Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Actualidad latinoamericana --> La chiesa cubana si muove

La chiesa cubana si muove

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A Cuba, la Chiesa si muove.

 

 

Ho già sottolineato più volte che dell’attuale crisi della società cubana, negata solo da chi vuole essere cieco, rischia di approfittare non questo o quello dei piccolissimi gruppi dell’opposizione, uniti quasi soltanto dalla testarda insistenza del regime di definirli in blocco “mercenari”, ma la Chiesa cattolica, che ha accresciuto molto la sua influenza in questi ultimi anni, pur muovendosi con grande prudenza.

Ma ora l’intervista rilasciata dal cardinal Jaime Ortega alla rivista della sua arcidiocesi, “Palabra nueva”, rivela una maggiore volontà di presentarsi come punto di riferimento anche politico toccando vari tasti dolenti, pur non mancando di dare, come è nella migliore tradizione cattolica, un colpo al cerchio e uno alla botte.

Sono appena rientrato a casa da un viaggio con vari problemi di collegamento, e devo rinviare un commento più articolato, ma intanto credo utile mettere subito sul sito un riassunto in italiano e il testo integrale dell’intervista. In giallo ho evidenziato i punti salienti. (a.m. 22/4/10) Il testo integrale in Italiano è ora in Cuba inquieta (23/4/10)

 

Il cardinale Ortega: necessari urgenti cambiamenti a Cuba per superare la difficile situazione

 

 

"Il nostro Paese si trova in una situazione molto difficile, certamente la più difficile che abbiamo vissuto nel XXI secolo". Così l'arcivescovo dell'Avana, il cardinale Jaime Ortega, in una lunga intervista rilasciata alla rivista dell'arcidiocesi "Palabra Nueva". Le riflessioni del porporato riflettono le sue preoccupazioni e quelle della Chiesa cattolica a Cuba, sul come preservare e rinforzare il bene comune, questione presente "sulla stampa cubana dove si leggono - ha detto - diverse opinioni sulle possibili soluzioni alle difficoltà economiche e sociali del momento". Rifiutando l'idea, in passato molto diffusa, di un'alleanza con lo Stato per lavorare insieme per il bene comune, il cardinale Jaime Ortega spiega - nella cornice della libertà che garantisce la Costituzione e in particolare della libertà religiosa, e nel rispetto della sua identità e della sua missione - che "la Chiesa nella ricerca del bene comune può coincidere con istituzioni officiali e private, con organismi di aiuto internazionali ma né verticalmente né orizzontalmente l'azione della Chiesa può sostenere qualsiasi altra alleanza. La sua ricerca del bene comune - ha spiegato - sorge dal diritto che il corpo ecclesiale ha di far presente l'amore di Gesù Cristo nel mondo di oggi e secondo la sua specifica missione".

In risposta alla domanda sul come la Chiesa può aiutare a raggiungere il bene comune, l'arcivescovo dell'Avana risponde: "Molti parlano del socialismo e dei suoi limiti. Alcuni propongono un socialismo riformato. Altri fanno riferimento ai cambiamenti concreti che occorre fare per lasciarsi alle spalle il vecchio Stato burocratico di tipo stalinista, altri invece parlano dell'indifferenza dei lavoratori oppure della bassa produttività. Ad ogni modo esiste un comune denominatore fondamentale fra tutte le opinioni: a Cuba occorre fare presto dei cambiamenti per trovare un rimedio alla situazione. Penso che questa opinione corrisponda a un consenso nazionale e rimandare di quest'azione, produce nel popolo impazienza e malessere".

