Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Achcar: la «Primavera araba» cinque anni dopo (1)

Achcar: la «Primavera araba» cinque anni dopo (1)

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Intervista a Gilbert Achcar *, a cura di Nada Matta

[È il quinto anniversario dell’inizio delle sollevazioni arabe. Partita dalla Tunisia il 17 dicembre 2010, un’ondata rivoluzionaria s’è rovesciata sul mondo arabo. Milioni di persone sono scese nelle strade, esigendo dignità, democrazia e giustizia sociale. Mobilitazioni di massa di dimensioni mai viste nella storia recente si sono avute in Tunisia, in Egitto, in Libia, nel Bahrein, nello Yemen e in Siria: hanno modificato le dinamiche sociali e politiche in tutta la regione. Una politica della speranza è diventata possibile.

Tuttavia, cinque anni dopo, delle forze controrivoluzionarie composte da settori dei vecchi regimi e da fondamentalisti islamici hanno ripreso l’iniziativa politica e si scontrano tra loro con violenza per riassumere il controllo della situazione. L’Egitto è sottoposto a una dittatura peggiore di quella precedente; guerre civili sono scoppiate in Siria, in Libia e nello Yemen; centinaia di migliaia di persone sono morte e milioni di persone hanno dovuto fuggire in cerca di salvezza.

Come possiamo valutare questa situazione? Quali ne sono le caratteristiche principali e quali le prospettive? Nada Matta, della rivista «Jacobin» [17 dicembre 2015], ha cercato di rispondere a queste domande discutendone con Gilbert Achcar, uno dei migliori analisti della regione. «A l’encontre», 12 gennaio 2016.]

Sin dall’inizio dei sollevamenti nel mondo arabo tu hai sostenuto che si sarebbe trattato di un lungo processo di lotte, in cui si sarebbero alternati momenti di avanzate e di arretramento. A distanza di cinque anni qual è la tua valutazione generale?

Per chiarire i termini della discussione, è necessario ricordare che agli inizi l’opinione dominante, in particolare nei media occidentali, era che la regione araba entrava così in un periodo di transizioni democratiche relativamente pacifiche - della durata di qualche settimana o mese a seconda dei Paesi -, che sarebbero poi sfociate in una nuova epoca di «democrazia elettorale» su scala regionale.

Sempre secondo questa opinione, la transizione si è avuta, fondamentalmente, con la caduta di Ben Ali in Tunisia e con quella di Mubarak in Egitto. Si dava per acquisito che, grazie a un effetto domino, questo stesso modello si sarebbe ripetuto nella maggior parte dei Paesi della regione, in modo analogo a quanto si era verificato nell’Europa orientale nel 1989-1991. Questa interpretazione era riassunta dalla etichetta «primavera araba», diffusasi molto rapidamente.

L’idea alla base di questa interpretazione era che questa «primavera» era il risultato d’una evoluzione culturale e politica prodotta da una nuova generazione collegata alla cultura mondiale grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. I sollevamenti erano quindi, secondo questa interpretazione, essenzialmente – se non esclusivamente – lotte per le libertà politiche e per la democrazia.

Questa interpretazione, naturalmente, non era del tutto errata. Quelle dimensioni [delle libertà politiche e della democrazia] erano caratteristiche decisive di quei sollevamenti. Tuttavia, il punto centrale sul quale ho insistito sin dall’inizio era che le radici profonde dello sconvolgimento regionale erano di natura sociale ed economica prima ancora che politica. Ciò che era in corso era, prima di tutto, un’esplosione sociale, anche se ha poi assunto un carattere politico come accade a ogni esplosione sociale su grande scala.

La radice sociale di quei sollevamenti dipende dal fatto che si sono manifestati inizialmente nei due Paesi nei quali s’era avuta la più notevole accumulazione di lotte sociali, di lotte di classe, nel corso degli anni precedenti: Tunisia ed Egitto. Gli stessi slogan dei sollevamenti non si limitavano agli aspetti politici, non insistevano semplicemente sulla democrazia e la libertà, ma anche, e in modo robusto, su rivendicazioni sociali.

