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Stefanoni: Bilancio del referendum in Bolivia

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di Pablo Stefanoni

Domenica 21 febbraio la popolazione boliviana ha partecipato al referendum sulla riforma costituzionale del paese, per consentire la rielezione del presidente Evo Morales nel 2019. A partire dai risultati finora disponibili, che danno per maggioritario il “No” Pablo Stefanoni analizza per l’edizione Cono Sur di Le monde diplomatique la situazione politica che si apre per la Bolivia.

Evo Morales si è cacciato da solo in quella che, lo si vedeva fin dall’inizio, sarebbe stata l’elezione più difficile, in una gestione contrassegnata dal susseguirsi di grandi vittorie elettorali nel corso di un decennio. Quasi che l’“astinenza” elettorale fosse insopportabile per un leader bisognoso della continua approvazione delle masse, il presidente boliviano si è lanciato in un referendum per rendere possibile in anticipo un suo quarto mandato, quando gli mancano ancora quattro anni per terminare il terzo. In questo modo, lo stesso governo che lo ha predisposto ha deciso, a sei anni di distanza dalla sua approvazione, di modificare la nuova Costituzione Politica dello Stato che ha posto le basi dello Stato Plurinazionale nel 2009. Il quesito era: “È d’accordo con la modifica dell’articolo 168 della Costituzione Politica dello Stato affinché il/la presidente/presidentessa e il/la vicepresidente/presidentessa dello Stato possano essere rieletti o rielette due volte di seguito?”.

La prima difficoltà, scontata, di un referendum di questo tipo è che mette insieme tutte le opposizioni nella scelta del No. Dai razzisti che non hanno mai voluto un governo indio fino a quelli che criticano all’inverso - che non è un vero governo indio ma un surrogato di matrice biancoide o un governo direttamente anti-indigeno - la coalizione del No ha consentito l’unificazione di un voto che mai si sarebbe raccolto dietro una candidatura comune. Si tratta di un dato ovvio, che non ne squalifica le motivazioni, ma sfuma letture che – come accade di solito in questi casi – cercano di leggere il risultato in modo unidirezionale. Né Montesquieu è resuscitato nelle Ande, né tutto è stato opera della mano nera dell’Impero, né il famoso ancestrale “Vivir bien” [“buon vivere”] ha risvegliato le divinità andine delle alture per vendicarsi del “neo-sviluppismo” populista di Evo.

Probabilmente, si tratta di qualcosa di più semplice: un misto di logoramento dopo dieci anni di esercizio di governo – e le conseguenti difficoltà di trasformare utopie mobilitanti in vitali realtà – e di errori politici intercalati, come indire così presto un referendum dopo la vittoria elettorale del 2014 con il 61%, e una brutta campagna elettorale. In questo modo, quello che si era intravisto come un processo di de-polarizzazione nel 2010-2014, coadiuvato dal successo economico di Morales, si è trasformata in ri-polarizzazione, e quasi per metà. In sintesi, in base ai risultati ottenuti fino a questo momento, il 21F [febbraio] Evo ha perso contro Evo più che contro l’opposizione.

***

In questo decennio, il MAS (Movimiento al socialismo) ha messo in piedi, con abbastanza successo, un nuovo modello economico basato sullo statalismo e su una certa ortodossia macroeconomica, insieme a uno nuovo Stato più aperto alla diversità del paese. “Il socialismo è compatibile con la stabilità macroeconomica”, ha detto in una qualche occasione il ministro dell’Economia Luis Arce Catacora, in carica da dieci anni a questa parte (tutti di seguito, in un paese noto per le sue convulsioni economiche, inclusa un’iperinflazione negli anni Ottanta del secolo scorso). I “Chuquiago boys” – ironico riferimento al nome aymara di La Paz – hanno dunque dimostrato un’efficienza che non erano riusciti a raggiungere i neoliberisti, in parte grazie agli elevati prezzi delle materie prime, ma anche alle politica di espansione del mercato interno, alla nazionalizzazione degli idrocarburi, alla riscossione delle tasse e alla gestione “prudente” dell’economia.[1] Oggi lo scenario è mutato per il crollo dei prezzi, ma la blindatura economica funziona ancora e si prevede addirittura un forte investimento pubblico.

