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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Bilancio di cinque anni dopo la «Primavera araba» (2)

Bilancio di cinque anni dopo la «Primavera araba» (2)

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Intervista a Gilbert Achcar

a cura di Nada Matta

da A l'encontre

[La prima parte di questa intervista - Achcar: la «Primavera araba» cinque anni dopo (1) - è stata pubblicata in questo sito il 12 febbraio scorso. Le parti in corsivo fra parentesi quadre sono note di A l'encontre.]

Veniamo alla Siria. Perché molti, a sinistra, «si smarriscono» a proposito della Siria? Si tratta di un regime di estrema oppressione, con una politica confessionale rigida. E tuttavia la rivoluzione siriana non ha beneficiato del sostegno che altre rivoluzioni hanno avuto.

Io penso che ciò dipenda soprattutto da idee sbagliate, da una sorta di reazione contro il governo degli Stati Uniti. Coloro che non conoscono la storia della regione pensano che il regime siriano, per il fatto di essere alleato con l’Iran e l’Hezbollah libanese, sia antisionista e antimperialista.

Anche la propaganda del regime siriano si basa su questa interpretazione. Verso la fine del gennaio 2011, prima del sollevamento in Siria, in una famosa intervista rilasciata da Bashar al-Assad al «Wall Street Journal», costui spiegava come il suo Paese fosse immunizzato contro il contagio regionale perché il suo regime era «strettamente aderente alle convinzioni del popolo». E proseguiva dicendo che «le persone non vivono esclusivamente di interessi: vivono anche di convinzioni, soprattutto in sfere molto ideologiche». Lasciando pensare che il popolo siriano era «molto ideologico» Assad voleva far credere di essere lui stesso antisionista e antimperialista, di corrispondere in questo modo a un’aspirazione popolare in sintonia con il suo regime.

Così, quando Hosni Mubarak è stato deposto dall’esercito egiziano, la televisione statale siriana dava la notizia con il titolo: «Caduta del regime di Camp David» [accordo, nel settembre 1978, fra Anwar al-Sadat e Menahem Begin, con la mediazione del presidente degli Stati Uniti, il democratico Jimmy Carter]. Si voleva credere, o piuttosto far credere, che il sollevamento egiziano era il risultato del trattato di pace del 1978 con Israele, mentre il sedicente regime nazionalista siriano sarebbe stato immunizzato nei confronti delle rivolte popolari. Si era di fronte, evidentemente, a una pervicace volontà di scambiare i propri desideri per la realtà, come sarebbe stato dimostrato dai fatti poche settimane dopo.

Il fatto che, a sinistra, si possa essere stati ingannati da una simile propaganda, credendovi, è deplorevole. La verità è che se il regime siriano non ha firmato un trattato di pace con Israele questo non è dipeso da una mancanza di volontà del regime, ma di Israele stesso. In effetti, fra i due si erano avute diverse fasi di negoziato. Prima del 2011 a fare da mediatore fra Assad – allora suo buon amico – e Israele era il primo ministro turco d’allora, Erdogan.

Ciò che ha reso la conclusione di un trattato di pace fra Israele e la Siria più difficile di quello fra Egitto e Israele è un fattore geografico. Israele ha restituito [nel 1982] il Sinai all’Egitto perché questa regione costituiva di per sé una difesa (una delle condizioni del trattato ne era la smilitarizzazione): il lungo tempo necessario all’esercito egiziano per attraversare il deserto compreso fra il canale di Suez e la frontiera consentirebbe all’aviazione israeliana di attaccarlo ripetutamente e distruggerlo.

Al contrario, l’altipiano del Golan si trova in una posizione strategica, dominando dall’alto il territorio israeliano pre-1967. È per questo motivo che Israele s’è annessa, ufficialmente, il Golan nel 1981. A parte Gerusalemme Est, l’altipiano è l’unica porzione dei territori arabi occupati nel 1967 che è stata ufficialmente annessa dallo Stato israeliano.

Il regime di Assad è intervenuto in Libano nel 1976, dopo aver avuto il “via libera” dagli Stati Uniti e da Israele per schiacciare sia l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) sia la sinistra libanese e per salvare l’estrema destra libanese dalla sconfitta imminente. Poi, successivamente all’invasione israeliana del Libano, nel 1982, il regime di Assad ha portato a termine ciò che Israele aveva cominciato, espellendo i combattenti palestinesi dalla metà meridionale del Paese, Beirut compresa. L’anno successivo, mediante i suoi alleati, il regime di Assad ha espulso i combattenti dell’OLP e lo stesso Arafat anche dal Libano settentrionale.