I sollevamenti della regione, dunque, possono essere analizzati in un’ottica marxista come classici casi di rivoluzioni sociali prodotte dal prolungato ristagno nello sviluppo di cui la regione araba ha sofferto per un trentennio, con tassi record di debole crescita che ha prodotto livelli altissimi di disoccupazione, in particolare fra i giovani.

Io ero predisposto in modo particolare a vedere le cose in quest’ottica poiché da diversi anni tenevo un corso intitolato Problemi dello sviluppo in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. Era chiaro per me che il «ristagno» nello sviluppo della regione avrebbe condotto, prima o poi, a una seria esplosione sociale.

Questo è il motivo per cui ho definito “inizio di un processo rivoluzionario a lungo termine” ciò che è cominciato in Tunisia il 17 dicembre 2010, per poi estendersi a tutta la regione. Con questa definizione intendevo riferirmi a quei processi storici rivoluzionari che si sviluppano non nell’arco di poche settimane o mesi, ma di anni e decenni. I sollevamenti, dunque, inauguravano un lungo periodo di instabilità regionale, caratterizzata da alti e bassi, dall’alternarsi di ondate rivoluzionarie e di rigurgiti controrivoluzionari, il tutto in un contesto di estrema violenza.

All’inizio, tutto ciò poteva apparire pessimistico, poiché io esortavo le persone a non farsi prendere dall’euforia: ciò che era in gioco era estremamente complesso e difficile, ci sarebbe voluto molto tempo e non si sarebbe risolto in modo pacifico. Fin dall’inizio ho insistito anche sul fatto che gli scenari tunisino ed egiziano di rovesciamento relativamente pacifico dei regimi [in Egitto nel gennaio-febbraio 2011 si ebbero 800 morti] non avrebbero potuto ripetersi in Paesi come la Libia e la Siria, né nelle monarchie del Golfo. E l’ho detto prima che i sollevamenti si verificassero in questi Paesi.

Oggi, viceversa, è possibile che io passi per ottimista quando affermo che il processo rivoluzionario è lungi dall’essersi arrestato. È vero che la situazione appare disastrosa, catastrofica, in numerosi Paesi: innanzi tutto, beninteso, in Siria, dove è in atto una tragedia immensa, ma anche nello Yemen, in Libia e in Egitto. Tuttavia, non siamo affatto alla fine. Nella regione non si avrà stabilità a lungo termine, a meno che non sopravvengano radicali mutamenti sociali e politici.

Certo, non v’è niente che vieti che questi mutamenti si verifichino. Ma il mio atteggiamento non dipende dall’ottimismo, quanto dalla volontà di inquadrare le dinamiche della crisi in una prospettiva storica, sottolineando il fatto che c’è ancora spazio per la speranza. L’unica predizione sicura che si possa fare è questa: senza la comparsa di condizioni politiche soggettive a favore di un mutamento sociale e politico – e cioè di forze politiche organizzate per un cambiamento progressista – la regione è destinata a conoscere altri disastri come quelli cui abbiamo assistito, in particolare negli ultimi due anni.

Puoi descriverci le cause economiche e sociali che stanno alla base di questi sollevamenti? In cosa consiste questo ristagno prolungato dello sviluppo che ha provocato i sollevamenti?

Questo punto è analizzato in dettaglio nei primi due capitoli del mio libro Le peuple veut. Riassumendo: se si paragonano i tassi di sviluppo economico della regione di lingua araba con quelli delle altre regioni africane e asiatiche, è impossibile non vedere come siano molto deboli. La crescita del Prodotto interno lordo (PIL), e in particolare quella del PIL pro capite, è stata debolissima.