Il problema è che il referendum ha risvegliato il sentimento anti-rielezionista presente nei perenni riflessi anti-istituzionali dei boliviani (quantunque richiedano “più Stato”). Hernando Siles, promotore di un tiepido riformismo sociale, affrontò una sollevazione popolare, nel 1930, quando cercò di “restare in perpetuo” al potere; il capo della Rivoluzione Nazionale, Víctor Paz Estenssoro, affrontò un colpo di Stato dopo l’accesso a un secondo mandato consecutivo, nel 1964, e dovette andarsene in esilio in Perù. Gonzalo Sánchez de Lozada, a un suo secondo mandato non consecutivo, nel 2003, dovette scappare in elicottero nel pieno della Guerra del Gas… quindi: l’avversione per la “perpetuazione” è uno dei tratti salienti della cultura politica boliviana e della sua sfiducia nei confronti del potere. Né va sottovalutata la penetrazione di certa cultura politica “liberale” ad opera dell’alleanza democratica, fin dal 1982.

Morales è riuscito ad assopire tali riflessi e, quale presidente-simbolo di una nuova era, ha vinto elezione dopo elezione per un decennio. Oggi però questa magia si è largamente dissipata. In ogni caso, il fatto che dopo un decennio, in un paese politicamente instabile come la Bolivia, mantenga ancora quasi la metà dei voti non è un dato insignificante.  Se quelli del No sono voti di sensibilità molto diverse, quelli del Sì rappresentano il sostegno alla continuità del mandato “cocalero” [prima di arrivare al governo, Evo, el Indio, era stato l’organizzatore sindacale dei contadini coltivatori di coca (cocaleros)]. L’opposizione sa quindi che il MAS, per il 2019, non è sconfitto, ma il progetto ufficiale del governo  si è indebolito.

I risultati di domenica 21F si possono leggere come una perdita dei settori che il MAS era andato conquistando nelle urne – tramite la sua espansione egemone – ma ben lontani da un’assoluta lealtà elettorale: gli elettori delle grandi città e quelli della zona orientale autonomista con in testa Santa Cruz. I contadini e i cittadini intermedi sono stati quelli che hanno salvato il presidente da una sconfitta ancora maggiore. Ciononostante, i conflitti locali nel Potosí e in El Alto, mal risolti, hanno indebolito Evo in quelle zone andine bastioni del MAS.

Evo è sempre stato convinto che il suo “patto di sangue” sia con i contadini, che sono quelli che non lo abbandoneranno mai, mentre il sostegno urbano è sempre infido, volatile. Là è sempre stata la forza e la debolezza del progetto di Evo, sempre basato su matrice contadina (paradossalmente, mentre il paese diventa sempre più urbano).

A questi elementi si aggiunge una campagna (elettorale) durante la quale l’efficacia si è trovata in maggior misura dalla parte del No, soprattutto nelle reti sociali (in effetti, il presidente ha fatto appello, dopo il referendum, a “discuterne l’impiego”, poiché si organizzano guerre sporche che “abbattono governi”). Una serie di figure – ad esempio i giornalisti Amalia Pando[2] o il più polemico Carlos Valverde da Santa Cruz – si sono aggiunti a moltissime autorità regionali dell’opposizione rendendo dinamica una campagna a volte priva di mezzi (un’altra delle difficoltà del MAS è sempre stata quella di conquistare sindaci di grandi città e governatori: il prestigio governativo di Evo è sempre stato inversamente proporzionale allo scarso brillare dei suoi governi locali).

A partire dal 2009, il pragmatismo ha consentito a Evo di allargare la propria base a Santa Cruz, quando il suo governo diventava sempre più “normale”, perdendo lo slancio epico rivoluzionario. Non a caso, il discorso della stabilità si andò sostituendo a quello del cambiamento. E, per la prima volta dal 2005, alla campagna elettorale del 21F di Morales sono mancate visioni di futuro ed Evo si è rifugiato nelle conquiste passate. Non a caso, dopo gli avversi risultati, mentre si era ancora nel pieno procedere del conteggio ufficiale, Evo Morales ricorderà gli attacchi che, come candidato presidenziale contadino, ricevette nel 2005, quando lo chiamarono “talebano” o “narcotrafficante”. Ciò che la gestione del potere era venuta cancellando dalla sua figura è stata una sorta di ripiegamento nell’Evo contadino; un ritorno alle origini e all’ambiente in cui si sente più sicuro, quello del “patto di sangue” etnico-culturale.

Nel quadro di una perdita crescente di iniziativa, i colpi dell’opposizione - sicuramente molto dispersa- hanno cominciato ad avere impatto, rispetto alla blindatura di mesi e anni precedenti. Così, la denuncia che una ex partner di Evo dirigeva un’impresa cinese che aveva ottenuto contratti pubblici senza gara d’appalto, ha intaccato il suo capitale morale, fonte della sua legittimazione politica. Questo si aggiunge allo scandalo del Fondo indigeno: i progetti fantasma finanziati dallo Stato hanno costituito una sorta di messa in dubbio della capacità  degli indigeni di rinnovare la politica. Di più, la rivelazione che Álvaro García Linera non avesse concluso il suo corso di laurea in matematica in Messico ha avuto una smisurata ripercussione, costringendolo a rivalutare, sulla difensiva, il suo statuto di intellettuale – nonostante venga assiduamente invitato da varie università prestigiose per il suo lavoro teorico-politico.

