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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Alcune riflessioni, autocritiche e proposte sul processo di cambiamento in Bolivia

Alcune riflessioni, autocritiche e proposte sul processo di cambiamento in Bolivia

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Una spiegazione interessante delle contraddizioni del “processo di cambiamento” in Bolivia, utile per capire le attuali difficoltà di altri governi “progressisti”, dal Brasile al Venezuela (a.m.)

di Pablo Solón *

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Che cosa è successo? Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Che cosa è successo al processo di cambiamento che più di quindici anni fa conquistò la sua prima vittoria con la guerra dell’acqua? Come mai un insieme di movimenti che intendevano cambiare la Bolivia è finito nella trappola di un referendum per permettere a due persone di ri-eleggersi nel 2019?

Dire che tutto ciò è opera della cospirazione imperialista è uno sproposito. L’idea del referendum per la rielezione non è venuta dalla Casa Bianca ma dal Palacio Quemado. E ora è naturale che l’imperialismo e l’ultradestra tutta approfittino del grande errore commesso con la convocazione di un referendum per permettere a due persone di essere rielette.

Il referendum non è la causa del problema, ma un’altra delle sue tragiche manifestazioni. Il processo di cambiamento ha imboccato una strada sbagliata ed è necessario riflettere ben al di là degli scandali di corruzione e delle menzogne che, per quanto importanti, non sono che la punta dell’iceberg.

Quattro anni e mezzo fa ho lasciato il governo e da allora ho cercato di capire cosa si doveva fare. Ciò che sta avvenendo in Bolivia non è un fenomeno nuovo. Sin dagli inizi del secolo scorso diversi movimenti rivoluzionari, di sinistra o progressisti, sono arrivati al governo in diversi Paesi ma, nonostante che vari di essi abbiano avviato importanti trasformazioni, praticamente tutti hanno finito col farsi cooptare dalla logica del capitalismo e del potere.

In modo molto sintetico espongo qui alcune idee, autocritiche e proposte, che spero possano contribuire a far rivivere le aspirazioni di un processo di cambiamento che è molto complesso e che non è proprietà privata di alcun partito o dirigente.

I. La logica del potere ha snaturato il processo

Noi attivisti di sinistra quando siamo al governo parliamo di solito del pericolo della destra, dell’imperialismo e della controrivoluzione, ma quasi mai ricordiamo il pericolo rappresentato dal potere in sé. I dirigenti di sinistra credono, stando al potere, di essere in grado di trasformare la realtà del Paese e non sono coscienti del fatto che il potere finirà con il trasformare loro stessi.

Nelle prime fasi di un processo di cambiamento generalmente il nuovo governo promuove - per via costituzionale o insurrezionale - la riforma o trasformazione delle vecchie strutture di potere dello Stato. Questi cambiamenti, per quanto radicali, non saranno mai tali da evitare che i nuovi governanti vengano assorbiti nella logica di potere presente tanto nelle strutture di potere reazionarie quanto nelle strutture di potere rivoluzionarie. L’unico antidoto alla sconfitta del processo di cambiamento si trova all’esterno dello Stato: nel radicamento, indipendenza dal governo, capacità di autodeterminazione e di mobilitazione creativa delle organizzazioni sociali, dei movimenti e dei diversi attori sociali che sono stati all’origine della trasformazione.

Nel caso boliviano, che rispetto ad altri processi di cambiamento era stato favorito in particolar modo dalla robusta presenza di forti organizzazioni sociali, uno dei nostri errori più gravi è stato quello di indebolire queste organizzazioni incorporando nelle strutture statali gran parte dei loro dirigenti, che finirono con il trovarsi esposti alle tentazioni e alla logica di potere. Invece di cooptare un’intera generazione di dirigenti avremmo dovuto formare autentiche équipe per gestire le articolazioni chiave dello Stato. Assegnare sedi sindacali e benefici alle organizzazioni sociali che avevano promosso il processo di cambiamento ha incentivato una logica clientelare. Al contrario, avremmo dovuto rafforzare l’indipendenza e la capacità d’autorganizzazione delle organizzazioni sociali affinché diventassero un autentico contropotere che proponesse e controllasse coloro che diventavano burocrati dello Stato. L’autentico governo popolare non risiede, né risiederà mai, nelle strutture statali.