Ciò significa che queste economie non sono state in grado di creare un numero di posti di lavoro sufficiente a compensare la crescita demografica, il che ha prodotto una disoccupazione di massa, in modo particolare fra i giovani e le donne. Nel corso degli ultimi decenni, la regione di lingua araba ha avuto i più alti livelli di disoccupazione nel mondo.

Questo «ristagno» economico prolungato ha avuto conseguenze sociali esplosive: non solo disoccupazione di massa, ma anche altri problemi sociali, come per esempio immense ineguaglianze locali e regionali. La coesistenza d’una ricchezza sfacciata con una povertà estrema genera enormi frustrazioni. Questo problema s’è considerevolmente aggravato in seguito al boom petrolifero degli anni Settanta. Come insisto a sostenere, la vera questione nel 2011 non era tanto quella di sapere perché si è avuta un’esplosine, ma perché c’è voluto tanto prima che avvenisse, data la sovraccumulazione di potenziale esplosivo.

La causa di questo ristagno economico sta nel funzionamento del neoliberismo nel mondo arabo. Come la maggior parte degli altri Paesi, gli Stati arabi hanno cominciato a adottare il paradigma neoliberale negli anni Settanta. Ciò ha portato a un graduale ritiro dall’economia da parte dello Stato. Secondo il credo neoliberale, il ruolo declinante degli investimenti pubblici doveva essere compensato dal settore privato, al quale venivano offerti numerosi incentivi.

Questo modello di crescita trainata dall’economia privata ha funzionato in certi Paesi dalle condizioni appropriate, come il Cile, la Turchia o anche l’India, benché con un costo sociale molto elevato. Ma tuttavia, a causa del carattere dello Stato, ciò non poteva ripetersi nel mondo arabo.

La grande maggioranza degli Stati arabi combina due caratteristiche: si tratta di Stati redditieri [rentiers], e cioè di Paesi in cui le rendite (provenienti da risorse naturali o da funzioni strategiche [come il canale di Suez]) costituiscono una frazione apprezzabile dei redditi dello Stato; e sono anche Stati che si collocano su una scala che va dal «patrimoniale» al «neopatrimoniale», la cui particolarità principale è l’esistenza d’un nucleo di Stati totalmente patrimoniali, e cioè Stati che sono, per così dire, «posseduti» dal gruppo dominante, a differenza dello Stato «moderno» nel quale il personale dominante è composto esclusivamente da funzionari, nel senso tedesco del XIX secolo. Queste caratteristiche hanno portato a quello che io ho definito una «determinazione a dominante politica degli orientamenti dell’attività economica».

Se a ciò si aggiungono le condizioni politiche generali di forte instabilità e di conflitti nella regione, si comprende come non fosse possibile che il settore privato si trasformasse nell’autore d’una specie di miracolo economico, come volevano credere i neoliberali. Gli investimenti privati sono rimasti piuttosto limitati, in gran parte speculativi e orientati a rapidi profitti. Il declino e la stagnazione degli investimenti pubblici non sono stati compensati dal settore privato. Nel mondo arabo il modello neoliberale è miseramente fallito.

Tutto ciò ci conduce alla conclusione che i sollevamenti sono stati la conseguenza d’una crisi strutturale, non episodica o ciclica. Non si trattava d’un processo di democratizzazione avviatosi all’apice d’un lungo periodo di sviluppo, come è potuto avvenire in certi Paesi «emergenti», ma del risultato d’un ristagno prolungato. La conclusione logica è dunque che i Paesi della regione richiedono un cambiamento radicale della loro struttura sociopolitica per superare questo scoglio.

Eliminare la parte emersa dell’iceberg, sbarazzarsi di Ben Ali (Tunisia) o di Mubarak (Egitto) e del loro entourage, non può porre fine agli sconvolgimenti. È per questo motivo che insisto sin dall’inizio sul «lungo termine» e sulla nozione di «processo rivoluzionario», distinta da quella di «rivoluzione» tout court, che comporta l’idea di esaurirsi con la caduta degli autocrati.

