Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Sul Venezuela due concezioni a confronto

Sul Venezuela due concezioni a confronto

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Abbiamo cominciato a tradurre parte del materiale inserito nella sezione in lingua spagnola Actualidad latinoamericana ma un imprevisto ritarda la pubblicazione di uno dei tre pezzi, l’articolo di Stefanoni, che comunque c’è sul sito in lingua originale (Dossier Venezuela ). Questi due (rispettivamente il primo e il terzo nel Dossier), esprimono due concezioni nettamente diverse e sono utili per una valutazione immediata delle ragioni di questa dolorosa sconfitta. Condivido gran parte delle considerazioni di Guillermo Almeyra, tranne una frase su Stefanoni che mi sembra frutto di un fraintendimento, ma credo sia importante soffermarsi sull’articolo di Atilio Borón.

Di commenti come questo sui siti oficialistas del Venezuela e dell’America Latina “progressista”, ce ne sono molti. Lo schema, che è ripreso anche in Italia da alcuni commentatori della sinistra, (ad esempio http://marcoconsolo.altervista.org/), è sempre lo stesso: compiacimento perché il risultato non è stato contestato dal governo, fiducia nella capacità del chavismo di riflettere sui suoi errori e di correggerli, senza precisare tuttavia quali erano questi “errori”, e senza domandarsi se non erano invece scelte precise, che hanno tra l’altro portato ad emarginare, isolare o spingere verso l’opposizione non pochi esponenti anche di primo piano del governo, come il ministro della pianificazione e finanza Jorge Giordani, sacrificandoli agli esponenti della boliburguesia.

Alcuni articoli attaccano pesantemente i critici da sinistra, definendoli “avvoltoi e antropofagi” come se le misure anticapitaliste fossero state proposte solo ora per infierire sul presidente in difficoltà, e fingendo di ignorare che erano state introdotte da tempo nel dibattito interno del PSUV, e respinte dalla boliborghesia che detta la linea (http://www.resumenlatinoamericano.org/2015/12/08/venezuela-debate-a-los-mismos-buitres-y-antropofagos-de-opinion-que-se-creen-duenos-de-la-izquierda/ )

La scelta di questo scritto di Borón proveniente dallo stesso sito, http://www.resumenlatinoamericano.org/2015/12/08/venezuela-la-trampa/, è dovuta alla sua maggiore notorietà nella sinistra italiana.

È preoccupante che Borónche è molto vicino al PC argentino - come soluzione alla guerra civile scatenata e finanziata dagli Stati Uniti proponga… una risoluzione dell’ONU (come se non fosse comprovata la loro totale inefficacia); e, peggio ancora, la sospensione del diritto di voto, anziché le misure anticapitaliste proposte dalla sinistra marxista.

Come spiegazione della sconfitta vede solo le ingerenze e l’ostilità degli Stati Uniti, che ci sono state, e in vari periodi sono state ancora più violente, fin dal primo giorno dell’esperienza chavista. Se oggi, a differenza degli anni precedenti, ottengono un successo che non avevano mai avuto, non è colpa del destino, ma della incapacità di Maduro di mantenere l’impegno preso dall’ultimo Chávez: dare un golpe de timón, per rilanciare la lotta di classe contro la boliburguesia. È questo mancato impegno che ha portato al distacco di un settore importante della base popolare chavista, che secondo molti osservatori ha fornito il grosso dell’astensione. (a.m.9/12/15)

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Le rivoluzioni e i loro interpreti

di Guillermo Almeyra

Quando il malcontento, la rabbia e la coscienza di e dell’esigenza di un cambiamento sociale raggiungono grandi masse di sfruttati ed oppressi queste ultime ricercano la direzione di cui hanno bisogno nei piccoli gruppi di ceto medio più estremi ad esse affini (Oliver Cromwell e le “teste rotonde” in Inghilterra, Robespierre-Saint-Just e i giacobini in Francia, Lenin e i bolscevichi in Russia, militari nazionalisti e conservatori come Perón, o nazionalisti antimperialisti come Hugo Chávez, giovani studenti come Fidel Castro e la maggioranza di quelli del Moncada).

La confluenza tra la sollevazione di chi sta in basso e i rivoluzionari candidati al potere agglutina le masse al loro seguito. Non per sempre, però. Le rivoluzioni infattisiano esse democratiche, nazionali antimperialiste, o per l’avanzata verso il socialismo – non sono eterne. I loro momenti iniziali, mobilitanti e radicali, sono brevi, abbracciano pochissimi anni. Poi inciampano in difficoltà, ostacoli, resistenze storiche che le portano ad arenarsi, o incanalano il processo nell’istituzionalizzazione, trasformando in Stato la rivoluzione.

