Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Katyn

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Katyn

 

In questi giorni l’incidente aereo in cui ha perso la vita il non rimpianto presidente polacco Lech Kaczynski nei pressi di Smolensk ha portato molti giornali a parlare di una “maledizione di Katyn”, anche se la caduta di un vecchio e malandato Tupolev TU154 del 1990 non richiede molta dietrologia.

Ma mi sono reso conto che, per ragioni varie, di quel dramma si sa poco. Se ne è parlato un po’ ogni tanto, ad esempio nel 2005, a proposito della pretesa censura nei confronti dell’ideologo più in voga tra i nostalgici del “socialismo reale”, Luciano Canfora. In realtà, non c’era stata nessuna “censura” ma la decisione di un editore tedesco di non pubblicare più la traduzione di un suo libro, una volta verificato che rimuoveva quella ed altre tragedie dello stalinismo. In quella occasione Sergio Luzzatto aveva osservato che, seppure con maggiore intelligenza di altri più ingenui “giustificazionisti”, negli scritti di Canfora c’era qualcosa di simile a “un negazionismo all'italiana”, basato su “un armamentario quasi incredibile di ammissioni e di omissioni, di funambolismi e di eufemismi, di doppi pesi e di doppie misure”.

Mi ha fatto piacere una volta tanto non trovarmi solo in quella che io stesso avevo definito: Una polemica decennale con i giustificazionisti. Del cinismo di Canfora nel sottovalutare il prezzo pagato in Polonia per i crimini dell’URSS staliniana avevo già scritto ampiamente nella recensione a un suo libro di successo, molto apprezzato da Rossana Rossanda: Togliatti e i dilemmi della politica,

In quella polemica del 2005, sulle pagine del “Corriere della sera”, Canfora, in un’intervista concessa ad Antonio Carioti, si difendeva sostenendo che l'eccidio di Katyn «fu l' ultimo e più feroce atto di un conflitto russo-polacco iniziato nel 1920, quando Varsavia attaccò il suo grande vicino, cercando di approfittare del caos seguito alla rivoluzione d' Ottobre e alla guerra civile per creare una grande Polonia. Per Stalin si trattava di chiudere il conto, spazzando via la casta militare polacca, aspramente antisovietica». Una tesi molto forzata: la Polonia del 1920, istigata dalle forze dell’Intesa, voleva approfittare delle difficoltà della Russia sovietica uscita a pezzi da anni di guerra civile per recuperare le terre dell’antico regno di Polonia, mentre Stalin nel 1939 si era accordato con Hitler per cancellare quello “Stato bastardo figlio di Versailles”.

Bizzarramente Canfora si diceva poi d’accordo con la tesi di Zaslavsky secondo cui Stalin nel 1939 pensava di stipulare con Hitler una vera alleanza, destinata a durare: «Nel mio libro sulla democrazia, ho scritto che il patto con il Terzo Reich fu una scelta strategica di lungo periodo, non un espediente tattico (…). In realtà l' Urss in quella fase aveva gettato a mare la linea antifascista del VII Congresso del Comintern. Ma questo avvenne, come scrisse Churchill, perché Francia e Gran Bretagna avevano dato l' impressione di non credere a una seria alleanza con Mosca. Nel timore di essere ingannato, Stalin pensò a un' intesa durevole con Hitler, come durevole era stata la scelta anglo-francese. Poi l' attacco nazista all' Urss cambiò tutto. E dopo la guerra divenne difficile ammettere che cosa era realmente avvenuto».

Allucinante questo tono salottiero: l’atteggiamento di Stalin può essere paragonato a quello di chi, per difendersi da un assassino sanguinario, chiamasse un poliziotto, ma vedendolo in ritardo, si mettesse d’accordo con il mostro, dividendosi il bottino e infierendo insieme a lui sulle sue vittime. Come si può esaltare la lungimiranza di Stalin, visto anche com’è andata a finire?

