Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Dopo la strage di San Bernardino: una verifica inquietante

Dopo la strage di San Bernardino: una verifica inquietante

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Difficile allo stato attuale delle informazioni decidere se ricollegare direttamente la strage di San Bernardino alle vicende mediorientali o europee, o considerarla solo nel quadro delle tante stragi compiute negli Stati Uniti da squilibrati in possesso di micidiali armi da guerra, al ritmo di circa una al giorno. Su questo episodio saremo presto inondati da una valanga di particolari che probabilmente renderanno ancora più difficile capire come la logica di guerra proclamata da molte parti possa fare proseliti imprevedibili, e suscitare una pericolosissima imitazione in molti paesi. Ovviamente quando ci saranno più dati li commenteremo, ma intanto non bisogna bloccare la nostra autonoma riflessione sulle cause profonde della moltiplicazione dei conflitti in ogni parte del mondo.

A questo scopo ripropongo alcune mie pagine scritte all’inizio del processo che ha collocato al centro della nostra attenzione la radicalizzazione settaria. Rileggendo la parte dedicata all’integralismo (islamico e non solo) nel mio libro Libano e dintorni, ho avuto infatti l’impressione che la descrizione e l’interpretazione dei principali fenomeni sia ancora sostanzialmente valida; dunque era possibile più di trenta anni fa identificare alcune delle cause di fondo che hanno facilitato la crescita dell’islam radicale, e capire che i rimedi proposti erano controproducenti, tanto è vero che in questi anni ne hanno facilitato la moltiplicazione in ogni parte del mondo.

Ne avevo parlato più volte recentemente in scritti miei come Gli Stati imperialisti si dividono i compiti ma il DAESH si rafforza  e avevo soprattutto raccomandato il testo, metodologicamente essenziale, di due compagni francesi: Rousset – Sabado: Le nostre responsabilità di fronte al terrore 

In articoli recenti avevo anche fatto più volte riferimento a questo libro, che è inserito integralmente sul sito (Libano e dintorni]; tuttavia, sapendo che non è rapido trovarlo e scaricarlo (il sito è cresciuto molto rispetto al progetto originario, e non è sempre facile la ricerca), ho deciso di scegliere e rendere più accessibili alcuni paragrafi che mi sembrano più utili per il dibattito attuale. Questa è la prima parte, che affronta soprattutto il caso algerino, ma anche le caratteristiche generali delle ideologie basate sul ritorno a un passato mitico. Non ho modificato nulla anche se alcuni riferimenti a vicende ormai lontane (ad esempio l’allarme per la comparsa di tendenze integraliste nelle repubbliche dell’Asia centrale ex sovietica) possono sembrare superati. Tuttavia mi pare che la dinamica complessiva della formazione di un radicalismo islamico sia identificata correttamente, e che quindi questo scritto possa ancora servire come antidoto a eventuali cedimenti alla campagna di demonizzazione dell’Islam, che si sta rafforzando, sostanzialmente incontrastata ed anzi favorita dall’ambiguità di molti governi europei, e dall’interesse degli integralisti ad assecondarla per creare un terreno di reclutamento più ampio. (a.m.3/12/15)

 

INTEGRALISMO, INTEGRALISMI

A proposito dell’intolleranza nella nostra cultura e in quella altrui

[da A. Moscato, Libano e dintorni. Sapere 2000, Roma, 1993, pp. 53-66.]

 

Il “pericolo islamico”

A giudicare dalla stampa italiana, si direbbe che esista un solo integralismo, quello islamico. Il pericolo viene periodicamente evocato, ingigantito, associato a questo o a quel nemico di turno.

Di norma, viene operata una confusione e un’identificazione tra arabo e islamico, sorvolando sulle minoranze arabe cristiane a volte numerose e ben rappresentate politicamente (si pensi al ruolo di Boutros Ghali in Egitto, Tarek Aziz in Irak, Habbash e Hawatmeh nell’OLP, ecc.)[i]e al tempo stesso definendo “arabi” paesi che non lo sono affatto (Iran, Afghanistan, Turchia, Kazachstan, Pakistan, ecc.). L’atteggiamento nei confronti del Libano rappresenta solo in parte ed apparentemente un’eccezione: la presenza di consistenti (e sovrarappresentate) minoranze cristiane non può essere infatti ignorata, ma la benevolenza nei loro confronti da parte dei mass media sorvola abitualmente sulla ferocia delle organizzazioni che ne sono espressione politica. Anche per facilitare questo trattamento di favore da parte dell’Occidente, le correnti di estrema destra a base cristiano-maronita mettono in sordina o addirittura negano la loro appartenenza al mondo arabo, ricostruendo una del tutto ipotetica discendenza diretta dai fenici (peraltro anch’essi semitici).