Abbiamo mantenuto la struttura gerarchica statale del passato, senza promuovere una struttura più orizzontale. Senza alcun dubbio il concetto del “capo» [“El jefe” o “El jefazo”] è stato un gravissimo errore sin dall’inizio. Mai avremmo dovuto favorire il culto della personalità.

All’inizio, molti di questi errori furono dovuti alla pressione delle circostanze e alla nostra ignoranza di come si potesse amministrare in modo diverso un apparato statale. Alla nostra inesperienza si sono aggiunte la cospirazione e il sabotaggio della destra e dell’imperialismo. che spesso ci hanno costretto a serrare le fila in modo acritico (caso Porvenir, discussione di alcuni articoli della Costituzione, eccetera). I primi successi e le prime sconfitte della destra, invece di inaugurare una nuova fase in cui riconoscere gli errori commessi e rettificare il processo, hanno portato all’accentuazione delle tendenze più caudilliste e centralistiche.

La logica del potere è molto simile a quella del capitale. Il capitale non è una cosa, ma un processo che esiste solo nella misura in cui genera più capitale. Un capitale che non si investa e non dia profitto è un capitale che esce dal mercato. Il capitale per esistere deve aumentare in modo permanente. Allo stesso modo opera la logica del potere. Stando al governo, senza che tu te ne renda conto, la cosa più importante diventa come mantenerti al potere e come acquisire ancora più potere per garantire la continuità del tuo potere. Gli argomenti a favore di questa logica che privilegia a ogni costo la permanenza al potere e il suo accrescimento appaiono convincenti e nobili: «Se nel Congresso non si dispone della maggioranza assoluta la destra tornerò a boicottare il governo»; «Quanto più governatorati e municipi controlliamo, tanto più riusciremo a realizzare piani e progetti»; «Il ministero della Giustizia e le altre articolazioni dello Stato debbono essere al servizio del processo di cambiamento»; «Non vorrai che la destra ritorni al potere?»; «Che ne sarà del popolo se perdiamo il potere?»...

Se l’errore di fondo del processo di cambiamento è consistito nel crederci “il governo del popolo”, il punto di svolta del processo di cambiamento lo abbiamo avuto con il secondo mandato di governo. Nel 2010 abbiamo ottenuto oltre i due terzi dei seggi in Parlamento e allora c’era la forza sufficiente per avanzare realmente verso una trasformazione di fondo lungo la linea del Vivere bene (Vivir Bien). Era quello il momento per irrobustire più che mai il contropotere delle organizzazioni sociali e della società civile per limitare il potere di noi che siedevamo al governo, nel Parlamento, nei governatorati e nei municipi. Era il momento di concentrare gli sforzi per promuovere nuove leadership e attivisti creativi che ci sostituissero per impedire che le dinamiche del potere ci triturassero.

Tuttavia è stato fatto esattamente l’opposto. Il potere è stato ancor più concentrato nelle mani dei capi, il Parlamento è stato trasformato in un’appendice dell’esecutivo, si è continuato a favorire il clientelismo nelle organizzazioni sociali, si è arrivati al punto di contrapporre tra loro le organizzazioni indigene e si è tentato di controllare il potere giudiziario mediante goffe manovre con il risultato di far fallire il progetto di avere una Corte suprema di giustizia adeguata, indipendente e, per la prima volta nella storia, eletta.

Invece di favorire libere discussioni che stimolassero il dibattito in tutti i settori della società civile e dello Stato, coloro che dissentivano dalle posizioni ufficiali sono stati censurati e perseguiti. Ci si è ostinati assurdamente nel voler giustificare l’ingiustificabile, come nel caso Chaparina, e nel cercare di annullare la vittoria degli indigeni e dei cittadini che avevano fatto ritirare il progetto della strada attraverso il TIPNIS [Territorio Indígena Parque Nacional Isiboro Sécure. La strada  serviva solo ai grandi produttori di soia ma distruggeva l’ambiente in una larga zona di foresta. Vedi sul caso I No TAV di Evo]. Questo contesto, in cui l’ossequio veniva premiato e la critica trattata come la peste, ha incentivato il controllo dei media in molti modi, ha impedito l’emergere di nuovi dirigenti e ha alimentato l’illusione secondo la quale il processo di cambiamento di milioni di persone dipendeva da un paio di individui.