 

Comunque, lasciando perdere Canfora e simili, ho pensato di riprendere autonomamente la questione dell’eccidio della primavera del 1940, su cui in realtà ci sarebbe ben poco da aggiungere rispetto a quanto conosciuto da decenni, ma che è – grazie ai silenzi di tanti difensori dell’esistente -  praticamente sconosciuta ai giovani. Anche il film di Wajda in Italia è rimasto semiclandestino: se nella Russia del “cekista” Putin finora era stato anche formalmente vietato, e si vedrà solo ora in TV in occasione grazie alla morte di Kaczynski, in Italia ne hanno circolato solo 12 copie. Io, ad esempio, non sono riuscito a vederlo per poter esprimere un giudizio.

Di libri su Katin non ce ne sono stati mai molti in italiano: per molto tempo l’unico decente era quello di J. K. Zawodny, Morte nella foresta, Mursia, Milano, 1973 (uscito negli Stati Uniti nel lontano 1962!)

Oggi è disponibile solo un libro di Victor Zaslavsky, uscito per la prima volta nel 1998, e successivamente ampliato grazie alla maggiore apertura degli archivi sovietici: Victor Zaslavsky, Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, Il Mulino, Bologna, 2006.

Il libro aggiunge parecchio a quanto si poteva sapere precedentemente, se si voleva sapere… Va detto che anche un “riformatore” come Giuseppe Boffa, sia nella prima edizione degli anni Settanta della sua Storia dell’Unione sovietica, sia in quella del 1990, ha continuato a ripetere che “la verità sulla tragedia di Katyn non poté mai essere stabilita in modo oggettivo”, sicché “l’adesione all’una o all’altra versione è quindi più il risultato delle proprie convinzioni politiche che non il frutto di un’indagine esauriente”…

Eppure sarebbe stato facile smantellare la tesi della responsabilità nazista ripetuta fino al crollo dell’URSS da tutta la propaganda del movimento comunista, anche se poteva essere difficile capire se quelle uccisioni erano state il frutto di una decisione individuale di qualche ufficiale del NKVD in preda al panico di fronte all’avanzata tedesca, o erano state decise in alto loco.

In realtà i dati ricostruiti dalla commissione internazionale della Croce rossa dopo il ritrovamento dei resti avevano già portato a escludere che la strage potesse essere avvenuta a fine giugno ad opera dei nazisti. Tutti i cadaveri avevano ancora indosso un abbigliamento invernale. Inoltre avevano le loro fedi e i loro denti d’oro, mentre è noto che le SS li strappavano alle loro vittime. La datazione della loro morte era possibile grazie a vari elementi, compreso la corrispondenza trovata su di loro, l’età degli alberi piantati sulle fosse comuni, ecc.

Ma Zaslavsky ha trovato molti documenti ufficiali che indicavano la suddivisione delle popolazioni dei territori occupati in varie fasce: quelli di nazionalità ucraina e bielorussa dovevano se possibile essere recuperati con un trattamento relativamente benevolo, e salvo casi particolari non incarcerati. Il peggior trattamento era riservato ai polacchi, soprattutto se ufficiali, sottufficiali, osadniki (un equivalente polacco dei cosacchi), preti, farmacisti, gendarmi, “traditori” (come identificarli? E come si può tradire uno Stato che non è il tuo?). In un testo votato il 2 marzo 1940 dal Politburo, firmato da Stalin, ma presentato congiuntamente da Berija e da Nikita Chrusciov (in qualità di primo segretario del Partito comunista ucraino) si proponeva esplicitamente di “effettuare la deportazione nella regione sovietica del Kazachistan per un periodo di 10 anni di tutte le famiglie di prigionieri di guerra che si trovano nei campi per ex ufficiali dell’esercito polacco, agenti di polizia (…) alti funzionari dell’ex apparato statale polacco, per un totale di 22-25mila famiglie”… Trattandosi solo di familiari dei detenuti, si può immaginare che sorte era riservata ai prigionieri stessi. (pp. 35-37)