I pregiudizi culturali

Un caso particolarissimo di atteggiamento anti-islamico riguarda un paese con cui l’Italia ha avuto stretti rapporti in passato: la Somalia. Questo paese, islamico e non arabo (anche se aderente alla Lega Araba), viene presentato abitualmente in chiave negativa per vari aspetti, prevalentemente dovuti a pregiudizi culturali, che preparano il terreno alla loro traduzione popolare apertamente razzista: i somali, si dice, non sono capaci di governarsi da soli, sono ignoranti e primitivi, sono parassiti che vogliono farsi mantenere da noi, i loro capi sono dei banditi assetati di sangue. Naturalmente questo atteggiamento è possibile solo sorvolando sul fatto che i loro capi, come Barre o Aidid, sono stati preparati in scuole militari italiane e affiancati per anni da ufficiali italiani in funzione di consiglieri (senza di essi Siad Barre sarebbe crollato una decina d’anni prima), e che se oggi la Somalia ha il 75% di analfabeti lo si deve al lascito di oltre sessant’anni di dominazione coloniale diretta, aggravata dalle ruberie camuffate da “aiuti umanitari” dell’epoca più recente. Per chiarire poi chi dovrebbe essere considerato “parassita”, basterebbe calcolare che la Somalia, come la quasi totalità dei paesi africani, rifornisce di valuta pregiata i paesi capitalistici avanzati in misura di gran lunga superiore all’entità dei cosiddetti e discutibilissimi “aiuti”: infatti negli ultimi cinque anni il saldo negativo della bilancia commerciale dell’Africa nera è di settecento milioni di dollari annui, a causa del rimborso degli interessi sul debito. Nel caso della Somalia, nel 1991 il 47,3% del ricavato delle esportazioni serviva a pagare gli interessi, senza poter estinguere il debito, ovviamente.

Tuttavia la superficialità eurocentrica dei nostri mass-media porta ad un’altra confusione: più volte è stata attribuita al “pregiudizio” o alla “barbarie islamica” la crudele pratica della clitoridectomia e dell’infibulazione femminile, che effettivamente è diffusa in Somalia, come in tutto il Como d’Africa, ma che non ha nulla a che vedere con l’Islam: infatti non è praticata da quasi nessun’altra popolazione di quella religione in altre parti del mondo, mentre è diffusa in misura uguale tra le popolazioni cristiane dell’Etiopia, i pochi animisti residui e persino tra i Falasha, gli ebrei etiopici che oggi sono stati portati in Israele, dove trovano non pochi problemi di inserimento.

Si tratta tra l’altro di pratiche che i regimi “progressisti” dell’ area (a prescindere dai loro evidenti limiti) avevano tentato per anni di sradicare o arginare. Le ragioni del loro rilancio, e dell’isolamento in cui si trovano le donne laiche ed emancipate che si erano battute contro queste ed altre forme di subordinazione della donna, vanno ricondotte a quel generale “ritorno al passato” che caratterizza non solo la Somalia, ma gran parte dei paesi africani, compresi quelli del Nord Africa che erano stati caratterizzati da un notevole laicismo del gruppo dirigente (come la Tunisia o l’Algeria).

Le ragioni del “ritorno al passato”

Le cause di questo ritorno al passato vanno ricercate in primo luogo nel fallimento di tutti i regimi africani. In primo luogo ovviamente di quelli apertamente neocoloniali, ma anche dei tentativi di modernizzazione e di emancipazione da parte dei regimi “progressisti”. Anch’essi infatti sono sprofondati nella corruzione e nella dipendenza di fatto dall’imperialismo negli ultimi due decenni, col risultato di eliminare praticamente le differenze tra i regimi nati da rivoluzioni anti-imperialiste e quelli che fin dall’inizio coprivano la permanenza delle vecchie forme di sfruttamento.

L’indebitamento ha colpito a partire dalla seconda metà degli anni Settanta tutti i regimi africani, sia quelli che avevano utilizzato i capitali generosamente offerti dalle grandi banche imperialiste per assurde opere pubbliche (in qualche caso, “cattedrali nel deserto” in senso proprio), sia quelli che avevano tentato di emanciparsi economicamente puntando su grandi infrastrutture o su impianti industriali di base; tanto quelli che avevano acquistato a caro prezzo armi per reprimere le proprie minoranze politiche o etniche che quelli che avevano dovuto investire una parte cospicua delle loro risorse per difendersi da rivolte appoggiate dal Sudafrica e finanziate dagli USA. Sono stati tutti travolti dall’indebitamento (e ciò vale anche per la maggior parte dei paesi dell’Asia, dell’America Latina e della stessa Europa centro-orientale del “socialismo reale”) perché le condizioni a cui sono stati promessi i crediti iniziali sono state mutate strada facendo con trucchi da strozzini, moltiplicando per dieci o venti i tassi di interesse.

