Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> L’integralismo islamico e la questione palestinese

L’integralismo islamico e la questione palestinese

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Questo è il secondo stralcio dal capitolo dedicato alla crescita dell’integralismo nel mio libro Libano e dintorni, in particolare le pp. 67-80. Il libro, lo ricordo, è del 1993, ma non mi sembra superato. Di nuove tragedie in questi trenta anni naturalmente ne abbiamo visto molte, e non a caso oggi si ripropongono di nuovo (a volte senza una continuità diretta per la profonda rottura generazionale) le stesse forme di lotta di cui parlavo allora (ad esempio la cosiddetta “Intifada dei coltelli”…

Ovviamente potevo aggiungere qualche cosa, ad esempio un paragrafo sulla pericolosa chiave di lettura nazionalista e sciovinista che ha interpretato per molti mesi la tragedia della Grecia solo come frutto della perfidia della cancelliera tedesca, finendo per non capire che lo strangolamento della Grecia era una scelta logica di tutto il capitalismo europeo e dell’apparato politico che lo rappresenta. Ma i criteri interpretativi restano validi. E naturalmente si poteva parlare del prevedibile frutto europeo del clima di guerra... Ma del successo delle Le Pen parleremo più ampiamente nei prossimi giorniComunque mi scuso con quelli che avevano letto a suo tempo questo testo.

D’altra parte chiedo un po’ di comprensione per il mio atteggiamento, che vorrei spiegare meglio: quando cerco di rispondere alle campagne di intossicazione di massa, prima di scrivere, vado a vedere quanto avevo pubblicato io stesso sull’argomento nel corso di cinquanta anni. Se verifico che avevo già affrontato decentemente quel tema a suo tempo, mi pare logico riutilizzare quei testi, tanto più che si tratta di lavori storici.

Ammetto anche che mi scoraggia un po’ il dover ricominciare sempre daccapo, avendo verificato la scarsa efficacia delle mie battaglie. Questo vale ancor più per la storia dello stalinismo, a cui ho dedicato la maggior parte dei miei libri: è impressionante scoprire che una discreta quantità di sciagurati che ignorano tutto delle tragedie che hanno distrutto il movimento operaio e hanno portato all’implosione dell’URSS oggi riempiono Face book di ritratti di Stalin o di apologie del Gulag. Aiutati in questo dalla superficialità e dall’ambiguità dei partitini che aspirano a rappresentare la sinistra o il “comunismo”.[1]

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Questo testo va letto possibilmente tenendo presente il precedente, Dopo la strage di San Bernardino: una verifica inquietante ,  e altri articoli di riflessione usciti di recente sul sito, come Gli Stati imperialisti si dividono i compiti ma il DAESH si rafforza  e RoussetSabado: Le nostre responsabilità di fronte al terrore 

(a.m.7/12/15)

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Perché si rafforzano Hamas e la Jihad tra i palestinesi

 

Analogamente a quello che è accaduto in Algeria, dove il FIS ha reclutato i giovani nelle piazze nelle manifestazioni contro il carovita e il governo, e solo successivamente li ha legati con il cemento religioso, riempiendo le moschee, anche la crescita e l’aumento progressivo del ruolo politico delle organizzazioni islamiche nei Territori Occupati da Israele va analizzato alla luce delle difficoltà e della perdita di credibilità della politica dell’OLP.

Le due organizzazioni Hamas e Jihad sono nate di recente, e si sono sviluppate impetuosamente soprattutto negli ultimi anni. Hanno conquistato posizioni sempre più forti tra tutti gli strati della popolazione, anche e soprattutto tra quelli più colti e benestanti. Candidati chiaramente legati ad esse hanno ottenuto la maggioranza nelle elezioni degli organi direttivi delle associazioni dei farmacisti, degli avvocati, ecc. in diverse città dei Territori Occupati. Tra i 413 deportati da Israele nella fascia di sicurezza al confine col Libano, ci sono ad esempio 15 medici, 17 professori universitari, 12 fisici, 14 ingegneri, 5 giornalisti, 37 uomini d’affari, 109 laureati, 88 studenti universitari. Il vero cemento tra di loro è politico, e non religioso: tra l’altro le attività organizzate nel campo sono prevalentemente di studio e di discussione, mentre le preghiere sono recitate nella forma abbreviata detta del “viaggiatore”.

Hamas ha d’altra parte stretto rapporti privilegiati con le due organizzazioni più laiche dell’OLP, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, caratterizzate entrambe dalla presenza di una componente marxista e della provenienza religiosa cristiana dei loro massimi esponenti, George Habbash e Nayef Hawatmeh.