E in effetti in una lunga lettera di Berija a Stalin del 5 marzo 1940, in cui si fornivano dati precisi (per grado, funzioni, zone di provenienza), si diceva che “il NKVD dell’URSS ritiene necessario (…) esaminare i casi secondo una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione”. (p. 39)

I beni dei familiari deportati, venivano confiscati. In successive ondate venero arrestate e deportate 140.000 persone il 10 febbraio, 61.000 il 13 aprile (i familiari dei fucilati, a cui “per il capriccio del Politburo vennero aggiunte circa 200 prostitute”), il 29 giugno 75.000 “rifugiati”, in maggioranza ebrei, che erano fuggiti o dalla Polonia occupata dai nazisti o, in qualche caso, dalla Germania stessa.”(pp. 42-43). Era vanto degli esecutori la sincronizzazione delle retate, per impedire che qualcuno potesse sfuggire.

Il libro fornisce una documentazione impressionante anche sugli sforzi per colpire fisicamente chi dubitava della tesi ufficiale che attribuiva ai nazisti l’eccidio (ai margini del processo di Norimberga un procuratore sovietico, Nikolaj Zorja, che aveva espresso dubbi, fu trovato morto nella sua camera), o almeno moralmente: diversi membri della commissione d’inchiesta della Croce rossa internazionale che avevano esaminato le salme furono per anni popola fine della guerra definiti “complici del nazismo”. Uno di loro, l’italiano Vincenzo Palmieri, fu perseguitato a lungo: il PCI ne chiese persino l’espulsione dal corpo accademico come “collaborazionista e servo della propaganda di Goebbels”, e gran parte dei docenti dell’Università di Napoli erano disposti a farlo; ma il rettore Adolfo Omodeo rifiutò di firmare il provvedimento. Vicende analoghe toccarono ad altri colleghi in diversi paesi. (p. 75).

Il libro di Zaslavsky contiene un’altra chicca, che rende ridicola la pretesa di Putin di attribuire al solo Stalin ogni responsabilità. Il 3 marzo 1959, in piena “destalinizzazione” chruscioviana (così la definisce tuttora la vulgata dei superstiti dei PC…) il capo del KGB Aleksandr Šelepin aveva scritto al segretario generale una lettera preoccupata in cui affermava che “circostanze imprevedibili possono condurre alla rivelazione dell’operazione compiuta, con tutte le conseguenze spiacevoli per il nostro Stato”. Šelepin segnalava la presenza di ben 21.857 fascicoli individuali “conservati in un locale sigillato”, che secondo lui non avevano “alcun interesse effettivo né valore storico”. Per questa ragione, la lettera concludeva: “A partire da quanto esposto risulta opportuno distruggere tutti i fascicoli individuali riguardanti le persone fucilate nel 1940 nell’operazione suddetta”. Si noti che Šelepin veniva presentato come un riformatore, perché aveva preso il posto del generale Ivan Serov (che aveva deriso gli esecutori della strage di Katyn come maldestri, vantandosi di aver ucciso molti più polacchi in Ucraina, ma senza lasciare tracce…(pp. 79-81).

Sui limiti della “destalinizzazione”, Zaslavsky riporta il simpatico aneddoto di un’assemblea in cui, mentre Chrusciov descriveva i crimini di Stalin; una voce dal fondo gli chiese ad alta voce: “E dov’era Lei, compagno Chrusciov?”. Chrusciov si fermò e disse: “Si alzi chi ha fatto la domanda”, e nessuno si alzò. “Ora vedete, aggiunse, neanche noi osavamo alzarci”.