Com’è che simili privazioni economiche e problemi di sviluppo hanno potuto tradursi in movimenti di grandi dimensioni per il cambiamento? È forse il livello di povertà, la disoccupazione, che ha fatto la differenza? Una tesi contraria sostiene che privazioni economiche e problemi di sviluppo esistevano da tempo nel mondo arabo e in altri Paesi senza per questo aver prodotto delle rivolte.

Non si tratta effettivamente di una contro-tesi, perché io parlo di un ristagno che è andato aggravandosi nell’arco di un trentennio. Ciò comporta degli effetti cumulativi. Uno di questi è l’accrescimento del numero dei disoccupati. Il tasso di disoccupazione non è stato costante nel corso di questo periodo: è aumentato e ha toccato un livello molto elevato da molti anni a questa parte. A un certo momento, l’effetto sociale cumulativo d’un ristagno economico tende a provocare un’esplosione in regimi ermeticamente chiusi. Questo come primo punto.

Poi, c’è un complesso di fattori politici che intervengono nel determinare il momento dell’esplosione. Riprendo da Althusser il concetto di sovradeterminazione applicato agli avvenimenti storici. L’esplosione è stata sovradeterminata nel senso che sono entrati in gioco, oltre ai fattori economici e sociali strutturali, dei fattori politici.

Uno di questi ultimi, per esempio, è stato l’effetto destabilizzante delle guerre imperialiste nella regione, e in particolare l’occupazione dell’Iraq. Sono questi diversi fattori che hanno concorso a produrre il grande sconvolgimento.

Non tutti hanno avuto lo stesso peso, certo: i fattori economici e sociali sono stati i più importanti, ma è stata la combinazione di tutti questi fattori a risultare particolarmente esplosiva.

Quali gruppi sociali hanno avuto un ruolo nell’organizzazione dei sollevamenti? Coloro che li hanno “animati” hanno particolari origini sociali? E perché? Vi sono state differenze in questo senso nei Paesi arabi?

Vi sono state differenze, naturalmente, ma anche molti tratti comuni. Cominciamo da questi ultimi. I media hanno descritto il movimento come se fosse stato diretto da giovani che si servivano di Internet e che avevano messo in piedi dei raggruppamenti per mezzo delle reti sociali. Gli stessi sollevamenti sono anche stati descritti come «rivoluzioni Facebook».

Ancora una volta: tutto ciò non è del tutto falso, ma non si tratta che di un frammento della verità. Fra gli organizzatori dei sollevamenti vi sono stati effettivamente dei giovani collegati fra loro attraverso i media sociali. Hanno avuto un ruolo chiave nell’organizzazione delle manifestazioni e dei concentramenti da un’estremità all’altra del mondo arabo, dal Marocco alla Siria.

Tuttavia, c’erano anche altre forze che hanno attirato molto meno l’attenzione dei media. Non è possibile non accorgersene se ci si pone queste domande: perché i sollevamenti hanno segnato una prima vittoria in Tunisia, e la seconda in Egitto? Perché questi due Paesi hanno aperto la strada? Se si riflette seriamente su questi interrogativi non si può evitare di constatare che la caratteristica comune a entrambi questi Paesi risiede nell’importanza che vi ha il movimento operaio.

La Tunisia è l’unico Paese della regione ove vi sia un potente movimento organizzato dei lavoratori, con un certo grado d’autonomia rispetto allo Stato e con militanti e quadri intermedi combattivi.

L’Unione generale tunisina del lavoro (UGTT, Union générale tunisienne du travail) è una notevole organizzazione che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia politica e sociale del Paese. Fra i suoi quadri intermedi figurano numerosi militanti di sinistra. L’UGTT è stata il vero organizzatore del sollevamento in Tunisia sin da immediatamente dopo il suo inizio. Senza di essa il movimento non avrebbe mai conseguito così rapidamente la vittoria, nello spazio di meno di un mese.