Per tutto il decennio degli anni Ottanta Damasco ha appoggiato i suoi alleati libanesi del movimento confessionale sciita Amal nella loro guerra contro i campi palestinesi. E nel 1990 Hafez al-Assad s’è unito alla coalizione a direzione statunitense contro l’Iraq, spedendo in guerra truppe siriane. Si dimentica o si ignora tutto ciò.

Il regime di Assad non ha, a rigore, alcuna dimensione antimperialista. Si tratta di un regime di tipo mafioso, opportunista, che cerca di soddisfare i propri interessi. Si tratta anche di uno dei regimi più dispotici della regione, che attua una repressione estremante brutale.

All’inizio degli anni Ottanta si è avuta una delle maggiori repressioni contro la sinistra: circa un migliaio di membri del clandestino Partito d’azione comunista [fondato nel 1975] sono stati gettati in prigione e sottoposti a terribili torture. Centinaia di essi sono rimasti in carcere per periodi compresi fra i dieci e i venti anni, nonostante non fossero mai stati coinvolti in qualsivoglia azione violenta né avessero mai propugnato la violenza.

Nell’ultimo quindicennio il regime siriano ha operato importanti mutamenti neoliberisti, senza conseguire peraltro alcuna «crescita». In Siria si è sviluppata una classe capitalista molto corrotta formata dalla clientela del regime, e il clan al potere da controllore del potere politico e militare è diventato anche detentore principale di quello economico. Il cugino di Bashar al-Assad [Rami Makhluf] è di gran lunga l’uomo più ricco del Paese. E molti altri fra i suoi parenti si sono molto arricchiti.

All’altro estremo della scala sociale, la Siria ha assistito alla diffusione della disoccupazione, alla deindustrializzazione e all’impoverimento delle campagne. Tutto ciò ha provocato fortissime tensioni sociali, poi esplose nel 2011. Da questo punto di vista, in Siria si è avuto il medesimo «modello» che nel resto della regione.

Coloro che si sono sollevati contro Bashar al-Assad nel 2011 in cosa differiscono, eventualmente, dai loro omologhi tunisini ed egiziani?

Per giustificare l’appoggio al regime di Assad alcuni affermano che il sollevamento siriano, a differenza di quelli d’altri Paesi arabi, è stato diretto da forze reazionarie islamiche. Ancora una volta: ciò è totalmente falso. Innanzi tutto, sia in Tunisia sia in Egitto coloro che hanno tratto vantaggi dai sollevamenti sono le forze islamiche fondamentaliste: sia i Fratelli musulmani in Egitto sia Ennahdha in Tunisia hanno vinto le prime elezioni.

Se l’argomento secondo il quale il sollevamento è caduto sotto il controllo delle forze islamiche fosse fondato, coloro che lo sostengono, per coerenza, avrebbero dovuto appoggiare anche i vecchi regimi in Tunisia e in Egitto.

E in effetti, una parte della sinistra tunisina ed egiziana appoggia oggi il vecchio regime in base ad argomenti simili. In Egitto, la maggior parte della sinistra ha sostenuto il colpo di Stato di Sisi, anche se poi in seguito alcuni se ne sono dovuti forse pentire.

Il dato di fatto, elementare, è che in tutta la regione vi sono stati dei sollevamenti popolari. Se in questi sollevamenti fra le forze organizzate quelle islamiche fondamentaliste sono riuscite, senza eccezioni, ad avere il sopravvento ciò è probabilmente dovuto alla debolezza pratica e/o politica della sinistra, da una parte, e, dall’altra, anche e soprattutto, all’eredità di diversi decenni di dominio di regimi dispotici. Ciò dovrebbe poter essere compreso da tutti. Il regime siriano non era affatto uno scudo contro il fondamentalismo, come non lo erano Mubarak e Ben Ali e non lo sono oggi Sisi e Assad.

Da quando Bashar al-Assad è arrivato al potere [luglio 2000], succedendo a suo padre in modo dinastico, non ha fatto che incoraggiare il salafismo in Siria. Coloro che conoscevano il Paese potevano osservare la proliferazione delle niqab nelle strade. È qualcosa che è stato incoraggiato dal giovane Assad, convinto di ottenere così la pace sociale, che l’ideologia islamica salafita avrebbe tenuto la gente lontano da ogni impegno politico. E alla fine, tutto ciò gli è scoppiato tra le mani.