I processi originati da una rivoluzione possono durare parecchi anni, ma a costo della degenerazione del progetto iniziale, come è accaduto nell’Unione sovietica, a Cuba, o nei 17 anni del chavismo. Coloro che parteciparono alla spinta iniziale muoiono, cambiano, vengono scalzati; nel corso degli anni, quanti conobbero le condizioni precedenti la sollevazione e le ragioni politiche e morali che l’avevano innescata invecchiano e i loro figli non hanno lo stesso rapporto dei loro genitori con un processo al quale non hanno dato vita e si orientano di fronte ad esso in base alla loro attuale situazione. Buona parte di quanti hanno votato contro il chavismo in Venezuela sono stati giovani che non riescono a confrontare il paese con il suo passato ma rifiutano la penuria, la delinquenza, l’insicurezza, la corruzione. Buona parte dei giovani cubani, soprattutto all’Avana, non hanno memoria ma hanno esigenze insoddisfatte e nella loro vita hanno conosciuto soltanto le difficoltà del “periodo speciale” di crisi e razionamento o l’apertura ai valori e al consumo tardo-capitalista attraverso il turismo. Per loro, sono privi di senso gli appelli a sostenere il “socialismo” che tale non è.

Non c’è rimedio a questo se non una chiara consapevolezza e una permanente autocritica da parte della direzione del processo rivoluzionario, ormai affaticato ma ciò nonostante violentemente combattuto da forze superiori (il mercato mondiale, le aggressioni imperialiste).

Tuttavia, queste stesse direzioni evolvono nel corso stesso del processo (il monarchico costituzionale Robespierre non immaginava che avrebbe votato la decapitazione del re; Stalin cercava soltanto di eliminare in Russia lo zar e di modernizzare il paese, non pensava alla rivoluzione socialista mondiale, come invece pensava Lenin; Fidel Castro era nazionalista ma nel 1959 non sognava di allearsi con l’Urss; Chávez era cristiano-sociale e soltanto nel corso del processo si è dichiarato socialista e marxista conservando grandi illusioni sul peronismo, vale a dire su una direzione militare reazionaria e conservatrice di un movimento di liberazione nazionale, non di rivoluzione anticapitalista.

Questo empirismo di figure sospinte da un processo che le supera ed è più forte di loro determina buona parte degli errori e insufficienze delle direzioni, gli sforzi volontaristici che portano a insuccessi, la tendenza a cercar di risolvere burocraticamente i problemi, con l’apparato, il leaderismo e il decisionismo in sostituzione dell’azione del soggetto dichiarato della rivoluzione (il popolo, i descamisados, il proletariato). Di qui la corruzione e la trasformazione burocratica di parte dell’apparato del partito che si è fuso con lo Stato, perdendo la propria autonomia critica, come in Venezuela.

Di fronte a questo andamento dei processi rivoluzionari si delineano quattro posizioni, tre delle quali ignorano la definizione di classi, e una classista rivoluzionaria.

Quella capitalista-liberista sostiene che sarebbe stato preferibile e meno costoso evitare i tentativi dei lavoratori peronisti di modificare i rapporti sociali tra le classi; il castrismo e il chavismo e, come Pablo Stefanoni, dice che Leopoldo López, ad esempio, è liberale, kropotkiniano, sostenitore della linea della socialdemocrazia tedesca, dimenticando che in Venezuela, un paese dipendente, c’è un chiaro scontro di classe e un chiaro intervento dell’imperialismo e che la “linea della socialdemocrazia tedesca” è il risultato dell’esistenza di un potente imperialismo di fronte a un forte proletariato industriale in Germania, non il frutto di qualcosa di teorico. L’opposizione venezuelana non è unanimemente traditrice della patria o fascista, come dichiara Maduro, ma non è neppure democratica e ricercherà un colpo di Stato, “bianco” o meno, cercherà di contribuire a farla finita con il castrismo a Cuba, di imporre la volontà della destra in tutto il continente sotto la direzione di Washington, pur essendo composta da AD (“los adecos”, che si dichiarano socialdemocratici, mentre hanno provocato il Caracazo), dai social-cristiani del Copei e da tutta una serie di gruppi politici o imprenditoriali, oltre che da alcuni ex chavisti. Questa posizione giustificazionista del cambiamento reazionario e conservatore sostiene che il processo rivoluzionario fosse nato morto in quanto era guidato da una direzione inadeguata e volontarista.