Sotto la pressione del FMI, che si è trasformato in brutale esattore dei debiti, gran parte dei paesi africani sono stati poi costretti a impostare politiche di “risanamento strutturale” che hanno distrutto le loro già fragili economie. I “piani di risanamento” dettati dalla logica della finanza internazionale hanno realizzato tagli drastici ai bilanci di sovvenzioni alimentari, di aiuto ai più poveri e di scolarizzazione. Il FMI ha provocato rapidamente una estensione della fame e della malnutrizione.[ii]

La penuria assoluta che colpisce la maggior parte dei paesi dell’Africa ha ridotto considerevolmente le forme tradizionali di solidarietà. Ha fatto a poco a poco perdere tutto quel che era stato conquistato nei confronti dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi o culturali. Il senso della collettività e della comunità di interessi svanisce di fronte alla paura che venga a mancare il minimo indispensabile per la sopravvivenza, senza speranza alcuna di soccorso. Si muore di fame in campagna, nei villaggi, ma anche nelle città, in quelle megalopoli che non offrono più un ipotetico rifugio e la speranza di avere un po’ di lavoro per cavarsela, ma rappresentano la miseria assoluta.

Non c’è d’altra parte più speranza nell’emigrazione interna, mentre quella verso l’estero è preclusa dalle barriere erette dall’Europa di Maastricht. Questa è la prima delle cause dei movimenti di ripiegamento sul villaggio, il clan, la famiglia, la razza o la religione.

Lo Stato, costruito riproducendo in forma più o meno imbastardita il modello occidentale, ha cominciato a disgregarsi. Per mantenere legioni di funzionari zelanti non può più beneficiare delle prebende dell’imperialismo, che ha chiuso i cordoni della borsa. Lo stesso, e a volte in forme più acute e distruttive, accade a quelli che si sono ispirati e si sono legati ai paesi del “socialismo reale”.

Le reti tradizionali di corruzione e di ridistribuzione dei redditi entrano anch’esse in crisi per le drastiche restrizioni imposte da tutte le istituzioni finanziarie internazionali, ma viene soprattutto colpito ogni progetto di modernizzazione e di istruzione di massa, col risultato di gettare sul lastrico e nella disperazione studenti e insegnanti, che in Senegal e in altri paesi dell’Africa occidentale negli ultimi anni sono stati gli animatori di vere e proprie rivolte popolari.

Lo Stato non rappresenta più, neppure in modo distorto, l’espressione unica della “nazione”. La coscienza sociale arretra contemporaneamente a quella nazionale. La pretesa di questi “Stati” di centralizzare e unificare uno spazio territoriale (d’altra parte quasi sempre artificialmente determinato dal colonialismo), si scontra con un ritorno al clan o alla tribù o all’etnia o alla religione, secondo le specificità storiche del paese.

La spiegazione di questa crisi prevalente in Occidente (questi popoli sarebbero arretrati a causa dell’eccessiva natalità e di un’intrinseca incapacità ad aprirsi allo sviluppo) è del tutto falsa. In realtà lo sviluppo demografico impetuoso dell’India o dell’Africa è un prodotto diretto del sottosviluppo e non viceversa. E l’esperienza africana ha provato fino a qual punto il tasso di natalità era in relazione con il livello di educazione e alfabetizzazione delle donne, il loro grado di autonomia e la capacità di decisione, e quindi con lo sviluppo globale del paese. Esplosione demografica e ritorno alle tradizioni di repressione e oppressione delle donne (con la sconfitta, l’emarginazione o l’esilio di quelle che avevano organizzato le prime battaglie emancipatrici), vanno di pari passo. I responsabili di questo regresso vanno ricercati nelle banche di Zurigo, di Milano e del Lichtenstein, prima che nei villaggi africani.

L’IsIam è “aggressivo e intollerante”?

La mistificazione più diffusa è tuttavia l’attribuzione di ogni manifestazione di intolleranza o di “integralismo” all’Islam in quanto tale, presentato in blocco come una religione aggressiva e incapace di convivere con le altre religioni. La realtà è assai diversa: le manifestazioni di intolleranza o di discriminazione verso i non credenti e soprattutto la pretesa di imporre dalle moschee le scelte politiche allo Stato, sono tipiche solo di alcune delle sette sciite (che rappresentano una esigua minoranza rispetto all’Islam sunnita, in cui manca un vero e proprio clero, e ovviamente non ci può essere ingerenza “clericale” nella vita politica), o del movimento di riforma wahabita sviluppatosi nel secolo scorso in parte della penisola arabica, e su cui si basa l’attuale regime monarchico e feudale dell’Arabia Saudita (della cui intolleranza si parla peraltro pochissimo, dato che è un prezioso alleato dell’imperialismo occidentale).