 

Ma il libro, prezioso per la documentazione, è sgradevole per le argomentazioni e le tesi intepretative. Come dice lo stesso titolo, la logica sarebbe stata una “pulizia di classe”, anzi un “classicidio”. In realtà Zaslavsky immagina un’URSS che nel 1940, in piena collaborazione con Hitler, avesse ancora una logica di classe. La chiave di lettura del massacro dell’élite polacca (ma anche lituana, lettone, estone…) non era una “guerra di classe”, ma l’eliminazione di chi poteva tentare di far rinascere lo stato polacco, o resistere alla russificazione. Una chiave nazionalistica, non classista dunque. Lo stesso errore Zaslavsky aveva compiuto in un altro suo libro, Lo stalinismo e la sinistra italiana, in cui fantasticava su un progetto dei comunisti italiani di prendere il potere con l’appoggio dell’URSS, mentre invece lavoravano attivamente per consolidare il regime borghese in Italia. Riporto in appendice una mia recensione del 2004 a quel libro, che chiarisce bene, credo, la ragione del suo equivoco. Ma i documenti che riporta, anche se male interpretati, restano e pesano.  (11/4/10)

 

Appendice I

L’ombra lunga dello stalinismo

di Antonio Moscato

 

Victor Zaslavsky, formatosi come docente di “marxismo-leninismo” a Leningrado, vive e insegna

in Italia ormai da decenni [In realtà è morto il 26 novembre 2009]. Negli anni Ottanta ha contribuito utilmente alla conoscenza della realtà sovietica con molti saggi apparsi soprattutto su diverse riviste, tra cui quella socialista “Mondoperaio”, e alcuni libri: il primo di essi presentava efficacemente le contraddizioni della società sovietica nell’epoca di Breznev (Il consenso organizzato, Il Mulino, Bologna, 1981). Il suo libro più recente, Lo stalinismo e la sinistra italiana (Mondadori, Milano, 2004) è invece abbastanza deludente.

I documenti trovati recentemente negli archivi dell’URSS a cui fa riferimento sono pochi e non tali da modificare le interpretazioni più articolate della politica staliniana degli anni precedenti.

Tesi fondamentale del libro è che “esisteva in Italia la possibilità, assolutamente reale, di un colpo di Stato effettuato dall’apparato paramilitare del Partito comunista, che avrebbe cercato di instaurare un regime antidemocratico analogo alle «democrazie popolari» dell’Est europeo”. (p. 217). La tesi si fonda su una premessa del tutto infondata: in Grecia Stalin avrebbe incoraggiato i comunisti a insorgere, e solo dopo il loro fallimento avrebbe fermato gli italiani... Presentando il suo libro a Lecce, Zaslavsky aveva retrodatato questo presunto appoggio addirittura al 1945, ma si è corretto poi quando gli sono state ricordate le innumerevoli fonti che lo escludono categoricamente almeno per quel periodo: in primo luogo gli elogi di Churchill (nella sua fondamentale storia della seconda guerra mondiale) alla “lealtà” con cui Stalin applicò quanto deciso per la Grecia negli accordi di spartizione presi a Mosca nell’ottobre 1944. Su questo rinvio al mio saggio su Rivoluzione e guerra civile in Grecia in Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica editrice, Lecce, 1996, pp. 189-206.

Per sostenere la sua tesi, Zaslavsky si basa quasi esclusivamente su un telegramma di Stalin a Molotov nel settembre 1947 (quando la guerra fredda era già esplosa), che autorizzava a far pervenire a Zachariadis modesti aiuti, come 60 (sessanta!) cannoni anticarro tedeschi (residuati di guerra), invece dei 60 mortai da montagna richiesti. Zaslavsky dà inoltre per scontato che i comunisti greci al momento del disarmo totale concordato negli accordi di Varkiza avessero trattenuto le armi più moderne, cosa assai improbabile in un paese dominato da un governo anticomunista appoggiato dagli occupanti britannici, giunti nel paese proprio per disarmare i partigiani. D’altra parte egli stesso ammette in una nota, basandosi su fonti statunitensi, che le armi trovate ai combattenti del 1947-1948 erano solo armi leggere di fabbricazione tedesca prodotte prima del 1944. Come nel 1936-1939 un Spagna, gli aiuti concessi dall’URSS consentivano a malapena di sopravvivere per un po’, e non erano certo sufficienti per vincere.

