o quel militante, hanno arrestato il tale o il tal altro, hanno effettuato esecuzioni arbitrarie, Daesh si è distinta per il violento approccio totalitario ai danni di qualunque attività indipendente, democratica, per la sua ideologia, per l’imposizione alla popolazione di comportamenti sociali reazionari.

La commissione d’inchiesta delle Nazioni unite ha pubblicato (14 novembre 2014) un rapporto, Il regno del terrore: vivere sotto lo Stato islamico in Siria, ove è scritto che Daesh «ha diffuso la paura in Siria perpetrando crimini contro l’umanità e crimini di guerra». La commissione ha chiesto che i suoi dirigenti siano processati dalla Corte penale internazionale. Il rapporto, che si è basato sulle testimonianze di circa 300 vittime e testimoni oculari, sostiene inoltre che questa organizzazione «mira a dominare ogni aspetto della vita dei civili sotto il suo controllo, mediante il terrore, l’indottrinamento e l’elargizione di servizi a coloro che si sottomettono». Daesh «pratica una politica di sanzioni discriminatorie - come per esempio le tassazioni o le conversioni forzate - sulla base dell’identità etnica o religiosa, la distruzione dei luoghi di culto e la sistematica espulsione delle minoranze». Il rapporto aggiunge che Daesh ha «decapitato o lapidato uomini, donne e bambini nelle piazze, nelle città e nei villaggi del nord-est della Siria» e «ha esposto i cadaveri delle vittime su delle croci per tre giorni, ha infilzato le loro teste sulle recinzioni dei parchi, a guisa d’avvertimento per la popolazione circa le conseguenze di un rifiuto di sottostare all’autorità del gruppo armato». Ricorda poi gli stupri contro le donne, che spingono le famiglie a maritare precipitosamente le figlie minorenni, nel timore che siano date in moglie a forza ai combattenti di Daesh. Per terrorizzare gli abitanti, l’organizzazione infligge pubblicamente delle «pene legali», tagliando le mani ai «ladri», o ricorrendo alla flagellazione e alla crocifissione.Il rapporto, infine, rivela come questa organizzazione barbara, composta in maggioranza da stranieri, prediliga i «bambini in quanto garanti d’una lealtà duratura nel tempo e d’una adesione ideologica, nonché combattenti devoti che considerano la violenza come un modo di vita».

 

Lo Stato “daeshista“: «Noi trascineremo la gente incatenata in paradiso»

 

A differenza degli altri gruppi salafiti jihadisti, Daesh ha un particolare progetto per la costruzione, ora e non in futuro, con la forza delle armi e della violenza, di uno Stato e di una società. Dopo aver affrontato l’Esercito libero e gli altri gruppi jihadisti concorrenti, e aver esteso la zona di influenza del suo «Stato», Daesh s’è preoccupata di garantirsi le fonti di finanziamento: in particolare, i pozzi di petrolio e i punti strategici di passaggio. Per fare un esempio, nel governatorato di Deir el-Zor, per poter mettere le mani su due campi petroliferi (fra i quali quello di al-Amor), si è scagliata selvaggiamente contro la tribù Shaïtat, uccidendone centinaia di membri e costringendone alla fuga migliaia d’altri. Il sito della Middle East Online, in un réportage del 13 agosto 2014, sostiene che Daesh controlla 50 pozzi petroliferi in Siria e 20 in Iraq. Anche se queste cifre si sono leggermente abbassate in seguito a controffensive delle forze governative irachene alla fine del 2014, gli introiti petroliferi giornalieri di Daesh sono stimati attorno ai tre milioni di dollari. Inoltre, Daesh ottiene in tasse dai commercianti circa 60 milioni di dollari al mese, incassa denaro per il riscatto degli ostaggi, vende esemplari archeologici rubati ed è, infine, finanziato dai suoi simpatizzanti dei Paesi del Golfo e d’Europa.

A parte la violenza e il terrore, Daesh ricorre anche ad altri mezzi per assicurarsi il favore degli abitanti. Per esempio, dopo i massacri dei Shaïtat a Deir el-Zor, ha distribuito gratuitamente gas, elettricità, carburante e cibo. Inoltre, dopo che ha fatto cessare i furti con le punizioni che abbiamo su ricordato, ha certamente conquistato un certo appoggio negli ambienti più poveri ed emarginati. In particolare, ha iniziato a versare salari, molto bassi, ai disoccupati. Ai propri combattenti, però, assegna 300 dollari al mese, oltre alla fornitura gratuita dell’alloggio e alla soddisfazione dei bisogni più elementari. In questo modo l’adesione a Daesh è diventata conveniente per certi gruppi emarginati socialmente, i cui interessi di classe non avevano trovato una forma di rappresentanza politica adeguata.

