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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il Venezuela determina il futuro del ciclo progressista in America Latina

Il Venezuela determina il futuro del ciclo progressista in America Latina

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Intervista di Claudio Katz* a Resumen Latinoamericano

21 dicembre 2015

 

Resumen LatinoamericanoNei tuoi lavori sul Sudamerica tu parli del dualismo che ha contraddistinto l’ultimo decennio. In che cosa è consistito questo dualismo?

Claudio Katz – A mio avviso, il cosiddetto ciclo progressista dell’ultimo decennio in Sudamerica è stato un processo frutto di rivolte popolari parzialmente riuscite (Argentina, Bolivia, Venezuela, Equador), che hanno cambiato i rapporti di forza nella regione, consentendo di affrontare uno scenario economico di valorizzazione delle materie prime e di introiti in dollari, in forma molto diversa rispetto a quella predominante in altre fasi. In questo periodo, insieme al modello liberista sono esistiti schemi di politica economica neo-sviluppisti e distributivi. Sul piano politico, accanto a governi di destra ve ne son stati altri di centrosinistra e radicali. Si è trattato di un periodo in cui la capacità di intervento dell’imperialismo è stata seriamente limitata, con l’arretramento dell’OEA (Organización de los Estados Americanos) e il riconoscimento di Cuba. Alla fine, David ha vinto Golia e gli Stati Uniti hanno dovuto accettare la sconfitta. È stato tra l’altro un decennio in cui non ci sono stati “adeguamenti” (ajustes) sullo stile della Grecia, praticamente in nessuno degli Stati dell’America Latina. In questo decennio, ugualmente, si sono realizzate molte conquiste democratiche. È particolarmente illustrativo il confronto tra Sudamerica e Centroamerica, con il contrasto tra le violenza delle aggressioni in Messico, Honduras, Guatemala e le libertà civili conquistate in Argentina, Bolivia, o in Brasile, che consente di cogliere il cambiamento. Ed è anche comparso con il chavismo il recupero del progetto socialista. Per tutti questi motivi, il Sudamerica è diventato il punto di riferimento per tutti i movimenti sociali del mondo intero. In un recente lavoro, ho segnalato che c’è un “dualismo in America Latina”, in quanto il mutamento del ciclo politico e dei rapporti di forza è coesistito con il rafforzamento del quadro di accumulazione estrattivista, basato sull’esportazione di materie prime basilari e l’integrazione dell’America Latina, fornitrice di prodotti fondamentali, nella divisone internazionale del lavoro. Una situazione che è naturale per un governo liberista, che rientra nella sua strategia. Tuttavia, per governi progressisti, di centrosinistra, con questa struttura esiste una tensione; e, per governi radicali, che redistribuiscono, c’è un conflitto di notevoli dimensioni.

Per questo si sono avute rivolte riuscite che hanno dato vita a governi diversi, alcuni antiliberisti, ma si è anche creata una situazione che prima o poi si doveva risolvere, dato che questi non possono coesistere con il modello estrattivista e con il rafforzamento della tradizionale configurazione economica dipendente dell’America Latina. È questa contraddizione quella che ha cominciato ad emergere negli ultimi mesi. E per questo è iniziata la restaurazione conservatrice e si è avviato il dibattito sulla fine del ciclo progressista. Alla fine dell’anno assistiamo a due dati di fatto categorici. Primo: la vittoria di Macri, importante perché è il primo caso di ritorno della destra alla presidenza. La destra, fin dai cacerolazos, ha costruito potere politico, ha sconfitto il peronismo e ha costituito un governo con la “CEOcrazia”, per un paese governato dai “suoi propri padroni”, un governo espressione diretta della classe capitalista.

Il secondo fatto è più parziale ma più significativo. In Venezuela, la destra non conquista il governo, ma il parlamento , in una situazione di brutale guerra economica, di terrorismo mediatico, di caos economico generato dai reazionari. E il Venezuela è il simbolo più compiuto dei processi radicali all’interno del ciclo progressista.

R. L.Che situazione c’è, nel nuovo scenario, nei paesi che, ben lungi dal dualismo, hanno conservato non solo la matrice economica ma anche le politiche neoliberiste? Cosa succede nei paesi governati dal neoliberismo?

C. K.- Sembrerebbe che tutto sia meraviglioso e che gli unici problemi dell’America Latina stiano nel resto dei paesi. In effetti, c’è una distorsione mediatica colossale.

