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Quesito: un mobile Ikea quanti sahrawi vale?

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di Cristiano Dan

 

Cominciamo dai fatti.

 

Primo fatto. 29 settembre 2015. A Zenata, fra Casablanca e Rabat (Marocco), mancano poche ore all’inaugurazione ufficiale di un meganegozio Ikea (26.000 metri quadrati, 40 milioni di euro di investimenti), quando tutto viene bloccato dalle autorità marocchine. Pare che manchi una licenza. Quale? Non si capisce bene. Comunque sia, l’inaugurazione salta e viene rimandata alle calende greche.

 

Antefatto. Nel 2011, il Parlamento svedese (e l’Ikea, com’è noto, è svedese) vota a favore del riconoscimento della Repubblica araba sahrawi democratica (RASD), un riconoscimento che faceva parte del programma elettorale dei socialisti e dei verdi, ora al governo di quel Paese scandinavo. Il riconoscimento era però rimasto solo sulla carta: era cioè ancora una intenzione di arrivarvi, non un fatto concreto.

Torniamo al quesito del titolo. C’è un nesso di causa-effetto fra questo primo fatto e l’antefatto? Il governo marocchino, interrogato dai giornalisti, scuote la testa. Il problema è la licenza mancante. Quale licenza? Una licenza, non facciamo i pignoli. Il governo svedese, interrogato dai giornalisti, non commenta. Fino a che interviene un nuovo fatto, significativo.

Secondo fatto. A metà gennaio 2016 la ministra svedese degli Esteri, Margot Wallström, dichiara che «le condizioni richieste dalla legge internazionale per il riconoscimento della Repubblica araba sahrawi democratica non ci sono». (Par di capire che nel 2011 c’erano, e poi sono scomparse). E, in uno slancio di sincerità, aggiunge, parlando alla Tv del suo Paese: «Il [nostro] governo si trova già in conflitti diplomatici con l’Arabia Saudita e con Israele. Non possiamo permetterci un terzo conflitto con un Paese importante. Il peso del Marocco nel mondo arabo è considerevole e la Svezia ha bisogno dell’appoggio dei Paesi arabi per mantenere la sua presenza nel Consiglio di sicurezza [dell’ONU]» («esquerda.net», 19 gennaio 2016).

Che dire? Una situazione squallida, in cui il business (i mobili Ikea) e la Realpolitik (troppi «conflitti», senza dimenticare il seggio al Consiglio di sicurezza) l’hanno vinta su solenni impegni (politici e umanitari, prima ancora che elettorali). Ma non è il caso di prendersela troppo con la Svezia: a sua parziale scusante va detto che perlomeno ha tentato di riconoscere la RASD, cosa che nessun altro Paese europeo si è sognato prima e si sogna ora di fare.

L’attenzione dei nostri governanti è costante, spasmodica verso tutto ciò che ha l’aria di un attentato ai diritti umani in certi Paesi (diciamo, così, a caso, il Venezuela, o Cuba). È pertanto comprensibile che quando si tratta di certi altri Paesi (diciamo, così, a caso, l’Arabia Saudita, con le sue decapitazioni in serie), la riserva di sdegno si ritrovi un po’ esaurita e per quanto ci si sforzi non si vada al di di qualche flebile presa di distanza (ufficiosa, s’intende).

Quindi non c’è da meravigliarsi che il governo marocchino, nonostante le sue malefatte (meno granguignolesche di quelle saudite, certo, ma non per questo meno gravi) goda tutto sommato di buona stampa. Stampa che «buca» spesso la notizia quando si tratta di fatti repressivi o peggio. Per esempio, per limitarci agli ultimissimi giorni:

·        il 7 gennaio scorso le forze di sicurezza marocchine sono intervenute contro le manifestazioni di protesta di 30.000 maestri e maestre che si svolgevano contemporaneamente in sei città. Le maestre sono state oggetto di una particolare “attenzione”, venendo spesso pestate a sangue (in particolare a Inezgane, nel Meridione: 60 feriti, di cui due gravi). Il governo ha minimizzato i fatti, arrivando a dichiarare che molte maestre in realtà «avevano fatto finta di svenire». Colpendosi da sole alla testa coi manganelli, per rendere più realistico il fatto, sembrerebbe di capire.

·        il 17 gennaio scorso il giornalista non addomesticato Hicham Mansouri è uscito di prigione, dove era rimasto dieci mesi con l’accusa di ... «complicità in adulterio», tanto risibile quanto prefabbricata. Si godrà dieci giorni di libertà, perché il 27 sarà giudicato, assieme allo storico Maati Monjib e altre cinque persone, per un non meglio specificato «attentato alla sicurezza dello Stato»...

·        nella seconda metà di gennaio le autorità marocchine hanno proceduto a una serie di espulsioni, tutte riguardanti persone che mostravano “eccessivo” interesse per la situazione dei sahrawi: è capitato a sedici giovani norvegesi e - tre giorni dopo che la Svezia aveva reso nota la sua “rinuncia” al riconoscimento della RASDanche alla giovane Tove Liljeholm, del Vänsterpartiet [Partito di sinistra] svedese.

Quest’anno, per gli amanti degli anniversari, cade il quarantesimo della proclamazione della RASD sul territorio dell’allora Sahara spagnolo. Che è anche il quarantesimo dell’aggressione marocchina e mauritana contro quella giovane repubblica, dapprima spartita fra i due aggressori, poi, dopo la sconfitta delle truppe mauritane a opera del Frente Polisario, occupata quasi tutta dal Marocco, in nome di pretesi “diritti storici” ma con un occhio di riguardo per i ricchi giacimenti di fosfato. A suo tempo l’ONU condannò l’aggressione marocchina e riconobbe il diritto all’autodeterminazione dei saharawi. Non è servito a niente. Dopo anni di guerra, ora vige una tregua precaria, sorvegliata dai “caschi blu”, ma non si vede l’ombra di una soluzione. L’indifferenza internazionale verso la sorte dei sahrawi non è solo casuale: è anche strategica, perché nessuno, soprattutto in tempi di Daesh, vuole pestare i piedi al Marocco. Si aspetta forse, con maggiore o minore impazienza, che i 300.000 sahrawi rifugiati nei campi in Algeria si decidano a rientrare (cosa molto improbabile) o finiscano col morire di stenti? Nessuno lo ammetterà mai, ma sarebbe la soluzione ideale per molti. Nell’ultimo mezzo secolo i sahrawi hanno dato fastidio a troppi: ai colonialisti spagnoli prima, ai francesi poi (aiutando il FLN durante la guerra d’Algeria), infine ai marocchini e ai mauritani. Gli algerini li hanno prima aiutati e ora li sopportano controvoglia; i libici si sono dapprima schierati al loro fianco fino a che Gheddafi non ha deciso di dare vita a un “grande Maghreb” con il Marocco. E ora sono nel mirino anche dei jihadisti, che ovviamente non sopportano un movimento arabo laico. Forse meritano, almeno, un po’ più di attenzione.

 



Tags: Svezia  Ikea  Marocco  Sarhawi  

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