Vengono inoltre volta a volta additati come esempi del “pericolo islamico” i dirigenti arabi da demonizzare, anche se essi sono “laici” (ed anzi persecutori degli integralisti islamici) come Saddam Hussein oggi o Nasser ieri, oppure sono come Gheddafi assertori di una lettura del Corano che accentua gli elementi egualitari e non discrimina le donne, di cui viene incoraggiata l’istruzione, compresa quella militare (cosa che ovviamente non ci piace, ma che comunque non può essere assimilata alla mostruosa oppressione della donna in Arabia Saudita o negli Emirati del Golfo, di cui si parla pochissimo perché quei sovrani sono amici dei nostri governanti e ottimi clienti dei nostri industriali).

Un caso da manuale: l’integralismo islamico in Algeria

Ma l’integralismo islamico c’è davvero, ed è in rapida crescita in diverse parti del mondo, non solo nel Libano o nei territori occupati da Israele.

Un caso particolarmente interessante è quello della sua rapidissima crescita in Algeria, che ha colpito la sinistra italiana non solo per la vicinanza geografica al nostro paese, ma per ragioni più profonde, a partire dalla profonda influenza che la rivoluzione algerina ebbe su un’intera generazione di comunisti europei.

Non solo in Francia ma anche nel nostro paese, alla fine degli anni Cinquanta, le mobilitazioni a sostegno del FLN stimolarono la radicalizzazione a sinistra di nuclei importanti di giovani, che divennero in gran parte, in anni successivi, i promotori delle grandi mobilitazioni antimperialiste a sostegno della rivoluzione indocinese. Anche i profondi legami economici tra l’Italia e l’Algeria, cresciuti costantemente fino a portare il nostro paese in terza o quarta posizione nell’import-export algerino, hanno accresciuto l’attenzione per le vicende politiche del paese vicino.

Chiunque avesse visitato l’Algeria fino a pochi anni fa, non aveva dubbi sul fatto che, insieme alla Tunisia, fosse da tutti i punti di vista un paese decisamente laico. Per questo la crescita impetuosa del FIS (Front Islamique du Salut), che ha vinto le elezioni amministrative del 1990 e trionfato nel primo turno delle politiche del dicembre 1991, è apparsa sconvolgente, e ha provocato un’ondata di panico che ha spinto anche parte della sinistra (ad esempio alcune autorevoli firme de “il Manifesto”) a considerare con indulgenza il colpo di Stato dell’11 gennaio 1992 che, impedendo il secondo turno elettorale, ha di fatto soppresso la dialettica democratica in quel paese.

Eppure le elezioni del 26 dicembre 1991 avevano segnato più che una effettiva vittoria del FIS, una sconfitta del partito al governo, il FLN, che portava il nome glorioso del Fronte di Liberazione Nazionale che aveva guidato la lotta per l’indipendenza, ma era stato trasformato fin dal 1963 in un “partito unico” senza dialettica interna visibile, e aveva eliminato, a volte anche fisicamente, tutti coloro che avrebbero voluto un’Algeria pluralista e democratica. Un dato significativo è che la metà degli elettori non aveva partecipato al voto; per alcuni c’erano stati impedimenti (dalla mancata consegna di certificati al rifiuto di far votare gli emigrati rientrati), per altri si trattava di quel disinteresse per la politica che è ormai “fisiologico” anche in altre parti del mondo; tuttavia in molte zone il non voto esprimeva una forma rudimentale ma netta di rifiutare la scelta tra un partito di governo corrotto e screditato e l’opposizione radicale ma portatrice di idee retrograde del FIS. E’ sintomatico che dove (per ragioni “storiche” o etniche, come in Cabilia) esisteva un buon radicamento del Fronte delle Forze Socialiste di Hocine Ait Hamed, (FFS), ed era esso ad assumere un ruolo credibile di partito di opposizione, l’avanzata del FIS è stata più contenuta.[iii]

In ogni caso il “trionfo del FIS” non corrisponde a una sua crescita significativa (ha anzi avuto un milione e mezzo di voti in meno rispetto alle amministrative del 1990) ed è stato assicurato da non più del 25% degli aventi diritto al voto.

Ci sono stati anche brogli (assai simili a quelli praticati per impedire la libertà di voto in alcune zone del nostro meridione) e pressioni illecite, che a volte hanno creato un regime di terrore nelle molte zone dove il FIS controllava gli organi di governo locale dopo la clamorosa vittoria di un anno fa.

Ma il dato del successo relativo del FIS resta. È anche inquietante che in molti casi la fine del voto delegato dalle donne al capofamiglia (che era stato introdotto proprio come concessione al FIS nel 1990, ed abolito alla vigilia di queste ultime elezioni in seguito a una forte campagna di molte organizzazioni femministe e laiche) non ha modificato troppo i risultati: non era il meccanismo elettorale, ma la subalternità imposta alla donna nella famiglia anche nel periodo immediatamente successivo alla vittoria della rivoluzione a determinare una delega rimasta tale anche senza meccanismi amministrativi; paradossalmente oggi ci sono più donne impegnate al fianco del FIS che nell’opposizione laica e nel FLN.

