Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Catastrofi

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Catastrofi

La marea nera che minaccia le coste degli Stati Uniti pone ancora una volta il problema di una spiegazione non contingente delle sempre più frequenti catastrofi ambientali. Ridicolo e indecente il commento dell’ex presidente di Lega Ambiente Chicco Testa (più volte deputato del PCI e del PDS, poi presidente di vari enti, tra cui l’ENEL) che ha detto che questo incidente conferma… che l’unica speranza sarebbe il nucleare!

E se ci fosse stata un’altra Cernobyl? Avrebbe detto che l’unica soluzione è il petrolio?

Incredibile, si cercano le cause tecniche, e non quella elementare: qualunque risorsa gestita dal capitalismo (o da una società a gestione burocratica come era l’URSS) può essere pericolosa. Anche quella idroelettrica… Nessuno ricorda la catastrofe della diga del Vajont, annunciata da una coraggiosa giornalista, che per questo fu processata, che il 9 ottobre 1963 provocò circa duemila morti? A parte che spesso le grandi dighe, anche se non crollano, provocano danni tremendi all’ambiente e alle popolazioni, come ha denunciato all’assemblea dell’ENEL un vescovo italo-cileno, Luiz Infanti, indignato per la rapina portata avanti nel Cile dall’Endesa, una società spagnola acquistata dall’ENEL…

Non entro nel merito di questa ultima catastrofe ambientale negli USA, che ha già distrutto un’area pari a metà del Mar Adriatico, ed è appena all’inizio, se non per dire che in una società capitalistica i controlli sono ridicolmente inefficienti, perché i controllori sono sempre corrompibili da chi ha enormi profitti da difendere.

 

Obama ne ha tratto le conseguenze: ha bloccato tutte le trivellazioni davanti alle coste degli Stati Uniti, tanto è sicuro che è impossibile imporre un controllo serio. Meglio che vadano a inquinare altri paesi, i cui governanti sono disposti ad accettare un pugno di dollari scaricando l’inquinamento sugli ignari sudditi…

 

È una caratteristica ineliminabile del capitalismo (non può esistere un “capitalismo verde”). Per questo ci battiamo contro il rilancio del nucleare in Italia, sicuri che finirebbe per essere affidato (come il Ponte sullo Stretto) a chi metteva sabbia di mare nel cemento della Casa dello Studente dell’Aquila o ai soci di Bertolaso e Scajola. E per questo siamo impegnati a raccogliere firme per l’acqua bene comune…

 

Per contribuire alla discussione su questi temi, inserisco sul sito due testi del dibattito dell’ultimo congresso della Quarta Internazionale. Erano già disponibili sul sito di Sinistra Critica, ma li ripropongo qui perché dal report delle oltre 2.000 visite mensili, risulta che molti provengono da siti diversi, e da città dove Sinistra critica non è ancora presente. Per problemi tecnici inserisco tra gli articoli questo intervento di Michel Loewi, che è più breve, mentre quello più lungo e complesso di Daniel Tanuro sarà inserito tra i “testi”. (a.m. 30/4/10)

 

Da. Inprecor N. 553/554 – settembre-ottobre 2009

Cambiamento climatico: contributo al dibattito

di Michael Löwy*

Casella di testo: IIl rapporto di Daniel Tanuro (1) sul cambiamento climatico è uno dei documenti più importanti prodotti dalla nostra corrente negli ultimi anni. È un contributo prezioso per armare i marxisti rivoluzionari e renderli capaci di affrontare le sfide del XXI secolo.

Le note che seguono si dividono in due parti: 1) alcune critiche o riserve di dettaglio, concepite come una specie di emendamento al documento; 2 ) alcune osservazioni sull’ecosocialismo, a partire da questioni suggerite ma non sviluppate nel rapporto (che non poteva, evidentemente, affrontare tutto senza diventare troppo lungo). Si tratta dunque semplicemente di un contributo al dibattito.

I.  Commenti critici

Casella di testo: 1 Mi sembra che la formula «2100» o «fine del secolo»(2) debba essere sostituita da «i prossimi decenni». Le ultime previsioni degli scienziati –non ancora integrate dal GIEC che, come segnala il rapporto, arriva sempre in ritardo– prevedono grandi disastri per i prossimi decenni se si continua «business as usual» [come adesso]. Questo ha conseguenze politiche evidenti: chi si inquieterà per quello che succederà nel 2100? Certo, alcuni filosofi –come Hans Jonas– hanno sollevato la questione dei «nostri doveri verso le generazioni non ancora nate», ma questo non interessa molta gente. La questione è tutt’altra quando si tratta della nostra propria generazione…

Lo stesso vale per la formula «abbandono quasi totale dell’uso dei combustibili fossili, da realizzare in meno di un secolo»; da sostituire con «i prossimi decenni».