Nella sua capitale Raqqa e nelle regioni sotto il suo controllo Daesh organizza ogni aspetto della vita quotidiana degli abitanti. Solo i suoi membri possono girare armati. La sua forza di sicurezza (la polizia islamica) dispone di due reparti diversi per il controllo delle donne e degli uomini:  la brigata «al-Kansa», formata da donne armate dell’organizzazione, ha il diritto di fermare qualunque donna per strada e di perquisirla, mentre il battaglione «al-Hasba» fa lo stesso con gli uomini.

Infine, Daesh ha istituto un vero e proprio governo, con sede a Raqqa e ministeri come quelli dell’istruzione, della sanità, delle risorse idriche ed elettriche, degli affari religiosi, della difesa.

Nel 2013, la maggioranza dei siriani delle regioni di cui stiamo parlando riteneva che Daesh fosse un’organizzazione «straniera» e «d’occupazione» o, come si è espresso un attivista di Deir el-Zor, «un movimento colonizzatore, allo stesso modo di Israele che ha occupato la Palestina con i coloni [5]. Ciò nonostante, nel 2014 Daesh s’è assicurata una non trascurabile, anche se fragile, base sociale. Da notare - lo ha sottolineato un militante di Raqqa sul sito «Stanno scannando Raqqa nel più assoluto silenzio» - che Daesh non ha effettuato né proposto alcuna nazionalizzazione o legge che ponesse un limite alla cupidigia dei grandi mercanti monopolisti, con i quali anzi intrattiene ottimi rapporti.

 

Che cos’è il «daeshismo»

 

Lo studio dell’evoluzione di Daesh come organizzazione sorta dalla matrice delle varie correnti salafite jihadiste islamiste dagli orientamenti ultrareazionari (la più importante delle quali è al-Qaida) non basta a spiegarne la specificità ideologica e pratica. La comparsa sulla scena di Daesh rappresenta una frattura netta con questi gruppi, che si spinge fino alla loro eliminazione fisica. Inoltre, c’è una evidente tendenza alla «daeshizzazione» di interi settori delle altre organizzazioni jihadiste: una delle più importanti di esse, il Fronte al-Nusra, sembra diviso in due tendenze, una delle quali si avvicina a Daesh con le sue prese di posizione e la sua pratica. Quanto al movimento d’Ahrar al-Sham, in una certa misura conserva ancora la sua originale identità salafita jihadista, benché alcune delle sue brigate siano ormai inclini a adottare il «daeshismo». E, quel che è peggio, c’è poi l’adesione a Daesh e al Califfato di altri gruppi jihadisti reazionari in vari Paesi,  soprattutto nell’Africa settentrionale.

Si potrebbe dire che non v’è alcun interesse politico o pratico nella ricerca delle caratteristiche di Daesh, in quanto non è altro che una componente della controrivoluzione reazionaria. Ma questo “nuovo“ fenomeno non può essere compreso – l’abbiamo visto – prescindendo dalle condizioni materiali socioeconomiche che ne sono alle radici. Non è possibile opporvisi politicamente senza prima comprendere le condizioni materiali che hanno concorso alla sua costituzione e all’ampliamento della sua area d’influenza, per passare poi all’elaborazione di politiche adatte a farvi fronte dal punto di vista delle classi sfruttate e oppresse, in altre parole dal punto di vista marxista.

È necessario ricordare ancora una volta che nell’esposizione del processo che ha condotto alla formazione di Daesh ci siamo concentrati sul fatto che una delle cause essenziali del suo successo stava nella natura dei regimi iracheno e siriano, con le loro brutali politiche reazionarie, oltre che nell’intervento imperialista. L’occupazione americana dell’Iraq, distruggendone ciò che restava di infrastrutture e di tessuto sociale, ha creato le condizioni ideali per lo sviluppo di simili movimenti. La guerra in atto da diversi mesi contro Daesh, condotta da un’alleanza imperialista guidata dagli Stati Uniti, non si concluderà con la sconfitta di Daesh, ma finirà con l’attirargli ancor più simpatie, perché verrà vista come colei che si oppone all’imperialismo americano, il nemico principale.