Il bilancio del “socialismo algerino”

L’essenziale è capire la ragioni della disfatta del FLN, che ricorda per alcuni aspetti il tracollo dei regimi dell’est, di cui aveva ricalcato non pochi aspetti, pur insistendo molto sull’originalità dell’esperienza del “socialismo algerino”. Il FLN aveva governato coprendosi col prestigio di una rivoluzione sempre più lontana e ormai mitica per le giovani generazioni, e spacciando per “socialismo” quel miscuglio di dirigismo statalista e di subordinazione al “capitalismo reale” (l’imperialismo europeo, non solo francese) che era divenuto particolarmente pesante per le masse più povere in seguito alle crescenti aperture al liberismo imposte dal Fondo monetario internazionale.

Il FIS nasce da una crisi interna del FLN; nel corso degli anni Ottanta, gran parte dei suoi dirigenti erano all’interno di una delle componenti storiche del FLN (quella cosiddetta “baathista”, conservatrice moderata) e se ne distaccano a partire dalla verifica della crescente impopolarità della politica economica concertata tra il FLN (diretto sempre più da una corrente liberista e filo-capitalista) e il Fondo monetario internazionale.

Il FIS si presenta come una forza di opposizione radicale e intransigente (facilitato paradossalmente dai riflessi di autodifesa del regime, che non ha trovato di meglio che arrestare i principali esponenti del Fronte), e facendo leva su un risveglio dell’identità islamica che aveva i suoi precedenti già nella stessa lotta di liberazione (quando ad esempio molte ragazze del FLN avevano riscoperto il velo in polemica con l’abbigliamento europeo delle frange collaborazioniste).

Tuttavia il FIS non ha precisato finora una proposta economica alternativa a quella governativa: ha parlato demagogicamente di eliminare le tasse e dar lavoro a tutti riducendo le spese militari e in genere statali ed eliminando i contributi ai partiti, ma ha evitato anche di criticare la politica di liberalizzazione imposta dal FMI. D’altra parte la sua base sociale, accanto ai diseredati raccolti col miraggio di una cambiamento radicale, è l’economia sommersa del piccolo commercio, del “trebendo” (il nome con cui viene definito il contrabbando rivela l’origine italiana), delle molteplici attività semilegali che riempiono i buchi di un sistema basato su megalomani impianti nel settore dell’industria pesante, ovviamente di scarsa utilità per la maggior parte della popolazione.

Il segreto dell’ascesa del FIS è nel fallimento politico non solo del FLN ma anche di tutti i tentativi di modernizzazione che combinavano nazionalismo e “socialismo arabo’’, dall’Egitto alla Siria, dall’Iraq allo Yemen. Nel caso algerino, da più di un decennio l’ideologia “socialista” copriva una dipendenza crescente dall’imperialismo occidentale.

In realtà, questo non è un tratto esclusivo di quei regimi ibridi. Le enormi “cattedrali nel deserto” volute da Boumedienne negli anni Settanta, e che dovevano essere finanziate col ricavato del petrolio, sono diventate il principale veicolo della dipendenza: il prezzo del petrolio è sceso, mentre anche solo per la manutenzione di quegli impianti inutili e costosi se ne andavano gran parte delle risorse del paese. La stessa industria petrolifera nazionalizzata doveva peraltro spendere gran parte del ricavato per procurarsi macchinari e tecnici a caro prezzo. Ma questo era accaduto nello stesso periodo per l’industrializzazione forzata della Polonia voluta da Gierek, puntando sugli sbocchi occidentali proprio alla vigilia della crisi degli anni Settanta, che aveva lasciato un pesante lascito di dipendenza dalle banche occidentali. E il “modello ungherese” aveva avuto in parte le stesse caratteristiche e lo stesso esito.

Negli anni successivi alla morte di Boumedienne, poi, il modello per l’Algeria era diventata la Romania di Ceausescu, con gli immensi investimenti “socio-culturali” o ricreativi che dovevano garantire il consenso delle masse prostrate da una terribile austerità per ripagare il debito contratto con l’Occidente.

Nel successo del FIS ha dunque pesato anche il riflesso del crollo dei regimi dell’est, in un contesto particolare che vedeva il permanere di un forte sentimento antioccidentale (facilitato da una conoscenza delle contraddizioni stridenti delle metropoli capitalistiche, grazie alla forte presenza di emigrati in Francia). Tutto questo ha permesso al FIS di giocare la carta decisiva: il fallimento del FLN è stato messo in conto ai modelli occidentale e sovietico, entrambi respingenti per le masse più povere, a cui viene viceversa presentato il miraggio di un “ritorno all’antica grandezza” attraverso la fine di ogni compromesso con ideologie estranee e l’osservanza rigorosa dei precetti dell’Islam, il cui abbandono avrebbe provocato la decadenza e la dipendenza.