Del tutto secondaria a Zaslavsky appare anche la testimonianza degli jugoslavi Kardelij e Djilas e del bulgaro Traičo Kostov sulla netta ostilità manifestata da Stalin nei confronti di quella che egli definiva “l’avventura greca”.

La questione della datazione è essenziale: nel 1944 per i comunisti sarebbe stato possibile e facile prendere il potere, in una Grecia che si era liberata da sola e in cui non c’erano ancora truppe britanniche che furono fatte arrivare (col loro consenso, ottenuto grazie ai buoni consigli degli ufficiali sovietici presenti ad Atene) proprio per disarmare i partigiani, ma invece non fu fatto niente e il partito comunista si limitò a reagire localmente alla strage perpetrata il 2 dicembre 1944 dai britannici e dai filofascisti della gendarmeria, senza chiedere rinforzi alla notevoli e ben armate forze partigiane presenti nel Peloponneso e in Epiro. Nel 1947 l’insurrezione invece ci fu effettivamente, ma tardiva e inopportuna, dettata da uno stato di necessità: la situazione sfuggiva di mano al segretario del KKE, Zachariadis, da un lato per l’ondata di arresti e di condanne durissime agli ex partigiani, dall’altra per le risposte sporadiche di singoli militanti che tornavano in montagna alla spicciolata, con poca efficacia militare, contribuendo indirettamente a giustificare l’inasprimento della repressione nei confronti di chi continuava a scegliere la legalità. Era inoltre cambiato il quadro internazionale, e soprattutto era diminuito il consenso al partito comunista, che era fortissimo nel 1943 e 1944, ma si era ridotto rapidamente anche per il suo comportamento nel dicembre 1944, quando per reazione al massacro del 2 dicembre aveva occupato Atene per un mese: i partigiani, che erano stati passivi nei confronti dei britannici, dai quali si facevano disarmare senza reagire, furono feroci nei confronti di trotskisti e socialisti, e della stessa popolazione, dalla quale prelevarono 15.000 ostaggi scelti a caso nei quartieri borghesi, che portarono con sé nelle montagne quando lasciarono Atene (di essi 4.000 morirono di freddo e di stenti, e la loro sorte impressionò notevolmente l’opinione pubblica greca e internazionale, soprattutto britannica).

Ci sono diverse domande a cui Zaslavsky non risponde: ad esempio, perché mai i britannici avrebbero impegnato mezzi preziosi per far arrivare nei primi mesi del 1945 ad Atene Zachariadis, appena liberato da un campo nazista, se non perché serviva (come Togliatti in Italia nel 1944) per far ingoiare gli accordi di Varkiza a un partito recalcitrante? Zachariadis, forte dell’appoggio degli occupanti, lo fece con efficacia, denunciando come traditore, e abbandonandolo alla repressione, l’eroe della resistenza Aris Veluchiotis che rifiutava di cedere le armi...

Abbiamo già accennato che l’insurrezione del 1947 avvenne fuori tempo, senza un minimo di strategia sensata, con caratteristiche avventuriste dettate dal presuntuoso e incompetente Zachariadis, che sconfessò presto il ben più lucido comandante Markos, accusandolo di “titoismo” perché proponeva una tattica prudente di guerriglia, in base all’esperienza jugoslava, anziché avventurarsi in battaglie campali per proclamare una repubblica in qualche cittadina. Se l’URSS avesse avuto interesse alla conquista della Grecia, avrebbe fornito maggiori aiuti e ben altri consiglieri, e soprattutto scelto un altro momento...

Anche in Italia d’altra parte nel 1946-1947 vi furono partigiani che tentarono di tornare in montagna con le armi che avevano nascosto, e furono duramente sconfessati dalla direzione del partito. Ci sembra che Zaslavsky faccia parecchia confusione tra le iniziative spontanee dal basso (come la “giustizia proletaria” in alcune zone del nord dopo il ritorno dei fascisti e le prime incarcerazioni di partigiani) e la politica ufficiale del partito comunista e di Mosca, attribuendo le prime a un gioco delle parti.