In tutta la regione la questa storia si è ripetuta. Gli stessi Stati Uniti hanno favorito il fondamentalismo islamico contro il nazionalismo arabo e la sinistra sin dagli anni Cinquanta, fino a che, anche a loro, la cosa è scoppiata in mano. Con l’obiettivo di sconfiggere il nasserismo Sadat ha liberato dalla prigione i Fratelli musulmani, lasciando che si organizzassero. Sotto Mubarak sono stati tollerati come partito di massa, anche se sottoposti a una rigorosa sorveglianza poliziesca. Schiacciando la sinistra con l’aiuto delle forze islamiche fondamentaliste gli Stati Uniti e i regimi della regione hanno creato le condizione dell’ascesa dell’opposizione all’interno di queste forze.

Si aggiunga a tutto ciò il fatto che quando cominciò il sollevamento siriano il regime di Assad ha fatto il possibile per impedire che vi si sviluppasse l’aspetto laico, più esattamente non confessionale. Questo rappresentava effettivamente la minaccia principale agli occhi del regime, che ha schiacciato il movimento con estrema brutalità, incarcerando decine di migliaia di persone, soprattutto i giovani, che rappresentavano il momento organizzatore e la punta avanzata del sollevamento.

Parallelamente, come è stato documentato da numerosi articoli e libri, il regime ha liberato gli jihadisti che aveva incarcerato dopo averli usati in Iraq. La loro scarcerazione era un’operazione machiavellica affinché potesse autorealizzarsi la profezia che il regime aveva propagato sin dal primo giorno, secondo la quale il sollevamento non era nient’altro che una cospirazione jihadista. In Siria il regime ha fatto di tutto per creare le condizioni di sviluppo del fondamentalismo islamico allo scopo di modificare la natura del sollevamento.

Nel frattempo, il regime dipendeva sempre più per la sua difesa dai suoi alleati regionali del Libano (Hezbollah), dell’Iraq (governo sciita) e dell’Iran, i quali non sono affatto meno fondamentalisti della maggior parte delle forze islamiste siriane contrarie ad Assad. Chi sostiene che quello siriano è un regime «laico» dimentica completamente questi fatti incontrovertibili.

All’inizio del 2012 in Siria fa la sua comparsa al-Qaida, con la denominazione di Fronte al-Nusra, con una forte partecipazione della sua sezione irachena, il sedicente “Stato islamico d’Iraq“, all’interno del quale avevano un ruolo cruciale ex membri del partito Baath iracheno, fratello-nemico del Baath siriano al potere.

Gli iracheni, quando hanno deciso di fondere al-Nusra e lo “Stato islamico d’Iraq“ nello “Stato islamico d’Iraq e di Siria“ (al-Sham, e cioè “la Grande Siria”) – noto sotto gli acronimi di SIIS o SIIL (dove L sta per “Levante”) [ISIS o ISIL, negli acronimi inglesi], hanno provocato una rottura sia con una parte dei siriani, che hanno continuato a chiamarsi al-Nusra, sia su scala internazionale con al-Qaida. Tutto ciò rappresentò uno sviluppo molto favorevole per Assad e i suoi accoliti: lo SIIL si scontrava più spesso con l’opposizione al regime che con le sue truppe.

La verità è questa: lo “Stato islamico“ [Daesh] è il «nemico preferito» del regime di Assad, perché suscita tanta ripugnanza in Occidente da rappresentare il miglior argomento del regime quando tenta di sedurre le potenze occidentali per ottenere un cambiamento d’atteggiamento nei suoi confronti. È oggi del tutto chiaro come il regime siriano faccia di tutto, con l’aiuto russo, per convincere l’Occidente ad appoggiarlo nella sua lotta contro lo “Stato islamico”.

C’è una frazione sempre più grande delle élites occidentali - compresi reazionari del tipo di Donald Trump, Marine Le Pen e simili – che auspicano appunto questo: un’alleanza con Assad e Putin.

Guardando all’attuale Siria, vi è chi sostiene che tutte le forse in campo sono controrivoluzionarie. È vero? La maggioranza dei combattenti non è invece formata da siriani che combattono la dittatura?

In effetti è così. Ma uno degli aspetti della complessità della situazione regionale è che non vi è una contrapposizione binaria classica rivoluzione-controrivoluzione. Ci troviamo al cospetto di un triangolo di forze. Da una parte, un polo rivoluzionario formato da un blocco di forze sociali e politiche che rappresenta le aspirazioni dei lavoratori, dei giovani e delle donne che si sono sollevati contro il vecchio regime e che perseguono una società diversa, progressista.