D'altra parte, parlando del difficile rapporto con gli Stati Uniti il cardinale definisce come "speranzose" le aperture sia del Presidente statunitense Obama che di quelle del Presidente Raùl Castro e sottolinea le aspettative che si sono create. Per il porporato il presidente Obama "ha ripetuto il vecchio schema dei governi precedenti: se Cuba realizza cambiamenti nell'ambito dei diritti umani allora gli Stati Uniti cancelleranno l'embargo e apriranno spazi per dialoghi ulteriori". Il cardinale si dichiara convinto che in questo rapporto, la prima cosa da fare è che "anzitutto ci si deve incontrare, parlare, e sugli sviluppi del dialogo, si fanno i passi che possono migliorare le situazioni difficili o superare i punti critici. Questo è il modo civile di affrontare qualsiasi conflitto". Infine, con riferimento agli ultimi fatti accaduti nell'isola riguardo la morte di un cittadino che protestava con uno sciopero della fame in favore della libertà, il cardinale Ortega, come hanno scritto i vescovi, si dichiara addolorato ma anche dispiaciuto per le polemiche successive verbalmente molto violente. "Così come abbiamo chiesto a Orlando Zapata che sospendesse lo sciopero", rileva il porporato, "oggi chiediamo lo stesso a Guillermo Fariñas", un altro scioperante, e poi ha ribadito: "Le autorità che hanno nelle loro mani la vita e la salute dei prigionieri devono prendere le misure adeguate affinché questo tipo di situazione non si ripeta".

Con riferimento al clima di protesta e inquietudine sociale che vive il Paese, in alcuni settori come le "Damas de blanco", il cardinale ha sostenuto che "non è questo il momento di infuocare le passioni" e rifiuta gli atti penosi contro queste mamme e spose di prigionieri. Riguardo "ai politici - conclude il cardinale dell'Avana - storicamente la Chiesa ha fatto tutto ciò che era possibile perché siano liberati e non solo quelli malati, ma tutti. Lo ha fatto sempre con ogni persona colpita in questo senso e con i loro familiari. Lo ha fatto - ha sottolineato - nel caso dei cinque cubani incarcerati negli Usa", accusati di spionaggio. "Senza analizzare le cause e le ragioni del perché una persona si trova in situazione deplorevole", per il cardinale Ortega "la missione della Chiesa è sempre di comprensione e misericordia; cerca di agire discretamente ma con efficacia perché siano superate queste situazioni che colpiscono persone e parenti, però purtroppo non sempre si possono raggiungere i risultati sperati".

 

 

Para cualquiera que preste atención a lo que acontece en Cuba hoy, sea cubano o extranjero, está claro que atravesamos uno de los momentos más singulares de nuestra historia. Por mucho que se insista en lo contrario, hay imprecisiones en los contornos económicos, políticos, culturales y hasta religiosos que condicionan la vida nacional. A lo anterior habría que añadir el lugar que ocupa la Iglesia en medio de la sociedad cubana: mientras para algunos dice demasiado, otros consideran que dice poco.

 

Con esta entrevista al cardenal Jaime Ortega, Palabra Nueva ofrece no solo el criterio oportuno de nuestro arzobispo y pastor en relación con el momento que vivimos, sino que en su palabra se reitera, una vez más, el llamado de la Iglesia al diálogo y la reconciliación entre todos los cubanos.

Orlando Márquez

 

Palabra Nueva: Señor cardenal, recientemente los medios nacionales dieron amplia difusión a una reunión en la que estuvieron presentes los pastores y líderes de prácticamente todas las confesiones religiosas presentes en Cuba junto al presidente Raúl Castro, la señora Caridad Diego, jefa de la Oficina de Asuntos Religiosos, otros altos funcionarios cubanos, así como el religioso dominico brasilero frei Betto. Pero no hubo obispos ni representantes de la Iglesia católica en Cuba en ese encuentro. Esto ha generado en muchos algunas dudas o preguntas sobre la posición de la Iglesia en relación con el gobierno cubano. ¿A qué se debe la ausencia de la Iglesia católica en estos eventos?

 

Cardenal Jaime Ortega : Para este acto recibimos invitación tanto los obispos auxiliares como yo y otros miembros del clero y algunos religiosos y religiosas, pero declinamos asistir por tratarse de una conmemoración de dos eventos no relacionados directamente con la Iglesia Católica. Uno es el aniversario de una reunión efectuada por el presidente Fidel Castro hace veinte años con el Consejo de Iglesias de Cuba, al cual no pertenece la Iglesia Católica. El otro hecho conmemorado conjuntamente, fue la publicación en Cuba del libro “Fidel y la religión” de frei Betto, que tampoco nos implicaba directamente a nosotros como Iglesia, si bien este libro contiene varias acertadas respuestas de Fidel que tienen valor aún hoy, con respecto a temas pendientes en las relaciones Iglesia-Estado, como son varios aspectos de la educación católica. Pero no creemos que esta conmemoración justificara una convocatoria tan amplia de distintas confesiones religiosas, representantes de cultos sincréticos, espiritistas y aún dirigentes de la masonería, que no constituye esta última una religión.

