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Zibechi: Il Venezuela al bivio

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Le elezioni parlamentari venezuelane di domenica 6 sono un crocevia per il paese, che può cominciare a trovarsi in una situazione complessa per l’inevitabile scontro tra il governo e l’opposizione se questa trionfa dopo 16 anni di egemonia chavista, ma anche per il continente, in cui i progetti di integrazione stanno perdendo smalto e attualità.

di Raúl Zibechi

Brecha, Montevideo, 4-12-2015

http://brecha.com.uy/

Negli ultimi dieci anni le riserve accertate di petrolio del Venezuela sono cresciute del 274%, passando da 80 miliardi di barili nel 2004 a 298 miliardi nel 2014. Sono aumentate di quasi quattro volte, trasformando il paese nella prima riserva mondiale di greggio, con quasi il 20% del totale planetario. Nello stesso periodo le riserve dell’Arabia Saudita sono aumentate solo dell’1%, a 267 miliardi di barili. Cioè, sono rimaste stagnanti. Il paese arabo ha smesso di essere la prima riserva del mondo, titolo che deteneva dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, per assestarsi al secondo posto. Le sue riserve rappresentano ora solo il 15% del totale globale. Ma tutto indica che la distanza tra i due paesi in testa alla classifica può aumentare ancora, perché mentre le scoperte di nuovi giacimenti sauditi sembra essere arrivata a un tetto, non è così nel paese caraibico.

Due misure

I dati precedenti confermano che il Venezuela si è trasformato nella nuova Arabia Saudita nella geopolitica del petrolio che, come è noto, è uno dei gangli essenziali in qualsiasi geopolitica. Insomma in un paese chiave nella distribuzione del potere mondiale presente e futuro. Qualcosa con cui non si gioca.

Gli USA hanno stabilito relazioni privilegiate con la monarchia saudita. Il 14 febbraio 1945 il presidente Franklin Roosevelt di ritorno dalla Conferenza di Yalta, si incontrò sull’incrociatore USS Quincy con il re Abdelaziz ibn Saud, discutendo con lui per diversi giorni. La chiave di quella riunione fu il petrolio: per sette decenni Riad ha fornito petrolio a Washington a prezzi inferiori a quelli di mercato, assicurando così la supremazia economica e politica della prima potenza mondiale. In cambio gli Stati Uniti non hanno mai chiesto alla petromonarchia quello che sono abituati a chiedere ad altri paesi, si intromise nella sua politica interna. Fino a oggi non ha mai chiesto elezioni democratiche, libertà di espressione o di riunione, il rispetto dei diritti umani. Al punto che l’Arabia Saudita è oggi, secondo un ricercatore francese, una specie di “Stato Islamico tollerato”. Washington ha fatto e fa finta di non vedere le restrizioni imposte alle donne (che non possono guidare un’auto, per esempio), o le più di mille frustate a cui è stato condannato un giovane per il suo blog, o le decapitazioni praticate come in nessun altro paese. Tanto meno a Washington si mette in discussione la guerra che l’Arabia Saudita porta avanti nello Yemen, di cui i media occidentali quasi non parlano.

Al contrario, la stessa geopolitica del petrolio è quella che ha spinto la Casa Bianca a non aprire bocca quando nel febbraio 1989 l’allora presidente Carlos Andrés Pérez, amico personale dell’ ex presidente del governo spagnolo Felipe González (oggi difensore degli oppositori in Venezuela) soffocò nel sangue a Caracas una sollevazione popolare contro un forte “aggiustamento” economico, con un bilancio di 300 morti e 2.000 desaparecidos. Va confrontata l’esposizione mediatica di ogni manifestazione contro il governo di Nicolás Maduro (che il dirigente del Psoe definisce “tirannia”), con l’atteggiamento dei media di fronte a regimi come quello saudita. La geopolitica del petrolio è una delle chiavi per capire l’esistenza di due pesi e due misure in ogni parte del mondo.

Alla deriva

Lo storico e saggista venezuelano Luis Britto García, schierato con il chavismo, osserva che “lo stesso presidente Maduro afferma che tra imprese fittizie e importazioni fantasma sono spariti 250 miliardi di dollari” dalle casse statali. E si domanda come ha potuto sparire una simile quantità di denaro senza la collaborazione di importanti funzionari incaricati della concessione di valute forti. “Sappiamo i nomi dei veri responsabili, e non solo di qualche sfortunato impiegato di basso rango? Li stiamo processando?” (Correo del Orinoco, 23-XI-15). Questo tipo di fatti, pensa, sarebbero rappresentativi dell’attuale situazione delle cose nella repubblica bolivariana. Britto García sostiene che molti amministratori “si sono arricchiti o beneficiano di redditi favolosi usando una riverniciatura bolivariana che nessuno gli aveva visto impiegare nei tempi duri, prima che Hugo Chávez arrivasse al potere, nel 1999. Compara anche le ricchezze accumulate da una minoranza “con la penuria, le code, e le seccanti procedure impossibili da superare che la burocrazia inventa per seminare funzionari e raccogliere corruzione”.