Tuttavia, per giunta, il No ha trovato un argomento che è diventato una poderosa arma perché combaciava con un modo di sentire generalizzato, specie in settori urbani: che quello di Evo sia stato, in effetti, un buon governo per molti aspetti, ma che non va bene che “si perpetui” al potere. Ad esempio, lo scrittore Edmundo Paz Soldán ha dichiarato di vedere la Bolivia di questo decennio “con un’economia che non ha smesso di crescere, che ha permesso il ridimensionamento dell’estrema povertà, l’espansione del ceto medio e il notevole miglioramento dei nostri indicatori in fatto di sanità e istruzione”. Ed aggiunge: “Morales ha saputo manovrare l’economia, ha promosso indispensabili politiche di inclusione di frange escluse e ha consolidato una coerente politica marittima; ha anche proiettato il paese in campo internazionale”. Sostiene che “dal lato negativo, ci sono la corruzione istituzionalizzata, la mancanza di autonomia del potere giudiziario, l’assenza di politiche di equità di genere, e la mancanza di un vero e proprio piano di industrializzazione per far sì che la Bolivia cessi di essere un’economia dipendente dalle sue materie prime”. E conclude: “Io spero soltanto che la Bolivia sia all’altezza e mostri al continente che, per quanto ammiri Evo e ne approvi la gestione, confida di più nelle proprie istituzioni e in una democrazia che argini le spinte dei suoi capi a restare per sempre al potere”.[3] In questo ragionamento sono contenute molte delle percezioni che rafforzano il voto per il No; le più difficili da neutralizzare, a partire dal governo con i suoi dati economici.

Ma la perdita di magia ha resuscitato altri fantasmi. L’incendio del municipio di El Alto, nelle mani della giovane sindaco dell’opposizione, Soledad Chapetón,[4] da parte di “padri di famiglia” che protestavano, ha messo in evidenza come i repertori di azioni collettive che nel 2003 segnarono l’avvio dell’epica Guerra del Gas, in un contesto diverso possano costituire la sopravvivenza di  forme di protesta sproporzionate, che impediscono il normale funzionamento delle istituzioni e provocano morti. Tutto questo suscita il forte rigetto delle “maggioranze silenziose” nei confronti dei movimenti sociali, ridotti a istanze corporative e addirittura con tonalità mafiose, come nel caso del cacicco sindacale di El Alto, Braulio Rocha, che aveva avvertito Chapetón che sarebbe stato il suo “incubo” e che ora è in galera accusato d’incendio.

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Un aspetto dei governi nazional-popolari consiste nella difficoltà di accettare un nuovo ordine, plasmato ad esempio sulle Costituzioni approvate nel corso delle proprie gestioni e nella tendenza a pensare quelle Carte come frutto di rapporti di forza transitori e che vanno cambiate di fronte alla minima possibilità di “andare avanti”. Questo provoca situazioni paradossali – già intervenute in Venezuela: e cioè, viste le intenzioni di cambiare le nuove Magne Carte, che la difesa di queste Costituzioni finisca in mano alle destre che, quando queste nascevano, avevano cercato di impedire l’approvazione. Altra difficoltà e quella di fare politica efficacemente una volta indeboliti i propri avversari.

Se i risultati vengono confermati, il MAS dovrà pensare a un altro candidato per il 2019, il che potrebbe avere come risultato positivo quello di costringere il partito ad abbandonare l’inerzia delle vittorie elettorali automatiche e ad aggiornare la propria offerta trasformatrice. Per ora è presto per anticipare possibili candidati. Il cancelliere David Choquehuanca? Il vicepresidente Álvaro García Linera? Il presidente del Senato ed ex giornalista Alberto Gringo González? In una recente intervista al quotidiano El Deber, il presidente sembrava imbarazzato quando gli chiesero se era possibile che il vicepresidente (che gli è stato a fianco in questi dieci anni) costituisse il piano B in caso di perdita. Pur elogiandolo come una sorta di copilota, lo ha paragonato a un “segretario” più che a un “candidabile a presidente”.[5] Magari si è trattato di una frase dettata dall’imbarazzo di rispondere sull’eventualità di una sconfitta. Ma forse ha anche segnato un recinto. Per altro verso, il referendum sarebbe anche stato un No a García Linera, visto che la consultazione riguardava il varo del binomio completo per il nuovo mandato. Cercherà Evo di essere una specie di Putin in cerca del suo Medvedev o un Lula alla ricerca di un candidato che non sia  un mero delfino? In qualche momento si è parlato di una donna, “per completare la rivoluzione culturale” ma, almeno oggi, Gabriela Montaño, ex presidentessa del Senato e attuale presidentessa della Camera dei deputati, dovrebbe superare il quadro in salita che risulta dai sondaggi. Anche se, con Evo, non va scartata nessuna sorpresa in termini di futuri nomi. I cambiamenti nella regione, però, non aiutano sicuramente il MAS.

