Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ritornando sui referendum

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Nelle discussioni tra i compagni che si sono impegnati appassionatamente per il successo del si nel referendum sulle trivelle, ho riscontrato due atteggiamenti ugualmente pericolosi: da un lato uno scoraggiamento che potrebbe portare a un abbandono del campo durante battaglie comunque non evitabili, dall’altro la rassegnazione a riprendere come un dovere ineludibile la corvée della raccolta e autentificazione delle firme per tutti i referendum possibili e immaginabili, a prescindere da una discussione sulla loro utilità e sulla possibilità di vincere, o almeno di far crescere la consapevolezza tra i cittadini sui temi affrontati. In realtà, sia pur cautamente ed evitando le polemiche troppo forti mentre la campagna per Trivelle Zero era in corso, ne avevo parlato già in febbraio, in un articolo che ho riletto e ripropongo: La sinistra e i referendum.

L’articolo poteva apparire sbilanciato contro il possibile astensionismo, che in quel momento mi sembrava tentasse qualche frangia del movimento persino nel caso del referendum sulle trivelle a mare (che veniva considerato da alcuni solo un episodio di uno scontro interno al PD tra Renzi ed Emiliano), e a maggior ragione nel caso di quello sulle modifiche della costituzione. Per questo scrivevo:

[…] un altro non facile problema che la sinistra deve affrontare riguarda l’atteggiamento verso l’altro referendum già programmato per l’autunno, quello che dovrebbe confermare (ma potrebbe anche far saltare) la “riforma” costituzionale di Renzi. Una parte della sinistra potrebbe essere spinta all’indifferenza (se non all’astensionismo) da uno scontro che risultasse polarizzato da un lato dall’arroganza del premier, dall’altro da una coalizione tra i suoi inconsistenti rivali della sedicente “sinistra” interna al PD, e le varie sigle che si contendono velleitariamente il progetto di costruire un nuovo polo riformista formalmente esterno al PD, ma non antagonistico ad esso. Difficile trovare un atteggiamento veramente astensionista, non foss’altro perché Renzi ha annunciato che in caso di sconfitta se ne andrebbe (ma Renzi è notoriamente un bugiardo dalla memoria cortissima); basterebbe però uno scarso impegno per lasciare la rappresentanza del NO a rappresentanti della vecchia politica screditata […].

In quel momento non era ancora emerso il progetto di ricorrere a una raffica di nuovi referendum su temi diversi ma tutti corrispondenti a battaglie perse o meglio mancate dalla sinistra: contro il Jobs Act o la cosiddetta “buona scuola”, o per riprendere i temi ambientalisti elusi dall’ultimo referendum grazie all’azione concordata di governo, Cassazione e Corte costituzionale, aggiungendone anche un altro sui rigassificatori. Un progetto che mi sembra una sommatoria di scelte settoriali dovute a ragioni non sempre rispettabili (soprattutto da parte di sindacati che ricorrono ai referendum dopo che non hanno combattuto come dovevano il Jobs Act o la “Buona scuola” con lotte adeguate alla posta in gioco) e che rischia di preparare nuove sconfitte, in primo luogo per la scarsa lungimiranza di presentarsi all’elettorato con una raffica di altri 6 o più quesiti mentre risuona ancora l’eco delle maramaldate di Renzi sullo spreco di denaro pubblico per un referendum dagli effetti pratici scarsissimi.

A monte mi sembra ci sia l’illusione di poter rimontare la china aggirando la causa prima delle sconfitte (una sinistra da tempo assente dalle lotte e ignorata dagli elettori) con la scorciatoia di un meccanismo elettorale apparentemente più utilizzabile. Ma che forse non lo sarà effettivamente, per la difficoltà di autenticare le firme contemporaneamente su un numero notevole di schede diverse, la probabilità che ci siano sempre meno certificatori disponibili ad aiutare anche i referendum rivolti a cancellare leggi fortemente volute dal governo, i maggiori controlli della magistratura sui criteri di autenticazione istantanea delle firme, ecc. E, perché no, potrà pesare anche l’effetto demoralizzatore su chi si era impegnato nella bella battaglia per l’acqua del 2011, delle decisioni di governo e regioni che, già ben prima dell’ultima porcata di Renzi, hanno per cinque anni ignorato tranquillamente la volontà espressa da 26 milioni di votanti, senza che ci fosse la capacità di un’adeguata risposta. Risposta che avrebbe avuto bisogno di un soggetto politico capace di non disperdersi nel particolare e nel locale, e di affrontare un nemico che agisce su scala non solo nazionale ma globale.

Ma dell’utilità o meno di ritentare l’avventura referendaria, si potrà riparlarne più in là, dopo le prime verifiche sulle difficoltà nuove riscontrate nel clima successivo all’esito del 17 aprile. Anche tenendo conto che è più facile strappare qualche firma che convincere l’elettore a spiegare ad altri il significato dei referendum, se manca il tempo e lo spazio per discutere. Ma soprattutto bisogna valutare concretamente l’efficacia dei quesiti scelti e approvati, che troppo spesso sono poco comprensibili a livello di massa perché troppo tecnici e soprattutto condizionati dalla necessità di corrispondere ai criteri richiesti dagli sbarramenti posti da legulei espertissimi nel rendere illeggibili le leggi.

Bisognerà farlo prima di decidere se impegnarsi in tutti i referendum già proposti e magari in altri ancora astrattamente utili che qualche comitato potrebbe proporre. Avevo già accennato due mesi fa nell’articolo citato che sarebbe un errore imperdonabile se la sinistra rinunciasse intanto a intervenire nella campagna referendaria di ottobre sulle riforme costituzionali. Ma il suo impegno sarebbe ininfluente se si limitasse ad accettare l’impostazione basata su un’acritica apologia della Costituzione che caratterizzava il PCI e i suoi epigoni.