Basti osservare la situazione del Messico, un paese con elevatissimi livelli di criminalità, di distruzione del tessuto sociale ed enormi zone conquistate dal narcotraffico. Basti vedere la situazione di paesi centroamericani decimati dall’emigrazione, dal predominio della criminalità e con presidenti, come in Guatemala, che sono stati destituiti per scandali di corruzione. O prendere il modello economico del Cile, che sta attraversando una situazione piuttosto critica: la crescita è diminuita in modo significativo e in più compare la corruzione in un paese che si vantava della trasparenza. L’indebitamento delle famiglie, la precarizzazione del lavoro, la disuguaglianza e la privatizzazione dell’istruzione cominciano a venire alla luce. E il governo Bachelet è paralizzato. Le riforme della pensione, dell’istruzione, sono bloccate.

Guardando l’universo neoliberista, vediamo anche l’unico caso di default del debito in tutto questo periodo, Portorico: un paese - di fatto una colonia nordamericana - che subisce la decapitalizzazione, il saccheggio delle risorse, la disintegrazione del tessuto sociale, per una fase compensate dal finanziamento pubblico, che però è finito in un attimo e il passivo ha fattto irruzione.

Nei paesi, quindi, in cui non c’è stata la redistribuzione della rendita di questo superciclo delle materie prime la situazione sociale, politica ed economica è più grave. Quello che avviene, però, è che nessuno ne parla.

 

R. L.Nel nuovo scenario che si sta aprendo in quale posizione pensi che rimarranno paesi neo-sviluppisti come l’Argentina e il Brasile? La restaurazione conservatrice in questi paesi tenderà a riconfigurare i “blocchi”, con l’inserimento in quello apertamente neoliberista?

C. K. – Su questo possiamo essere molto categorici rispetto al bilancio di quanto accaduto, ma molto cauti su quel che accadrà. Separerei, per differenziare quel che sappiamo da quello che possiamo immaginare. Non v’è dubbio che in Argentina e in Brasile il cambiamento in corso è il risultato dell’esaurirsi del modello economico neo-sviluppista. Non è l’unica causa e non sono sicuro che le si possa attribuire un’incidenza maggiore di quella di altri fattori, ma costituisce il sottofondo del problema.

In entrambi i paesi c’è stato un tentativo di utilizzare una parte della rendita derivante dalla valorizzazione delle materie prime per ricomporre l’industria e ricercare un modello basato sul consumo. Poiché però siamo sotto il capitalismo, questo tipo di processi ha limiti molto ristretti. Infatti, ciò che all’inizio funziona, poi si esaurisce, via via che ne soffre la redditività capitalistica. La teoria della ripartizione al rovescio non funziona. È un’illusione dell’eterodossia keynesiana supporre che con il semplice aumento della domanda inizi un ciclo virtuoso. Succede l’inverso. A un certo punto questi governi trovano un limite e comincia il classico processo di fuga di capitali, di pressione sui cambi, che è quanto è accaduto in entrambi i casi.

Credo ci sia un indebolimento economico, ma c’è anche stato un forte logoramento politico, sia in Brasile sia in Argentina. L’erosione è stata causata in entrambi i casi dall’emergere del malcontento sociale, che nessuno dei governi è riuscito ad incanalare rispondendo alle richieste. In  questo clima si è affermata l’ascesa di Macri e l’espansione della base sociale della destra brasiliana.

Quel che è chiaro è questo bilancio, ma non che cosa accadrà poi. Il grande test sarà quello del governo Macri. Non è ancora è possibile valutarlo. È un classico governo di destra, con tutte le caratteristiche reazionarie di un governo di destra. Opera però in un quadro di grande combattività. Per questo c’è una contraddizione tra ciò che vuole e quello che può fare.

 

R. S.Tornando al Venezuela, in una chiacchierata hai proposto un’idea che ci sembra importante, segnalando l’inutilità di applicare sempre e ovunque il cliché “se non si avanza, si arretra”, “se non si radicalizza, si torna indietro”. Pensando però a questa situazione concreta, ritornavamo alla raccomandazione di Fidel ad Allende dopo il Tancazo [il tentativo di golpe abortito in giugno del 1973]: “Questo è la tua Girón” [Playa Girón, o “Baia dei Porci”, luogo dell’invasione americanafallita – per la riconquista di Cuba, dell’aprile 1961].Quali prospettive di radicalizzazione vedi in Venezuela, non astratte, ma concretamente, in funzione delle forze politiche e sociali? Quali misure andrebbero prese per imboccare quella strada?