Casella di testo: 2Il sequestro del carbonio: il testo fa presente il carattere limitato delle capacità di stoccaggio, ma sembra considerarlo come una «misura di transizione accettabile». (3) Penso che bisogna essere più riservati al riguardo. Il procedimento è lontano dall’essere messo a punto, ci sono pochissimi esempi probanti, non ci sono ancora autentiche garanzie di sicurezza (la certezza che la CO2 non si libererà di nuovo nell’atmosfera). Inoltre, con il pretesto di un futuro «clean carbon» [carbone pulito] si continua ad utilizzare centrali elettriche a carbone e a costruirne di nuove, il che, secondo James Hansen, è la ricetta di un prossimo disastro. Penso che dobbiamo aderire a quanto propone Hansen: in attesa che la tecnica del sequestro sia veramente provata [valida] –tra dieci anni?– bisogna cessare di costruire centrali a carbone e mettere progressivamente fuori uso quelle esistenti.

Casella di testo: 3Il movimento contro il cambiamento climatico deve esigere dai governi di rispettare «le conclusioni più prudenti del GIEC».(4) Questa formula è troppo vaga: che vuol dire «prudenza»? È meglio parlare del livello superiore delle proposte del GIEC, vale a dire del 40% entro il 2020 e dell’85% entro il 2050. Bisogna evitare la formula, che compare a volte nel rapporto, «riduzione dal 25% al 40%» entro il 2020. Un appello delle ONG ecologiste (Greenpeace, ecc.) a Sarkozy parla di un minimo del 40% entro il 2020. Non si può esigere di meno! Personalmente, penso che il 40% è troppo poco e che bisognerebbe fare presente con forza che si tratta di un minimo, di fatto molto insufficiente… La stessa cosa vale per il 2050: non si deve scrivere «riduzione dal 50% all’85%», ma insistere decisamente sul livello superiore: 85%.

Casella di testo: 4L’errore di Marx: secondo il rapporto, questi: «non ha colto che il passaggio dalla legna al carbone significava l’abbandono di un’energia di flusso rinnovabile a vantaggio di un’energia esauribile». Intanto, ho qualche riserva sul termine «rinnovabile» per la legna utilizzabile come fonte di energia: ciò potrebbe portare rapidamente alla distruzione delle ultime foreste! Quanto alle energie fossili: certo sono «esauribili», ma questo argomento mi sembra superato. C’è ancora carbone per 200 anni, e molto prima il riscaldamento globale avrà provocato una catastrofe senza precedenti. L’errore di Marx, e soprattutto di Engels, (vedi l’Anti-Dühring) è stato di credere che la rivoluzione deve semplicemente «sopprimere i rapporti di produzione che sono diventati degli ostacoli (o delle catene) che impediscono il libero sviluppo delle forze produttive create dal capitalismo», come se queste ultime fossero neutre.

Mi pare ci si potrebbe ispirare dalle osservazioni fatte da Marx sulla Comune di Parigi: i lavoratori non possono impossessarsi dell’apparato capitalista dello Stato e metterlo al proprio servizio. Sono costretti a «spezzarlo»e a sostituirlo con una forma di potere politico radicalmente differente, democratica e non statale. La stessa idea si applica, mutatis mutandis, all’apparato produttivo, il quale, lungi dall’essere «neutro» porta nella sua struttura l’impronta di uno sviluppo che favorisce l’accumulazione del capitale e l’espansione illimitata del mercato, conducendo in tal modo alla catastrofe ecologica.

Casella di testo: 5Secondo il rapporto non si potranno realmente iniziare gli enormi cambiamenti necessari «che dopo la vittoria della rivoluzione socialista su scala mondiale». Mi sembra che, secondo la logica della rivoluzione permanente, bisogna iniziare i cambiamenti necessari su scala di uno o alcuni paesi, sapendo che non si potrà portare a termine il processo che su scala planetaria.