Naturalmente il fattore religioso in questa convergenza conta pochissimo. Di fronte alla paralisi della direzione dell’OLP, che aveva scelto di puntare esclusivamente sulle trattative rinunciando a una tattica di riserva, e che si era illusa che dopo la Guerra del Golfo l’amministrazione Bush avrebbe imposto a Israele un compromesso dignitoso, l’opposizione interna ha ripreso nel corso del 1991 e del 1992 l’iniziativa autonoma, creando una direzione unificata del FPLP e del FDLP, che a più riprese ha anche fatto comunicati congiunti con Hamas. Insieme ad essa, ad esempio, la direzione unificata del FPLP e FDLP ha proclamato per il 23 settembre 1992 uno sciopero generale che ha avuto in diverse zone un certo successo.

Non c’è dubbio che questo fronte comune delle opposizioni alla direzione moderata dell’OLP ha aspetti contraddittori.

Tra quelli positivi c’è senza dubbio l’attrazione esercitata su altre piccole organizzazioni palestinesi sorte negli anni passati da scissioni di Al Fatah nei momenti in cui la sua linea appariva meno convincente. Esso quindi contribuisce a ridurre la frammentazione delle organizzazioni palestinesi più radicali.

Inoltre il delinearsi di un’alternativa, di una prospettiva diversa da quell’attesa di un’improbabile buona volontà israeliana che caratterizza l’attuale direzione dell’OLP, riduce il rischio che la volontà di lotta di una parte significativa del popolo palestinese si disperda in mille focolai della cosiddetta intifada dei coltelli (cioè l’attacco individuale a un israeliano scelto a caso, impugnando un coltello da cucina o strappandone uno dal bancone di un macellaio).

Naturalmente non sta a noi decidere quale forma di lotta devono adottare i palestinesi, non sta a noi dare lezioni di strategia o di tattica e non c’è dubbio che la nostra solidarietà alla causa palestinese e alla stessa OLP non è condizionata dalle forme di lotta che sceglie in un determinato momento. Non si può non apprezzare la scelta tattica del Comando dell’Intifada di autolimitare le forme di lotta violenta per un determinato periodo, allo scopo di porre l’opinione pubblica mondiale e anche israeliana di fronte a tutte le sue responsabilità. Tuttavia quando una tattica non da’ frutti per un lungo periodo e la gente comune perde le speranze riposte in essa, possono riesplodere altre forme di lotta, a volte solo come sfogo individuale della rabbia e della disperazione di fronte all’ingiustizia trionfante.

Comprendiamo la logica che spinge una ragazza palestinese a sferrare a caso due coltellate a due studenti della scuola rabbinica da cui presumibilmente era partita la bomba lanciata nel mercato palestinese di Al Ram. Comprendere tuttavia non vuol dire giustificare; non è possibile per noi condannare, sapendo quale violenza quotidiana e al tempo stesso pluridecennale è all’origine di questi gesti, ma non è neppure possibile approvarli. Non è solo perché è probabile che le vittime della ritorsione siano del tutto estranee all’attentato, ma perché ogni volta che un giovane palestinese ricorre a gesti individuali disperati, oltre a pagare quasi sempre con la vita, innesca un meccanismo che indebolisce la causa per cui lotta, perché aumenta la coesione della società israeliana e facilita la campagna condotta da tanti (a volte neppure sionisti) in difesa di una “Israele minacciata di sterminio”.

Ma appunto, se non si deve approvare o condannare, ma solo comprendere, bisogna anche domandarsi quali sono le nostre responsabilità. Sono tante; in primo luogo si è fatto troppo poco per andare al di della generica solidarietà (che per giunta viene “concessa” di solito soprattutto ai palestinesi come “vittime”.

Non si è neppure riusciti a contrastare adeguatamente la massiccia campagna di demonizzazione della causa palestinese, denunciata come “terrorista” proprio da chi sostiene incondizionatamente uno Stato di Israele che - da quando esiste - ha sempre avuto nei suoi governi personaggi che erano stati responsabili di gravi atti di terrorismo (non solo antipalestinese; pensiamo all’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite Folke Bernadotte e a tanti altri).

