Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Non è che l’inizio…

Non è che l’inizio…

E-mail Stampa PDF

 

La spirale del terrore

I mass media si sono affrettati a presentare l’attacco a tre alberghi della Costa d’Avorio e l’autobomba di Ankara come se fossero parte dello stesso piano: “Doppio attacco del terrorismo”, titola il Corriere della sera. Questa interpretazione può servire a creare un clima di panico di fronte a un ipotetico unico nemico che colpisce ovunque, senza altro motivo che un inesplicabile odio per la nostra civiltà, ma impedisce di capire quel che accade già e soprattutto quel che accadrà.

Prima di tutto va chiarito che le motivazioni degli attentatori di Ankara non hanno nulla a che vedere con quelle dei commandos che colpiscono improvvisamente alberghi o spiagge dalla Costa d’Avorio al Kenia, dal Burkina Faso alla Tunisia. I primi, sia che siano davvero curdi come sostiene prima di ogni verifica e senza rivendicazioni il governo turco, sia che appartengano a qualche frangia del jihadismo siro-iracheno, hanno molte ragioni per avercela col governo di Erdogan e Davutoglu. I curdi, che avevano imboccato una strada prudente di ricerca di spazi di convivenza, sono stati aggrediti in tutti i modi e privati delle rappresentanze elette; i tanti gruppi jihadisti si sono sentiti traditi dal governo che li aveva inizialmente finanziati in vario modo e utilizzati per scardinare non solo il regime di Assad ma anche la coalizione che gli si opponeva.

Anche a non voler tener conto dei molti sospetti sui pessimi servizi di sicurezza turchi, è fuori discussione che la spiegazione dell’attentato di Ankara va cercata comunque nelle vicende interne della Turchia e nel suo ambiguo intervento nelle vicende dell’area mediorientale.

Per capire gli attacchi terroristici ai resort di Grand Bassam invece bisogna guardare al di là delle vicende recenti della Costa d’Avorio, e tener conto che fa parte di quella Françafrique che la Francia continua a considerare un suo esclusivo dominio, con l’avallo dell’ONU. [Sulla Françafrique pubblicheremo prossimamente un dettagliato articolo di Paul Martial da l’Anticapitaliste].

La Costa d’Avorio era stata uno dei più preziosi alleati di Parigi dopo la decolonizzazione. Governata dal fedelissimo Felix Houphouët Boigny dal 1960 alla sua morte nel 1993, era caratterizzata da gigantesche opere inutili come la Basilica di Notre Dame de la paix costruita dal presidente nel suo villaggio natale Yamoussoukro trasformato in capitale: era stata realizzata con una struttura in cemento e acciaio, ma sul modello e con le dimensioni di San Pietro. La basilica fu “offerta” a Giovanni Paolo II, che la consacrò nel 1990.

Dopo la morte di Houphouët Boigny la Costa d’Avorio ha conosciuto una serie di sanguinose guerre civili, come molti altri paesi dell’area caratterizzati da analoghi sprechi, da una spaventosa corruzione e da una miseria crescente della grande maggioranza della popolazione. A volte con alleanze transnazionali, ad esempio con guerriglie operanti in Sierra Leone e Liberia. Di fronte alla fragilità dei corpi formalmente dipendenti dall’ONU, ma affidati agli eserciti di paesi vicini, la Francia è intervenuta più volte in prima persona, con o senza autorizzazione.

E per questo oggi la Francia appare un bersaglio logico e al tempo stesso facilmente vulnerabile sia a singoli combattenti cresciuti nelle banlieue, sia a formazioni jihadiste locali che cercano di emulare i successi del califfato, e credono di aver trovato una strada facile per essere riconosciuti parte di quello che la propaganda occidentale presenta come il grande esercito del terrorismo. Magari colpendo il turismo di lusso, ultima risorsa di paesi distrutti e falliti.

Inutile illudersi di fermare questo reclutamento diffuso inseguendo i messaggi esaltati su Face book di molti aspiranti combattenti, come fanno spesso i nostri inquirenti. Per molti giovani di paesi disastrati l’integralismo islamico appare (a torto, ovviamente) l’unica forma di lotta possibile dopo la cancellazione violenta di ogni opposizione laica e internazionalista all’imperialismo, incarnata da figure limpidissime come Patrice Lumumba nel lontano 1960 e Thomas Sankara nel 1987. La contraddizione tra le condizioni di vita della maggioranza della popolazione e quella delle élites locali alleate degli europei è così stridente, che spinge a colpire qualsiasi struttura riservata a questi ultimi.