Subendo la pressione di certe sue sezioni – come per esempio il sindacato degli insegnanti delle elementari – l’UGTT s’è subito impegnata nell’organizzazione del movimento, imprimendogli un forte impulso. Anche le sue sezioni locali hanno avuto un ruolo chiave nelle regioni in cui il sollevamento ha cominciato a espandersi, e a loro volta hanno spinto la direzione dell’UGTT a scendere in campo.

L’UGTT ha organizzato scioperi generali itineranti, una regione dopo l’altra. Il giorno in cui Beni Ali è fuggito dalla Tunisia, il 14 gennaio 2011, è infatti quello in cui lo sciopero generale ha investito la capitale. Come si vede, l’UGTT è stata, in effetti, la vera organizzatrice del sollevamento in Tunisia.

Sfortunatamente in Egitto non vi erano equivalenti dell’UGTT: quando si è avuto il sollevamento il movimento dei lavoratori organizzati era sotto il controllo dello Stato, a eccezione di alcuni sindacati indipendenti di recente costituzione e di dimensioni ridotte. In questo caso il movimento è stato invece diretto da un insieme di forze politiche.

Naturalmente, gli attivisti Facebook vi hanno avuto un ruolo. Tuttavia, ridurre il sollevamento egiziano a Wael Ghonim, il direttore-marketing della regione per Google, che ha creato una famosa pagina Facebook (e che non si trovava nemmeno in Egitto, poiché stava a Dubai), e dipingerlo come una figura chiave del sollevamento, così come hanno fatto allora i media internazionali, è piuttosto ridicolo.

Chi ha rivolto un appello per realizzare manifestazioni di massa quel 25 gennaio 2015 non è stata solo una rete virtuale, ma un insieme di 17 forze politiche del tutto concrete. Vi hanno lavorato reti politiche reali, attive sul campo. Nel preparare il terreno per il sollevamento – e questo è un punto decisivo – il ruolo del movimento dei lavoratori è stato cruciale. L’esplosione in Egitto è avvenuta sull’onda di cinque anni di lotte operaie di ampiezza impressionante, le più importanti nella storia del Paese.

La marea aveva toccato l’apice nel 2007-2008, ma aveva mantenuto la sua forza sino al 2011. Nel corso del sollevamento, agli inizi di febbraio, la classe lavoratrice è entrata in azione: centinaia di migliaia di lavoratori sono entrati in sciopero nel momento stesso in cui il governo esigeva la ripresa del lavoro. Questa ondata di scioperi è stata determinante nel precipitare la caduta di Mubarak.

Ecco dunque le forze concrete che hanno avuto un ruolo centrale in Egitto e in Tunisia.

Anche nel Bahrein i lavoratori hanno avuto un ruolo chiave, che però è stato del tutto ignorato. Anche qui c’era un movimento indipendente di lavoratori organizzati, anche se meno forte di quello tunisino, che è stato determinante nelle fasi iniziali del sollevamento organizzando uno sciopero generale. Il movimento dei lavoratori del Bahrein, tuttavia, è stato brutalmente represso, con il licenziamento in massa dei lavoratori. Infine, anche nello Yemen il sollevamento è stato preceduto da un’ondata di scioperi.

Invece, in Paesi come la Siria e la Libia, a causa dell’esistenza di governi dittatoriali di tipo estremo, non c’erano gruppi organizzati autonomi di carattere politico e nemmeno sociale. La maggior parte dell’opposizione politica era andata in esilio dopo aver subito terribili repressioni: gli assassinii dei dissidenti, anche all’estero, sono stati numerosi. Le poche persone contrarie al regime rimaste erano sottoposte a una stretta sorveglianza e non potevano svolgere alcuna attività di un qualche rilievo.

Questo è il motivo per cui in questi Paesi Internet ha avuto un ruolo cruciale. In Siria il sollevamento, nella sua fase iniziale, durata alcuni mesi, è stato organizzato da comitati di coordinamento (tansiqiyyat) composti soprattutto da giovani che si servivano delle reti Internet.