Noi pensiamo che il “fenomeno” Daesh - per come si è sviluppato, per la sua specificità rispetto ai movimenti jihadisti tradizionali, per la sua rapida e “sorprendente” comparsa all’interno di un processo rivoluzionario, per il fatto che sia riuscito a schiacciare ogni forma di espressione rivoluzionaria nelle zone che ha occupato e a imporre ai loro abitanti un determinato stile di vita e la propria ideologia, per come ha costruito il suo “Stato” - debba essere esaminato alla luce dell’esperienza fascista: non tanto nelle sue particolari espressioni nei vari paesi europei, quanto nel quadro dei nuovi movimenti fascisti, quindi in un senso ben circoscritto. Questa svolta pericolosa del corso della rivoluzione siriana, e della stessa storia del Paese, ha preso molti di sorpresa, in modo che «destino storico e destino personale sono diventati bruscamente una sola e identica cosa per migliaia, e più tardi milioni, di esseri umani. Non furono solo i partiti politici a soccombere, ma fu la stessa esistenza, la sopravvivenza fisica, di interi gruppi umani a divenire improvvisamente problematica», per ricorrere alla descrizione dell’ascesa del fascismo fatta dall’intellettuale marxista rivoluzionario Ernest Mandel [6].

È certo che la definizione del fascismo come «potere del capitale finanziario» elaborata dal Komintern (staliniano) negli anni Trenta del secolo scorso non può essere utile per spiegare l’emergenza del Daesh, come del resto non era servita per interpretare correttamente il fenomeno del fascismo in Europa e non serve per comprendere i nuovi movimenti fascisti che vanno affermandosi nei Paesi europei e altrove.

Fra i più eminenti intellettuali marxisti è stato Trotskij a fornire la più convincente analisi e spiegazione dell’emergere del fascismo in Europa. Egli non si è accontentato di dire che il fascismo «arriva al potere spintovi dalla piccola borghesia», ma ha condotto l’analisi più a fondo, ritenendo che gli strati sociali sui quali si basa il fascismo sono ciò che egli definisce la «polvere dell’umanità», e cioè «piccoli artigiani e piccoli commercianti delle città, funzionari, impiegati, tecnici, intellettuali, contadini caduti in rovina» [7], ai quali noi potremmo aggiungere i disoccupati.

 

Nell’affrontare il fenomeno del fascismo, Trotskij è partito da un’analisi di classe della società e da una profonda comprensione della legge dello sviluppo ineguale e combinato, secondo la quale strutture vecchie di secoli, con i relativi rapporti di produzione e ideologie, coesistono con strutture moderne, con i relativi rapporti di produzione e ideologie. Ernest Mandel ha così riassunto la profonda comprensione del fenomeno fascista cui era giunto il fondatore della IV Internazionale: «Come pochi altri scrittori marxisti (per esempio, Ernst Bloch e Kurt Tucholsky), Trotskij ha compreso la desincronizzazione parziale delle forme socioeconomiche e ideologiche, e cioè il fatto che idee, sentimenti e desideri irrazionali molto radicati propri dell’epoca precapitalistica erano ancora presenti in ampi strati della società borghese (in modo particolare nelle classi intermedie minacciate dalla pauperizzazione, ma anche in settori della borghesia stessa, degli intellettuali declassati e degli strati più arretrati della classe operaia). Meglio di chiunque altro egli ne ha tratto le seguenti conclusioni politiche e sociali: in condizioni di forti e crescenti pressioni, di contraddizioni di classe socioeconomiche sempre più insopportabili, settori significative delle classi medie e gli strati sociali ricordati prima - la «polvere umana», così giustamente Trotskij li definiva - potevano venire amalgamati in un potente movimento di massa, ipnotizzati da un dirigente carismatico sostenuto da settori della classe capitalista e del suo apparato statale, e usati come un ariete per schiacciare il movimento operaio con l’intimidazione e il terrore sanguinario.» [8]

Trotskij ha inoltre insistito sulle distinzioni fra fascismo da una parte e bonapartismo e altre forme di dittatura dall’altra, e cioè sul fatto che il fascismo «è una forma specifica di apparato esecutivo forte» e di «dittatura dichiarata» caratterizzata dalla distruzione totale di ogni organizzazione della classe operaia, comprese le più moderate, e quindi anche la socialdemocrazia. Il fascismo si sforza di rendere materialmente impossibile ogni forma d’autodifesa della classe operaia organizzata, con la sua totale atomizzazione. Ricavare dal fatto che la socialdemocrazia prepara il terreno al fascismo la conclusione che socialdemocrazia e fascismo sono alleati, e di conseguenza che non ci si deve alleare con la prima contro il secondo, è dunque un errore.