La logica del potere aveva fagocitato il processo di cambiamento, e l’obiettivo prioritario venne fissato prima nella seconda e ora nella terza rielezione.

II. Le alleanze che hanno minato il processo

Ogni processo di trasformazione indebolisce alcuni settori sociali, ne rafforza altri e ne genera di nuovi. Nel caso boliviano il processo di cambiamento all’inizio aveva prodotto l’accantonamento di una classe media tecnocratica e di una borghesia parassitaria statale che per decenni si erano alternate al governo e che avevano sempre avuto propri rappresentanti nelle strutture di potere per ottenere concessioni, contratti, terre e vantaggi d’altro genere.

Nel 2006 questo settore era stato espulso, e benché vari suoi esponenti avessero continuato a detenere funzioni nell’apparato statale, non avevano più il potere di fare affari con lo Stato. Nel Paese ebbe inizio una lotta molto serrata fra i settori sociali prima dominanti che erano stati accantonati o che temevano di perdere i propri privilegi (latifondisti, agroindustriali e imprenditori), da una parte, e i settori sociali emergenti (indigeni, contadini, lavoratori e una variegata classe media popolare), dall’altra. Le oligarchie delle regioni orientali, per assicurarsi l’appoggio di alcuni settori della popolazione, portarono avanti il discorso delle “autonomie”, e lo scontrò ci portò quasi al limite della guerra civile. Alla fine, grazie alla mobilitazione sociale e al referendum revocatorio, i settori più reazionari furono isolati. E tuttavia, nonostante la sconfitta, questa oligarchia riuscì a conseguire alcune parziali vittorie con certe modifiche della Costituzione che sul momento apparvero trascurabili di fronte al fatto di poter contare con la “Costituzione dello Stato multinazionale di Bolivia”. È così che venne forgiata una nefasta politica delle alleanze che finì con lo snaturare lo spirito originale del processo di cambiamento.

I dirigenti governativi, che avevano già cominciato a cedere alla logica del potere, avevano adottato una strategia che consisteva nel trattare con i rappresentanti economici dell’opposizione mentre si perseguivano i suoi leader politici. La strategia della carota economica e del bastone politico!

E così, a poco a poco, la rivoluzione agraria venne svuotata di contenuto. La grande maggioranza dei latifondisti non venne toccata. Venne posta molta enfasi nella bonifica e nell’assegnazione di terre a favore soprattutto di indigeni e contadini: ma non si smantellò il potere dei latifondisti. In questo contesto si ebbe anche l’alleanza con il più importante settore agroindustriale, quello degli esportatori di soia transgenica, ai quali si concesse di continuare la produzione e di incrementarla. La varietà transgenica, che nel 2005 rappresentava solo il 21% della soia prodotta dalla Bolivia, nel 2012 ne rappresentava ben il 92%. Venne rimandata la verifica della funzione economica e sociale delle grandi proprietà – che avrebbe condotto alla loro espropriazione -, non venne sanzionata la deforestazione illegale e anzi la si incoraggiò, a totale beneficio degli agroesportatori.

Queste alleanze, che prima del 2006 sarebbero state inconcepibili, furono giustificate sostenendo che in questo modo si divideva l’opposizione cruceña [di Santa Cruz], si faceva in modo che il governo incontrasse approvazione nelle città dell’Oriente e si evitava una polarizzazione come quella del Venezuela, poiché i settori economici dell’opposizione di destra avrebbero concluso che era meglio non mettere in discussione la stabilità del governo.

Questa politica delle alleanze per stabilizzare e consolidare il “governo del popolo” fu estesa a quasi tutti i settori economici. La borghesia finanziaria, che fin dall’inizio venne trattata con i guanti per evitare il rischio di un panico bancario, com’era avvenuto ai tempi della UDP [Unidad Democrática y Popular], fu una delle più favorite. I profitti del settore finanziario passarono dai 43 milioni di dollari nel 2005 ai 283 milioni nel 2014. Qualcosa di simile avvenne con il settore minerario privato transnazionale che, nonostante alcune nazionalizzazioni, negli ultimi dieci anni ha partecipato per il 70% alle esportazioni. Secondo lo stesso ministro delle Finanze i profitti del settore privato nel 2013 ammontarono a 4.111 milioni di dollari.