Creo que lo único que tienen en común esas manifestaciones religiosas, animistas o asociativas, es el hecho de ser atendidas todas por la misma Oficina de asuntos religiosos del Comité Central del Partido Comunista de Cuba. Pero esta oficina, que presta servicios a los distintos sectores religiosos, pararreligiosos o asociativos de Cuba, no constituye una especie de máximo organismo que reúna, con un mismo fin, a los distintos grupos que le estarían subordinados.

 

P.N.: En ese mismo encuentro se evocaban palabras del ex presidente Fidel Castro en la entrevista concedida a frei Betto hace veinte años y recogida en el libro que usted menciona, concretamente su llamado a una “alianza estratégica” entre cristianos y marxistas para hacer frente a los males de América Latina. Pero ahora la “alianza estratégica” sería una alianza definitiva entre cristianos cubanos y las autoridades en Cuba para trabajar, se dijo, por el bien de la sociedad. Como la Iglesia no estuvo en ese encuentro, ¿qué responde a esa invitación a establecer una alianza estratégica definitiva con el gobierno por el bien de la sociedad?

 

C.J.O.: En efecto, se habló en esa ocasión de una alianza estratégica, con el Estado cubano y con vistas al bien del pueblo, por parte de los distintos grupos allí reunidos.

Nunca he aceptado esos términos para considerar la acción propia de la Iglesia dentro de la sociedad y sus relaciones con los poderes del Estado, porque tienen resonancias militares o políticas en nada conformes para desarrollar las relaciones de la Iglesia con el Estado, pues la posibilidad de actuar en la sociedad, de servir a los hombres y mujeres que viven en nuestro país, no depende de un pacto social expreso o tácito de la Iglesia con el Estado.

La acción de la Iglesia dentro de la sociedad pertenece al orden de los derechos y el derecho a la libertad religiosa está reconocido claramente en la Constitución vigente en Cuba. Es dentro de ese propio marco constitucional, según su misma identidad y su modo propio de proceder, que la Iglesia Católica despliega su misión en Cuba en pro del bien común. En la búsqueda del bien común puede la Iglesia coincidir con instituciones oficiales o privadas, con organismos internacionales de ayuda, etc., que colaboran al bien general de la nación cubana; pero ni vertical ni horizontalmente la acción de la Iglesia se funda en alianza alguna, sino que brota del derecho que tiene el cuerpo eclesial de hacer presente el amor de Jesucristo en el mundo de hoy según su propia misión.

 

P.N.: Cuando la Iglesia habla de bien común, habla también de una serie de condiciones favorables que permitan el desarrollo pleno de la persona que vive en sociedad. En las difíciles condiciones que atraviesa el país hoy, ¿cómo puede ayudar la Iglesia en la búsqueda del bien común para toda la sociedad?

 

C.J.O.: Nuestro país se encuentra en una situación muy difícil, seguramente la más difícil que hemos vivido en este siglo xxi . En la prensa de Cuba aparecen opiniones de todo tipo respecto al modo de buscar salidas para las dificultades económicas y sociales de este momento.

Muchos hablan del socialismo y sus limitaciones, algunos proponen un socialismo reformado, otros se refieren a cambios concretos que hay que hacer, a dejar atrás el viejo estado burocrático de tipo estalinista, otros hablan de la indolencia de los trabajadores, de la poca productividad, etc. Pero hay un denominador común fundamental en casi todos los opinantes: que se hagan en Cuba los cambios necesarios con prontitud para remediar esta situación. Yo creo que esta opinión alcanza una especie de consenso nacional y su aplazamiento produce impaciencia y malestar en el pueblo.