Casella di testo: 6Sull’aumento del livello degli oceani il rapporto dice: «l’immensa maggioranza delle centinaia di milioni di esseri umani minacciati dall’aumento del livello degli oceani vive in Cina (30 milioni), in India (30 milioni), in Bangladesh (15-20 milioni)…», ecc.: il livello del mare non aumenterà forse anche nelle città marittime dell’Occidente, vale a dire Amsterdam, Venezia, Anversa, Copenhagen, New York, ecc.? È una questione che ha una portata politica: è bene suscitare la solidarietà degli abitanti dei paesi del Nord verso la sofferenza del Bangladesh, ma bisogna mostrare loro che sono minacciati dagli stessi pericoli.

 

II. Sull’ecosocialismo: contributo al dibattito

Il progetto ecosocialista implica l’instaurazione di una pianificazione democratica dell’economia, che metta in conto la preservazione dell’ambiente e, in particolare impedisca uno sconvolgimento catastrofico del clima. Grazie a questa pianificazione si potrà operare una rivoluzione del sistema energetico, che porti alla sostituzione delle risorse attuali (soprattutto l’energia fossile), responsabili del cambiamento climatico e dell’avvelenamento dell’ambiente, con risorse energetiche rinnovabili: l’acqua, il vento e il sole.

La condizione necessaria per questa pianificazione democratica ed ecologica è il controllo pubblico sui mezzi di produzione: le decisioni di ordine pubblico sugli investimenti e i cambiamenti tecnologici devono essere tolti alle banche e alle imprese capitaliste se si vuole che servano il bene comune della società e la preservazione dell’ambiente. L’insieme della società sarà libero di scegliere democraticamente le linee produttive da privilegiare –in base a criteri sociali ed ecologici– e il livello delle risorse che devono essere investite nelle energie alternative, nell’istruzione, nella salute o nella cultura. Gli stessi prezzi dei beni non risponderanno più alle leggi della domanda e dell’offerta ma saranno determinati il più possibile secondo criteri sociali, politici ed ecologici. Questa pianificazione avrà tra i suoi obiettivi la garanzia del pieno impiego, grazie alla riduzione della giornata lavorativa. Questa condizione è indispensabile non solo per rispondere alle esigenze di giustizia sociale, ma anche per assicurarsi il sostegno della classe operaia, senza il quale il processo di trasformazione ecologica strutturale delle forze produttive non può essere effettuato.

Lungi dall’essere «dispotica» in sé, la pianificazione democratica è l’esercizio della libertà di decisione dell’insieme della società. Un esercizio necessario per liberarsi delle «leggi economiche» e delle «gabbie di ferro» alienanti e reificate all’interno delle strutture capitaliste e burocratiche. La pianificazione democratica, associata alla riduzione del tempo di lavoro, sarebbe un progresso considerevole dell’umanità verso quello che Marx chiama «il regno della libertà»: l’aumento del tempo libero è infatti una condizione per la partecipazione dei lavoratori alla discussione democratica e alla gestione dell’economia e della società.

Il genere di sistema di pianificazione democratica prospettato dagli ecosocialisti riguarda le principali scelte economiche –in particolare quelle che hanno a che fare con i pericoli del riscaldamento globale– e non certo l’amministrazione dei ristoranti locali, delle drogherie, delle panetterie, dei piccoli negozi e delle imprese artigianali o dei servizi. Altrettanto importante è sottolineare che la pianificazione non è in contraddizione all’autogestione dei lavoratori nelle loro unità di produzione. Mentre, ad esempio, la decisione di trasformare una fabbrica di automobili in unità di produzione di motori per eoliche toccherebbe all’insieme della società, l’organizzazione e il funzionamento interni della fabbrica sarebbero gestiti democraticamente dagli stessi lavoratori.

Si è dibattuto a lungo sul carattere «centralizzato» o «decentralizzato» della pianificazione, ma l’elemento più importante resta il controllo democratico del piano a tutti i livelli, locale, regionale, nazionale, continentale e, speriamo, planetario, poiché temi dell’ecologia come il riscaldamento climatico sono mondiali e non possono essere trattati che a questo livello. Questa proposta si potrebbe chiamare «pianificazione democratica globale». Essa non ha niente a che vedere con quella che viene generalmente designata come «pianificazione centrale», in quanto le decisioni economiche e sociali non sono prese da un qualsivoglia «centro» ma determinate democraticamente dalle popolazioni interessate.