Dall’isolamento e dalla sfiducia nella possibilità di una soluzione politica e diplomatica nascono le scelte individuali esasperate, non meno che l’adesione all’estremismo e all’integralismo islamico. Lungi dal voler demonizzare quest’ultimo, o dall'identificarlo con ogni gesto di vendetta e di ritorsione violenta, non ci si può nascondere che nella specifica realtà palestinese indubbiamente una sua ulteriore crescita potrebbe dividere il movimento di liberazione su base religiosa e culturale; ad esempio suscitando comprensibili preoccupazioni tra le ragazze cristiane o in genere emancipate delle città, che non gradirebbero certo di vedersi imporre abiti lunghi e velo, e magari di essere denunciate come adultere per i propri costumi relativamente più liberi.

Un ulteriore successo degli integralisti islamici nei Territori occupati avrebbe d’altra parte come prevedibile ripercussione un ricompattamento degli israeliani (e degli stessi ebrei della diaspora) di fronte alla nuova minaccia. Non è un caso che per tutta una fase, prima dell’intifada, gli occupanti israeliani abbiano riservato un trattamento di favore alle organizzazioni integraliste, pensando di trame vantaggio sia indebolendo l’OLP, sia appunto rafforzando la sensazione di pericolo su cui è nato e si è consolidato il sionismo.

 

Gli altri integralismi...

 

Mentre l’integralismo islamico viene denunciato con forza ma con scarso rigore, attribuendogli perfino costumi o politiche di cui non è assolutamente responsabile, il silenzio più profondo copre altre manifestazioni di integralismo nella stessa regione ed altrove. Ai giorni nostri, in primo luogo quello ebraico (che è cosa diversa dalle stesse correnti di destra e di estrema destra sioniste, ma pesa più di esse nella politica dello Stato di Israele), e poi l’integralismo e il confessionalismo che i cristiani maroniti hanno difeso nel Libano con ogni mezzo, comprese le armi delle formazioni falangiste.

D’altra parte in quella regione il confronto tra le tre grandi religioni monoteistiche, alla vigilia dell’età moderna, è stato inaugurato dalle crociate, la più clamorosa manifestazione di intolleranza religiosa, che pur avendo motivazioni reali assai materialistche (tanto è vero che i crociati non disdegnarono di conquistare la cristianissima Costantinopoli), furono preparate con una campagna di fanatismo che si tradusse in tremende stragi di musulmani e di ebrei (questi ultimi, prima che a Gerusalemme, erano stati massacrati già durante il viaggio dei crociati lungo la valle del Reno, a Praga, e in molte altre città).

Un ultimo dato, completamente ignorato dai mass media interessati a demonizzare l’Islam, è che per molti secoli gli ebrei cacciati dall’intolleranza dell’Europa cristiana si sono rifugiati prevalentemente nell’Oriente islamico, dove (alla pari dei cristiani) trovavano la possibilità di mantenere costumi e religione, in cambio del pagamento di una tassa più o meno simbolica, la Dhimma. Molti ebrei raggiunsero posizioni di primo piano nella corte ottomana, in varie epoche.[2]Peraltro pochissimi degli ebrei che si recavano nella parte orientale del Mediterraneo si installavano in Palestina, anche se sollecitati (ad esempio da José Nasi, un “marrano” di origine portoghese, divenuto alla metà del Cinquecento uomo di fiducia del sultano, e nominato duca di Naxos e di Tiberiade, nonché candidato alla corona del regno vassallo di Cipro).

 

L’integralismo ebraico

 

L’integralismo ebraico è diventato nel corso degli ultimi decenni sempre più forte e pericoloso, non solo perché i partiti “religiosi” sono da tempo indispensabili ad ogni coalizione di governo in Israele, ma anche perché le motivazioni religiose dell’occupazione della Palestina sono diventate sempre più necessarie, una volta verificata l’inconsistenza della convinzione dei primi sionisti (effettivamente laici, atei o indifferenti) che quella sarebbe stata una terra senza un popolo per un popolo senza terra.

Così, a mano a mano, l’argomento religioso (e privo di qualsiasi fondamento razionale) del “ritorno” su una terra “concessa da Dio ai propri padri” è diventato fondamentale. L’infondatezza è dovuta a molti fattori: a) la maggior parte degli ebrei europei giunti in Palestina non ne erano originari, perché discendenti di popolazioni convertite all’ebraismo nel Medioevo; b) molti altri gruppi di ebrei, tra cui la maggioranza di quelli palestinesi o nordafricani, si erano invece convertiti nella stessa epoca al cristianesimo e poi all’Islam; c) la maggior parte degli ebrei della diaspora (all’origine della diffusione della loro religione in Europa) non erano stati deportati dalla Palestina con la forza dai romani (quella deportazione riguardava, come sempre nell’antichità, la fascia superiore della popolazione), ma se ne erano allontanati vari secoli prima nel quadro di una normale emigrazione per ragioni economiche, analoga a quella di molti altri popoli.[3]

La lettura intollerante e persecutoria dell’ebraismo si riallaccia a una
tradizione arcaica, che rappresenta uno dei volti di questa religione: ad esempio, al tempo dei Maccabei troviamo una esplicita pretesa esclusivista che arriva all’imposizione della circoncisione a chi ha abbandonato la “vera religione’’, in contrasto con l’universalismo dei Profeti (analogamente a come nel cristianesimo troviamo l’Inquisizione e le crociate, ma anche Francesco d’Assisi, Giovanni XXIII ed Ernesto Balducci).