Zaslavsky accenna alla “doppiezza” nel partito comunista, ma ci sembra che gli sfugga che serviva a ingannare non il nemico di classe, ma la propria base inquieta e preoccupata: in primo luogo voleva dire “lasciar fare qualcosa” per evitare di perdere del tutto il controllo (ho avuto esperienze dirette di questo atteggiamento della direzione del partito al momento di alcune iniziative di lotta contro il tentativo di Tambroni di portare i fascisti nella maggioranza di governo nel 1960).

Il libro rivela un certo appiattimento tra diverse fasi storiche, con una metodologia che richiama un po’ quella delle scuole di storia “marxiste-leniniste” in cui Zaslavsky si è formato. Gli anni ‘43-‘47 sono ben diversi da quelli successivi alla rottura della collaborazione sovietica con l’imperialismo anglo-americano (rottura che provocò inizialmente in Stalin e nella sua cerchia, Togliatti compreso, uno sgomento paragonabile a quello di fronte all’aggressione di Hitler del giugno 1941). Si innescò poi una reazione con un nuovo corso estremista che durò fino alla morte di Stalin. In quel quadro si capisce il via libera a Kim il-Sung in Corea per un’avventura militare, che non corrispondeva però certo a una scelta di “tornare alla via rivoluzionaria”...

Per Zaslavsky si direbbe invece che l’URSS sia sempre e solo un’entità maligna, “l’impero del male”, in ogni fase. Egli nega perfino il carattere vincolante degli accordi di Yalta (in realtà abbozzati con Churchill a Mosca nell’ottobre 1944), e accusa l’URSS di aver tentato sempre appena possibile di violarli. Si direbbe che Zaslavsky proietti su tutta la storia precedente l’esperienza dell’avventurismo degli ultimi anni di Breznev (che ci fu, ma aveva ben altro segno, ed era il riflesso di una crisi ormai profonda e irreversibile della società e del gruppo dirigente sclerotizzato dell’URSS).

Altri storici, come Sergio Romano, Ennio Di Nolfo, Immanuel Wallerstein, per citarne solo alcuni, sostengono invece che ben presto, subito dopo la morte di Stalin, la guerra fredda fu sostituita da un rituale (un “minuetto”, lo definisce Wallerstein nel suo ultimo libro Il declino dell’America, Feltrinelli, Milano, 2004) in cui ciascuna delle due maggiori potenze faceva quello che riteneva utile nella propria area, e lasciava fare a quella rivale lo stesso nella sua (salvo sollevare a scopo propagandistico dure proteste verbali).

La riprova è che non ci sono state sostanziali violazioni di Yalta dopo quella fatta da Tito e mai perdonata da Stalin: la Jugoslavia negli accordi di Mosca doveva essere gestita in condominio dalle due potenze, cioè con un governo di Tito sottoposto alla monarchia filobritannica, ma non accettò le imposizioni di Stalin e Churchill d’altra parte si rese conto presto che la soluzione concordata a Mosca era impraticabile in base ai rapporti di forza locali e fece buon viso a cattivo gioco.

L’assetto della Cina non era stato neppure discusso con Churchill, ma le indicazioni di Stalin erano per la partecipazione dei comunisti al governo borghese del Kuo Mintang, e la sua irritazione per il comportamento delle truppe di Mao si vide dallo scarsissimo rilievo dato sulla “Pravda” alla loro entrata in Shangai, e poi dalle tensioni che portarono in poco più di un decennio alla rottura tra i due grandi paesi. Alla Corea Zaslavsky accenna solo di sfuggita, sottovalutando il senso dell’incoraggiamento sovietico alla Cina per impelagarla in un conflitto pericoloso appena un anno dopo l’arrivo dei comunisti al potere. Zaslavski non pensa mai al fatto che l’URSS staliniana è sempre stata ostile a ogni vera rivoluzione, dalla Spagna 1936 alla Jugoslavia, alla Cina.