In conclusione, il fatto che nell’organizzazione dei sollevamenti siano entrati in gioco diversi fattori, sociali e politici, è dipeso dalle condizioni, sociali e politiche, di ciascun Paese.

Soffermiamoci un poco sull’Egitto e sulla Tunisia, prima di ritornare alla Siria. Se anche si possono rifiutare le spiegazioni secondo le quali i sollevamenti sono stati il risultato di fratture all’interno delle élite dominanti, è pur vero che in Egitto v’erano tensioni sempre più forti fra le nuove, emergenti, élite neoliberali, da una parte, e quella che si era soliti definire la vecchia guardia filo-Mubarak e la dirigenza militare, dall’altra. Come giudichi queste tensioni? Ritieni che abbiano avuto un ruolo nelle rivolte e che rappresentino una tendenza generale nel mondo arabo, il risultato del ruolo politico crescente del capitale privato?

Tali tensioni sono state esagerate da numerosi wistful thinking fondati su quel mantra delle scienze politiche secondo il quale le «classi medie» sono l’agente determinante dei cambiamenti democratici. All’inizio, in effetti, è stata molto diffusa l’idea che i sollevamenti erano diretti dalle classi medie occidentalizzate. In realtà, nella sua stragrande maggioranza la borghesia neoliberale era spaventata dalle dinamiche dei sollevamenti.

Se è vero che in Paesi come la Tunisia e l’Egitto un certo numero di componenti di queste classi ha preso le distanze dall’autocrate, ciò è avvenuto perché questi s’era trasformato in un handicap. L’hanno fatto, fondamentalmente, allo scopo di preservare lo Stato. E se alcuni membri della classe capitalista si sono presentati opportunisticamente come dei liberali, è il caso per esempio di Naguib Sawiris [1], il grosso dell’élite economica non ha appoggiato i sollevamenti.

Tuttavia, sia in Tunisia come in Egitto l’esercito e una parte apprezzabile dell’apparato statale hanno finito col convincersi di doversi sbarazzare dei rispettivi presidenti per impedire che i sollevamenti proseguissero e si radicalizzassero. Si dimentica spesso che in Egitto l’11 febbraio 2011 [caduta di Mubarak] vi è stato di un colpo di Stato, così come è avvenuto il 3 luglio 2013 [rovesciamento del governo Morsi]. I due colpi sono stati diretti dal Consiglio supremo delle forze armate (CSFA), alla cui testa si trovavano prima Mohammed Tantoui [o Tantawi] poi l’attuale presidente al-Sissi. Questi due colpi sono riusciti a far deviare una gigantesca mobilitazione di massa.

Si è affermato che all’interno della élite militare egiziana serpeggiava una certa ostilità nei confronti del figlio di Mubarak, Gamal, e del crescente potere delle élites economiche raccolte attorno a lui. Ritieni che ciò possa aver avuto un qualche ruolo nel sollevamento?

È senz’altro vero che v’erano delle tensioni fra l’esercito egiziano, da una parte, e Gamal Mubarak e i suoi accoliti, dall’altra. Di fatto, si trovavano in concorrenza tra loro, perché in Egitto l’esercito è anche un’istituzione economica. Si tratta in effetti, e di gran lunga, del più importante gruppo d’interessi economici del Paese.

Le forze armate sono coinvolte in ogni tipo d’attività economica, anche quelle che non hanno alcun rapporto con gli affari militari. Agiscono come una holding di prima grandezza, in concorrenza con certi imprenditori e appaltando ad altri.

Le tensioni fra l’esercito e Gamal Mubarak si sono esacerbate quando Hosni Mubarak ha espresso l’intenzione di cedergli il potere. Naturalmente, l’esercito era fermamente contrario. Tanto più che ciò andava a urtare con la consolidata tradizione secondo la quale il governo della Repubblica egiziana era nelle mani dei militari. Come Nasser [scomparso nel settembre 1970], sia Sadat [assassinato il 6 ottobre 1981] sia Mubarak sono usciti dai ranghi dell’esercito.