Il fenomeno (che si presenta anche in gran parte delle repubbliche asiatiche dell’ex URSS) va tuttavia scomposto: il declino delle ideologie pseudo-socialiste, e l’assenza o estrema debolezza di ogni credibile alternativa a regimi impopolari lascia spazio a un’impetuosa rinascita del sentimento religioso. Rinascita, insistiamo, senza molta continuità col passato. È stato notato giustamente che il FlS non ha reclutato i giovani nelle moschee ma nelle piazze, nelle lotte contro il carovita del 1988, ad esempio, e poi li ha portati alla moschea.

Di questo risveglio religioso, ovviamente, approfitta anche il “clero” (anche se abbiamo già detto che il termine riferito all’Islam sunnita è improprio, come d’altra parte le stesse parole “integralismo” o “fondamentalismo”, mutuate dal mondo cristiano), ma soprattutto chi punta su questo cemento ideologico per creare e consolidare un forte movimento politico, oggi di opposizione, domani di governo.

Questo risveglio religioso è ambiguo, ma non necessariamente negativo, anche perché fortemente carico di valori “millenaristici” o “messianici” (usando ancora una volta abbastanza impropriamente termini presi a prestito dalla nostra cultura), di speranze di riscatto e di giustizia sulla terra. Altra cosa, naturalmente, l’utilizzazione mistificata e strumentale di un sentimento spontaneo da parte di gruppi che puntano al potere e non rifuggono dal presentarsi come portatori di giustizia e di eguaglianza anche mentre vengono finanziati dalla monarchia feudale dell’Arabia Saudita.

Nonostante tutto, perfino questa utilizzazione politica è di segno contraddittorio: basti pensare a come movimenti sicuramente influenzati e finanziati dall’Arabia saudita (non solo in Algeria, ma in Tunisia, in Marocco, nei Territori Occupati da Israele) abbiano finito per doversi impegnare a fondo contro la guerra imperialista nel Golfo, e quindi contro la stessa Arabia Saudita. In Marocco il movimento islamico è dovuto passare rapidamente, sotto la pressione della sua base sociale, da un atteggiamento ambiguo ad uno formalmente neutrale, per diventare poi la forza principale che ha costretto lo stesso re Hassan a ridurre a livello simbolico la partecipazione alla crociata imperialista contro l’Iraq.

[Per un aggiornamento sulla situazione algerina, e la precarietà degli equilibri costruiti alla fine della guerra civile, rinvio al recente Se riesplode l’Algeria, altro che caos libico... NdR]

Integralismo islamico e “socialismo reale”

Abbiamo già accennato ai riflessi della crisi dei regimi “socialisti” sullo sfacelo del regime algerino. Tuttavia le loro vicende ci interessano anche per un’altra ragione: soprattutto nella parte asiatica dell’ex URSS assistiamo a una rinascita islamica che a prima vista è ancora più sorprendente, dopo decenni in cui si assicurava che “l’oscurantismo del passato” era stato “sconfitto”, le moschee erano state ridotte a poche centinaia, i mullah e gli ayatollah rimasti venivano spesso usati quasi esclusivamente a fini propagandistici dal regime verso il resto del mondo arabo-islamico. E invece, dall’Azerbaigian all’Uzbekistan, assistiamo alla conversione in massa al nazionalismo e all’islam dei vecchi dirigenti “comunisti”, contestati a loro volta da altri movimenti più radicali che guardano all’Iran khomeinista come a un credibile modello alternativo rispetto all’Occidente (a cui si guarda di più - almeno per ora - nelle repubbliche baltiche e in quelle slave).

La bancarotta del regime che per alcuni decenni si è spacciato per “socialista” è stata tale che ben pochi (anche tra coloro che hanno tutte le ragioni per rimpiangerlo) osano manifestare la loro nostalgia per esso, e ha screditato l’idea stessa di socialismo. Breznev in questo ha una sua tardiva vittoria: è riuscito a convincere i suoi sudditi e gran parte del mondo che il suo regime era il “socialismo reale”, anzi l’unico socialismo realmente esistente e l’unico possibile; i suoi successori hanno contribuito a rafforzare quest’idea, cercando rattoppi che salvassero quel sistema, ed escludendo categoricamente qualsiasi alternativa basata sull’autogestione e la democrazia diretta dei lavoratori.

Ma anche il capitalismo, vagheggiato e sognato da gran parte dell’intelligencija e da un settore considerevole dell’apparato, si è rivelato alle prime esperienze tutt’altro che rassicurante e attraente per le larghe masse; la debolezza soggettiva delle forze che si battono per l’unica reale alternativa, per una ripresa della transizione al socialismo, fa apparire sempre più convincente il modello che sembra contrapporsi più
radicalmente alle due varianti dell’esistente. Già da un paio d’anni si era manifestata un’ondata di simpatia per l’Iran khomeinista in alcune zone dell’Unione sovietica, ma oggi il fenomeno sembra assumere dimensioni nuove e allarmanti per gli stessi dirigenti che cavalcano la tigre. Uno di essi, Mutalibov, già segretario del partito comunista dell’Azerbaigian e poi presidente nazionalista moderato ed osservante dei precetti dell’Islam, è già stato travolto dalla contestazione e si è dovuto dimettere. Inutile sottolineare l’apprensione con cui l’imperialismo Usa ed europeo seguono il rischio che la decomposizione dell’Urss dia luogo ad una o più repubbliche islamiche armate di missili nucleari... Una crisi analoga, non ancora risolta con un assetto stabile, ha investito anche il Tagikistan, provocando un gran numero di morti e un forte movimento di rifugiati nell’oggi relativamente più tranquillo Afghanistan.