Il processo di cambiamento non aveva solo ceduto alla logica del potere, ma aveva anche cominciato a essere minato dall’interno dagli interessi dei settori imprenditoriali della destra.

III. I nuovi ricchi

Queste politiche di alleanza con il nemico non sarebbero state possibili se contemporaneamente non si fosse verificata anche una trasformazione della base sociale del processo di cambiamento. In quasi tutti i processi rivoluzionari di questo secolo e di quello scorso, dopo un periodo di scontro con i vecchi settori abbattuti, all’interno dello stesso processo rivoluzionario si formano gruppi di nuovi ricchi e di burocrati che intendono approfittare del loro nuovo status sociale e che per farlo si alleano a settori dei vecchi ricchi. Il miglioramento delle condizioni di vita di alcuni settori, e in particolare di alcuni dirigenti, non comporta necessariamente un maggior sviluppo della loro coscienza, ma proprio il contrario. L’unico contrappeso a questi nuovi ricchi e a queste nuove classi medie d’origine popolare è, ancora una volta, l’esistenza di robuste organizzazioni sociali. Tuttavia, quando queste vengono indebolite e cooptate dallo Stato, non c’è più alcun contrappeso a questi nuovi settori di potere economico, che cominciano a contare in modo determinante nell’assunzione di decisioni.

All’inizio del secondo mandato governativo nel 2010 era ormai chiaro che il maggior pericolo per il processo di cambiamento non si trovava all’esterno ma all’interno della dirigenza e dei nuovi gruppi di potere che stavano formandosi nei municipi, nei governatorati, nelle imprese statali, negli organismi pubblici, nelle forze armate e nei ministeri. La redistribuzione dei redditi del gas fra tutte queste entità costituì un’incredibile opportunità di fare affari, grandi e piccoli, di ogni tipo. Ai vertici c’era la consapevolezza del pericolo, ma ciononostante non furono adottati adeguati e opportuni meccanismi di controllo interno ed esterno all’apparato statale. La logica dominante cominciò a essere quella delle opere pubbliche, sempre più opere pubbliche, per conquistare popolarità e poter così ottenere la rielezione. In questo modo si formarono nuovi settori di potere economico per i dirigenti politici e sindacali, che grazie allo Stato cominciarono a salire nella scala sociale. A questi si aggiunsero commercianti, contrabbandieri, cooperativisti del settore minerario, produttori di coca, trasportatori, eccetera, che ottennero una serie di concessioni e benefici grazie al fatto di rappresentare ingenti masse di elettori.

Il problema del processo di cambiamento è più complesso di quanto sembra. Non si tratta solo di gravi errori individuali o di scandali dovuti a corruzioni da telenovela, ma del fatto che ora c’è una borghesia emergente, una classe media popolare (chola, aymara e quechua), il cui obiettivo è continuare nel suo processo di accumulazione economica.

Per raddrizzare il processo di cambiamento è necessario rianimare le vecchie organizzazioni sociali e stimolare la formazione di nuove. Oggi non c’è garanzia del fatto che coloro che un decennio fa furono i protagonisti principali del cambiamento possano essere anche quelli di domani. Ma credere che cambiando le persone sia possibile raddrizzare il processo è autoingannarsi. La cosa è più complessa, e richiede la ricostituzione del tessuto sociale da cui ebbe origine.

IV. Dal “Vivere bene” all’estrattivismo

Per rivitalizzare e raddrizzare il processo di cambiamento è fondamentale sapere che tipo di Paese stiamo costruendo ed essere molto sinceri con noi stessi e autocritici. Sotto molti aspetti le conquiste di questi 10 anni sono innegabili, e si spiegano con l’incremento delle entrate dello Stato in seguito alla rinegoziazione dei contratti con le multinazionali petrolifere quando i prezzi degli idrocarburi erano alti. In senso stretto non possiamo dire che vi sia stata una nazionalizzazione, poiché oggi due imprese transnazionali (PETROBRAS e REPSOL) detengono il 75% della produzione di gas naturale in Bolivia. Quella che invece avvenne fu una rinegoziazione dei contratti che fece sì che i profitti delle multinazionali per costi recuperabili diminuirono dal 43% del 2005 al 22% del 2013. È innegabile però che le multinazionali del petrolio continuano a operare in Bolivia e guadagnano il triplo rispetto a dieci anni fa. Ma c’è l’altra faccia della medaglia: lo Stato incassa otto volte tanto, passando dai 673 milioni di dollari del 2005 ai 5.459 milioni del 2013 |1|. Questa ingente quantità di denaro ha permesso un balzo nell’investimento pubblico, l’adozione di una serie di misure sociali, lo sviluppo di opere infrastrutturali, una maggiore diffusione dei servizi di base, l’incremento delle riserve internazionali, eccetera. È innegabile che rispetto ai decenni precedenti vi sia stato un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione: e ciò spiega l’appoggio di cui ancora gode il governo.