Las dificultades de la crisis económico-financiera internacional hicieron su aparición justo en el momento en que tres huracanes afectaban a Cuba dejando numerosas pérdidas.

Tanto estas realidades nuevas, como el ya semicentenario bloqueo por parte de Estados Unidos, se suman a las perennes dificultades económicas de Cuba provenientes de las limitaciones del tipo de socialismo practicado aquí y configuran un panorama a veces sombrío

 

P.N.: Perdón… ¿Cree verdaderamente que el conflicto con Estados Unidos marca de modo determinante la vida de los cubanos?

 

C.J.O.: Creo que un diálogo Cuba-Estados Unidos sería el primer paso necesario para romper el círculo crítico en que nos encontramos.

Al comienzo de su gestión el presidente Raúl Castro propuso a los Estados Unidos este diálogo sin condiciones y sobre todos los temas, incluyendo los derechos humanos, y ha repetido su propuesta en más de una ocasión.

En su campaña política presidencial, Barack Obama también indicó que cambiaría el estilo al uso y buscaría ante todo hablar directamente con Cuba.

En esos momentos crecieron las expectativas del posible encuentro entre ambos países. Sin embargo, después de llegar al poder, el nuevo presidente norteamericano ha repetido el viejo esquema de gobiernos anteriores: si Cuba hace cambios con respecto a derechos humanos, entonces los Estados Unidos levantarían el bloqueo y se abrirían espacios para un diálogo ulterior.

Si bien se dieron pasos importantes que modificaron algunas medidas contraproducentes impuestas por el anterior gobierno, con el tiempo se alteró la propuesta preelectoral. De nuevo la antigua política prevaleció: comenzar por el final. Estoy convencido que lo primero debe ser encontrase, hablar y en el avance del diálogo se darían pasos que puedan mejorar las situaciones difíciles o superar los puntos más críticos. Este es el modo civilizado de enfrentar cualquier conflicto.

 

P.N.: En las últimas semanas esta situación de enfrentamiento se ha agudizado, específicamente a partir de la muerte del preso Orlando Zapata Tamayo debido a una huelga de hambre. Al menos otro ciudadano cubano se ha sumado a este tipo de protesta, las esposas y madres de los presos políticos se manifiestan por sus seres queridos, a lo que el gobierno cubano responde con firmeza… Todo esto enrarece aún más el ambiente. ¿Es posible un diálogo en estas condiciones?

 

C.J.O.: El hecho trágico de la muerte de un prisionero por huelga de hambre ha dado lugar a una guerra verbal de los medios de comunicación de Estados Unidos, de España y otros. Esta fuerte campaña mediática contribuye a exacerbar aún más la crisis. Se trata de una forma de violencia mediática, a la cual el gobierno cubano responde según su modo propio.

En medio de esto ¿qué puede hacer la Iglesia por el bien común? Ciertamente su misión le impide sumarse simplemente a una de las dos partes enfrentadas, con propósitos políticos de desestabilización de un lado, y con el consecuente atrincheramiento defensivo de otro. Lo que nos corresponde como Iglesia es invitar a todos a la cordura y a la sensatez para que se pacifiquen los ánimos.

Sabemos que un llamado a la Paz es, históricamente, inútil en el fragor de una guerra. Pero es el llamado que siempre ha repetido la Iglesia en todo tiempo y ante cualquier conflicto. El Papa Pablo VI acuñó una frase que tiene aquí toda su validez: “Diálogo es el nuevo nombre de la Paz ”. Porque en medio de ese fuego cruzado de palabras y argumentos resulta afectado el pueblo, cansado y deseoso de un presente y un futuro más sereno y próspero. Si nuestra voz fuera escuchada, necesariamente tendría como contenido un llamado al diálogo.

Este llamado lo hicimos los obispos de Cuba en nuestra nota que lamentaba la trágica muerte de Orlando Zapata, en la que pedíamos “a las autoridades que tienen en sus manos la vida y salud de los prisioneros, que se tomen las medidas adecuadas para que situaciones como éstas no se repitan y, al mismo tiempo, se creen las condiciones de diálogo y entendimiento idóneo para evitar que se llegue a situaciones tan dolorosas que no benefician a nadie y que hacen sufrir a muchos”. Esta disposición conciliadora, aunque parezca mostrarse infructuosa, es la misma que repetimos en el caso de Guillermo Fariñas, el otro ciudadano cubano que se ha sumado a este modo de protestar: pedirle que abandone la huelga de hambre.