La corruzione e la burocrazia sono state, esattamente, alcune delle cause che hanno incrinato un processo che indubbiamente aveva avuto per le classi popolari venezuelane molto di positivo, sul terreno dell’accesso all’educazione, alla casa, alla sanità pubblica, e dell’empoderamiento (assunzione di poteri, di responsabilità, NdT). Se domenica riuscisse a vincere l’opposizione, come molti sondaggi prevedono, è probabile che torni a occupare le strade con azioni violente, e che di nuovo appaia la rivendicazione delle dimissioni di Maduro, come avvenne nelle giornate dell’inizio dell’anno scorso, che lasciarono 43 morti. E in questo scenario, ha osservato Britto, non si può escludere un “tentativo di golpe alla paraguayana”, ricorrendo alla maggioranza parlamentare che avrebbe l’opposizione per cacciare il presidente, il cui mandato invece si dovrebbe concludere nel 2018.

Il filosofo Roland Denis, che fu ministro della Pianificazione di Chávez nel 2002 e 2003, ha rotto con l’attuale maggioranza poco tempo fa (1), ma continua ad avere fiducia nelle organizzazioni popolari, su cui scommette come alternativa per il futuro. Crede possibile un successo dell’opposizione per un voto punitivo a cui potrebbe ricorrere una parte della popolazione, stanca per l’inefficienza del regime.

Ma Denis ritiene che l’opposizione soffra dello stesso male del governo, dato che i suoi dirigenti “vivono da parassiti approfittando della rendita petroliera nazionale”. “Il ‘socialismo’ dei privilegiati del dollaro a buon mercato ha reso molto più ricchi quelli che già sono ricchissimi, senza la necessità di toccare un solo pulsante produttivo”, sostiene (Aporrea, 26-XI-15). Se il chavismo fosse sconfitto domenica, è possibile che “comincino le privatizzazioni a destra e sinistra”, o che si debba lamentare la formazione di un governo “che applauda i genocidi a Gaza”, ma in generale “cambierà solo la correlazione di forze tra le elites dominanti, senza che questo significhi molto di più dal punto di vista degli orizzonti concreti del paese che oggi abbiamo”.

In ogni modo, non sarà facile che il chavismo esca di scena. È una forza poderosa, organizzata e decisa a difendersi. Ha nuclei territoriali abbastanza potenti per poter resistere e reinventarsi. Conta, inoltre, sull’appoggio di una parte delle forze armate e di settori non disprezzabili dell’apparato statale, e soprattutto continua a godere della simpatia di un settore importante della società.

Ripercussioni regionali

Dove non c’è dubbio che si possano sentire ripercussioni di una sconfitta del chavismo è a livello di una regione che già è stata colpita dalla paralisi dei suoi principali progetti di integrazione. Con il trionfo di Mauricio Macri a Buenos Aires, l’alleanza Argentina-Brasilel’unica capace di spingere verso l’integrazione regionaleè rimasta di fatto disarticolata. Il governo di Dilma Rousseff è paralizzato e se per giunta trionfa l’opposizione in Venezuela si può prevedere che il progressismo avrà perso completamente l’iniziativa che aveva avuto nell’area da quando nel 2003 Néstor Kirchner e Luiz Inácio Lula da Silva firmarono il “Consenso di Buenos Aires” con il preciso obbiettivo di “intensificare la cooperazione bilaterale e regionale”, cercando di trasformare la regione in un polo di potere non tutelato dagli Stati Uniti.

Ora che il pendolo della storia oscilla verso destra, può essere un buon momento per riflettere su quello che si è fatto male, o non si è fatto, quando i rapporti di forza erano favorevoli. L’integrazione non si è realizzata perché nessuno dei paesi interessati ha fatto il necessario per cercare la complementarietà produttiva, cosa che si poteva fare soltanto uscendo, anche se in modo cauto, dal modello estrattivo che trasforma le economie della regione in esportatrici degli stessi prodotti verso gli stessi paesi. Le dichiarazioni, per ben intenzionate che siano, non trasformano le realtà.

Futuro

Per uscire dal chavismo si presentano due strade: la prima, come osserva Denis, sarebbe un patto al vertice, tra elites, una specie di nuovo “Punto Fijo” simile a quello che concordarono nel 1958 i grandi partiti venezuelani dopo la caduta della dittatura di Pérez Jiménez; un patto che assegni parcelle di potere agli uni e agli altri. Sarebbe la via di uscita meno dolorosa, e radicata nella storia del paese.

Ma ci sono quelli che scommettono su uno scenario di violenza e di confusione, qualcosa che potrebbe portare il Venezuela sulla strada del Messico o di certi paesi del Medio Oriente. Esagerato? Probabilmente no, se si tiene conto che la posta in gioco è la prima riserva mondiale di petrolio, una merce per cui sono state sacrificate milioni di vite nell’ultimo mezzo secolo.

Nota

1) Nella sua nota “Adiós al chavismo”, dello scorso settembre, Roland Denis ha scritto: “L’addio al chavismo è l’addio a uno straordinario sogno che di fronte ai nostri occhi si è trasformato in un incubo, in una specie di maledizione a cui tutte le tendenze che si dicono rivoluzionarie propongono giorno per giorno una via d’uscita; alcune più principiste, altre più pragmatiche; altre coraggiosamente si staccano dalla direzione politica ufficiale. Ma questo sta ugualmente perdendo sempre più senso, ogni giorno, dal momento che il chavismo ha già smesso di avere senso”.


 Ripreso da Correspondencia de Prensa - Boletín Informativo- Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. di Montevideo

(a.m.4/12/15)



Tags: Venezuela  Denis  Britto  

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