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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Stefanoni: Il crepuscolo degli idoli

Stefanoni: Il crepuscolo degli idoli

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diPablo Stefanoni *

Questo articolo, già apparso sul sito in lingua originale nel Dossier Venezuela , era stato scelto non solo per il ruolo che Stefanoni ha svolto in passato nella sinistra latinoamericana come direttore di una delle edizioni de Le Monde Diplomatique, ma perché era uno dei primi scritti cheancor prima del risultato definitivo - tentava un’analisi dei problemi che hanno portato alla dura sconfitta del PSUV. Il ritardo nella traduzione ha fatto risaltare maggiormente certi limiti dell’articolo, e in particolare il tono di sufficienza con cui presenta (e tenta di ridicolizzare) i tentativi di correggere la rotta del chavismo, dando il golpe de timón in direzione anticapitalista auspicato da Chávez nei suoi ultimi discorsi. La denigrazione si estende dai "trotskisti" all'ex ministro Roland Denis, presntato come "ingenuo". Per conoscere le reali posizioni dei trotskisti venezuelani, ingiustamente esclusi dalle elezioni, e le cui posizioni sono grottescamente deformate da Stefanoni, chi sa lo spagnolo può verificare leggendo: http://www.aporrea.org/ideologia/a215841.html

D’altra parte è un atteggiamento diffuso: anche in Italia “il manifesto” non ha rinunciato molte volte a ridurre l’informazione dal Venezuela azzerando le posizioni critiche da sinistra. Geraldina Colotti, l’inviata a Caracas, anche dopo il voto ha sorvolato tranquillamente sulle tentazioni di soffocare la voce delle molte “Cassandre” che avevano denunciato la china pericolosa imboccata dal governo Maduro. Lo ha fatto ancora ieri (11/12) dando notizia della conferenza stampa di Giordani e Navarro di cui avevo parlato ieri in Guai alle Cassandre… , sorvolando però sul piccolo particolare che è stata interrotta dai teppisti che consideravano i due ex ministri come agenti della CIA perché avevano da tempo criticato da sinistra il governo di Nicolás Maduro. E non si accorge che un congresso convocato in un giorno e a cui Maduro aggiunge come delegati i duecento attivisti che protestano sotto le sue finestre contro la “pretesa” dei vincitori di promulgare una legge di amnistia, non è una garanzia di dibattito democratico, ma un tentativo di utilizzare una piazza (per giunta assai ridotta rispetto ad altri tempi) per tentare una resistenza sul peggior terreno possibile. (a.m.12/12/15)

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La voce rotta con la quale la presidentessa del Consiglio nazionale elettorale, Tibisay Lucena, ha annunciato i risultati poco dopo la mezzanotte di domenica [6 dicembre] non era altro che l’espressione corporea del significato di quei numeri. Benché si desse per scontata la vittoria dell’opposizione raccolta nella Mesa de Unidad Democrática (MUD), la sua entità aveva superato ogni previsione circa una possibile – ma tutto sommato risicatavittoria dell’opposizione, che magari non si sarebbe neanche tradotta in una significativa maggioranza nella Asamblea Nacional, che il chavismo aveva sino ad allora controllato comodamente. Dal set di Telesur, [la TV che trasmette da Caracas ed è finanziata da vari governi latinoamericani più o meno progressisti], Ignacio Ramonet, ex direttore di «Le Monde Diplomatique», sosteneva infatti che una cosa erano i voti e un’altra la quantità di deputati. Ma tutto questo ragionamento si vanificò quando Tibisay riassunse la nuova composizione del Parlamento: 99 seggi alla MUD e 46 al Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) (altri 22 dovevano ancora essere assegnati). [1]

Il Maduro che si è presentato di fronte alla televisione era abbattuto, i suoi tentativi di sollevare il morale sono stati accompagnati da applausi fiacchi e forzati, e il suo discorso conteneva una contraddizione che forse lui stesso non riusciva a cogliere: mentre infatti da una parte sosteneva che «aveva trionfato la democrazia» - e in effetti in un Paese tradizionalmente caratterizzato dall’astensionismo era andato alle urne un impressionante 74,25 % -, dall’altra diceva che i risultati sottolineavano il successo della «guerra economica» e della controrivoluzione, rivolgendo un appello alla resistenza dalle catacombe (come se fosse già stato espulso dal palazzo di Miraflores).