C. K.Sono frasi che si ripetono, ma molti di coloro che le pronunciano dimenticano di applicarle quando è necessario renderle operanti, soprattutto oggi in Venezuela. si determina il ciclo progressista e il futuro. Ha costituito il processo principale, e il suo esito determinerà il contesto dell’intera regione.

È evidente che l’imperialismo ha concentrato in Venezuela tutti i suoi dardi. Per questo gli Stati Uniti riconoscono Cuba, strizzano l’occhio a molti governi, non al Venezuela. impone il calo del prezzo del petrolio, alimenta le organizzazioni paramilitari, finanzia ONG cospirative, interviene sul piano militare. Mette in moto modalità di destituzione che va preparando da molto tempo. Per questo le elezioni si sono svolte in questo contesto di guerra economica e alla fine sono riusciti a far che vincesse la destra. Per la prima volta hanno avuto la maggioranza in parlamento e puntano a convocare il referendum di revoca.

La destra cercherà di percorrere due strade: quella di Capriles e quella di López. Quest’ultimo propone di tornare alle guarimbas [i blocchi violenti delle strade] e Capriles propende per screditare Maduro. Ed è particolarmente sintomatico che Macri prima ha proposto di attaccare con il paravento della “clausola democratica”, optando poi per rimandare. Macri (alla cui elezione ha presenziato Corina López) è l’equilibrista tra i due. Seguirà la voce più forte. Da un lato López, dall’altro Capriles, dato che si completano l’un l’altro. Due linee della stessa cosa. E Macri è un orchestratore internazionale di questa cospirazione.

Attualmente, c’è una forte pressione su Maduro perché accetti di trattare e rimanga schiacciato senza poter fare niente. Ma può anche reagire e mettere in atto la famosa frase: “Un processo che non si radicalizza subisce l’involuzione”. Può lanciare un contro-golpe. Si approssima un grosso scontro perché il parlamento manovrato dalla destra esigerà attribuzioni che il potere esecutivo non gli darà. Allora il parlamento voterà l’amnistia per López e l’esecutivo la vieterà. L’esecutivo emanerà una legge contro la destabilizzazione e il parlamento la respingerà. O governa l’esecutivo o governa il parlamento: un forma di scontro di poteri molto tipica.

In questo senso, visto che per preparare il referendum di revoca ci vuole un anno, c’è da raccogliere le firme, farle convalidare, occorre chiamare a vincerlo, e tutto questo ingenererà un grosso scontro. Qui sta il dilemma. C’è un settore conservatore, socialdemocratico o avvolto nella corruzione all’interno del chavismo che non vuol saperne assolutamente di rispondere radicalizzando il processo.

Questo settore impedisce la reazione all’aggressione imperiale. È ovvio che l’imperialismo conduca contro il Venezuela la guerra economica, ma il problema è che Maduro non è riuscito a piegare gli aggressori. Il problema è che il Venezuela è un paese che continua a ricevere dollari, tramite PDVSA, e che questi dollari finiscono in mano a settori corrotti dell’apparato governativo, della speculazione cambiaria, mentre il paese vive tra code e irritazione generale. Inoltre, sul Venezuela grava ormai un debito rilevante. Il paese non ha dollari sufficienti per saldare tutte le importazioni e al contempo paga il debito.

In questa situazione, i settori governativi socialdemocratici e conservatori si limitano a lamentarsi della “situazione tremenda imposta dall’imperialismo”, ma senza fare niente di concreto per ostacolare l’aggressione. Questo comportamento ha conseguenze pratiche perché cresce la demoralizzazione. La destra ha vinto non tanto perché siano passati a destra voti chavisti, ma per la gente che non è andata a votare. È già successo altre volte. È la forma di protesta cui ricorre una parte dei venezuelani. Ben più problematico, più grave, è l’atteggiamento dei leader che dichiarano il loro addio al chavismo o si ritirano a vita privata; senza esprimersi o criticare il governo invece di proporre misure radicali contro la destra. Questo a sua volta è accentuato dall’atteggiamento del governo che impedisce che si sviluppino le correnti di sinistra. Invece di stimolarle, di facilitarne l’iniziativa, ne limita le potenzialità. E mantiene le strutture verticistiche del PSUV.