La caratterizzazione del fascismo come movimento che si appoggia sulle masse della «polvere umana» si adatta perfettamente a Daesh. Il fascismo, in linea generale, si costituisce come un partito-milizia per abbattere lo Stato e sostituirlo con un altro di tipo fascista. E i fascisti, secondo il ricercatore italiano Emilio Gentile,  «pretendevano di essere un’aristocrazia di uomini nuovi, nata con la guerra, che doveva impadronirsi del potere per rigenerare una nazione corrotta» [9]. Il fascismo mira «a organizzare delle masse e non delle classi», afferma Gentile, secondo il quale gli studi storici hanno sottolineato che «l’obiettivo del fascismo non mirava né a “trasformare il mondo esterno né a rivoluzionare la società, ma a trasformare la natura umana stessa”», disciplinando la popolazione e ricorrendo alla violenza bruta. È solamente in questo senso che possiamo dire che Daesh ha molti tratti in comune con le nuove forme dei movimenti fascisti e che lo Stato del Califfato è uno Stato fascista, con una sua natura particolare in determinate circostanze specifiche.

 

I compiti delle forze rivoluzionarie

 

Una simile affermazione pone prepotentemente il problema di quali debbano essere le forme d’intervento delle forze rivoluzionarie. E ciò mette immediatamente all’ordine del giorno il problema della costituzione di un fronte unico delle forze rivoluzionarie democratiche e di sinistra. Senza dimenticare la questione delle modalità d’azione nei confronti della cricca al potere in Siria, che opprime e distrugge il nostro popolo e il nostro Paese.

Il processo rivoluzionario in Siria attraversa attualmente una fase molto negativa. Il momento di depressione del movimento popolare è dovuto agli attacchi devastanti del regime di Assad, ai massacri, allo sfollamento forzato di milioni di persone (metà della popolazione). A ciò si devono aggiungere i progressi delle forze reazionarie della controrivoluzione (Daesh, al-Nusra eccetera) a spese dell’Esercito libero e il restringimento degli spazi di espressione e mobilitazione del movimento popolare anche nelle zone “liberate” dal regime.

Al contrario di quanto credono alcuni, ogni invito al ripiegamento, al silenzio e alla smobilitazione delle forze popolari rivoluzionarie – che equivarrebbe alla capitolazione di fronte al feroce attacco delle varie forze controrivoluzionarie in lotta tra loro – sarebbe disastroso e non farebbe che aggravare ancor più la situazione già degradata della rivoluzione. Al contrario, noi riteniamo che ciò a cui dobbiamo dedicarci con tutte le nostre forze consiste nel mobilitare ovunque i gruppi, i coordinamenti, le forze rivoluzionarie per proseguire nelle manifestazioni e in tutte le forme di lotta per favorire la ripresa del movimento popolare, anche se oggi è debole e disperso, ma tuttora esistente: nelle zone controllate dalle forze di al-Nusra, per esempio, ha già cominciato a dar segni di vitalità. Per fare tutto questo, però, ci serve uno strumento; un Fronte unico delle forze rivoluzionarie democratiche e di sinistra in grado di elaborare una strategia d’azione combattiva e centralizzata, che rifaccia proprie le rivendicazioni di base della rivoluzione popolare. Nelle zone dell’Esercito libero e della resistenza popolare lo scontro con le forze reazionarie, nonostante lo scarso armamento a disposizione, non è una velleità, ma una questione di vita o di morte per la rivoluzione e il movimento popolare. Il poco di cui dispongono le forze rivoluzionarie sarà sufficiente se esse si uniranno attorno a una direzione politica e militare centralizzata a livello nazionale. Non ci si può infatti limitare a un fronte unico sul piano politico: deve essere anche militare.