Ben al di là delle candidature, tuttavia, il dubbio è se il governo riuscirà a re-innamorare i boliviani con nuove proposte di trasformazioni. Le idee di una Bolivia potenza energetica suscitarono eccessivo entusiasmo (e tonalità da anni Cinquanta), offuscando alcuni effettivi progressi in materia di idrocarburi, mentre temi quali la sanità e l’istruzione rimasero lavori incompiuti. Lo stesso è avvenuto con l’acquisto di un satellite cinese che ha richiesto impegni eccessivi, utili all’inizio ma controproducenti poi. Il Piano di sviluppo 2025 è troppo generico (…) L’importanza attribuita dal presidente boliviano al passaggio per la Bolivia del rally di Dakar – a prescindere dal suo intrinseco colonialismo e dalle ripercussioni ambientali - è uno degli elementi di tensione verbale nel resoconto ufficiale, passato per derive più centriste. Al tempo stesso, l’enfasi sulla macroeconomia e sui suoi dati blocca dibattiti più generali sull’orizzonte futuro del paese.[6]

Dal versante del NO, un’opposizione di “nuova destra”, con basi territoriali in alcune regioni, proverà a capitalizzare i risultati, di fronte a tentativi più minoritari di costruire un’opposizione progressista non governativa. Il campo del NO vivrà le sue proprie battaglie, per superare la forte disgregazione, il discredito delle vecchie figure (legate ai governi del passato) e per l’indispensabile rinnovamento generazionale (ci sono sindaci e governatori sotto i 50 anni che guardano ormai con occhi diversi il loro futuro politico). Per il momento, il No è una giustapposizione di molteplici voci (contro la “superbia”, gli “abusi”, le “nuove élites”, i più esaltati contro la “dittatura” – e quelli ancora più esaltati contro gli indios – e molti a favore della “democrazia” e della “Costituzione”) che articolano richieste genuine, rifiutano inutili aggravi e mettono in discussione il rimaneggiamento di una Costituzione presunta rifondante in precedenza.

Come però già sappiamo, la politica dipende molto da chi si impossessa degli “attimi fuggevoli” della storia.[7] E questi istanti sopraggiungeranno in maggior misura all’uscita dal gioco elettorale, perlomeno come candidato – se si conferma la vittoria del No – di Morales e l’aprirsi di uno scenario completamente nuovo dal 2006. Nel frattempo, la figura delle “due Bolivie” – tanto citata tra il 2006 e il 2008 – è ritornata sulla scena. Nonostante ciò, contro la tentazione della circolarità della storia, la Bolivia non è la stessa: sicuramente è progredita in molti sensi. Anche  se molti dei suoi fantasmi si rifiutano di ritirarsi.

[Da Le Monde Diplomatique, n. 200, ed.Buenos Aires, febbraio 2016 - http://www.eldiplo.org/]

 



[1] Óscar Granados, “Un decenio con los ‘Chuquiago boys’ de Evo Morales”, El País, Madrid, 20-2-2016.

[2] A. Pando ha rinunciato al suo programma a radio Erbol, una delle più segutite, denunciando che il governo stava soffocando finanziariamente  la radio togliendole la pubblicità ufficiale.

[3] “Evo Morales tiene muchas características de caudillos de siglos pasados”, La Tercera, Santiago de Chile, 20-2-2016.

[4] P. Stefanoni: “La nueva derecha andina”, revista Anfibia, http://www.revistaanfibia.com/cronica/la-nueva-derecha-andina/.

[5] P. Ortiz: “Evo Morales: ‘Álvaro es mi mejor secretario, jamás se ha creído presidenciable’”, El Deber, Santa Cruz de la Sierra, 20-1-2016.

[6] Pablo Stefanoni: “¿Puede perder Evo el 21F?”, rivista Panamá, http://panamarevista.com/puede-perder-evo-el-21f/

[7] L’expresione, pronunciata da Mussolini, è citata in Emilio Gentile, El fascismo y la marcha sobre Roma. El nacimiento de un régimen, Edhasa, Buenos Aires, 2014.



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