Dall’altra parte, però, vi sono non uno ma due campi controrivoluzionari. Uno di questi è quello del vecchio regime, la controrivoluzione classica. L’altro, per le cause storiche che ho già ricordato, è composto da forze reazionarie di carattere religioso, inizialmente favorite dai vecchi regimi in funzione di contrappeso alla sinistra, ma che poi si sono sviluppate e rivolte contro questi stessi regimi. In entrambi i casi si tratta di forze controrivoluzionarie, nel senso che i loro interessi fondamentali e i loro programmi si contrappongono frontalmente alle aspirazioni del polo rivoluzionario che lotta per un mutamento sociale, economico e democratico.

Quando sono arrivati al potere, sia i Fratelli musulmani in Egitto sia Ennahdha in Tunisia rappresentavano un’altra versione della controrivoluzione. Washington era convinta che essi sarebbero stati migliori dei vecchi regimi. Invece, entrambi hanno proseguito nelle politiche sociali ed economiche dei regimi precedenti.

L’unico cambiamento che tentarono di apportare fu una «islamizzazione» delle istituzioni, o, più esattamente in Egitto, il loro approfondimento, perché con Sadat e Mubarak questa era già stata portata avanti. In Egitto le tensioni con il vecchio regime si sono avute quando [i Fratelli musulmani] hanno tentato di estendere il loro controllo sull’apparato statale: qui sta la spiegazione del colpo di Stato del 2013.

Dunque, nella regione operano due campi controrivoluzionari, rivali tra loro, e un polo rivoluzionario. La debolezza organizzativa e/o politica di quest’ultimo ha fatto sì che la situazione evolvesse in uno scontro diretto fra i due campi controrivoluzionari, mentre il polo rivoluzionario finiva ai margini.

La Siria ne rappresenta l’esempio estremo. Il sollevamento del 2011 aveva un immenso potenziale progressista, eguale e a volte anche maggiore di quello degli altri Paesi della regione a causa della maggiore diffusione delle idee progressiste e di sinistra fra la popolazione: più che in Egitto, ma meno che in Tunisia. Questo potenziale, tuttavia, non ha trovato una sua forma organizzativa. Le reti su Internet sono eccellenti per convocare manifestazioni e raduni, ma non possono sostituire una autentica rete organizzativa.

A ciò si deve aggiungere l’attivo intervento del bastione regionale della controrivoluzione, le monarchie petrolifere del Golfo, che fecero tutto il possibile per rafforzare la componente islamica fondamentalista dell’opposizione siriana, perché un autentico sollevamento democratico avrebbe rappresentato una seria minaccia non solo per Assad ma anche per loro. In un certo senso, esse entrarono in competizione con il regime di Assad nel sostegno alla componente islamica fondamentalista dell’opposizione, a scapito della sua frangia democratica laica.

Il risultato finale in Siria è effettivamente quello di una situazione contraddistinta dallo scontro fra due forze controrivoluzionarie: da una parte il regime e i suoi alleati, dall’altra un’opposizione armata egemonizzata da forze con prospettive politiche profondamente contrastanti con le iniziali aspirazioni progressiste del sollevamento. Si può certamente dire che nell’opposizione armata vi sono ancora delle forze meno reazionarie, benché sia difficile qualificarle di progressiste.

Un aspetto importante è che buona parte di coloro che si sono uniti ai gruppi armati fondamentalisti islamici l’ha fatto non tanto per ragioni ideologiche, ma per poter ricevere un salario, dato il contesto di rapida degradazione delle condizioni di vita a causa della guerra. Si tratta di un aspetto chiave anche per lo sviluppo dello “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, che ha così potuto reclutare diverse migliaia di combattenti.

Ciononostante, tutto il potenziale che si era manifestato nel 2011 non è scomparso: è emarginato politicamente. Molti di coloro che l’hanno rappresentato hanno dovuto abbandonare il Paese, in esilio, poiché da una parte si opponevano radicalmente al regime, che li minacciava, mentre dall’altra la proliferazione delle forze reazionarie rappresentava egualmente un pericolo per loro.

La maggior parte di coloro che sono sopravvissuti e che non sono finiti in prigione ha lasciato il Paese. Queste migliaia di attivisti, che incarnavano il potenziale democratico e progressista del sollevamento del 2011, e che oggi si trovano in esilio, rappresentano un motivo di speranza nell’avvenire.

Ora, tuttavia, ciò che possiamo sperare di meglio è che si arrivi alla fine di questa terribile dinamica di «scontro di barbarie» - è così che l’ho definita dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 [2] – fra il barbaro regime di Assad e il barbaro “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, quest’ultimo, a sua volta, prodotto dalla «barbarie-madre» dell’occupazione americana dell’Iraq. La guerra civile, la distruzione della Siria e il massacro della sua popolazione da parte del regime devono cessare, con condizioni che permettano ai rifugiati di rientrare dall’esilio e dai luoghi di sfollamento all’interno del Paese [si tratta di circa metà della popolazione]. Questa è oggi la cosa più urgente.