Ci domandiamo come appariamo noi italiani in molte parti del mondo ex coloniale? Al di là dello stretto legame con la Francia, e dell’amicizia con personaggi indecenti a cui - per fare affari - si perdona tutto (dai sovrani del Golfo ai Mubaraq e Al-Sissi, passando per Erdogan, a cui si commissiona il lavoro sporco del rimpatrio dei migranti in fuga dalle guerre e dalla miseria), ci si potrebbe rimproverare sia la partecipazione subalterna a molte spedizioni multinazionali, dal Libano alla Somalia, dall’Iraq all’Afghanistan, sia il pieno inserimento di non poche grandi imprese italiane nel sistema di sfruttamento delle risorse naturali nel mondo, sia specifici crimini nei confronti delle popolazioni di paesi che sono stati in un non lontano passato “colonizzati” dall’Italia. La stragrande maggioranza degli italiani non lo sa, ma sia in Libia sia in Somalia e in Eritrea la nostra “opera di civilizzazione” si può misurare anche con il livello di analfabetismo lasciato alla fine della dominazione coloniale. In Somalia toccava il livello record del 99,40% dopo più di mezzo secolo. In Eritrea e in Libia poco meno…

Nonostante i documentati libri di Angelo del Boca, o di Giorgio Rochat, pochi italiani sanno che la conquista della Libia durò non un anno come si studia abitualmente a scuola, ma si protrasse dal 1911 al 1931, e provocò la morte del 40% della popolazione della Cirenaica, e del 20% nell’intero paese. Praticamente ogni famiglia ha avuto qualche vittima, di cui la memoria non è stata persa grazie al Centro Studi sulla Guerra di Libia, che ha raccolto per anni testimonianze di sopravvissuti e di familiari, documenti, foto. I libici non hanno dimenticato niente, gli italiani hanno rimosso tutto.

Anzi gli italiani neppure sospettano la dimensione del costo umano di quelle conquiste: il calcolo esatto dei morti che le conquiste coloniali hanno provocato non è facile, perché veniva sistematicamente minimizzato o addirittura nascosto. Per le vittime locali, ma anche per i nostri soldati mandati a morire senza sapere perché. Nella sola battaglia di Sciara Sciat, a pochi chilometri da Tripoli e poche settimane dopo lo sbarco trionfale, gli italiani persero 21 ufficiali e 482 uomini di truppa, e diverse migliaia tra il 1915 e il 1918, quando molte guarnigioni dovettero ritirarsi precipitosamente dall’interno del paese, per arroccarsi in poche caserme fortificate sulla costa.

Sarebbe bene studiare quell’esperienza, prima di ripeterla con qualche gesto avventato. Le dichiarazioni di Renzi che finché governa lui non sarà possibile una invasione della Libia con 5.000 uomini, non garantiscono niente, e rivelano chiaramente l’ipocrisia del nostro premier: infatti una vera invasione di un paese così vasto non potrebbe essere fatta nemmeno con 30.000 militari ben preparati (che tra l’altro non ci sono neppure), ma sono invece possibili gli “interventi di legittima difesa”, come ribadisce ancora una volta la Pinotti, che assicura che “in quel caso l’Italia saprà come agire insieme agli alleati, per evitare rischi sul proprio territorio”.

Brava Pinotti, è proprio il modo migliore per ficcarsi in una trappola mortale. La trovata che dovrebbe garantire la sicurezza degli “interventi di legittima difesa” con l’aiuto degli alleati sarebbe l’assenso di un fragilissimo governo che esiste solo perché è stato costruito con lusinghe e minacce, e che dovrebbe essere sorretto da “sanzioni” alle formazioni locali “tentate dall’intralciare il suo lavoro”. Anche nel 1911 alcuni notabili avevano accettato la collaborazione con l’Italia, ma erano rimasti presto isolati, e non furono quindi in grado di aiutare realmente gli occupanti.

La vicenda oscura dei quattro tecnici mandati dalla loro impresa senza protezione in una zona evidentemente insicura, e poi abbandonati dal governo per mesi (dato che non erano contractors cioè mercenari, ma semplici lavoratori costretti a lavorare dove l’azienda li manda) e la scoperta che tra i “desaparecidos” in Libia c’è anche un altro italiano, un “mediatore di affari” (specialista in compravendita di armi), ci fanno intuire quanti altri italiani potranno trovarsi a pagare per scelte irresponsabili di altri. Per questo bisogna fermare subito la politica irresponsabile che gioca con la guerra e si illude di potersi garantire l’impunità comprandosi un po’ di politici e notabili locali, senza avere neppure le conoscenze necessarie per farlo.

Ricordiamoci il triste bilancio, economico e morale, della collaborazione con Gheddafi a cui era stato delegato il compito di fermare le correnti migratorie. È tanto più necessario farlo nel momento in cui (sia pur con qualche fievole dissociazione pro forma) lo stesso compito viene delegato a un personaggio non migliore, Erdogan, che dovrebbe chiudere da sud le frontiere che Ungheria, Austria, Croazia, ecc. hanno chiuso a nord. Quando gli sventurati che si sono ammucchiati in quella sacca infernale cominceranno a capire cosa gli si riserva, possiamo domandarci quanti di loro resisteranno alla tentazione di arruolarsi nelle armate del Daesh combattute dai loro persecutori?

Le politiche dell’UE, e gli immondi alleati che si è comprata, stanno preparando un’altra incubatrice di terrorismo.

(a.m.)



You are here Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Non è che l’inizio…