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L’industria di guerra e la «Israele - NATO connection»

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di Antonio Mazzeo

Ammonta a quasi 79 miliardi di dollari il budget finanziario che il governo israeliano ha destinato alle forze armate nei prossimi cinque anni; la metà di essi serviranno a implementare il cosiddetto “Piano Gideon” finalizzato ad accrescerne le capacità di combattere contemporaneamente in più teatri di guerra, “con un arsenale militare idoneo a protrarre gli interventi sia lungo il confine settentrionale con il Libano e la Siria che in altre aree conflittuali come la Striscia di Gaza, la West Bank o in Iran”. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della difesa israeliano, il “Piano Gideon” prevede un’elevata prontezza, un’esemplificazione organizzativa, avanzate capacità di combattimento aereo, marittimo, terrestre e sottomarino, nuove infrastrutture “per rendere più efficiente il controllo delle frontiere”, tagli agli organici del personale militare professionale o di leva, dei servizi di supporto e di quelli non legati direttamente alle operazioni di guerra. Gli strateghi militari di Tel Aviv puntano poi a sviluppare le performance dei centri strategici e delle reti informatiche, creando un Joint Cyber Command che centralizzi tutte le operazioni “offensive” d’intelligence e di raccolta dati sino ad oggi assegnate a diversi soggetti militari. Con il “Piano Gideon” sarà ulteriormente potenziata la dotazione missilistica avanzata grazie all’acquisizione di nuove batterie del sistema di difesa aerea “Iron Dome”, all’installazione dei nuovi sistemi anti-missile a corto e medio raggio “David’s Sling” e “Arrow-3”, all’ammodernamento dell’“Arrow-2” già operativo da alcuni anni, ecc..

Una parte consistente dei finanziamenti per il nuovo piano di riarmo israeliano giungerà ancora una volta dagli Stati Uniti d’America. Nel 1997 Washington ha sottoscritto un accordo con Tel Aviv che ha autorizzato sino ad oggi il trasferimento di “aiuti” militari per oltre 30 miliardi di dollari, mentre altri 3,1 miliardi giungeranno entro la fine del 2018. Quasi un terzo di questi fondi sono “investiti” nel campo della ricerca e dello sviluppo dei nuovi sistemi d’arma; ad essi vanno aggiunti i finanziamenti USA riservati ad alcuni programmi strategici che vedono ad esempio le aziende statunitensi e israeliane cooperare nella progettazione e produzione di nuovi sistemi missilistici e/o spaziali, non compresi tra gli “aiuti” annuali alle forze armate d’Israele. Un contributo rilevante allo sviluppo dell’arsenale di morte israeliano è giunto pure dall’Unione europea: nel solo biennio 2012-13 i Paesi UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi ad Israele per 983 milioni di euro, mentre due dei maggiori gruppi industriali nazionali produttori di armi (Elbit Systems e IAI - Israel Aerospace Industries), hanno avuto modo di partecipare - tra il 2007 e il 2014 - a progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea per un valore di 244 milioni di euro.

Israele tra i maggiori mercanti di morte al mondo

Gli imponenti aiuti finanziari USA e UE, sommati alle crescenti risorse che le autorità di Tel Aviv destinano al complesso militare-industriale nazionale per la ricerca, la sperimentazione e la produzione di sistemi d’arma, hanno consentito ad Israele di collocarsi tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Nell’ultimo decennio, il ministero della difesa ha autorizzato più di 400.000 licenze di esportazione a circa 130 paesi stranieri. Nel 2012, l’anno record dell’export di armi israeliane, il valore totale delle esportazioni è stato di 7,4 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011). Più di un terzo del fatturato è stato generato dal trasferimento di armi a paesi dell’area Asia-Pacifico, mentre quasi un miliardo di dollari è giunto dal mercato nord americano. Nel 2013 l’export di armi israeliane si è attestato in 6,54 miliardi di dollari, mentre l’anno successivo si è ridotto a 5,66 miliardi, il valore più basso negli ultimi sette anni. Secondo il governo israeliano, la riduzione del fatturato sarebbe dovuta ai tagli ai programmi di acquisizione di nuovi sistemi bellici e alla riduzione dei bilanci della difesa negli Stati Uniti e in buona parte dei paesi europei. Nello specifico, nel 2014 le aziende israeliane hanno sottoscritto contratti per 937 milioni di dollari in Nord America, 724 milioni in Europa, 716 milioni in America latina, 318 milioni in Africa e 2,96 miliardi in Estremo Oriente, Sud-est asiatico, India e Oceania. La riduzione delle esportazioni verso l’Asia e il Nord America è stata comunque compensata in parte dalla crescita di quasi il 40% delle esportazioni verso il continente africano. Sempre nel 2014, il National Cyber Bureau (NCB) ha registrato esportazioni nel settore cyber-informatico per un valore complessivo di 6 miliardi di dollari, con un incremento del 100% rispetto all’anno precedente. Secondo le prime stime ufficiali nel 2015 l’export in questo settore sarebbe ulteriormente cresciuto di 500 milioni. Nel campo informatico e dell’intelligence, dove sono inscindibili i legami tra il “civile” e il militare e sono inevitabili le ricadute belliciste e sicuritarie, Israele controlla oggi tra il 5 e il 7% del mercato mondiale delle produzioni e dell’export.