La pianificazione ecosocialista deve essere fondata su un dibattito democratico e pluralista a ciascun livello di decisione. Organizzati sotto forma di partiti, di piattaforme, o di qualsiasi altro movimento politico, i delegati degli organismi di pianificazione sono eletti, e le diverse proposte sono presentate a tutti quelli che ne sono oggetto. In altri termini, la democrazia rappresentativa deve essere arricchita –e migliorata– dalla democrazia diretta, che permette alle persone di scegliere direttamente –a livello locale, nazionale, e in ultima istanza internazionale– tra diverse proposte. Allora, l’insieme della popolazione si interrogherebbe sulla gratuità del trasporto pubblico, su una imposta speciale, pagata dai proprietari di automobili per sovvenzionare il trasporto pubblico, sul sovvenzionamento dell’energia solare, sulla riduzione del tempo di lavoro a 30, 25 ore settimanali o meno, anche se questo comporta una certa riduzione della produzione. Il carattere democratico della pianificazione non la rende incompatibile con la partecipazione degli esperti il cui ruolo non è di decidere ma di presentare i loro argomenti –spesso diversi o anche opposti– nel corso del processo democratico di presa delle decisioni.

Si pone una domanda: che garanzia abbiamo che le persone faranno le scelte giuste,quelle che proteggono l’ambiente, anche se il prezzo da pagare è di cambiare una parte delle loro abitudini di consumo? Una tale «garanzia» non esiste, [esiste] soltanto la ragionevole prospettiva che la razionalità delle decisioni democratiche trionferà una volta abolito il feticismo dei beni di consumo. È sicuro che il popolo farà degli errori, facendo scelte sbagliate, ma gli esperti non fanno anch’essi scelte sbagliate? È impossibile concepire la costruzione di una nuova società senza che la maggioranza del popolo abbia raggiunto una grande presa di coscienza socialista ed ecologica grazie alle sue lotte, alla sua autoeducazione e alla sua esperienza sociale.

Alcuni ecologisti valutano che la sola alternativa al produttivismo sia di arrestare la crescita nel suo insieme, o di sostituirla con una crescita negativa, chiamata in Francia «décroissance» [decrescita]. Per fare ciò occorrerebbe ridurre drasticamente il livello eccessivo di consumo della popolazione e rinunciare, tra l’altro, alle case individuali, al riscaldamento centrale e alle lavatrici, per ridurre di metà il consumo di energia.

I «décroissants» [decrescenti?] hanno il merito di avere avanzato una critica radicale del produttivismo e del consumismo. Ma il concetto di «decrescita» deriva da una concezione puramente quantitativa della «crescita» e dello sviluppo delle forze produttive. Occorrerebbe piuttosto riflettere su una trasformazione qualitativa dello sviluppo. Questo significa due impostazioni diverse ma complementari:

(1) Non solo la riduzione ma la soppressione di interi settori economici, per mettere fine al mostruoso spreco di risorse provocato dal capitalismo: un sistema fondato sulla produzione su grande scala di prodotti inutili e/o dannosi. Un buon esempio è l’industria degli armamenti, così come tutti quei «prodotti» fabbricati nel sistema capitalista (con la loro obsolescenza programmata) che non hanno alcun’altra utilità oltre a creare profitti per le grandi imprese. La questione non è il «consumo eccessivo» in astratto, ma piuttosto il tipo di consumo dominante le cui caratteristiche principali sono: la proprietà ostentativa, lo spreco di massa, l’accumulazione ossessiva di beni e l’acquisizione compulsiva di pseudo novità imposte dalla «moda». Una nuova società orienterebbe la produzione verso la soddisfazione dei bisogni autentici, a cominciare da quelli che si potrebbero qualificare come «biblici» –l’acqua, il cibo, i vestiti e la casa– ma includendo i servizi essenziali: la salute, l’istruzione, la cultura e il trasporto. Si potrebbe dunque parlare di «decrescita selettiva».

(2) Dall’altra parte, occorrerebbe assicurare la «crescita selettiva» di certe branche produttive o servizi trascurati dal capitalismo: l’energia solare, l’agricoltura biologica (familiare o cooperativa), i trasporti pubblici, ecc.