Queste tensioni non hanno avuto un ruolo centrale nei sollevamenti. Esse chiariscono qual era il retroterra dei mutamenti che si verificavano ai vertici: ma il sollevamento è sorto dal basso, in nessun modo è stato prodotto dalle lotte interne alla élite.

Recentemente il movimento operaio è stato un importante protagonista nei negoziati sull’avvenire della Tunisia. E si può anche dire che l’intensificazione delle lotte operaie in Egitto nel 2012 spiega in parte il perché del colpo di Stato del 2013. Sissi non voleva schiacciare solo i Fratelli musulmani, ma anche porre fine alla radicalizzazione in atto e alla crescita continua delle agitazioni sociali. Come e perché in Egitto e in Tunisia i lavoratori hanno avuto ruoli così diversi?

Innanzi tutto, e l’ho ricordato prima, sfortunatamente non c’è un equivalente egiziano dell’UGTT tunisina, perché dai tempi di Nasser e sino al 2011 il movimento dei lavoratori è stato completamente controllato dallo Stato. E benché si sia assistito all’emergere d’un movimento indipendente dei lavoratori – in pieno sviluppo poco tempo prima del sollevamento -, esso non ha mai raggiunto un livello paragonabile a quello tunisino.

È vero che la classe lavoratrice ha avuto un ruolo di primo piano nei due Paesi. Ma in un caso il ruolo è stato quello della classe operaia organizzata, mentre nell’altro la classe nel suo insieme era ed è rimasta non organizzata: vi si è trattato soprattutto di scioperi selvaggi a livello locale. I più importanti sono stati quelli dei 24.000 operai tessili di El-Mahalla El-Kubra: sono stati l’avanguardia delle lotte di classe in Egitto prima e dopo il sollevamento, fino a oggi; si sono trovati in prima linea in ogni occasione cruciale.

Ma in Egitto l’assenza d’un movimento dei lavoratori organizzato sulla base dell’indipendenza di classe e a livello nazionale ha avuto importanti implicazioni. L’esistenza dell’UGTT è il fattore principale che spiega come gli avvenimenti in Tunisia abbiano preso un’altra direzione. Va anche aggiunta l’assenza d’una tradizione di governi militari: la Tunisia sotto Ben Ali era uno Stato poliziesco, non una dittatura militare.

La combinazione di questi due fattori – relativa estraneità dell’esercito rispetto alle politica e consistenza del movimento dei lavoratori organizzati – spiega perché il movimento operaio ha avuto un ruolo simile in Tunisia.

Tuttavia, non si tratta di un movimento rivoluzionario. La sinistra vi è egemone dal 2011, ma in maggioranza non è di tipo radicale. L’UGTT s’impegna nelle lotte economiche elementari, ma il suo obiettivo non è quello di cambiare la natura di classe del potere.

Questo è il motivo per cui cerca di arrivare a compromessi con il padronato e con lo Stato, ed è per questo stesso motivo che ha svolto un ruolo di conciliazione fra le due fazioni controrivoluzionarie - il vecchio regime e il movimento islamico - invece di contrapporsi a entrambe nella prospettiva d’un cambiamento. Da questo punto di vista, il fatto che l’UGTT abbia ricevuto, assieme al sindacato padronale, il premio Nobel per la pace è abbastanza eloquente.

Nella prospettiva “orientalista” dominante in Occidente, tuttavia, l’«eccezione democratica» tunisina viene spiegata come prodotto di un fattore «culturale». Coloro che sostengono questa tesi, se non si vergognassero di dirlo, dovrebbero spingersi ad attribuire il merito di questa «eccezione democratica» allo stesso Ben Ali!

L’unica e vera eccezione tunisina è tuttavia solo l’UGTT, questo potente movimento indipendente dei lavoratori organizzati. Ciò conferma il fatto che il fattore principale per la democratizzazione non è tanto costituito dalle «classi medie», come sostiene la scienza politica borghese, ma il movimento dei lavoratori.