A questo punto si fanno avanti diverse interpretazioni. I settori nazional-popolari sono soliti scaricare (quasi) tutto sul nemico esterno, senza con questo riuscire però a spiegare come mai, per esempio, il presidente boliviano Evo Morales è a capo di una economia stabile da dieci anni a questa parte (e il ministro dell’Economia è sempre lo stesso, dal giorno in cui ha messo piede a Palacio Quemado), mentre l’economia del Venezuela è in crisi permanente: ritardi e mancanza di rifornimenti, cambi monetari che vanno dai 7 ai 900 bolívar, corruzione diffusa e inflazione fuori controllo. Se il termine «tecnopopulismo» - impiegato dal sociologo Carlos de la Torre nel caso ecuadorianoè utile per descrivere gli sforzi meritocratici del presidente Rafael Correa, in Venezuela c’è una sorta di «caos-populismo», del quale la guerra economica è solo una variabile, in parte derivata dalla stessa politica economica, che finisce con l’incentivare la speculazione, alla quale prendono parte i militari e la «borghesia bolivariana» (boliburguesía), oltre a un’infinità di individui dei settori popolari, i bachaqueros [2]

Ronald Denis, ex ministro di Chávez, le cui posizioni politiche a volte sono piuttosto ingenue, in suo articolo per «Aporrea» (Adios al chavismo, 28 settembre 2015), avanza un argomento fondamentale: oltre all’analisi ideologica di vecchio stampo del carattere della rivoluzione, occorre anche tener conto di alcuni aspetti gangsteristici di una gran parte della direzione chavista. L’oscuro e tuttora non chiarito affaire dei “narconipoti” (nipoti della Primera Dama, denominata Primera Combatiente) non è che l’ultima espressione dell’opacità della élite bolivariana. [3]

Nei settori nazional-popolari collocati più a sinistra, la lettura è un po’ diversa: il problema consisterebbe nel fatto che non si è approfondita la rivoluzione e non si è creato un maggior «potere popolare» contro la destra endogena. Questo tipo di analisi pecca però di volontarismo, ed è inoltre sprovvisto delle coordinate sociologiche (ed economiche) che permetterebbero di verificarne la fondatezza e di spiegare le ragioni per le quali questo approfondimento non c’è stato ed è invece sempre stato predominante il volontarismo di Hugo Chávez. Lascia inoltre in secondo piano i seri ostacoli che si oppongono alla costruzione di un «uomo nuovo» - immagine poco felice del guevarismo – in queste terre di mega-shopping, di consumismo reale o sognato, e di immaginari che combinano tra loro bolivarismo e forti sintonie culturali con Miami. Ed è quella stessa sinistra che criticava il kirchnerismo perché era troppo poco chavista. Infine, la sinistra trotskista si affida all’infallibile ricetta tradizionale: poiché il chavismo non ha realizzato una autentica rivoluzione, ripiegando su un fiacco nazionalismo borghese, è responsabile di «aver consegnato il potere alla destra», e cose simili. Come del resto avrebbe fatto il kircherismo con Macri.

Si potrebbe dire, come afferma un romeno nell’eccellente film Bucarest 12.08 a proposito della caduta della dittatura di Ceausescu, che «si fa la rivoluzione che si può», e probabilmente i venezuelani hanno fatto quel che hanno potuto in un Paese petrolifero e che vive di rendita, in cui «seminare petrolio» costituisce un’utopia permanente – e in quanto tale irrealizzabile – sin dalla comparsa dell’oro nero. Ma in ogni caso il problema è come (ri)pensare l’esperienza chavista in modo onesto, senza negazionismi fughe in avanti, senza sputare (oggi) nel piatto in cui si è mangiato e con una prospettiva costruttiva del futuro della regione latinoamericana.