In questo momento non c’è alcuna prospettiva progressista. Chi pensa il contrario sogna. Ciò che può capitare di meglio è che sia posta fine all’incessante deterioramento provocato dalla guerra. E affinché questa abbia un termine, è necessario un qualche compromesso fra una parte del regime e l’opposizione. Ma per arrivare a ciò Assad deve andarsene, perché nessun compromesso, nessuna fine del conflitto è possibile se resta al suo posto.

Con il loro sostegno ad Assad la Russia e l’Iran ostacolano ogni possibilità di compromesso. Quanto all’amministrazione Obama, dal 2012 sostiene questa posizione: «non vogliamo un mutamento di regime in Siria, ma riteniamo che Assad dovrebbe ritirarsi per far sì che si possa arrivare a un compromesso fra il regime e l’opposizione».

Obama era favorevole a quelle che definiva una «soluzione yemenita». Nello Yémen il présidente [Ali Abdallah Saleh] ha accettato di dimettersu e di passare il potere al vicepresidente [Abd Rabbo Mansour Hadi, febbraio 2012]. Si è formato un governo di coalizione fra l’opposizione e il regime, a eccezione del clan del presidente. Come sappiamo, non è durato a lungo, ma, nel 2012, Obama lo riteneva il modello da seguire anche in Siria, e lo ritiene tuttora.

L’Iran e la Russia, al contrario, non ritengono che il clan di Assad debba andarsene, perché ciò potrebbe disorganizzare del tutto un regime ormai piuttosto fragile: avrebbero molto da perdervi, perché la Siria è uno dei loro alleati chiave nella regione. E pertanto ostacolano ogni progresso in vista d’un compromesso negoziato, che sarebbe comunque ben lungi dal rappresentare l‘ideale.

Ma senza la cessazione della guerra non è possibile alcuna ripresa del potenziale democratico e progressista che s’era manifestato nel sollevamento del 2011. Un potenziale che ancora c’è: se la guerra cessa e le questioni sociali ed economiche ritornano in primo piano, sarà facile comprovare l’inconsistenza dei due campi controrivoluzionari, che non hanno alcuna soluzione per i problemi del Paese.

Vi è chi ritiene che se Assad lasciasse il potere lo “Stato islamico” e al-Nusra ne prenderebbero il posto. Al contrario, tu sostieni che l’eliminazione di Assad stimolerebbe la lotta per la liberazione...

In effetti, è così. La causa principale che consente ad al-Nusra e allo “Stato islamico” di svilupparsi è la persistenza del regime di Assad. È stata, innanzi tutto, la barbara repressione del sollevamento da parte del regime a preparare il terreno sul quale si sarebbero sviluppare al-Qaida e lo “Stato islamico” in Siria.

Non c’erano affatto prima masse pronte a unirsi a questi gruppi. Il fatto è che molti hanno finito poi per trovare in loro una risposta adatta alle atrocità del regime e al caos imperante. Lo “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” ha sfruttato questo fatto, imponendo un ordine religioso totalitario che però dispensava servizi sociali di tipo “statale”. Per questo s’è autodefinito “Stato islamico”.

L’unica via percorribile per sbarazzarsi dello “Stato islamico” e di al-Qaida è quella di eliminare le cause che hanno spinto molti ad aderirvi. Quando gli Stati Uniti hanno tentato di schiacciare Al-Qaida solo con la forza, in occasione della battaglia e dei massacri di Falluja in Iraq [2004] hanno miseramente fallito. Solo quando hanno cambiato strategia, e hanno assegnato il ruolo di protagoniste alle tribù arabe sunnite, fornendo loro armi e fondi, sono riusciti a marginalizzarla.

Al-Qaida, divenuta “Stato islamico”, è poi riuscita a riassumere il controllo di gran parte dell’Iraq nell’estate del 2014 perché il governo confessionale sciita di Nuri al-Maliki, appoggiato dall’Iran, ha ricreato quelle condizioni di malcontento fra gli Arabi sunniti iracheni che al tempo dell’occupazione americana le avevano permesso di svilupparsi. Paradossalmente, è questo il motivo per cui la maggior parte dei sunniti iracheni temeva l’evacuazione delle truppe americane nel 2011: ironia della storia, avevano finito per considerare le truppe americane una protezione nei confronti del governo confessionale sciita di Maliki.