L’integralismo ebraico, che non identifichiamo tout court con le organizzazioni di estrema destra fascisteggiante sorte al suo interno e ai suoi fianchi (e specializzate nelle aggressioni fisiche ai palestinesi per cacciarli dalla “terra promessa”), non si manifesta solo nei confronti degli arabi musulmani o cristiani, ma anche e soprattutto contro la maggioranza dei cittadini israeliani, non credenti o almeno non praticanti, o legati ad interpretazioni diverse dell’ebraismo (come i già ricordati Falashà di origine etiopica).

Ad esempio, viene imposto il rispetto del riposo sabbatico anche agli appartenenti ad altre religioni e ai tanti non praticanti, attraverso il divieto di circolazione per i servizi pubblici, aerei della ELAL compresa (ma con l’eccezione per aerei ed elicotteri militari, carri armati ed autoblindo, ecc....). I matrimoni in Israele devono essere religiosi, e quindi sono impossibili matrimoni misti, mentre alcuni precetti religiosi vengono imposti anche agli atei (ad esempio chi si chiama Coen o Levi viene considerato discendente dalla tribù destinata al sacerdozio, a cui è vietato il divorzio, indipendentemente dal fatto che pratichi o meno la religione ebraica).

Aspre polemiche sull’insegnamento religioso nelle scuole statali, ecc., sono provocate periodicamente dalle pretese dei partiti religiosi, forti
del loro ruolo di ago della bilancia nelle coalizioni governative.

 

L’integralismo cristiano

 

In realtà, proprio chi pretende di parlare in nome della cultura cristiana ha meno di altri il diritto di condannare in blocco l’Islam come integralista: il cristianesimo non è certo solo integralismo, ma agli occhi di molti popoli si è presentato con il volto dei missionari che accompagnavano i conquistatori (500 anni fa) o che li precedevano (un secolo fa), con la pretesa di essere i rappresentanti dell’unica vera religione. Gli argomenti religiosi sono stati largamente usati (come parte di una più generale pretesa di essere i portatori della civiltà contro i barbari) per giustificare il colonialismo.

Il martellamento di questi argomenti, soprattutto nel secolo dell’imperialismo, ha fatto perdere coscienza del fatto che caso mai, 500 anni fa, eravamo noi i barbari: basterebbe confrontare lo stato delle principali città europee nel ‘400 con quello di Bagdad o Damasco, o delle grandi città della Cina, dell’India, del Messico e persino dell’Africa (ancora nel ‘600 Timbuctu veniva paragonata dai rari visitatori europei all’allora fiorentissima Amsterdam).

Ma senza ritornare ai tempi delle crociate, o della conquista delle “Americhe” (come le chiamiamo con significativo disprezzo per l’identità dei popoli che vivevano in quel continente), di manifestazioni di integralismo cristiano e di discriminazione nei confronti dei non credenti o dei non praticanti ne troviamo non poche anche ai giorni nostri. In Polonia oggi la chiesa cattolica è riuscita ad imporre con la legge il divieto dell’aborto anche ai non credenti o a chi comunque non seguiva i precetti cattolici, ma il caso è tutt’altro che isolato: accanto all’Irlanda, in cui il divieto è rimasto sempre operante, ci sono molti altri paesi (compreso il nostro) a maggioranza nominale cattolica dove periodicamente la gerarchia cattolica (alleata con conservatori di ogni genere) torna all’attacco per reintrodurre almeno pesanti limitazioni al diritto di aborto, o per cancellare l’istituto del divorzio (salvo poi concedere ai suoi fedeli le più bizzarre e inverosimili cause di annullamento del matrimonio attraverso il Tribunale della acra Rota).

Ma non si tratta di un’esclusiva cattolica: negli Stati Uniti è proprio negli ambienti del fondamentalismo protestante che si è a più riprese sviluppato il movimento per escludere dalle scuole l’insegnamento delle teorie evoluzioniste, perseguitandone i fautori e imponendo con l’autorità il dogma creazionista.