Uno dei problemi da affrontare è che negli ambienti della sinistra si è sedimentata troppa cultura nazional-stalinista estemporanea: una sorta di miscela di populismo sentimentale e di criteri interpretativi della vecchia sinistra antipluralista. Spesso l’aggettivo “borghese” associato alla parola “democrazia” finisce per far cadere in visioni plebiscitarie ed epico-emotive della politica che disprezzano le forme istituzionalicomprese, va sottolineato, quelle create durante questo stesso ciclo politico, per esempio mediante riforme costituzionali – e giustificano un certo infantilismo che resuscita con toni da rete sociale le lotte degli anni Settanta. Proprio per evitare i trionfi della destra quel che sembra più necessario che mai è poter proporre i progetti di cambiamento in modo da renderli compatibili con la democrazia: radicalizzata, certo, ma non indebolita. Non è un fatto secondario che oggi molti dei discorsi nazional-popolari infarciti di terminologia “settantesca” e playagironesca [4] risultino piuttosto ridicoli e possano essere sempre più “confutati” dai nuovi discorsi post-ideologici e post-politici delle nuove destre, che più che pensare a restaurare il vecchio ordine si propongono come protagoniste della lotta per il futuro dell’America latina.

Nonostante ciò, sino a ora il «popolo chavista» e l’opposizione della MUD erano separati da una robusta frattura di classe. I chavisti, malgrado certe riserve critiche, non votavano per il «nemico». Ma c’è un limite a tutto. E questo venne superato per varie ragioni. La crisi arrivò infatti a livelli eccezionali (a quella economica si aggiunsero l’insicurezza nella vita quotidiana a Caracas e la corruzione generalizzata e impunita) e l’opposizione si dimostrò capace di attenuare i suoi caratteri più classisti e destrorsi  (in linea con la «nuova destra» regionale, come il macrismo argentino). La MUD, che comprende in modo un po’ eterogeneo una trentina di partiti, non si stanca di ripetere di avere un progetto «socialdemocratico». Freddy Guevara, 29 anni, che fa parte della generazione di studenti che si mobilitarono nel 2007 e che è uno dei dirigenti del partito Voluntad Popular [5] di Leopoldo López, è arrivato al punto di elencare fra ciò che lo ha formato «la socialdemocrazia, il socialismo liberale, l’anarchismo di Kropotkin e la democrazia liberale». E tutto questo sembra poter convivere con l’uribismo [6] e il Partido Popular spagnolo.

D’altro canto, la condanna di López a tredici anni di carcere, dopo un processo difficile da difendere in quanto tale, ha trasformato questo «ragazzo così carino», ex sindaco di Chacao, in un martire rinchiuso in un carcere militare, in condizioni molto più dure di quelle cui fu sottoposto lo stesso Hugo Chávez dopo il golpe del 1992. Non vì è naturalmente alcun dubbio sul fatto che López nel 2014 abbia diretto la cosiddetta “La Salida”, che si concluse con 40 morti in varie circostanze: ma ciò non cambia la sostanza politica della sua condanna. Uno dei problemi dei governi nazional-popolari è infatti quello che mentre da una parte ritengono che i processi rivoluzionari possano mettere in discussione le istituzioni ereditate (e anche quelle nuove) per il loro carattere conservatore, dall’altra esigono dagli oppositori un rispetto assoluto per la legalità: è in questa contraddizione che si originano diverse tensioni fra democrazia e rivoluzione, che nel caso venezuelano risultano poi aggravate dal carattere militare e militarizzato del socialismo bolivariano (il fatto che Chávez ricordasse con ammirazione il dittatore Pérez Jiménez [7] non assimila certo il chavismo a una dittatura: sottolinea però alcune delle sue sfumature ideologiche).

Infine, il fatto che “socialismo” torni a far rima con mercato nero, code, autoritarismo, disordine economico, sotterfugi di vario tipo per sopravvivere [«matar tigritos» cioè svolgere lavori occasionali], rende nuovamente attuali i problemi dello Stato, della gestione dell’economia e della burocrazia, quando si vuole sostituire il mercato. È lo stesso Chávez ad aver definito questo modello come un «socialismo petrolifero molto diverso da quello immaginato da Marx», e questo socialismo eredita ed esaspera diversi problemi derivati dall’economia di rendita, dallo «Stato magico» (F. Coronil) [8] e dall’incapacità di produrre (la «guerra economica» e la penuria di merci non sono per caso associate all’importazione di quasi tutto quello che si consuma nel Paese?).