Fra gli avversari delle forze rivoluzionarie non vi sono solamente le forze reazionarie della controrivoluzione: vi è anche la cricca al potere. Occorre non dimenticare mai che rovesciare quest’ultima è la precondizione per poter sconfiggere le forze fasciste e reazionarie. La permanenza del regime, magari modificato solo in superficie, rappresenterebbe una sconfitta cocente per la rivoluzione popolare e un’evidente vittoria della controrivoluzione. Dobbiamo unire le nostre energie per ribaltare i rapporti di forza a favore delle classi popolari, che erano e continuano a essere le forze sociali motrici della rivoluzione.

La guerra contro Daesh ha fornito agli imperialisti e ai loro alleati regionali un pretesto per «rianimare» il regime di Assad. Negli ultimi mesi hanno ripreso a circolare discorsi a favore di una soluzione politica in Siria, con la benedizione dei Paesi imperialisti, che pretendono di essere amici del popolo siriano ma il cui obiettivo non è mai stato quello di abbattere il regime, quanto quello di ottenerne il mutamento interno dall’alto e un riorientamento politico. Allo stesso modo, vediamo come Arabia Saudita, Qatar e Paesi  del Golfo - centri della controrivoluzione regionale, assieme all’Egitto - stiano facendo di tutto per far accettare questa soluzione e rimettere a galla il regime di Assad. Al punto che la Coalizione nazionale, loro creatura, s’è lamentata pubblicamente per la cessazione, da oltre sei mesi, dei finanziamenti dei sauditi e dei Paesi del Golfo, per costringerla ad accettare la soluzione politica con il mantenimento in piedi del regime. Probabilmente, data la sua natura opportunista e corrotta, la Coalizione si lascerà convincere a farlo in seguito. Per ora segnaliamo come si sia astenuta dal partecipare, nel novembre scorso, alla riunione di Mosca, alla quale hanno invece presenziato gruppi della cosiddetta opposizione dell’interno - essenzialmente il Comitato di coordinamento, dalle posizioni ambigue sin dall’inizio della rivoluzione, e alcuni gruppi provenienti dall’estero senza alcun peso reale sul terreno -. Sembra che Mosca, Teheran e Il Cairo si siano incaricate di patrocinare questi tentativi.

Noi non possiamo opporci a misure che servano ad attenuare la sofferenza delle masse popolari, senza però rinunciare per questo alle rivendicazioni della rivoluzione popolare. La «soluzione politica» impone alle forze della rivoluzione di restare vigili e prudenti, impone la denuncia di ogni concessione mirante a mantenere il regime dittatoriale. Sarà necessario opporsi a ogni cedimento sulle libertà democratiche, riaffermare la rivendicazione dell’edificazione di un regime democratico radicale sulle rovine della dittatura. La costruzione di una Siria della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, della giustizia sociale comporta l’abbattimento della dittatura.

In questa lotta su molteplici fronti i marxisti rivoluzionari della corrente della Sinistra rivoluzionaria si sono assegnati anche un obiettivo fondamentale per conseguire il quale operano senza sosta: la costruzione del partito operaio rivoluzionario di massa.

 

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Note

 

* Ghayath Naïsse, medico, militante della sinistra rivoluzionaria, in esilio, è uno dei fondatori del Comitato per la difesa delle libertà democratiche (CDF) in Siria, fondato nel  dicembre 1989 e di cui la maggior parte degli aderenti è stata incarcerata o esiliata. Questo articolo, datato dicembre 2014, è apparso nel marzo 2015 sul numero 5 della rivista marxista rivoluzionaria araba «Rivoluzione permanente». La sua traduzione in francese, a opera di L. T., è apparsa sul numero 616-617 (giugno-luglio 2015) del bimestrale «Inprecor». La traduzione dal francese è di Cristiano Dan.

 

 

 

[1] Vedi: http://www.alaan.tv/news/columnist/113679/isis-zarqawi-network-state-bag-

[2] I takfiri (dall’arabo takfir, «anatema, scomunica») sono estremisti islamisti neofondamentalisti che considerano gli altri musulmani come apostati. Il loro primo gruppo, ribattezzato ironicamente dalla stampa egiziana Takfir wal Hijra (Anatema ed esilio) sì è formato in seguito a una scissione dei Fratelli musulmani nel 1971. È scomparso dopo l’esecuzione de suo fondatore, Mustafa Shukri, nel 1977. Dopo il 1995 sono però riapparsi dei gruppi che si rifacevano alla sua tradizione.