 

Intolleranza e razzismo

 

Nell’età dell’imperialismo compare una nuova forma di intolleranza: il razzismo. Il fenomeno è nuovo (nell’antichità non potevano esserci pregiudizi di razza, perché non c’era il concetto di razza), ma utilizza stereotipi antichi, in genere di origine religiosa. La forma più grave e sconvolgente (anche perché si sviluppa nel cuore dell’Europa) è l’antisemitismo, ma dove mancano gli ebrei si utilizzano altri capri espiatori (nel Caucaso gli armeni, in molte zone dell’Oceano Indiano i cinesi, ecc.). Negli Stati Uniti il razzismo accompagna e giustifica la cacciata dalle praterie e poi lo sterminio degli abitanti originari, e lo stesso accade in Argentina, in Nuova Zelanda, in Tasmania.

Il razzismo, allo scopo di dividere la popolazione all’interno di un paese, fa leva su diversità visibili (il colore della pelle, costumi particolari, ecc.) o proprietà immaginarie attribuite al diverso, come un’insaziabile potenza sessuale che “minaccerebbe le nostre donne” (attribuita agli ebrei non meno che ai negri). Spesso ai “diversi” vengono addebitate inverosimili pratiche religiose come l’assassinio rituale di bambini cristiani attribuito agli ebrei fin nel XX secolo, in Russia, in Polonia, in Grecia (lo stesso crimine che i pagani attribuivano ai cristiani nel III secolo!). Molti italiani sono convintissimi che gli “zingari” rapiscano i bambini, non si sa poi perché, visto che ne fanno essi stessi in gran numero.

Accanto al razzismo vero e proprio, ed assai affini per scopi e metodologie, ci sono altre forme esasperate di “etnismo essenzialista”, come le ha definite Maxime Rodinson, che sono divenute particolarmente virulente negli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale. Si pensi all’odio forsennato contro i tedeschi instillato nella parte meno cosciente della popolazione francese, e viceversa, o l’identificazione fatta dagli sciovinisti tedeschi (socialdemocratici inclusi) della guerra imperialista con la missione di salvare la civiltà europea dalla “barbarie dell’orso russo” (non solo tra il 1914 e il 1917, ma anche dopo che la rivoluzione di febbraio aveva trasformato l’impero zarista in una democrazia).

 

L’addestramento all’intolleranza con il “tifo negli stadi”

 

Di simili esercitazioni al fanatismo ne conosciamo parecchie: un esempio da manuale è quello della tragedia nello stadio di Heysel in Belgio. Non solo c’erano gruppi fascisti nelle tifoserie della Juventus e del Liverpool, ben visibili grazie alle bandiere con la svastica mimetizzata (quello che da noi è il simbolo di Ordine nuovo), ed entrambi responsabili delle violenze iniziali, ma quando il crollo della tribuna ha trasformato in catastrofe l’incidente, travolgendo casualmente un gruppo di sportivi italiani estranei agli scontri, tutta la stampa italiana ha presentato l’episodio come frutto della barbarie britannica e c’è stato chi ha riesumato lo slogan fascista della perfida Albione.

Non è un caso che i fascisti reclutino abbondantemente nelle tifoserie arrabbiate, e che ne siano spesso i promotori. Il fanatismo sportivo è preoccupante non solo quando è apertamente sciovinista nel caso delle partite internazionali (si pensi alle orge di bandiere tricolori in occasione dei mondiali, che hanno sventolato per mesi su moltissime case ed edifici pubblici, prescindendo dal reale valore della squadra italiana), ma anche quando contrappone irrazionalmente una città all’altra, portando a incredibili conflitti intrecciati di insulti presi dalla terminologia razzista: “baresi ebrei” è stato a lungo scritto nella stazione ferroviaria di Lecce, mentre a Bari si rispondeva “leccesi ebrei”.

Altre volte si definiscono “lebbrosi” o “AIDS” o “marocchini” o “africani” i tifosi della squadra opposta, quando non si inneggia apertamente ai forni crematori. Ma il guasto è già nel fanatismo in , nel considerare la propria parte la migliore e attribuire all’avversaria ogni male fisico e morale.

