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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il progressismo latinoamericano di fronte ai propri limiti

Il progressismo latinoamericano di fronte ai propri limiti

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di Eduardo Lucita*

da Rebelión

La situazione attuale in Brasile è un ulteriore anello della catena di avvenimenti che dimostrano come i processi progressisti dell’America Latina stiano attraversando un momento critico. Nella presente congiuntura si combinano problemi economici, arretramenti elettorali, crisi istituzionali, denunce di corruzione, perdita d’entusiasmo popolare e indebolimento delle direzioni. Tendenze, queste, che si rafforzano reciprocamente, favorendo l’avanzata delle destre.

L’America Latina è stata la regione dove si sono opposte le maggiori resistenze nei confronti del neoliberismo e dove sono emerse alternative politiche e sociali che hanno dato vita in vari paesi a governi “progressisti”. Questo termine costituisce, evidentemente, una definizione generica, poiché tra questi governi esistono differenze. In un modo o nell’altro rientrano tutti nel “neosviluppismo”; alcuni però con un’impronta più social-liberista (Brasile, Uruguay) ed altri invece con una più accentuata presenza statale (Venezuela, Ecuador, Argentina fino a poco fa), e altri ancora, per realizzare le riforme, hanno proceduto con parziali rotture con l’imperialismo e discorsi e pratiche anticapitaliste (Bolivia, Venezuela).

Il lungo decennio

Nel cosiddetto “lungo decennio”, la maggior parte di questi governi hanno realizzato importanti progressi in campo sociale e nel gestire le principali variabili economiche, così come hanno anche tenuto posizioni autonome sul piano internazionale

Hanno ampiamente beneficiato dei nuovi termini del commercio internazionale, favorevoli ai paesi produttori di materie prime (cereali, minerali e metalli, idrocarburi). È aumentato il PIL, si sono avuti saldi positivi dei conti correnti, le monete si sono rivalutate rispetto al dollaro ed è diminuito il rapporto debito/PIL. Hanno quindi potuto contare su risorse sufficienti per estendere l’intervento dello Stato e portare avanti politiche sociali attive. Hanno stimolato il consumo, ampliato diritti sociali, sviluppato consistenti programmi assistenziali, concesso sussidi alle imprese. Tutti hanno ampliato la spesa pubblica in campo sociale in termini di PIL, con Argentina e Brasile che si sono distinti per le più elevate percentuali del PIL stesso. Hanno tutti ridotto gli indici di povertà, anche se nella regione si registra la maggiore disuguaglianza del pianeta.

In generale, l’ascesa del tenore di vita più elementare non è andata insieme a un rapido accesso ai servizi essenziali – sanità. Istruzione, comunicazioni, alloggi – e questo ha generato tensioni di nuovo tipo.

Autonomia e integrazione

Nell’insieme, possiamo dire che questi governi hanno modificato i rapporti di forza sociali, senza però riuscire a modificare il quadro di accumulazione e l’inserimento subordinato nel mercato mondiale, né a redistribuire la ricchezza. «Se nel 1998 l’industria rappresentava il 15% del PIL di tutti questi paesi, nel 2012 restava solo l’Argentina» a superare questa percentuale (Le Monde Diplomatique, maggio/giugno 2014).

Lo sviluppismo degli anni Sessanta era maggiormente incentrato sullo sviluppo interno degli Stati nazionali, mentre il neosviluppismo ha oggi bisogno dell’integrazione economica, donde l’approdo alla costituzione di organismi quali la UNASUR e la CELAC (che per la prima volta escludono la partecipazione di USA e Canada), o l’ALBA (che sia pur in minima scala dimostra che esiste un altro modo di commerciare e stabilire relazioni). Il rapporto con i BRICS [Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica] e il condurre il gioco in un quadro multipolare sono altrettante dimostrazioni della ricerca di autonomia. Naturalmente, non si può omettere di menzionare gli insuccessi delle iniziative del Banco del Sur (Banca del Sud), di Petrosur o della moneta unica, tra le altre.