Tuttavia, la domanda è: Dove ci sta conducendo questo modello? Al Vivir Bien? Al socialismo comunitario? O, al contrario, siamo caduti nella dipendenza dall’estrattivismo dalla rendita di una economia capitalistica fondamentalmente esportatrice?

L’idea originale era quella di nazionalizzare gli idrocarburi per redistribuire la ricchezza e farla finita coll’estrattivismo di materie prime, andando verso una diversificazione dell’economia. Oggi, dieci anni dopo, nonostante alcuni progetti di diversificazione, non abbiamo fatto sostanziali passi avanti e, anzi, siamo ancor più dipendenti dalle esportazioni di materie prime (gas, minerali e soia). Perché siamo rimasti a mezza strada e ci siamo trasformati quasi in dipendenti dall’estrattivismo e dalle esportazioni? Perché questo era il modo più semplice di ottenere risorse per restare al potere. Non è che non avessimo altre possibilità: ma evidentemente nessuna di esse era in grado di garantire in tempi rapidi denaro in quantità tale da accrescere la popolarità del governo. Incamminarci verso una Bolivia agroecologica sarebbe stato molto più coerente con il Vivir Bien e la cura della Madre Tierra: ma non avrebbe garantito subito ingenti ingressi di denaro e avrebbe comportato uno scontro con la grande agroindustria della soia transgenica.

In modo autocritico dobbiamo dire che l’idea di una sostituzione delle importazioni che avevamo oltre dieci anni fa non era realizzabile nella misura che pensavamo a causa della concorrenza internazionale di merci molto meno care e della dimensione ridotta del nostro mercato interno. E questo è ancora più difficile se non si instaura un certo grado di monopolio del commercio estero e non si controlla il contrabbando. Misure giuste – come porre un freno agli accordi di libero scambio, rivedere il Trattato di libero scambio con il Messico o uscire dal CIADI [Centro Internacional de Arreglo entre Inversionista Extranjero y Estado] – non sono state accompagnate da altre misure di controllo effettivo del commercio estero.

Il Vivir Bien e i diritti di Madre Tierra acquisirono notorietà a livello internazionale, ma a livello nazionale andarono sempre più perdendo credibilità perché si limitavano a essere oggetto di discorsi che non venivano mai tradotti in pratica. Il TIPNIS è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, evidenziando la contraddizione fra il dire e il fare.

V. Un’altra Bolivia è possibile

Qualche giorno prima del referendum è stato annunciato che nel dipartimento di Oruro sarebbe stata costruita una centrale di energia solare da 50 MW che avrebbe soddisfatto la metà delle necessità del dipartimento, con un investimento di quasi 100 milioni di dollari. La notizia ebbe una scarsissima diffusione, nonostante fosse una piccola prova del fatto che “un’altra Bolivia è possibile”.

La Bolivia potrebbe abbandonare l’estrattivismo per collocarsi all’avanguardia di un’autentica rivoluzione energetica, solare e comunitaria. Se la Bolivia volesse, con un investimento di un miliardo di dollari potrebbe produrre 500 MW di energia solare, equivalente a quasi un terzo dell’attuale fabbisogno nazionale. La trasformazione può essere più radicale ancora se teniamo conto del fatto che il governo ha annunciato un investimento totale di 47 miliardi di dollari fino al 2020.