Un’altra linea sostiene la stessa cosa, ma partendo da altre premesse: ad esempio, i partiti che fanno parte del Frente de Izquierda y de los Trabajadores [Fronte di Sinistra e dei Lavoratori] argentino (che è soltanto un raggruppamento elettorale, perché i suoi membri non si muovono come fronte sul piano politico in campo studentesco, in quello sindacale, e si combattono tra loro di continuo perché hanno posizioni diverse). Secondo il settarismo pseudo-trotzkista, i movimenti e le rivoluzioni borghesi di liberazione nazionale diretti da una grande quantità di figure del ceto medio, in America Latina, in Africa, nel mondo arabo o in Asia costruiscono Stati che sono capitalistici in paesi capitalisti dipendenti e opprimono i lavoratori nel cui nome a volte parlano. Per questo, per la natura di queste direzioni, vanno combattuti senza tregua, anche se fanno qualcosa di giusto o se l’imperialismo li attacca.

Un terzo gruppo comprende quanti, come i Borón di ogni genere, appoggiano acriticamente processi di rivoluzione antimperialista e direzioni che definiscono socialiste, senza tener conto che il socialismo non è possibile in un solo paese arretrato ed è frutto dell’azione cosciente del proletariato, indipendentemente dallo Stato e dagli apparati della borghesia. Questa gente soffre della sindrome del conducente che rispetta e fa rispettare il cartello “Non disturbate il guidatore”. Per questo si limitano a gridare “evviva!” e non fanno la minima critica di fronte a un errore palese, e neanche dopo una sconfitta che era prevedibile. Il danno che fanno a Cuba e al Venezuela (o alla Bolivia, all’Equador, all’Argentina) è enorme, in quanto non forniscono alcuna idea o proposta a processi che le richiederebbero urgentemente.

Lasciamo per ultima la battaglia di militanti che sostengono i processi rivoluzionari indipendentemente dalla maturità e dalle direzioni di questi – per quanto mi riguarda, sono stato presidente del Comitato di sostegno alla rivoluzione cubana due anni prima che i rivoluzionari entrassero all’Avana. Appoggiamo con forza ogni avanzamento, ma critichiamo in nome del socialismo tutto quel che impedisca l’indipendenza dei lavoratori di fronte allo Stato. Non siamo antiperonisti peronisti, cerchiamo di capire le motivazioni degli operai peronisti che non sono quelle dei Perón, Menem, Kirchner. Non siamo castristi, chavisti, evisti, ma ci battiamo in difesa dei processi rivoluzionari in quei paesi, dal punto di vista degli interessi del proletariato locale e di quello mondiale, e di qui le nostre critiche propositive.

In Venezuela, il chavismo ha subito una sconfitta durissima, provocata dall’assedio imperialista, dal potere economico capitalista rimasto intatto, dai limiti di una direzione che in 17 anni non è riuscita a costruire un’agricoltura per l’autosufficienza alimentare del paese un sistema di mercati popolari e di distribuzione dei prodotti essenziali, e ha preferito invece importare e dipendere dal prezzo del petrolio, deciso dall’imperialismo e dai suoi agenti.

Con la maggioranza alla Camera, la destra legata a Washington si lancerà a tagliarel’aiuto a Cuba e ai paesi dell’Alba, a liquidare o trasformare l’Unasur, a rovesciare Maduro. Più che mai occorre sostenere la resistenza del popolo venezuelano. Ma più che mai occorre segnalare gli errori di un governo paternalista e sostituzionista perché non indeboliscano questa stessa resistenza. (g.a.)

(Traduzione di Titti Pierini)

 

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Venezuela: la trappola

di Atilio Borón

da Resumen Latinoamericano

 

Le elezioni parlamentari in Venezuela ci offrono diversi insegnamenti che credo necessario sottolineare.

In primo luogo che, contrariamente a tutte le previsioni dei maldicenti della destra, i comizi elettorali si sono svolti, come tutti i precedenti, in modo impeccabile. Non ci sono state denunce di alcun tipo, a parte la boutade di tre ex presidenti latinoamericani che alle quattro del pomeriggio (due ore prima della conclusione delle votazioni) già annunciavano chi aveva vinto la contesa. A parte questo, la “dittatura chavista” ha ancora una volta dimostrato una trasparenza e onestà del processo elettorale che vorrebbero avere molti paesi dentro e fuori dell’America Latina, a partire dagli Stati Uniti.

Il riconoscimento fatto dal presidente Maduro nell’istante in cui si sono resi pubblici i risultati ufficiali contrasta nettamente con l’atteggiamento dell’opposizione, che in passato si era intestardita a disconoscere il verdetto delle urne. Lo stesso bisogna dire di Washington, che ancor oggi non riconosce il successo di Maduro nelle presidenziali del 2013. Gli uni sono veri democratici, gli altri grandi simulatori.