Quanto a Cuba, a cui accenna ancor più di sfuggita, non tiene affatto conto che la sua rivoluzione è avvenuta del tutto autonomamente e anzi in polemica aperta con i filosovietici del PSP: così Zaslavsky fa un’aberrante confusione tra la repressione della rivolta di Berlino Est nel 1953, e quelle di Poznan e dell’Ungheria del 1956 (dovute al panico burocratico nei confronti del primo manifestarsi di rivolte operaie, in Ungheria per giunta con l’organizzazione di consigli come nel 1919...) e l’invio di missili a Cuba nel 1962, scambiato per “tentativo di espandere la zona di influenza sovietica”, mentre era la risposta imprudente e non meditata a un reale bisogno della rivoluzione cubana concretamente minacciata dalla possibilità di nuove invasioni come quella di Playa Girón dell’anno precedente. Ma nella sua visione dell’impero del male moscovita non c’è posto per immaginare che la controparte sia aggressiva.

Anche quando Zaslavsky utilizza documenti davvero nuovi pubblicati di recente in Russia ad opera di pazienti ricercatori, raramente li utilizza in modo convincente: ad esempio, a proposito dell’Iran, egli cita uno scambio di lettere con un dirigente comunista dell’Azerbaigian iraniano, Jafar Pishevari, che fu dapprima autorizzato e aiutato a prendere il potere a Tabriz, poi abbandonato (anche a episodi come questo si deve il discredito accumulato dai comunisti iraniani, che ha lasciato tanto spazio agli ayatollah). Zaslavsky riporta una lettera di Stalin come esempio del suo orribile linguaggio, ma senza soffermarsi sul significato di fondo: i comunisti di ciascun paese potevano essere usati a volte come pedine su uno scacchiere e poi abbandonati cinicamente ad accordi con l’imperialismo. Altro che incitamento alla rivoluzione! (pp. 210-212. Su Pishevari e altre esperienze analoghe si veda anche Farian Sabbahi, Storia dell’Iran, Bruno Mondadori, Milano, 2003, p. 102 e sg.).

Una parte notevole del libro è dedicata alla ricostruzione dei finanziamenti sovietici al PCI e al PSI o al PSIUP, o a singoli individui come Lelio Basso, ma senza mai domandarsi se non era, ancorché immorale, un fenomeno diffuso anche dall’altra parte. Ad esempio, chi finanziò la scissione socialista o quella sindacale? Che senso aveva il Piano Marshall? E soprattutto, che linea si voleva incoraggiare con i finanziamenti sovietici? Una linea insurrezionale? Assurdo e clamorosamente smentito dai fatti!

Da buon reazionario come è diventato, Zaslavsky elogia a volte persino Togliatti per aver rifiutato l’insurrezione, ma ingigantisce il peso e l’autonomia della fronda secchiana...

Ad essa attribuisce tutte le strutture di autodifesa, presentando come insurrezionalista l’atteggiamento di chi temeva, non infondatamente, un inasprimento della repressione e anche un vero e proprio colpo di Stato (ad esempio in caso di legittima vittoria elettorale delle sinistre). Prepararsi a difendersi da un’illegalità era un crimine?

Zaslavsky non capisce neppure il senso dell’atteggiamento di Togliatti nel 1956, legato al suo essere stato parte integrante del gruppo dirigente staliniano ristretto, e alla sua irritazione nei confronti di un Chrusciov considerato (non a torto) un apprendista stregone.

Casomai è interessante notare che nel 1956 Togliatti era allarmato anche per la possibilità di essere sostituito alla testa del partito da Di Vittorio (ma non c’entrava l’ala “insurrezionalista”, tanto sopravvalutata da Zaslavsky, bensì l’irritazione di molti quadri per la sua reticenza sui crimini staliniani).