Dunque è questo lo scenario. Come dice tanta gente, questa è l’ultima occasione. Adesso o mai più. Quest’ultima occasione comporta che si prendano decisioni su due terreni molto precisi. Sul piano economico: nazionalizzare le banche e il commercio estero e, a partire da questi due strumenti, stabilire un altro modo di utilizzare i dollari. Ci sono molti buoni economisti che lo stanno dicendo da dieci anni. Hanno fatto programmi che ti spiegano fin nel dettaglio come fare. Non si tratta, perciò, di misure sconosciute. L’altro pilastro è politico: per sostenere la radicalizzazione occorre il potere comunale. Il Venezuela ha già una legislazione, una struttura, leggi già votate, che consentono di amministrare il paese con una nuova forma di organizzazione comunale; dal basso verso l’alto, con varie istanze in cui la democrazia sia reale e in cui il potere popolare non si limiti a essere un insieme di istituzioni difensive. Si tratta di un’architettura decisiva per contestare il parlamento della destra. Se Maduro e i dirigenti venezuelani vogliono riscattare il processo bolivariano, questo è il momento del potere comunale. Vedremo. Sono. convinto che sia giunto il momento di vedere le carte e di prendere decisioni.[i]

 

R. L.È ritornato normale che intellettuali e, persino attivisti, ripongano le loro aspettative più nel protagonismo dei governi che non su quello delle organizzazioni popolari. Quale prospettiva si apre per le lotte sociali? Che ruolo dovrebbero avere in queste l’antimperialismo e l’anticapitalismo?

C. K. – Credo sia molto importante in tutta la discussione su se si chiude o meno il ciclo progressista, guardare non soltanto ai governi, ma anche a quel che succede in basso. Molti autori hanno la tendenza a valutare un ciclo in funzione di chi manovra il potere esecutivo. Questo però è solo uno degli aspetti. Il ciclo è nato con la rivolta popolare e a determinare i rapporti di forza sono le rivolte popolari. Nell’ultimo decennio si è verificato un processo nuovo perché, tramite una parziale redistribuzione della rendita delle commodities, molti governi hanno sviluppato reti di assistenzialismo e processi di consumo che hanno stemperato gli scontri sociali. Questa è una delle spiegazioni del perché non abbiamo avuto ribellioni dal 2004 in poi.

C’è un cambiamento nel ciclo economico destinato a riproporre la rivolta sociale; e allora si tornerà a discutere il progetto della sinistra. Molto dipenderà dalla soluzione della situazione del Venezuela, che è stato il punto di riferimento politico dell’ultimo periodo per la sinistra significativa. Così come in altri momenti lo furono la Rivoluzione cubana o il sandinismo. I punti di riferimento emancipatori sono continentali. Si creano in un paese e diventano centro di attenzione per tutti gli altri.

Tuttavia, il grande problema strategico sta nel fatto che molti pensatori ritengono che la sinistra debba incentrarsi sulla costruzione di un modello di capitalismo post-liberista. Questa idea blocca i processi di radicalizzazione. Presume che essere di sinistra sia essere post-liberista, che essere di sinistra significhi battersi per un capitalismo organizzato, umano, produttivo. Questa idea è sottesa nella sinistra da vari anni, mentre essere di sinistra vuol dire essere contro il capitalismo. Mi pare sia l’abc. Essere socialista significa battersi per un mondo comunista. In ogni fase questo orizzonte cambia e i parametri strategici si rinnovano. Ma se si altera l’identità di sinistra il risultato è la frustrazione.

La costruzione della sinistra richiede che si torni all’idea dell’ultimo Chávez: una forte scommessa per un progetto socialista coerente con le tradizioni del marxismo latinoamericano e la Rivoluzione cubana. Mi sembra che questa linea strategica sia stata distorta da forti illusioni sulla convenienza di rimpiazzare questo orizzonte con convergenze, ad esempio, con Papa Francesco. Si presume che, morto Chávez, ci servono altri punti di riferimento, credendo che il sostituto possa essere questo papa. Io credo si tratti di un errore strategico. Non credo che la Dottrina sociale della Chiesa sia la guida da seguire per la nostra battaglia contro il capitalismo. Questa dottrina fu infatti costruita come un’ideologia anticomunista, non anticapitalista. E il papa Francesco la ricicla con l’intenzione oggi di ricostruire il peso popolare di una chiesa latinoamericana molto indebolita. Mi sembra di grande ingenuità supporre che questa ricostruzione vada in favore di una sinistra che si situa agli antipodi del progetto vaticano. Credo dobbiamo sostenere i nostri ideali, in questo momento chiave per la storia latinoamericana

 

Traduzione di Titti Pierini



* Claudio Katz: economista, ricercatore del CONICET, docente universitario e, soprattutto, militante di sinistra.

[i] L’intervista è stata rilasciata prima dell’istallazione del “parlamento comunale”.



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