I maggiori produttori israeliani di armi sono principalmente industrie a capitale statale come IAI - Israel Aerospace Industries (holding con il fatturato record nel 2014 di 3,8 miliardi di dollari), IMI (Israel Military Industries), Rafael Advanced Defense Systems, anche se negli ultimi anni sta crescendo in termini di fatturato e dimensioni delle esportazioni il ruolo delle imprese private (in Israele quasi 7.000 imprenditori privati si occupano di export di armi). I colossi israeliani operano principalmente nel settore elettronico, aerospaziale e missilistico. Il gruppo  Rafael, ad esempio, si è specializzato nella produzione di sistemi di telecomunicazione, radar e per la guerra elettronica; IMI (gruppo industriale per cui a fine 2013 è stato predisposto un piano di privatizzazione da parte del governo), produce in particolare armi leggere, fucili, mitragliatori, munizioni, tank, cannoni, artiglieria pesante. Elbit Systems, una delle maggiori aziende in mano ai gruppi finanziari privati, si è affermata invece nel campo delle cyber-war e delle tecnologie d’intelligence. Con un fatturato annuale poco inferiore ai 3 miliardi di dollari, Elbit Systems ha aperto una propria filiale a Fort Worth (Texas) con 1.800 dipendenti, ottenendo dal Dipartimento della difesa e dai principali gruppi industriali militari statunitensi importanti commesse per lo sviluppo degli elicotteri da combattimento “Apaches” e “Black Hawks”, dei cacciabombardieri F-35, F-16 ed F-15, di sistemi missilistici, laser, ecc..

Tra i prodotti d’eccellenza del complesso militare-industriale israeliano, compare innanzitutto il sistema anti-missili balistici “Arrow”, elaborato da IAI congiuntamente ai gruppi statunitensi Boeing, Lockheed Martin e Raytheon. La versione “Arrow 1” risale ai primi anni ’90, mentre l’“Arrow 2” è stato testato la prima volta nel febbraio 2014 nel poligono californiano di Point Mugu contro un bersaglio simulante un missile Scud. Il programma di cooperazione missilistica israelo-statunitense prevede lo sviluppo dell’“Arrow 3” con una gittata ancora più ampia e in grado di intercettare anche missili dotati di testate nucleari al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il primo test dell’“Arrow 3” è stato condotto lo scorso 10 dicembre dalla base israeliana di Palmachim contro un missile bersaglio in volo sul Mediterraneo e che - nelle intenzioni di Tel Aviv - “simulava le minacce balistiche iraniane”.

Le forze armate stanno sperimentando inoltre il sistema di “difesa aerea” anti-missile “David’s Sling”basato sui nuovi missili “Stunner” co-prodotti da Rafael e Raytheon Company, con il rilevante contributo finanziario degli Stati Uniti d’America (286 milioni di dollari circa). Al progetto collaborano pure Elta Sytems (azienda d’elettronica avanzata controllata da IAI) ed Elisra (società controllata da Elbit Systems). Il missile a propellente solido “Stunner” può raggiungere la velocità di Mach 7.5 e operare sino ad una distanza di 300 km. Il primo test del “David’s Sling” è stato realizzato l’1 aprile 2015 in un grande poligono israeliano del deserto del Negev, a cui ne è seguito un altro alla vigilia di Natale, sotto la supervisione dell’Israel Missile Defense Organization e dell’US Missile Defense Agency. Secondo il Comando dell’Aeronautica militare israeliana, il nuovo sistema missilistico diverrà operativo entro l’aprile 2016. Il sito specializzato Analisi difesa spiega che “l’accelerazione al programma va inquadrata alla luce degli ultimi sviluppi nei negoziati sul nucleare iraniano e come effetto delle recenti tensioni, per altro annunciate, tra Israele ed Hezbollah, oltre che alla necessità di colmare quel segmento di difesa lasciato vuoto dal Kippat Barzel (Iron Dome), sistema contro razzi, colpi d’artiglieria e mortai che copre la fascia di bersagli lanciati da una distanza di 4-70 km, e dall’Arrow, il sistema ad alta accelerazione contro missili balistici a lungo raggio”.  Continua in: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2016/01/lindustria-di-guerra-e-la-israele-nato.html

 



Tags: Israele  NATO  imperialismo  guerra  

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