L’esistenza di un sistema di vigilanza nel PCI viene scambiata sistematicamente da Zaslavsky per una forza predisposta per l’insurrezione: fondandosi probabilmente sugli stati d’animo di alcuni ex DC che ha frequentato in questi anni, egli sostiene incredibilmente che era comprensibile “l’esasperazione degli avversari del PCI, il cui timore di un colpo militare comunista (...) non era tanto infondato”. Si riferisce agli anni di Stalin, ma mette in mezzo anacronisticamente legami veri e soprattutto presunti di gruppi rivoluzionari di cui negli anni Settanta sarebbero stati “accertati rapporti con i servizi segreti del blocco sovietico e con gruppi terroristici dei paesi arabi”. E i legami di settori delle BR col Mossad, allora, come li mettiamo?

Zaslavsky, accecato dal preconcetto, rifiuta perfino testimonianze insospettabili come quella del moderatissimo Macaluso, e perfino quella di Giovanni Pellegrino, a cui rimprovera di contraddirsi sostenendo che “con la svolta di Salerno il PCI abbandonò la via rivoluzionaria, perché non percorribile in Italia, e scelse la via parlamentare”. A Zaslavsky tale opinione appare “non difendibile storicamente”! (p. 252).

Condivisibili sono invece le sue critiche alle reticenze prolungate di alcuni storici comunisti italiani sulla responsabilità sovietica nel massacro di Katyn (su cui pubblica un’impressionante scambio di lettere tra Scelepin e Chrusciov, che si concluse nel 1959 con la decisione di eliminare dagli archivi ogni documento in proposito), o sulla ostinazione con cui altri hanno negato l’influenza di Stalin sulla scelta della “svolta di Salerno”. Ma è grottesco che per documentare il permanere dello stalinismo nella sinistra Zaslavsky si basi poi su una presunta “tolleranza” nei confronti di un gruppuscolo di squilibrati che celebra ogni anno a Firenze il compleanno di Stalin con manifesti con la sua effige...

Di utile nel libro c’è forse soprattutto la testimonianza sulla sua generazione, toccata dal 1956 e poi delusa e amareggiata: in fondo il suo accanito e irrazionale anticomunismo si capisce meglio alla luce di quell’esperienza (e anche a questo ci riferiamo nel titolo dell’articolo).

Zaslavsky sfiora più volte dati interessanti che smentiscono le sue tesi di fondo, ad esempio citando (solo come esempio di contraddizioni) la decisione del Politbjuro di non intervenire in Ungheria presa il 30 ottobre 1956, poi capovolta il giorno dopo in un clima drammatico (perfino con minacce di suicidio, cfr. pp. 187-188). In questo egli differisce profondamente da Vladimir Bukovski, il cui libro egli cita tre volte e non a caso non usa mai: Bukovski infatti, quando ebbe la fortuna di essere chiamato a testimoniare al processo per lo scioglimento del PCUS e poté grazie a questo scannerizzare molti documenti ufficiali del Politbjuro, li pubblicò limitandosi a segnalare il suo stupore nello scoprire che contrariamente alle sue opinioni precedenti fino all’ultimo c’era stata una maggioranza contraria all’intervento in Afghanistan, e che mai si era deciso l’intervento in Polonia nel 1981, usato invece come alibi da Jaruzelskij (Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano, 1999). Insomma Bukovski ammetteva apertamente di essersi sbagliato nelle sue valutazioni della logica del gruppo dirigente sovietico, Zaslavsky invece denuncia come inaccettabile e infondato ogni elemento che contraddice il suo schema mentale. (Su Bukovskij, si veda l’ultima parte del mio articolo Sull’uso politico della storia)

 

P.S. Dopo aver finito questa rassegna leggo una garbata e puntuale recensione di Adriano Guerra al libro di Zaslavsky (su “l’Unità” del 28 marzo 2004), che condivido in larga misura, e di cui ammiro sinceramente la serenità nella polemica con molte delle stesse forzature che mi hanno indignato.

(29/3/2004)