È ovvio che non tutte le tifoserie sono “fasciste” ma certo sono un buon terreno di addestramento e di reclutamento. Il fatto che gli insulti all’avversario siano sempre più carichi di valenze razziste, non è solo un riflesso spontaneo dell’arretratezza culturale dei tifosi, ma un tassello del mosaico che tenta di ricostruire un clima favorevole a una ben più decisa involuzione reazionaria. Le uniche proteste sono venute da alcuni giocatori, in particolare da quelli come Gullit che sono toccati due volte, per il colore della pelle e le loro idee democratiche (la solidarietà internazionalista manifestata più volte ai movimenti di liberazione), mentre la maggior parte dei presidenti delle società calcistiche minimizzano o fingono di ignorare il fenomeno.

 

La “ricolonizzazione” e le debolezze della sinistra

 

Oggi la ripresa degli stereotipi razzisti, a partire da una pretesa “missione civilizzatrice dell’Occidente’’, prima nel Golfo e nel Medio Oriente, poi in Somalia e in altre parti dell’Africa, è ancora più inquietante perché fa trasparire progetti bellicistici di “ricolonizzazione“ del mondo. Quel che è più pericoloso è che ci sono ritardi e debolezze anche di parte della sinistra, non solo e non tanto nel valutare questo progetto, quanto nel liberarsi dalle scorie di una troppo lunga assuefazione al linguaggio e alla mentalità delle classi dominanti. Non mancano esempi di accettazione, a certi livelli, dei pregiudizi nei confronti di altre culture e religioni suggeriti dai mass media di regime, o ricalcati su di essi, sia pur rovesciandoli.

Un esempio di questo rovesciamento apparente, che ripropone un metodo scorretto, è l’utilizzazione di argomenti antisemiti o antiebraici da parte di certe frange della sinistra nella battaglia contro il sionismo. Ad esempio si parla di “finanza mondiale ebraica”, di un “controllo ebraico della stampa”, o si cercano le premesse delle repressioni contro i palestinesi in alcune frasi (effettivamente intolleranti) di quei libri sacri che pure fanno parte integralmente, col nome di “Antico Testamento”, della stessa “Bibbia” cristiana.

Si finisce così per accettare un metodo sciagurato, attribuendo a un popolo (o a una religione) la colonizzazione sionista della Palestina, che ha invece cause materialisticamente fondate nei rapporti di proprietà e di produzione dell’età dell’imperialismo. Si attribuisce agli “ebrei” in genere un movimento che rimase per molti decenni (dal 1882 agli anni Trenta e Quaranta) estremamente minoritario nelle stesse comunità ebraiche dell’Europa centro-orientale dove aveva avuto origine, mentre era stato pressoché ignorato da quelle inserite nel mondo islamico fino alla creazione dello Stato di Israele e alle prime guerre arabo-israeliane. Il sionismo, lungi dal rappresentare una “manifestazione dell’ebraismo”, è invece un prodotto indiretto e speculare dell’antisemitismo, e purtroppo è ben lungi dal rappresentare un caso particolare e isolato.[4]

Parafrasando Bebel, che definiva l’antisemitismo come il socialismo degli imbecilli, si direbbe che oggi riaffiori, malamente camuffato da “antisionismo”, come antimperialismo degli imbecilli.

 

Il lascito dello stalinismo

 

Molti di questi atteggiamenti rappresentano un’inconscia eredità di un passato non troppo lontano. L’URSS staliniana, ad esempio, dopo aver sottovalutato a più riprese (tra il 1929 e il 1933, ma ancor più tragicamente tra il 1939 e il 1941) la pericolosità del nazismo, e dopo aver per questo pagato un prezzo terribile con il primo anno di guerra (catastrofica per l’impreparazione dovuta anche al rifiuto di raccogliere i molteplici avvisi di allarme), trasformò la resistenza in “Grande guerra patriottica”, ispirandosi soprattutto alla lotta di Alekandr Newskij contro i cavalieri teutonici o di Suvorov contro Napoleone.

Non solo l’URSS ma anche i partiti comunisti più direttamente legati ad essa, soprattutto nei paesi dell’Europa centro-orientale, caratterizzarono così la guerra più come antitedesca che antifascista. Una delle conseguenze immediate furono le violenze subite dalla popolazione civile tedesca al termine della guerra, dagli stupri in massa alla spoliazione di beni personali, dalla cacciata dalle case e dalle terre in cui vivevano da molte generazioni all’imposizione di durissime riparazioni per i danni di guerra.

L’assurdo fu che si fecero pagare le colpe di Hitler anche a quella parte del popolo tedesco che non ne era corresponsabile (anzi ne era stata anch’essa vittima) e soprattutto a quelli che si erano recati a est sperando di poter realizzare il sogno di decenni, costruendo una società socialista su un pezzo di terra tedesca. Perché, assurdamente, i danni di guerra li ha pagati durissimamente solo la Germania orientale, mentre gli imperialisti accordavano aiuti consistenti per la ricostruzione dell’economia della Germania occidentale.