Secondo, va segnalata l’importanza del fatto che, dopo quasi 17 anni di governi chavisti e nel contesto di durissime condizioni prevalenti in Venezuela, lo schieramento “oficialista” [a favore del governo NdT] può contare sull’adesione del 40% dell’elettorato nell’elezione del parlamento.

Terzo, il risultato spiazza l’opposizione dalla posizione semplicistica e di frenetica  denuncia perché ora, contando su una comoda maggioranza parlamentare, sarà corresponsabile della gestione della cosa pubblica. E ormai non sarà solo il governo ad apparire responsabile delle difficoltà che angustiano la cittadinanza. Questa responsabilità sarà da ora in poi condivisa.

Quarto e ultimo. Una riflessione più di fondo. Fino a qual punto si possono organizzare “elezioni libere” nelle condizioni esistenti in Venezuela? Nel Regno Unito si dovevano tenere elezioni generali nel 1940. Ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale obbligò a rinviarle fino al 1945. L’argomento utilizzato fu che il disordine provocato dalla guerra impediva che l’elettorato potesse esercitare la sua libertà di scelta in modo cosciente e  responsabile. I continui attacchi dei tedeschi e le enormi difficoltà della vita quotidiana, compreso l’approvvigionamento dei beni indispensabili per la stessa, colpivano in tal modo la cittadinanza da impedire che questa potesse esercitare i suoi diritti godendo di una piena libertà.

Sono state molto diverse le condizioni in cui furono portate a termine le elezioni in Venezuela? Assolutamente no.  Ci sono state importanti analogie. La Casa Bianca aveva dichiarato in marzo che il Venezuela era “una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”, il che equivaleva a una dichiarazione di guerra nei confronti di questa nazione sudamericana.

D’altra parte, già da molti anni Washington aveva destinato ingenti risorse finanziarie per “portare al potere la società civile” in  Venezuela e aiutare la formazione di nuovi gruppi dirigenti politici, eufemismi che tentavano di occultare i piani di ingerenza della potenza egemonica e i suoi sforzi per rovesciare il governo del presidente Maduro.

La sistematica guerra economica lanciata dall’impero come la sua incessante campagna diplomatica e mediatica finirono per erodere la lealtà delle basi sociali del chavismo, esaurite e a volte furiose per anni di penuria pianificata, la crescita incontenibile dei prezzi e per l’aumento della insicurezza nelle città.

In queste condizioni, alle quali indubbiamente bisogna aggiungere i gravi errori nella gestione macroeconomica, e i guasti prodotti dalla corruzione, mai combattuta seriamente dal governo, era ovvio che le elezioni di domenica scorsa non potevano che finire come sono finite.

Disgraziatamente, l’«ordine mondiale» ereditato dalla Seconda Guerra  Mondiale, che un documento recente di Washington riconosce che “ha funzionato molto bene” per gli  interessi degli Stati Uniti, non è stato altrettanto utile per proteggere i paesi della periferia dalla prepotenza imperiale, dal suo sfacciato interventismo e dai suoi sinistri progetti autoritari.

Il Venezuela è stato l’ultima vittima di questa scandalosa immoralità dell’«ordine mondiale»  attuale che assiste imperterrito a una aggressione non  convenzionale su un terzo paese con il proposito di rovesciare un governo demonizzato come nemico. [allude alla Siria e al regime di Assad NdT]

Se questo continua ad essere accettato dalla comunità internazionale e dai suoi organi di governance globale, quale paese potrà garantire ai suoi cittadini delle “elezioni libere”?

È per qualcosa che negli anni Settanta del secolo scorso i paesi del capitalismo avanzato bloccarono una iniziativa  proposta all’interno dell’ONU che voleva definire una “aggressione internazionale” come qualcosa di più esteso del solo intervento armato.

Riferendosi all’allora recente esperienza del Cile di Allende alcuni paesi tentarono di promuovere una definizione che includesse anche la guerra economica e mediatica come quella che si è scaricata sul Venezuela bolivariano, e furono sconfitti.

È ora di riprendere questi temi, se vogliamo che la malferma democrazia, calpestata qualche settimana fa in Grecia e la scorsa domenica nel Venezuela, sopravviva alla controffensiva dell’impero. Se questa pratica non può essere eliminata dal sistema internazionale, se si continua a consentire che un paese poderoso intervenga spudoratamente nei confronti di un altro, le elezioni saranno una trappola che servirà solo a legittimare i progetti reazionari degli Stati Uniti e dei suoi luogotenenti regionali. E potrebbe accadere che molta gente cominci a pensare che forse possano essere più utili e affidabili delle elezioni altre strade per l’accesso e il mantenimento del potere.

 (Traduz. di a.m. 9/12/15)



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