La chiusura della frontiera con la Colombia nello Stato del Táchira si collega allo stesso problema: la corruzione e il contrabbando, soprattutto di combustibile, che in Venezuela è quasi gratuito (corruzione che riguarda anche i funzionari dell’opposizione che governano gli Stati federali di frontiera). Riempire il serbatoio di una automobile di media cilindrata costa circa quattro bolívar, mentre un astuccio di chewing-gum arriva fino ai 60. A ciò si aggiunga l’esistenza di quattro tipi di cambio valutario: dai 6,30 bolívar (per importare medicine e alimenti), fino ai 700 (il dollaro parallelo), passando per i 13,50 (usato per “bolivarizzare” le spese dei viaggiatori che ne ottengono il permesso) e i 200.

In questo quadro, il fatto che in occasione di una giornata di distribuzione di prodotti alimentari la dirigente chavista Jacqueline Faría abbia detto che le code le sembravano «piacevoli» e abbia invitato a godersele può essere assunto, oltre che come una provocazione abbastanza infame, come una prova della distanza fra l’élite e il popolo  bolivariano. Anche la sua visione della rivoluzione risulta significativa: «Escono di casa, vengono con le loro borse, fanno le compere e se ne tornano a casa... Questa è la rivoluzione, quello che il nostro presidente Maduro ha ordinato. E pertanto godiamoci queste piacevoli code» (Perón, almeno, diceva: dal lavoro a casa e da casa al lavoro, non alla coda).

Fino a quando ci fu Chávez, il suo irresistibile carisma poteva ammansire in parte il leone. Ma questo non è più stato possibile con la dirigenza mediocre di Maduro e la sdoppiatura del comando con Diosdado Cabello, rappresentante di settori militari e boliburgueses. Durante la campagna elettorale Maduro ha tentato di resuscitare Chávez, ma evidentemente questo non è bastato. Più grave della crisi stessa è l’incapacità della direzione bolivariana di far intravedere la luce in fondo al tunnel. Se la politica, come ha detto in un’occasione Néstor Kirchner, è «cash più aspettative», il madurismo non ha abbastanza cash, a causa della diminuzione del prezzo del petrolio, ed è ormai incapace di suscitare aspettative di un futuro migliore. E, come avviene in altri Paesi, quello che «si è già ottenuto» non può servire da eterna bandiera per ottenere il voto, soprattutto quando quel che «si è già ottenuto» è messo in discussione dalla realtà stessa.

Più che al Cile del 1973, la situazione venezuelana ricorda la sconfitta sandinista del 1990, nel bel mezzo di una crisi morale del progetto, successiva a una (in questo caso vera) guerra senza quartiere del reaganismo imperiale. Il fatto che Maduro abbia «accettato» il risultato elettorale, desistendo dalla resistenza annunciata alla vittoria della destra era probabilmente l’unica opzione valida nella notte di domenica, ma non per questo cessa di essere un sano riflesso in direzione di una certa normalità.

Sono però le dimensioni della sconfitta che la rendono qualitativamente significativa, mettendo in discussione la stessa sopravvivenza del chavismo come lo abbiamo conosciuto sino a oggi e anche quella delle sue possibili riconfigurazioni. Ma anche la MUD sarà costretta a prendere in considerazione soluzioni patteggiate della crisi. Per esempio, con 100 deputati si ha una maggioranza del tre quinti, in grado di votare la censura e le dimissioni del vicepresidente e dei ministri. Con 111 deputati si ha la maggioranza qualificata dei due terzi, che consente di convocare una Assemblea costituente (golpe parlamentare) con l’obbligo di elezioni generali per rinnovare i massimi rappresentanti dei cinque poteri pubblici, come ricorda in un articolo su «Aporrea» Jesús Silva, che si autodefinisce un «chavista senza agganci». [per i risultati definitivi si veda la nota 1].

Se questo è il quadro, parlare di «fine di un ciclo» non sembra in grado di farci fare alcun passo significativo in avanti. Il problema, ormai, non è il «ciclo», ma come si posizioneranno e riposizioneranno le forze favorevoli a un cambiamento sociale progressista nei confronti di una molteplicità di problemi politici, economici e ideologici dalla cui soluzione dipende il futuro della regione latinoamericana. Di fatto, il nuovo «ciclo» venezuelano si ridurrà alla lotta fra un chavismo indebolito – e, chissà, a partire da ora anche più diviso – e un’opposizione che dovrà trovare criteri comuni alle sue molteplici componenti [9]. Probabilmente, non avremo né l’«Armata bianca» alle porte di Miraflores, né la «Liberazione» dal giogo chavista che già stanno assaporando Vargas Llosa e il lobbista Felipe González.