Questo fu all’origine dell’enorme squilibrio economico tra le due Germanie, e di quel flusso migratorio che portò milioni e milioni di tedeschi a fuggire verso ovest, e del terribile anticomunismo della Repubblica federale tedesca (mentre nelle prime elezioni parziali del 1945-1946 in diverse città occidentali come Amburgo, Brema, ecc. il partito comunista aveva ancora avuto percentuali del 10-15%).

Ma la conseguenza più tragica fu anche che nei paesi del cosiddetto “socialismo reale’’ si abituò la gente a ragionare in termini di colpe collettive di un popolo. Allora era soprattutto “il tedesco’’, ma durante e dopo la guerra Stalin fece deportare in blocco anche interi popoli del Caucaso, nonché i Tedeschi del Volga (che risiedevano in quella regione da due secoli ed erano stati un baluardo della rivoluzione durante la guerra civile), o i Tatari di Crimea, introducendo un criterio di responsabilità collettiva di un popolo per le colpe vere o presunte di alcuni suoi membri, criterio che ha terribili analogie con la mentalità nazista.

Così, anche se l’antifascismo era sancito dalle costituzioni, in quei paesi si alimentava una mentalità xenofoba pericolosissima (anche con l’ossessione del complotto esterno, che giustificava la diffidenza verso ogni straniero). Di fronte al crescere del malcontento e delle contestazioni interne ricorrenti, si ricorse poi apertamente all’antisemitismo (ipocritamente ribattezzato antisionismo, mentre le sue vittime avevano solo la colpa di una lontana origine ebraica, ed erano comunisti da una vita). Si cominciò con il processo al segretario dei PC cecoslovacco Slanski e ai suoi presunti “complici” (di 11 imputati su 14 si sottolineava che erano ebrei) e con il cosiddetto “complotto dei camici bianchi”, che riesumava in URSS la vecchia calunnia antiebraica dei “medici assassini”.[5]

Negli anni Sessanta si arrivò alla pubblicazione di scritti apertamente antisemiti, soprattutto in Ucraina, e alla ristampa del testo base dell’antisemitismo I protocolli dei saggi di Sion in una tipografia dell’Armata Popolare in Polonia. Lo scopo era creare un diversivo, scagliare gli oppositori meno maturi non contro la burocrazia nel suo insieme, ma contro quella sua piccola parte che aveva cognomi ebraici. La classica funzione che ebbe l’antisemitismo come socialismo degli imbecilli nella
Germania prenazista.

Ecco perché non possiamo stupirci del riaffiorare della barbarie razzista e fascisteggiante nei paesi in cui si pensava che fosse stata meglio estirpata, e dove invece riviveva con funzioni diverse, intrecciandosi al nazionalismo (russo, romeno, ungherese, ecc.) coltivato al posto dell’internazionalismo che era patrimonio del movimento operaio fin dalle sue origini.

 

I pregiudizi antitedeschi come surrogato dell’antifascismo

 

Un riflesso di quell’atteggiamento che ancor oggi, anche in Italia, molti militanti comunisti (soprattutto vecchi partigiani) continuano ad attribuire ai “tedeschi” la responsabilità esclusiva delle due guerre mondiali (nel caso della prima è veramente assurdo, ma anche sulla seconda è pericoloso nascondere le responsabilità delle altre potenze imperialiste).

Grazie a questo, poi, ogni fenomeno sgradito che si manifesta in Germania viene attribuito a una presunta “predisposizione” di quel popolo al fascismo, sorvolando sul fatto che Hitler durò appena 12 anni, e che nelle prime (e anche per questo uniche) elezioni svoltesi sotto il suo controllo votò contro di lui quasi il 40% dei tedeschi. Perfino nelle prime elezioni dopo la sua caduta il Partito Comunista ottenne ottimi risultati in molte regioni, prima di cadere a livelli infimi, non per una “fatale predisposizione del popolo tedesco all’anticomunismo”, bensì in seguito all’arrivo di milioni di tedeschi cacciati dalle loro case e terre all’Est per far pagare loro le colpe di Hitler.[6]Questa metodologia è pericolosa non solo perché ha impedito al movimento comunista di capire il significato della prima protesta operaia a Berlino Est nel giugno 1953 (attribuita semplicisticamente alla “propaganda nazista”, mentre aveva precise basi nelle condizioni insostenibili di lavoro), ma perché rende meno vigilanti nei confronti di tutte quelle idee che attribuiscono a un altro popolo i difetti e al proprio i meriti.