È evidente che i paesi o i bisogni essenziali sono lungi dall’essere soddisfatti, vale a dire che i paesi dell’emisfero sud dovranno «svilupparsi» –costruire ferrovie, ospedali, fognature e altre infrastrutture– molto di più che i paesi industrializzati, ma questo dovrebbe essere compatibile con un sistema di produzione basato sulle energie rinnovabili e dunque non nocive per l’ambiente. Questi paesi avranno bisogno di produrre grandi quantità di cibo per le loro popolazioni già colpite dalla fame. Ma, come sostengono da anni i movimenti contadini organizzati su scala internazionale dalla rete Via Campesina, si tratta di un obiettivo molto più facile da raggiungere per mezzo dell’agricoltura biologica contadina, organizzata in unità familiari, cooperative o fattorie collettive, che non con i metodi distruttivi e antisociali dell’agroindustria il cui principio è l’utilizzo intensivo dei pesticidi, di sostanze chimiche e degli OGM. L’odioso sistema attuale del debito e dello sfruttamento imperialista delle risorse del Sud da parte dei paesi capitalisti industrializzati lascerebbe il posto a uno slancio di sostegno tecnico ed economico del Nord verso il Sud.

Non ci sarebbe alcun bisogno –come sembrano credere certi ecologisti puritani ed ascetici– di ridurre in termini assoluti il livello di vita delle popolazioni europee o nordamericane. Occorre semplicemente che queste popolazioni si sbarazzino dei prodotti inutili, quelli che non soddisfano alcun bisogno reale, e il cui consumo ossessivo è sostenuto dal sistema capitalista. Riducendo il loro consumo, esse ridefinirebbero la nozione di livello di vita per far posto a un modo di vita che sarebbe in realtà molto più ricco.

Come distinguere i bisogni autentici dai bisogni artificiali, falsi o simulati? L’industria della pubblicità, –che esercita la sua influenza sui bisogni tramite la manipolazione mentale– è penetrata in tutte le sfere della vita umana delle società capitaliste moderne. Tutto è modellato secondo le sue regole, non solo il cibo e l’abbigliamento, ma anche ambiti così diversi come lo sport, la cultura, la religione e la politica. La pubblicità ha invaso le nostre strade, le nostre cassette da lettere, i nostri schermi televisivi, i nostri giornali e i nostri paesaggi in modo insidioso, permanente ed aggressivo. Questo settore contribuisce direttamente alle abitudini di consumo ostentativo e compulsivo.  Per di più comporta uno spreco fenomenale di petrolio, di elettricità, di tempo di lavoro, di carta e di sostanze chimiche tra altre materie prime – il tutto pagato dai consumatori. Si tratta di una branca di «produzione» non solo inutile dal punto di vista umano, ma anche in contraddizione con i bisogni sociali reali. La pubblicità è una dimensione indispensabile in una economia di mercato capitalista, ma non avrebbe posto in una società in transizione verso il socialismo. Sarebbe sostituita da informazioni sui prodotti e servizi fornite da associazioni di consumatori. Il criterio per distinguere un bisogno autentico da un bisogno artificiale sarebbe la sua permanenza dopo la soppressione della pubblicità. È chiaro che le vecchie abitudini di consumo persisteranno per un certo tempo, dato che nessuno ha il diritto di dire alle persone di che cosa hanno bisogno. Il cambiamento dei modelli di consumo è un processo storico e una sfida educativa.

Certi prodotti, come l’auto individuale, sollevano problemi più complessi. Le auto individuali sono una calamità pubblica. Su scala planetaria uccidono o mutilano centinaia di migliaia di persone ogni anno. Inquinano l’aria delle grandi città –con conseguenze nefaste sulla salute dei bambini e delle persone anziane– e contribuiscono in misura considerevole al cambiamento climatico. D’altra parte l’auto soddisfa bisogni reali nelle condizioni attuali del capitalismo. In un processo di transizione verso l’ecosocialismo, il trasporto pubblico sarebbe largamente diffuso e gratuito –in superficie come sotterraneo– mentre ci sarebbero percorsi protetti per i ciclisti e i pedoni. Di conseguenza l’auto individuale avrebbe una funzione molto meno importante che nella società borghese, dove è diventata un prodotto feticcio, promosso da una pubblicità insistente e aggressiva. In questa transizione verso una nuova società, sarebbe molto più facile ridurre drasticamente il trasporto su strada delle merci –responsabile di tragici incidenti e del livello troppo elevato di inquinamento– per sostirtuirlo con il trasporto ferroviario o il ferroutage [trasporto dei TIR su treno = autostrada ferroviaria /viaggiante]: solo la logica assurda della «competitività» capitalista spiega lo sviluppo del trasporto su camion / gomma.