Inoltre, la Bolivia potrebbe promuovere una energia solare comunitaria, municipale e familiare che trasformerebbe il consumatore di elettricità in produttore di energia. Invece di dare contributi al diesel per gli agroindustriali si potrebbe investire questo denaro affinché i boliviani con redditi minori producano energia solare sui propri tetti. In questo modo si democratizzerebbe e decentralizzerebbe la produzione di energia elettrica. Il Vivir Bien comincerà a essere una realtà quando si darà potere economico alla società (come produttori, e non solo come consumatori e destinatari di aiuti sociali) e si promuoveranno attività per ripristinare il perduto equilibrio con la natura.

La vera alternativa alla privatizzazione non è la statalizzazione ma la socializzazione dei mezzi di produzione. Molto spesso le imprese statali si comportano come imprese private se non ci sono un’effettiva partecipazione e controllo sociali. Puntare sulla produzione di energia solare comunitaria, municipale e famigliare contribuirebbe a dare più potere alla società piuttosto che allo Stato e contribuirebbe a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, responsabili del cambiamento climatico.

Il tema della energia solare comunitaria e familiare è solo un piccolo esempio di come si possa pensare al di fuori degli schemi tradizionali dello “sviluppo”. Allo stesso modo dobbiamo recuperare la proposta di una Bolivia agroecologica e agroforestale, perché la vera ricchezza della nazioni fra qualche decennio non consisterà nell’estrattivismo dissipatore di materie prime ma nella preservazione della biodiversità, nella produzione di tipo ecologico e nella convivenza con la natura, cosa quest’ultima in cui abbiamo molto da imparare dai popoli indigeni.

La Bolivia non deve commettere gli stessi errori dei Paesi cosiddetti “sviluppati”. Il nostro Paese può saltare alcune tappe se è in grado di intendere le autentiche possibilità e i veri pericoli del secolo XXI, lasciando da parte il vecchio “sviluppismo” del XX secolo.

Qui nessuno pensa di smettere immediatamente di estrarre ed esportare gas. Ma non è possibile fare piani per incrementare l’estrattivismo quando vi sono alternative che forse sono più complicate a breve termine, ma a scadenza più lunga si riveleranno molto più benefiche per l’umanità e la Madre Tierra.

Invece di promuovere referendum per la rielezione di due persone dovremmo promuoverne sopra i transgenici, sull’energia nucleare, sulle megacentrali idrauliche, sulla deforestazione, sugli investimenti pubblici e su tanti altri temi cruciali per il cambiamento. Solo con un maggior ricorso alla democrazia vera sarà possibile raddrizzare il processo di cambiamento.

Un’interpretazione errata di quanto è successo potrebbe condurci a forme più autoritarie di governo e all’affermarsi di una destra neoliberale, come sta avvenendo in Argentina. È indubbio che settori di destra sono all’opera tanto nell’opposizione quanto all’interno del governo: ma non per questo dobbiamo chiudere gli occhi, constatando che vi sono settori di sinistra e dei movimenti sociali che si sono lasciati attrarre dal potere e che non siamo stati capaci di avanzare una chiara proposta alternativa.

Il raddrizzamento del processo di cambiamento richiede di: a) discutere criticamente e propositivamente i problemi di un’impossibile sviluppo tardocapitalistico sottintesi nell’agenda patriottica per il 2025, b) valutare, evidenziare e prendere misure all’interno e all’esterno dello Stato per affrontare i problemi e i pericoli generati dalla logica del potere (autoritarismo, clientelismo, continuismo, nuovi ricchi, alleanze pragmatiche spurie, corruzione, eccetera) c) superare la contraddizione fra il dire e il fare, e rendere realmente effettivi i diritti della Madre Tierra, con la realizzazione di progetti che contribuiscano effettivamente a ripristinare l’armonia con la natura, e d) praticare l’autocritica come individui e come organizzazioni e movimenti sociali, che in alcuni casi sono ricorse a dannose pratiche caudilliste e clientelari.

¡El Vivir Bien es posible!

*Pablo Solón Romero è stato rappresentante della Bolivia alle Nazioni Unite.

L’articolo è apparso su CADTM, http://cadtm.org/Algunas-reflexiones-autocriticas-y

(26 febbraio 2016) Traduzione di Cristiano Dan

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|1| Carlos Arce Vargas. «Una década de gobierno ¿Construyendo el Vivir Bien o el capitalismo salvaje?», CEDLA, 2016, http://cedla.org/sites/default/file...

 



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