[3] In piena prima guerra mondiale, il britannico sir Mark Sykes e il francese François Georges-Picot negoziano un accordo che prevede lo smantellamento dell’Impero ottomano dopo la guerra e la spartizione del mondo arabo fra i due alleati. I francesi si riservano il Libano, la Siria e la regione di Mossul, nel nord della Mesopotamia; i britannici il resto della Mesopotamia (Iraq) e la Transgiordania. La Palestina avrebbo dovuto avere lo status di zona internazionale mentre il porto siriano di Alessandretta sarebbe diventato un porto franco. L’accordo sarò sottoscritto a Londra il 16 maggio 1916 da sir Edward Grey, ministro degli Esteri britannico, e Paul Cambon, ambasciatore francese. Verrà poi parzialmente, e segretamente, modificato da Lloyd George e da Clemenceau, il primo dicembre 1918: a Londra tutta la Mesopotamia (Mosul compreso) e la Palestina, a Parigi tutta la Siria e una parte della Turkish Petroleum. Con questo accordo segreto gli alleati si rimangiano in modo oltraggioso la promessa fatta agli Arabi di una completa indipendenza in cambio del loro aiuto contro i turchi: promessa di cui il «colonnello» Thomas Edward Lawrence, detto «Lawrence d’Arabia», sì era fatto garante presso l’influente sceriffo della Mecca, Hussein, e suo figlio Faisal. La conferenza di San Remo (19-26 aprile 1920) ratifica l’accordo Sykes-Picot e i protettorati di Londra e Parigi sul Medio Oriente. Buona parte degli attuali sconvolgimenti del mondo arabo derivano proprio da questi accordi.

[4] Organizzazione armata salafita jihadista, con un’ideologia molto simile a quella di al-Qaida, fondata il 1° gennaio 2013 da Hassan Abud, uno dei jihadisti scarcerati dal regime siriano nel 2011.

[5] Réportage dell’AFP nel quotidiano saudita «Er Ryad», 22 settembre 2014.

[6] Ernest Mandel, «La théorie du fascisme chez Léon Trotsky», in Léon Trotsky, Contre le fascisme 1922-1940, Éditions Syllepse, Paris 2015, p. 813.

[7] Scriveva Trotskij nel novembre 1931: «Nel frattempo, la principale forza dei fascisti consiste nel loro numero. Sì, ottengono molti voti alle elezioni. Ma non è la scheda elettorale che decide nella lotta sociale. Gli effettivi principali del fascismo sono tuttavia costituiti dalla piccola borghesia e dalla nuova classe media che si è formata: piccoli artigiani e piccoli commercianti delle città, funzionari, impiegati, tecnici, intellettuali, contadini caduti in rovina. Sulla bilancia della statistica elettorale un migliaio di voti fascisti ha lo stesso peso di un migliaio di voti comunisti. Ma nella lotta rivoluzionaria, mille operai appartenenti a una grande fabbrica rappresentano una forza cento volte superiore a quella di un migliaio di funzionari, di scrivani, messi assieme alle loro mogli e alle loro suocere. La massa principale dei fascisti è composta da una polvere di umanità. […]I nazionalsocialisti sono un partito della disperazione nazionale. È la piccola borghesia che si dimostra più incline a passare dalla speranza alla disperazione, trascinando dietro si sé una parte del proletariato». Cfr. Léon Trotsky, «La clé de la situation internationale est en Allemagne» (26 novembre 1931), in Léon Trotsky, Contre le fascisme 1922-1940, cit., p. 178. [Trad. italiana di Livio Maitan in Lev Trotskij, Scritti 1929-1936. Einaudi, Torino 1962, pp. 288-289. Nuova edizione negli Oscar Mondadori, Milano 1968.]

[8] Ernest Mandel, Trotsky, Maspero, Paris 1980, p. 109.

[9] Emilio Gentile, Le silence de Hannah Arendt: l’interprétation du fascisme dans les origines du totalitarisme, in «Revue d’histoire moderne et contemporaine», n°55-3 (2008), p. 29.[Vedi http://www.cairn.info/revue-d-histoire-moderne-et-contemporaine-2008-3-page-11.htm#anchor_abstract]

Per chi è interessato alla complessa geografia dei gruppi islamisti in Siria, può essere utile questo dettagliato articolo di East Journal, http://www.eastjournal.net/archives/68258



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