L’esaltazione della Costituzione riempie i discorsi della domenica del ceto politico del centrosinistra, ma non ha mai scaldato veramente i cuori della base. Aveva ragione Piero Calamandrei a sostenere che “per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa. Solo l’avvenire potrà dire quali delle due parti, in questa schermaglia, abbia visto più chiaro”. Ma vorrei ricordare che lo stesso PCI, in un documento dell’autunno 1947, nel quadro della reazione allo sbandamento provocato dalla rottura dell’unità antifascista, aveva ammesso che la Costituzione serviva a poco:

La stessa Costituzione rifletteva lo sviluppo della situazione nelle sue varie fasi. Nella prima parte della Costituzione, approvata quando vi era più slancio democratico, si erano affermati nuovi importanti principi come il diritto al lavoro, ecc., sebbene non si fosse riusciti a stabilire le garanzie per la loro realizzazione. Nella seconda parte si erano respinti con difficoltà i tentativi della D.C. di creare uno Stato di tipo federale e di fondare un Senato di tipo corporativo. Nell’ultima parte discussa dalla Costituente, mentre la D.C. si spostava a destra erano stati posti tali freni all’attività legislativa che sarebbe stato quasi impossibile operare, in base alla Costituzione, profonde modificazioni strutturali. [Per un vasto fronte della pace, del lavoro, dell’indipendenza nazionale, (Ottobre dicembre 1947), in Due anni di lotta dei comunisti italiani, relazione sull’attività del p.c.i. dal 5° al 6° congresso, volume fuori commercio per i delegati al VI Congresso].

In realtà la ricostruzione era pur sempre reticente, dato che insisteva su una presunta trasformazione e involuzione della DC che si sarebbe spostata gradatamente a destra per istigazione degli Stati Uniti. Una mistificazione necessaria per evitare un bilancio della lunga e poco proficua collaborazione governativa con il principale partito della borghesia italiana, che si sarebbe conclusa, nell’interpretazione ufficiale, solo per un “grave errore” della DC, che quindi veniva invitata a correggerlo “al più presto nell’interesse supremo della Nazione”. Solo Umberto Terracini, che dell’Assemblea costituente era stato presidente, in un articolo del 1951 aveva accennato anche al “riflusso di una parte delle masse verificatosi negli anni più recenti” come una spiegazione della mancata utilizzazione della Costituzione: ma Terracini l’attribuiva a un errore di valutazione, cioè alla “convinzione erronea che la Costituzione avesse di per sé, in quanto testo redatto e promulgato, il taumaturgico potere di soddisfare le rivendicazioni che molti sedicenti democratici della Costituente avevano approvato nolenti o volenti, solo sotto la loro attiva pressione”. Terracini concludeva che i delusi dalla Costituzione dovevano imparare che “tale pressione […] è necessaria anche per la efficienza di un regime democratico che ponga assieme i diritti politico-civili con quelli economico sociali”. Insomma, in parole povere, datevi da fare, oppure la Costituzione rimane un pezzo di carta.

La giustificazione era necessaria perché ormai era stata verificata la continuità dell’apparato statale con il periodo fascista e prefascista (non meno feroce nei confronti dei lavoratori), con migliaia di arresti di militanti sindacali e di partito, licenziamenti politici, salari di fame. La costituzione, una volta modificati i rapporti di forza tra le classi, era stata tranquillamente ignorata. A chi la citava in occasione di un fermo illegale, i poliziotti rispondevano spesso spudoratamente: “non la conosciamo, a noi basta il Testo Unico di Pubblica sicurezza” (la legge fascista del 1931). È capitato anche a me negli anni Cinquanta…

In realtà Terracini confermava indirettamente che la contrapposizione tra la DC del primo periodo e quella della rottura era infondata: era stato il “riflusso” dovuto alla delusione per i risultati della collaborazione dei comunisti alla ricostruzione dello Stato borghese a permettere la controffensiva, esattamente come oggi in Brasile non è un mutamento di natura dei partiti su cui Lula e Dilma si erano appoggiati per “governare a ogni costo”, ma l’occasione che ad essi ha offerto il crescente distacco tra il governo e le masse dovuto a molti fattori, alcuni oggettivi (crollo dei prezzi di petrolio e materie prime e conseguente minore disponibilità per le politiche assistenziali) altri soggettivi (le scelte megalomani di costose attrezzature prima per i mondiali di calcio e poi per i giochi olimpici).

Decine di casi storici confermano che i governi con una base parlamentare interclassista durano finché la grande borghesia ha bisogno della collaborazione dei partiti operai per arginare la pressione delle masse, e che gli accordi vengono rotti appena vengono alla luce i sintomi del riflusso e della delusione per gli scarsi risultati. Ne ho scritto più volte a proposito della sconfitta dei Fronti Popolari in Spagna e Francia nel 1936-1939, del Cile 1970-1973, e naturalmente soprattutto a proposito dell’Italia, ad esempio in PER UN BILANCIO DEI GOVERNI DI UNITÀ NAZIONALE (1944-1947) e anche in Il PCI al bivio.

Di quegli anni si è cercato di cancellare ogni memoria, e non a caso sono pochissimi gli scritti che hanno affrontato l’esperienza di collaborazione governativa di quegli anni e la sua fine ingloriosa. Ma è importante che nella risposta al miserabile attacco sferrato oggi alla Costituzione non si scivoli in una inverosimile e poco convincente apologia di quel periodo che chiuse una grande speranza e le possibilità di cambiamenti profondi, e aprì un ventennio di dominio democristiano pagato carissimo dai lavoratori che erano stati in prima fila nella lotta contro la dittatura fascista.

(a.m.)

 



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