Una delle prime battaglie verterà probabilmente sulla amnistia a favore di López e di altri prigionieri politici. E senza alcun dubbio si inaugurerà una tappa in cui il chavismo, per la prima volta, dovrà condividere l’esercizio del potere, mentre l’opposizione, con potere nel Parlamento, dovrà cominciare ad agire anche su quel terreno istituzionale che alcuni dei suoi esponenti più radicali avevano scartato. La sfida per le sinistre diventa, allora, quella di riuscire a battersi in scenari meno epici e più normali, con minori certezze circa la vittoria finale e più energie consacrate al «movimento». (Mi prendo questa licenza bernsteiniana a fronte della tanta retorica sfrenata e anche scollegata dalla realtà della sinistra latinoamericana: chissà che in questo “movimento” non troviamo, ben aldilà delle intenzioni del socialdemocratico tedesco, le chiavi interpretative per un riformismo radicale capace di interagire con la democrazia e il «postmoderno», in un mondo “ostile” che è solito torturare un po’ troppo l’anima delle sinistre, a volte più catartiche che propositive.) In questo modo eviteremo quel tipo di populismo che sostiene che il popolo ha sempre ragione, a eccezione di quando ci vota contro.

NOTE

* Caporedattore della rivista panamense «Nueva Sociedad». http://panamarevista.com/

[1] Dopo la stesura dell’articolo, sono stati divulgati i risultati definitivi: 112 seggi alla opposizione (109 alla MUD più i 3 seggi riservati alle comunità indigene) e 55 al PSUV e alleati; la MUD dispone ora dei due terzi dei voti che le consentono di cambiare la Costituzione].

[2] In Venezuela indica chi compra prodotti di scarsa reperibilità per poi rivenderli a prezzo superiore.

[3] Ci si riferisce all’arresto a Haiti, l’11 novembre scorso, con l’accusa di traffico di cocaina, di due nipoti  di Cilia Flores, moglie di Maduro, e pertanto First Lady del Venezuela. La Flores era stata accusata in precedenza, anche da parte di settori chavisti, di «nepotismo», dato il gran numero di parenti – una cinquantina – collocati in posti chiave dell’apparato statale.

[4] Il riferimento è a Playa Girón, dove – come è noto – nel 1961 i cubani respinsero uno sbarco di mercenari, appoggiati e armati dagli Stati Uniti. L’aggettivo è però usato in senso ironico, per indicare atteggiamenti “resistenziali” (ne abbiamo conosciuti anche in Italia) più retorici che concreti.

[5] Voluntad Popular, è utile ricordarlo, fa parte dell’Internazionale socialista, da sempre impegnata contro il chavismo.

[6] Da Álvaro Uribe, ex presidente della Colombia, che capeggia l’opposizione di destra in questo Paese. L’uribismo è contrario alle trattative di pace fra il governo e le FARC. 

[7] Marcos Pérez Jiménez detenne il potere in Venezuela dal 1948 al 1958.

[8] Il riferimento è a un libro dell’antropologo venezuelano Fernando Coronil, The Magical State: Nature, Money, and Modernity in Venezuela, pubblicato nel 1997.

[9] Fra i numerosi partiti della MUD, ben 12 hanno ottenuto seggi. Il numero maggiore è andato a Primero Justicia (33 deputati), seguito da Acción Democrática (25), da Un Nuevo Tiempo (18) e da Voluntad Popular (14); 17 seggi sono andati complessivamente ad altri otto partiti, 2 a indipendenti e 3 a movimenti delle comunità indigene. Dei 55 seggi del Gran Polo Patriótico Simón Bolívar, 52 sono andati al Partido Socialista Unido de Venezuela, due al Partido Comunista de Venezuela e uno alla Vanguardia Bicentenaria Republicana.

Traduzione e note di Cristiano Dan

 



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