Anche in Siria, per poter porre fine all’attrazione settaria esercitata da al-Nusra, dallo “Stato islamico” e dalle altre forze fondamentaliste è necessario eliminare i motivi di malcontento degli arabi sunniti: e fra questi, al primo posto sta la permanenza al potere del clan Assad, inviso alla maggioranza della popolazione.

Veniamo alla geopolitica, agli Stati Uniti. Come giudichi la risposta americana ai sollevamenti?

Anche in questo caso si tratta di un problema al quale la sinistra risponde per inerzia. Sono molti coloro che non arrivano a capire che l’esperienza irachena ha rappresentato un disastro decisivo, in effetti il più grande disastro nella storia dell’imperialismo americano. Dal punto di vista strategico, peggiore dello stesso Vietnam.

Non si arriva a capire che dopo George W. Bush l’amministrazione Obama non è più impegnata nei cambiamenti di regime. La parola d’ordine di Obama in occasione dei sollevamenti arabi del 2011 è stata «transizione nell’ordine», non «cambiamento di regime». Obama sperava di preservare quei regimi grazie a limitati mutamenti ai vertici, che avrebbero consentito una transizione morbida, senza perturbazioni di fondo.

Ciò vale anche nel caso libico. L’intervento in Libia, a direzione americana, era un tentativo di controllare il sollevamento, indirizzandolo verso una transizione patteggiata con i figli di Gheddafi. Lo si è perseguito sino all’ultimo, ma inutilmente, perché l’insurrezione a Tripoli ha provocato il crollo del regime.

È per questi motivi che la Libia ha rappresentato un ennesimo disastro dal punto di vista dell’imperialismo americano, un ulteriore argomento contrario a ogni «cambiamento di regime» che comportasse lo smantellamento dello Stato, come era appunto avvenuto prima in Iraq. Questo spiega perché il governo americano non ha mai detto di volere il rovesciamento del regime in Siria: si è sempre limitato a dire che Bashar al-Assad doveva dimettersi per consentire una transizione negoziata. Si vuole che se ne vada l’uomo ma che il regime resti.

Gli Stati Uniti si sono trovati alle prese con il sollevamento arabo del 2011 proprio nel momento in cui la loro egemonia nella regione aveva toccato il punto più basso dal 1990. E in quello stesso 2011 avevano evacuato l’Iraq senza aver raggiunto nessuno degli obiettivi principali che si erano prefissi con l’invasione.

L’intervento in Libia, peraltro, è stato reso possibile grazie al “via libera” russo: Russia e Cina si erano astenute nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Avrebbero potuto mettere il veto all’invasione, ma non l’hanno fatto. A differenza del regime di Gheddafi, tuttavia, quello siriano è ritenuto dalla Russia un importante alleato: negli ultimi anni, infatti, Gheddafi aveva modificato le sue relazioni internazionali, diventando un buon amico di Washington, di Londra, di Parigi e anche dell’Italia di Berlusconi.

Per quanto riguarda la Siria, Washington non ha mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di un intervento militare diretto. Se in un certo momento, nel 2013, Obama s’era intestardito, con la sua «linea rossa», sul punto dell’impiego delle armi chimiche, ha però poi accolto con sollievo il compromesso con Assad offertogli dalla Russia.

In conclusione, la situazione è ben più complessa dell’argomentazione semplicistica «il nemico del mio nemico è mio amico» sostenuta da gran parte della sinistra «antimperialista» dalle reazioni pavloviane.

Se Stati Uniti e Russia sono d’accordo sulla preservazione del regime siriano, dove sta il punto di contrasto?

Il contrasto consiste, naturalmente, nel problema Assad. La Russia vi si è aggrappata perché ritiene che il clan Assad sia l’unica garanzia del suo controllo della Siria. La Russia non è meno imperialista degli Stati Uniti: è anzi più brutale di questi, se si pensa a ciò che ha fatto in Cecenia, nonostante questa facesse parte della Federazione russa (fosse cioè l’equivalente di uno degli Stati degli Stati Uniti).

Per quanto riguarda gli orientamenti sociali, quello del regime russo è di destra neoliberista, con norme ancora più rigide di quelle in vigore negli Stati Uniti. L’imposta forfettaria sul reddito è del 13% in Russia, mentre le imposte federali negli Stati Uniti arrivano al 40%, senza contare le imposte locali. L’imposta russa sulle imprese è del 20%, mentre negli Stati Uniti è del 35%, anche qui senza contare le imposte locali. Il più estremista dei repubblicani americani non oserebbe spingersi a tanto...