Le analogie tra gli stati d’animo delle masse islamiche dell’Asia centrale sovietiche e quelle algerine sono probabilmente maggiori di quanto non potrebbe apparire a prima vista, soprattutto se si sottrare alla mitologia il rapporto tra quelle zone e il resto dell’URSS negli ultimi decenni.

Si potrebbe ad esempio prendere in esame il caso dell’Uzbezkistan: il progressivo degrado economico, ambientale, morale di quella repubblica ha spento da anni ogni fiducia nel regime. Basti pensare all’aumento vertiginoso della mortalità infantile, alla distruzione dell’agricoltura tradizionale per far posto a una monocultura a cotone che rende da sette a dieci volte meno dei frutteti distrutti e che richiede ogni anno più acqua, più concimi, più pesticidi, all’emergere di una vistosa ricchezza accumulata da pochi con attività criminali e arroccata in veri e propri fortilizi feudali (come nei primi tempi della glasnost era stato denunciato sulla stampa sovietica, prima che un pesante compromesso portasse prima Gorbaciov e poi Eltsin a stendere un velo di silenzio in cambio dell’appoggio dei dirigenti di quella repubblica).

Gli unici successi della vecchia nomenklatura, intrecciata da anni alla mafia e passata con disinvoltura da una proclamazione di ortodossia marxista-leninista al nazionalismo e all’intolleranza contro le minoranze etniche, riguarda la distruzione degli embrioni di opposizione politica laica e di ogni forma di pensiero marxista indipendente.

In quelle repubbliche il gruppo dirigente locale o l’opposizione che lo incalza guarda a seconda dei casi alla Turchia, all’Arabia Saudita o all’Iran, mentre il Tagikistan ha stabilito per un certo periodo rapporti con Israele. Al di là dei riferimenti politici e dei nuovi legami internazionali più o meno solidi, certamente il modello che incoraggia il personale politico che utilizza cinicamente il risveglio religioso islamico per imporre un regime ancor più autoritario di quello precedente è l’Iran khomeinista.

Tuttavia, la sinistra europea farebbe meglio a riflettere a lungo sulla sua vicenda, in genere largamente rimossa o sostituita da una demonizzazione razzista dei “barbari” fatalmente preda degli ayatollah: eppure l’Iran era un paese in cui negli anni Venti e Trenta era sorto, soprattutto nelle zone petrolifere, un movimento operaio relativamente forte e largamente influenzato dalla rivoluzione d’Ottobre. Furono le ripetute sconfitte (provocate in primo luogo dagli zig-zag della politica sovietica, che ad esempio sacrificò nel 1946 all’amicizia con lo scià e i suoi protettori imperialisti le repubbliche socialiste sorte nel Kurdistan e nell’Azerbaigian iraniano, e spinse per analoghe ragioni il Tudeh a non sostenere il tentativo antimperialista di Mossadeq) a indebolire la sinistra iraniana al punto di renderla del tutto incapace di svolgere un ruolo significativo nella rivoluzione che abbatté lo scià nonostante il suo potentissimo esercito.

Il vuoto fu riempito da altri: i religiosi sciiti, che esistevano da sempre, ma non avevano mai avuto in passato un ruolo politico significativo. Le persecuzioni degli ultimi anni del regime monarchico avevano trasformato soprattutto Khomeini in un martire e in un punto di riferimento.  Oggi che è più evidente il prezzo terribile che ha dovuto pagare il popolo iraniano (soprattutto le donne, ma non solo loro: pensiamo all’accanimento nella guerra contro il “piccolo Satana” di Bagdad...) per l’ideologia che faceva parte del bagaglio del gruppo integralista che assunse la guida della rivoluzione iraniana, sarebbe meglio riflettere sulle circostanze che ne hanno permesso la vittoria. Soprattutto perché in troppi paesi c’è chi tenta di ripetere l’esperienza.