A queste proposte, i pessimisti risponderanno: sì, ma gli individui sono motivati da aspirazioni e desideri infiniti, che devono essere controllati, analizzati, rimossi ed anche repressi se necessario. La democrazia potrebbe allora subire alcune restrizioni. Ora, l’ecosocialismo si basa su una ipotesi ragionevole, già sostenuta da Marx: la predominanza dell’«essere» sull’«avere», in una società senza classi sociali né alienazione capitalista, vale a dire il prevalere del tempo libero sul desiderio di possedere innumerevoli oggetti: la realizzazione personale tramite vere attività, culturali, sportive, ludiche, scientifiche, erotiche, artistiche e politiche. Il feticismo della merce incita all’acquisto compulsivo attraverso l’ideologia e la pubblicità proprie del sistema capitalista. Niente prova che questo faccia parte della «eterna natura umana».

Ciò non significa, soprattutto nel periodo di transizione, che i conflitti saranno inesistenti: tra i bisogni di protezione dell’ambiente e i bisogni sociali, tra gli obblighi in materia di ecologia e la necessità di sviluppare le infrastrutture di base, in particolare nei paesi poveri, tra abitudini popolari di consumo e la scarsità di risorse. Una società senza classi sociali non è una società senza contraddizioni né conflitti. Questi ultimi sono inevitabili: sarà la funzione della pianificazione democratica, in una prospettiva ecosocialista liberata dai vincoli del capitale e del profitto, di risolverli grazie a discussioni aperte e pluraliste che portino la società stessa a prendere le decisioni. Una tale democrazia, comune e partecipata, è il solo mezzo, non di evitare gli errori, ma di correggerli da parte della stessa collettività sociale.

*  Michael Löwy, filosofo e sociologo di origine brasiliana, è militante del Nuovo Partito Anticapitalista francese e della IV Internazionale. Coautore (con Joel Kovel) del Manifesto ecosocialista internazionale è stato anche uno degli organizzatori del primo Incontro Ecosocialista Internazionale di Parigi (2007). Autore di numerosissimi libri, ha pubblicato recentemente. Sociologies et religion – Approches dissidents (con Erwan Diantelli), PUF, Paris 2006; Messagers de la tempête – André Breton et la révolution de janvier 1946 en Haiti (con Gerald Bloncourt), Le Temps des Cerises, Paris 2007; Che Guevara, une braise qui brûle encore  (avec Olivier Besancenot), Mille et une nuit, Paris 2007; Sociologies et religion – Approches insolites (con Erwan Diantelli), PUF, Paris 2009.»

 

 

1. Inprecor N. 551/552 luglio – agosto 2009

2. Ecco il paragrafo del testo:

«Secondo il GIEC, il mantenimento delle tendenze attuali in materia di emissioni implicherebbe entro il 2100 un aumento della temperatura media alla superficie compreso tra +1,1 e +6,4°C in rapporto al 1990. L’ampiezza della forchetta si spiega con la doppia incertezza che deriva da un lato dai modelli climatici e dall’altro dagli scenari di sviluppo umano». (Inprecor p.26) [p. 8 trad. it.]. «La stabilizzazione del clima a un livello coerente con il principio di precauzione richiede che le emissioni globali comincino a diminuire al più tardi nel 2015, per essere ridotte dal 50 all’80% entro il 2050, e ancor più entro la fine del secolo. (p.39/35)

3. «Data l’urgenza e per ragioni sociali, la cattura e sequestro del carbonio potrebbero essere accettabili a titolo provvisorio, nel quadro di una strategia di uscita rapida dai combustibili fossili: in particolare permetterebbe di pianificare la riconversione dei minatori. Ma non è in questa ottica che viene attualmente presa in considerazione. Si tratta, al contrario, di un nuovo tentativo capitalista di respingere i limiti fisici senza curarsi delle conseguenze. I governi parlano di «carbone pulito», ma è un mito se si tiene conto della penosità dell’estrazione, dell’inquinamento da polveri, delle conseguenze per la salute e dell’impatto ecologico delle miniere. (p. 33/24)

4. «Lo scopo di tale movimento non è di elaborare piattaforme raffinate ma di costringere i governi ad agire come minimo in conformità alle conclusioni più prudenti derivanti dai rapporti di valutazione del GIEC, nel rispetto del principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”, dei diritti sociali e democratici, così come del diritto di tutte e tutti ad un’esistenza umana degna di questo nome. Difendiamo questo obiettivo contro le correnti che abbassano gli obiettivi di riduzione delle emissioni in nome del realismo, ma anche contro quanti Ii denunciano come insufficienti (cerchiamo di fare aderire questi ultimi, chiedendo “al minimo” il rispetto delle conclusioni «più prudenti» del GIEC)». (p. 34-35/26).