 

P.N.: En este ambiente de acción-reacción, hemos visto incrementarse entre nosotros las respuestas con alguna forma de violencia contra quienes expresan en Cuba sus desacuerdos o reclamos, específicamente en el muy comentado caso de las Damas de Blanco. ¿Qué piensa de esto?

 

C.J.O.: No es el momento de atizar las pasiones. Por eso resultan penosos los actos de repudio hacia las madres y esposas de varios presos, a las cuales se unen ahora otro grupo de mujeres, conocidas todas como las Damas de Blanco.

Después de los dolorosos actos de repudio ocurridos con ocasión del éxodo de El Mariel en 1980, pensaba que éstos no retornarían más a nuestra historia nacional. En aquella ocasión, los obispos nos entrevistamos con un alto funcionario del gobierno que, tras escuchar nuestras consideraciones sobre esos actos, nos dijo: “pueden irse tranquilos, estos actos tienen que acabarse y será muy pronto”. En efecto, los actos de repudio desaparecieron poco después en aquella ocasión. Pero con sorpresa vimos que algún tiempo después estas acciones comenzaron a aparecer de nuevo en la escena nacional, y también entre cubanos del sur de la Florida frente a otros cubanos de pensamiento diverso, o artistas procedentes de Cuba, etc. No debe quedar en nuestra historia como pueblo este tipo de intolerancia verbal, y aún física, como rasgo característico del cubano. De hecho son siempre pocos quienes escenifican estos actos que no indican el sentir de la mayoría.

 

P.N.: Volviendo a los presos políticos. Recuerdo que a raíz de las detenciones y juicios sumarios del año 2003, tanto la Santa Sede como los obispos cubanos pidieron a las autoridades gestos significativos de clemencia, gestos humanitarios para con personas que habían recibido largas sentencias y eran enviados muy lejos de sus casas. ¿Continúa la Iglesia expresando su interés por estas personas? ¿Hay algo nuevo al respecto?

 

C.J.O.: Respecto a los presos por causas políticas, la Iglesia ha hecho históricamente todo lo posible porque sean puestos en libertad, no sólo los enfermos, sino también otros.

Con la participación de la Conferencia de Obispos Católicos de Estados Unidos en la década de los 80 salieron de la cárcel un buen grupo de presos, que junto con sus familiares más cercanos partieron para los Estados Unidos. Considerados todos juntos, prisioneros y familiares, fueron más de mil los que en varios vuelos costeados por los obispos norteamericanos salieron de Cuba. Sólo los que tenían grandes delitos de sangre no recibieron visas para los Estados Unidos u otros países. A petición del Papa Juan Pablo II en su visita a Cuba, también un buen número de presos fue puesto en libertad y emigraron cuantos recibieron visas de diversos países, con la misma reserva hacia los delitos graves por los países receptores.

Esto es lo que siempre hace la Iglesia con los presos y toda persona afectada en relación con ellos, como son sus familiares. Lo mismo ha hecho con respecto a los cinco cubanos presos en Estados Unidos a solicitud de sus familiares, haciendo gestiones, hasta ahora infructuosas, para que al menos dos de las esposas que hace ya casi diez años que no ven a sus esposos puedan visitarlos. Con respecto a todo aquel que se encuentra en situaciones deplorables, sin analizar las causas ni las razones de su condena, la misión de la Iglesia es siempre la de la comprensión y la misericordia, actuando discreta pero eficazmente para que la situación de esas personas afectadas sea superada para bien de ellas y de los suyos, aunque no siempre se logren los resultados esperados.

En suma, en este tiempo difícil, la Iglesia en Cuba pide la oración y la acción de todos los creyentes para que el amor, la reconciliación y el perdón se abran paso entre todos los cubanos de aquí y de otras latitudes.

 



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