Paradossalmente, le incognite maggiori vengono soprattutto dai paesi a maggioranza islamica dell’ex “socialismo reale”. In Urss una pesante discriminazione o vere e proprie persecuzioni hanno sospinto per anni l’Islam, più ancora di altre religioni, nella semi-clandestinità, rendendolo incontrollabile. Alla fine del periodo brezneviano le moschee aperte erano poco più di duecento in tutto il paese, e in esse operavano mullah screditati perché addomesticati come pappagalli del regime. Era vietato perfino possedere un Corano in lingua originale. Il risultato è stato che il bisogno religioso si è incanalato in rivoli sotterranei, nelle confraternite sufite, nei pellegrinaggi a tombe di “santi”, nella predicazione e nella lettura clandestina del libro sacro. Così oggi il movimento islamico in Urss è sostanzialmente sconosciuto e imprevedibile, e può riservare notevoli sorprese.

Il caso algerino e ancor più quello dell’Asia ex sovietica sono dunque di grande interesse, perché testimoniano di una crescita recente e fortemente radicata in una crisi politica e sociale, ma sono anche rivelatori di un atteggiamento irrazionale della sinistra nei confronti di questi fenomeni, fino al punto di considerare positiva la loro soppressione violenta con i carri armati, in Algeria, o di rimpiangere l’atteggiamento intollerante e persecutorio del breznevismo nei confronti di ogni religione incontrollata.

Quando si tratta dei paesi ex “socialisti”, in particolare per la Polonia o l’Ungheria, va detto che la sinistra italiana riesce ad indignarsi anche per l’integralismo cattolico. Ma sarebbe bene che non dimenticasse che, anche in quei paesi, la ripresa religiosa non è frutto del “destino cinico e baro” o di una fatale predisposizione: la Polonia era assai più laica e con un peso della Chiesa cattolica assai minore di oggi non solo al termine della seconda Guerra mondiale, ma anche durante la repubblica del 1918-1939.[iv]

L’attuale sprofondamento di quel paese nella barbarie clericale (con la soppressione del diritto all’aborto e tutte le altre manifestazioni di intolleranza di questi ultimi tempi) va messa nel conto non solo di chi impose a quel paese un regime che a nessun titolo poteva chiamarsi socialismo e che nessuno voleva, ma anche di una sinistra occidentale che rimase passiva dapprima di fronte allo stalinismo, e poi non tentò neppure di offrire una sponda e un punto di riferimento al movimento di opposizione.

Sarebbe bene ricordare che nell’unico congresso legale di Solidarnosc, nell’estate del 1981, le posizioni sostenute dalla gerarchia cattolica erano risultate minoritarie, e la prospettiva dominante era quella dell’autogestione operaia; è stata la combinazione tra il golpe di Jaruzelski e l’indifferenza della sinistra occidentale a gettare progressivamente il gruppo dirigente di Solidarnosc (che era nato dall’incontro tra le avanguardie operaie spontanee e l’opposizione marxista nel Poup) nelle braccia della gerarchia cattolica e dell’imperialismo.

(Segue)



[i][Boutros Ghali è stato a lungo ministro degli Esteri dell’Egitto, Tarek Aziz ha ricoperto la stessa carica nell’Iraq di Saddam Hussein, George Habbash era il leader del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, e Nayef Hawatmeh del Fronte democratico per la liberazione della Palestina, tutti e quattro erano cristiani. Difficile immaginare un islamico alla testa di un ministero di primo piano in un paese europeo. NdR]

 

[ii]Si veda a questo proposito l’ampio Dossier apparso sul n.31, gennaio 1993, di Bandiera Rossa , con scritti di René Dumont, Hélène Viken, Maurizio Peggio, Alessandro Aruffo e Antonio Moscato.

[iii]Altra cosa comunque è che il FFS possa realmente rappresentare quel ruolo di alternativa al regime che gli viene in genere attribuito dalla sinistra italiana e francese. In realtà il FFS ha approvato le misure di austerità e le privatizzazioni imposte dal FMI, che sono in ultima analisi all'origine del peggioramento attuale delle condizioni di esistenza delle masse algerine, analogamente a quanto abbiamo accennalo a proposito dell'Africa. Il suo leader, inoltre, appare ai giovani (oggi l’80% della popolazione ha meno di 25 anni) parte della vecchia leadership che ha guidato la rivoluzione ma ha fallito subito dopo nella costruzione di una società giusta e libera. Solo nelle regioni della Cabilia berbera dove Hocine Ait Hamed era stato un prestigioso dirigente locale e dove la sua emarginazione dal potere nel 1963 aveva lascialo un profondo risentimento, il FFS ha potuto assumere quel ruolo di opposizione di cui nel resto del paese il FIS ha praticamente il monopolio.

 

[iv]Si veda d'altra parte, a ulteriore conferma che il "totalitarismo" della Chiesa cattolica polacca è il frutto di processi storici recenti, e soprattutto del ruolo di unica opposizione (molestata ma legale) rimasta dopo la soppressione di tutti i partiti e di tutti i nuclei di opposizione potenziale nello stesso partito comunista, quanto si scrive nella nota successiva [nella seconda puntata di questo scritto, NdR] sulle tradizioni di tolleranza che caratterizzarono la Polonia per secoli.



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