 

Gli “americani” o l’imperialismo?

 

Un’altra abitudine che la sinistra farebbe meglio a perdere è quella di attribuire agli “americani” tutti i crimini dell’imperialismo, dimenticando così, ad esempio, i non pochi cittadini degli Stati Uniti che si sono battuti contro la guerra del Vietnam (anche con la diserzione), e soprattutto assolvendo contemporaneamente gli altri Stati imperialisti, a partire dal nostro, che almeno dalla guerra del Golfo non è secondo a nessuno nella volontà bellicista (altra cosa è poi l’inefficienza da miles gloriosus che ha caratterizzato i nostri ufficiali in quest’ultima, come anche nelle guerre del passato).

Per combattere tutte le forme di intolleranza, di faziosità, di sciovinismo, di “integralismo”, che nel nuovo clima di forte instabilità e di tensioni internazionali oggi vengono riproposte con particolare insistenza nel nostro come in altri paesi imperialisti, la sinistra deve dunque liberarsi da ogni residuo anche linguistico di questa “cultura”, recuperando una terminologia e una metodologia rigorosa, a partire dal concetto di imperialismo, che i suoi apologeti hanno cercato di occultare dietro vaghe formulazioni di derivazione geografica, per impedire la comprensione del meccanismo di sfruttamento basato sullo scambio ineguale tra paesi industrializzati e paesi produttori di materie prime.

 

 



[1] [Alludo soprattutto al PRC, che ha cominciato con la rivalutazione (in chiave opportunista) di Enrico Berlinguer, per arrivare a recuperare il maggiore responsabile della sconfitta della rivoluzione spagnola e di quella italiana, Palmiro Togliatti, il più intelligente e cinico collaboratore di Stalin. NdR]

[2]E’ interessante che quegli ebrei cacciati dall’Europa - soprattutto dalla Germania - che non si rifugiarono nel mondo islamico, trovarono ospitalità solo nel Regno di Polonia e Lituania, dove si saldarono con altri ebrei (economicamente e culturalmente più arretrati) provenienti dalle steppe russe ed in gran parte discendenti dei Khazari, un popolo di lingua turca convertitosi all’ebraismo nell’VIII secolo. Dell’incontro è testimonianza l’yiddish, lingua basata su un antico dialetto tedesco, con una discreta percentuale di parole di origine turca e naturalmente con molti termini ebraici, trascritta in caratteri ebraici (come d’altra parte il ladino dei sefarditi, anch’esso interessante ibrido linguistico in cui peraltro è ancor più evidente la traccia dello spagnolo del XV secolo parlato dal nucleo culturalmente egemone). L'ospitalità dei re di Polonia era concessa agli ebrei (come sarà poi nel XVI secolo agli eretici scacciati dalle stesse città protestanti) per assicurarsi la loro intermediazione economica e politica in un paese in cui non c’era neppure l’ombra di una borghesia autoctona.

[3]5 Rinviamo per questo a quanto scrivevamo e soprattutto alle indicazioni bibliografiche in Antonio Moscato, Jacob Taut, Michel Warshawski, Sionismo e questione ebraica. Storia e attualità, Sapere 2000, Roma 1991 (seconda edizione), e in Antonio Moscato, Israele, Palestina e la guerra del golfo, Sapere 2000, Roma, 1991.

[4]Ad esempio, anche l’integralismo indù che sta nuovamente insanguinando l’India, e il nazionalismo forsennato che ne trae alimento, hanno ben poco a che fare con l’induismo, col suo spirito, con la sua tradizione, e si rallacciano a un passato mitico inesistente come le fondamenta del tempio di Rama che avrebbero dovuto trovarsi sotto la moschea abbattuta ad Ayodya, e di cui non si è trovata nessuna traccia.

[5]Per una interpretazione generale dell’antisemitismo dell’ultimo periodo staliniano, rinvio a quanto scrivevo in: Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Lacaita, Bari-Manduria, 1988, mentre sull'episodio del “complotto dei medici" è uscito di recente un documentatissimo libro di Louis Rappoport, La guerra di Stalin contro gli ebrei, Rizzoli, Milano, 1991.

[6]Sul tracollo elettorale del Partito comunista (ad esempio ad Amburgo si passa dal 10,4% del 1946 al 3,2 del 1953, in Renania Westfalia dal 14% al 3,2, ecc., si veda Enzo Collotti, Storia delle due Germanie, Einaudi, Torino, 1968.



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