Putin si serve anche della carta religiosa: la Chiesa ortodossa russa benedice l’intervento in Siria come una “guerra santa”. Le convinzioni di una parte della sinistra, che vive in un’altra dimensione temporale, secondo la quale la Russia è la prosecuzione dell’Unione sovietica e Vladimir Putin è l’«erede di Vladimir Lenin», sono piuttosto grottesche.

Quali sono gli interessi imperialisti della Russia in Siria?

In Siria la Russia ha una base aerea e una base d’appoggio della marina da guerra. La Russia, pertanto, si comporta esattamente come farebbe nei confronti di qualunque Paese ove avesse simili basi. Il regime di Assad è il più fedele alleato strategico di Mosca nella regione.

Tutto ciò consente a Putin di dire a ogni dittatore: «Potete contare su di me per proteggervi dai sollevamenti popolari, molto più che su Washington. Mettete a confronto il mio sostegno ad Assad con l’abbandono di Mubarak da parte degli Stati Uniti». Non è una caso che Putin sia oggi così amico del nuovo dittatore egiziano, Sisi.

Putin, dunque, vuole rafforzare il proprio ruolo imperialista nel mondo arabo?

Le azioni di Mosca si basano sulla stessa logica di quelle di Washington. La Russia considera la Siria una risorsa strategica esattamente come gli Stati Uniti consideravano in passato il Vietnam.

Oggi, tuttavia, Putin è più incline di Obama a un intervento militare diretto. L’imperialismo americano è tuttora sotto l’effetto della «sindrome vietnamita» che il terribile fallimento registrato in Iraq ha contribuito a ravvivare, al contrario di quanto pensavano i Bush, padre e figlio.

Putin approfitta di questo fatto, mostrandosi più deciso di Washington sulla Siria, sostenendo a fondo il regime di Assad. L’appoggio che gli Stati Uniti danno all’opposizione siriana non può esservi paragonato nemmeno lontanamente: è più un oggetto di ironia che altro. E questo mentre Mosca e Teheran sono impegnate in un sostegno totale, compreso un forte contingente di combattenti «per procura» iraniani.

Il regno saudita e le altre monarchie del Golfo sono state entusiaste della distruzione dei sollevamenti. Il colpo di Stato di Sisi in Egitto non avrebbe potuto avvenire senza il totale appoggio saudita.

Ma i sauditi potranno svolgere a lungo un ruolo simile? Quali prospettive di mutamento vi sono nei Paesi del Golfo?

Qui sta uno dei problemi più grossi. L’Arabia Saudita è da sempre il principale bastione regionale della reazione. Questo è il suo ruolo sin dalla sua fondazione: da sempre è lo Stato più reazionario del mondo. Se si considera che lo “Stato islamico” sia uno Stato, l’Arabia Saudita è certamente un suo concorrente sullo stesso piano. Hanno infatti entrambi numerosi punti in comune e una storia simile, anche se sono stati formati in modo e con mezzi diversi, a quasi un secolo di distanza.

Il regno saudita è dunque il principale bastione regionale della reazione, ma con una capacità di avere un ruolo militare diretto limitata alla sua immediata periferia, il Golfo. Ha infatti avuto un ruolo cruciale nell’aiutare la monarchia del Bahrein a reprimere il sollevamento in questo Paese. Nello Yémen, l’Arabia saudita interviene a fianco del governo di coalizione frutto del compromesso del novembre 2011, contro il presidente deposto Ali Abdullah Saleh, ora alleato con gli Huthi. In ultima analisi, anche qui si tratta dello scontro fra due campi controrivoluzionari, come si è già detto. Anche in Siria l’Arabia saudita ha un suo ruolo, che consiste però più in finanziamenti: non si tratta di un intervento diretto.

Per la popolazione di tutta la regione è stata una «sfortuna» terribile che gli al-Saud abbiano assunto il controllo - aiutati - di un Paese che s’è poi scoperto avere i più vasti giacimenti di petrolio al mondo. Questo fatto ha fornito loro mezzi finanziari straordinari, che da decenni impiegano per aiutare il loro protettore americano e per diffondere la loro ideologia fondamentalista profondamente reazionaria.

Non è infatti possibile comprendere la forza raggiunta dal fondamentalismo nel mondo islamico contemporaneo se si trascura il ruolo cruciale che ha avuto il regno saudita nella sua diffusione. A lungo termine è necessario che questo grosso ostacolo ultrareazionario sparisca affinché i processi rivoluzionari nella regione possano sfociare su una prospettiva progressista.

Nella regione araba i due poli della controrivoluzione sono appoggiati da forze rivali: Stati Uniti e Russia, monarchie del Golfo e Iran. Non si deve dimenticare infatti che anche l’Iran è un regime islamico fondamentalista, anche se di tipo diverso. Il processo rivoluzionario arabo deve far fronte a tutte queste forze.