Il criterio più corretto per parlare di democrazia politica è quello del rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’esistenza d’un movimento operaio indipendente. In molti Paesi dittatoriali è possibile trovare una prospera «classe media», ma sicuramente in nessuno di questi si troverà un movimento indipendente dei lavoratori.

Si potrebbe dire che la controrivoluzione ha vinto in quasi tutti i Paesi arabi, a eccezione della Tunisia. E benché i tunisini non abbiano avuto successo nelle loro aspirazioni di democrazia e di giustizia sociale, rappresentano ancora almeno una sfida potenziale ai centri di potere.

Temo però che la Tunisia non rappresenti un’eccezione nella tendenza regionale controrivoluzionaria. Anch’essa sta sperimentando una fase di controrivoluzione, anche se «attenuata».

Vi si assiste a un rientro in massa del personale del vecchio regime. Lo stesso attuale vicepresidente [Béji Caid Essebsi] – a parte il fatto che è il più vecchio capo di Stato della Terra, subito dopo Mugabe dello Zimbabwe e la regina d’Inghilterra: un esito paradossale per la cosiddetta «rivoluzione dei giovani» -, è stato un membro a pieno diritto del vecchio regime. E il nuovo partito dominante [Nidaa Tounes] è, non esclusivamente, ma in larga misura, una versione ammodernata del partito dirigente del vecchio regime.

A differenza dell’Egitto, però, tutto ciò avviene in modo più pacifico. Il fatto decisivo è che oggi la Tunisia è governata da una coalizione fra una parte rinnovata del vecchio regime ed Ennahdha, l’equivalente locale, anche se non con la stessa forza, dei Fratelli musulmani egiziani.

Si tratta di uno scenario diverso, in cui le due ali della controrivoluzione, anziché combattersi, si sono coalizzate: il tipo di scenario che gli Stati Uniti vorrebbero vedere estendersi a tutta la regione, una coalizione fra le parti riciclate dei vecchi regimi con la sedicente opposizione moderata delle sezioni locali dei Fratelli musulmani.

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[1] Sawiris, uno dei fondatori del Partito degli egiziani liberi, è alla testa di un conglomerato particolarmente attivo nel campo delle telecomunicazioni: Orascom, una delle più grandi aziende private d’Egitto, presente anche al di fuori del Paese (in Svizzera vi fa capo il gruppo alberghiero Orascom Devopmentest, quotato in borsa).

  • Gilbert Achcar è professore di Studi sullo sviluppo e relazioni internazionali alla School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’università di Londra. I suoi ultimi libri pubblicati in francese sono Le Peuple veut. Une exploration radicale du soulèvement arabe (Sindbad/Actes Sud, Paris 2013), Marxisme, orientalisme, cosmopolitisme (Sindbad/Actes Sud, Paris 2015) e Les Arabes et la Shoah. La guerre israélo-arabe des récits (Sindbad/Actes Sud, Paris 2007). In traduzione italiano sono stati pubblicati Scontro tra barbarie. Terrorismi e disordine mondiale, Edizioni Alegre, Roma 2006; L'Oriente incandescente: il Medioriente allo specchio marxista, Shahrazad, Roma 2009; inoltre, in collaborazione con Michel Warschawski La guerra dei 33 giorni. Un libanese e un israeliano sulla guerra di Israele in Libano, Edizioni Alegre, Roma 2007, e con Noam Chomsky Potere pericoloso: il Medio Oriente e la politica estera degli USA, Palomar, Bari 2007. Un suo saggio, «Le reazioni all'Olocausto nel Medio Oriente arabo», fa parte di Storia della Shoah: la crisi dell'Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo, 2 volumi, UTET, Torino 2005-2006.

Traduzione di Cristiano Dan dalla versione francese pubblicata da «A l’encontre». La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata nei prossimi giorni.



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