Se si pensa alla quantità di risorse finanziarie che ha a sua disposizione sembra impossibile che l’Arabia saudita possa cambiare. Come valuti le possibilità di un mutamento in questo Paese?

Il regno saudita dispone certo di un’enorme quantità di denaro, ma nel Paese vi è tuttavia anche molta povertà. E il paradosso di uno Stato così ricco con una povertà così diffusa fra i suoi abitanti (per non parlare dei migranti) genera un profondo malcontento nei confronti della monarchia.

Sino a ora l’espressione più elementare d’opposizione alla monarchia è consistita nel farle concorrenza proprio sul suo terreno, sul suo fondamentalismo, il wahabismo. Ciò si è visto nel 1979 in occasione dell’attacco alla Moschea della Mecca [presa in ostaggio dei presenti da parte di un gruppo di islamisti, con decine di morti] e, più recentemente, con al-Qaida. È infatti noto che 15 dei 19 attaccanti dell’11 settembre 2001 erano sauditi: un gran numero di affiliati ad al-Qaida erano, e sono, sauditi.

In Arabia Saudita la sola opposizione che abbia potuto svilupparsi è di questo tipo proprio perché poteva svilupparsi all’interno dell’ideologia del regime, mentre questo era ed è ben più difficile nel caso d’una opposizione progressista, per non dire poi di opposizioni femministe o sciite.

Tuttavia, anche in questo regno c’è un potenziale progressista, che prima o poi esploderà, così come è avvenuto in altri Paesi della regione. Dopo tutto, anche lo scià d’Iran era a capo d’un regime molto repressivo, che molti ritenevano al riparo da ogni pericolo...

Ciononostante, abbiamo visto come l’ondata rivoluzionaria iniziatasi in Iran alla fine degli anni Settanta sia riuscita rapidamente ad abbattere il regime dello scià. Non vi sono regimi eterni: e quello saudita, basato su una terribile oppressione, su un’enorme diseguaglianza e su un vergognoso trattamento delle donne, non fa certo eccezione.

Basandoti sulla tua conoscenza della sinistra radicale del mondo arabo puoi dirti ottimista? Si può dire che il successo della rivoluzione araba dipende, in ultima istanza, dal successo della mobilitazione dei lavoratori?

Per riassumere ciò di cui abbiamo discusso sino a ora: sono pieno di speranza, anche se non mi definirei ottimista. V’è infatti una differenza qualitativa: la speranza è la convinzione che vi è sempre un potenziale progressista; l’ottimismo è la convinzione che questo potenziale finirà per vincere.

Io non scommetto sulla vittoria, perché so quante difficoltà vi sono, tanto più quando, in diversi Paesi, la costruzione di direzioni progressiste alternative deve partire praticamente da zero. È un obiettivo gigantesco, immenso, ma non impossibile. Nessuno aveva previsto un sollevamento progressista così impressionante come quello del 2011.

Nella regione il processo rivoluzionario a lungo termine va misurato in decenni, non in anni. In una prospettiva storica, noi siamo ancora alle sue fasi iniziali. Ciò dovrebbe costituire un forte stimolo per impegnarsi intensamente nella costruzione di movimenti progressisti in grado di assumerne la direzione. L’alternativa è: continuare in questa immersione nella barbarie, nello sprofondamento di tutto l’ordinamento regionale in una sorta di orribile caos, che già vediamo profilarsi in alcuni Paesi.

Quanto ai lavoratori, quando parlo di direzioni progressiste è ovvio che per me il movimento dei lavoratori dovrebbe avervi un ruolo cruciale. Per questo motivo i Paesi che, come la Tunisia e l’Egitto, hanno il maggior potenziale sotto questo punto di vista dovrebbero indicare la via. In seguito, potrebbe verificarsi un effetto domino.

Non dimentichiamo, infine, che il mondo arabo non è su un altro pianeta. Si trova inserito in un contesto mondiale, molto vicino all’Europa. In questo senso, lo sviluppo della sinistra radicale in Europa può avere una forte influenza sullo sviluppo del suo equivalente nel mondo arabo.

[2] Vedi, di Gilbert Achcar, Scontro tra barbarie. Terrorismi e disordine mondiale, Edizioni Alegre, Roma 2006

(Articolo pubblicato originalmente il 17 dicembre 2015 nel sito della rivista statunitense «Jacobin». Traduzione di Cristiano Dan dalla versione francese pubblicata da A l'encontre)



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