Dopo il lungo decennio ormai passato

A 10, 12, 15 anni di distanza, la destra si dimostra disposta a recuperare il potere politico perduto. Tutto è iniziato con la nascita dell’Alianza para el Pacifico [Alleanza per il Pacifico] costituita da Messico, Perù, Colombia, e Cile – paesi che hanno sottoscritto il TLC [Trattato di Libero Commercio] con gli Stati Uniti. È poi continuato con la sconfitta elettorale del kirchnerismo nel nostro paese [Argentina]; con la vittoria parlamentare della destra in Venezuela, la perdita del referendum per la rielezione [di Evo Morales] in Bolivia e, in questi giorni, con la forte offensiva che mira a effettuare un colpo di Stato giuridico-istituzionale in Brasile. Certamente, gli Stati Uniti giocano su questa scacchiera le loro pedine, cercando di recuperare il loro “patio sul retro di casa” – ne sono stati un’avvisaglia i colpi di Stato in Honduras e in Paraguay, insieme ai tentativi di destabilizzazione in Venezuela e in Bolivia. La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008, che minaccia una nuova recessione, gioca anch’essa un suo ruolo; è evidente in Brasile e in Venezuela, ma non lo era tanto in Argentina e meno ancora lo era in Bolivia, anche se certamente anche questi due paesi hanno subito sconfitte politiche.

Discussioni

Già nel 2013 si avviò uno scambio di opinioni tra analisti e intellettuali impegnati nei processi progressisti sulla possibilità di un’inversione di questi stessi processi. Dibattiti che si sono intensificati negli primi mesi del 2016 ed ora si sta discutendo se ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo. A rischio di un’eccessiva semplificazione, si può dire che le discussioni sono riconducibili a tre punti d vista.

Il primo è che questi processi si legano agli sviluppi della rendita terriera. Se all’inizio del ciclo avevano beneficiato dell’aumento del prezzo delle commodities, ora il calo delle stesse determina la fine del ciclo. Poiché non si era riusciti a rompere con l’integrazione subordinata né con i nodi endogeni che minano la crescita, ora emergono problemi economici irrisolti, difficoltà di gestione, affievolimento delle politiche sociali e fragilità politiche.

Il secondo punto di vista è un po’ più complesso. Il mondo è entrato in fase di recessione strutturale, alimentata dalla deflazione generalizzata, dal crollo della domanda internazionale e dall’incapacità del sistema di ricreare nuovi espedienti finanziari, cosa che ha forti ripercussioni in America Latina. La crisi mondiale fa da barriera alla crescita, per superare la quale questi governi avrebbero dovuto radicalizzare le loro proposte; non lo hanno fatto e, alla fine, hanno ceduto di fronte ai poteri economici tradizionali e si sono andati alleando politicamente con settori più a destra. Questo dimostra l’incapacità del neosviluppismo di procedere verso profonde trasformazioni.

Un terzo punto di vista si colloca su un piano molto più politico-ideologico. Si tratterebbe della crisi dell’egemonia che tali regimi avevano saputo costruire. Una crisi che si esprime nella rottura del consenso multiclassista, vuoi per la situazione economica, vuoi per i tentativi di perpetuazione nel tempo (rielezioni), per la corruzione o per pratiche smobilitanti. Alla fine i governi si reggono grazie al clientelismo e all’elettoralismo per garantire governabilità.

Un futuro conflittuale

Non sono punti di vista contrastanti fra loro, ma pongono l’accento su situazioni diverse e si possono considerare complementari. Nell’insieme, stanno dimostrando come il progressismo, non contemplando un orizzonte di superamento del capitalismo e restando fermo alle sole riforme – con maggiore o minore intensità, a seconda dei casi – e limitandosi a un atteggiamento conservatore rispetto all’autonomia delle masse popolari, è proprio qui che trova i suoi limiti.

Frutto della combinazione di un’economia mondiale in recessione prolungata e della ricomposizione delle destre, emerge un nuovo scenario e il futuro della regione è conflittuale. Non parrebbe vi sia molto margine per i progressismi redistributivi e per capitalismi statali che richiedono una certa autonomia dai poteri mondiali, mentre al contempo esiste una certa soglia di diritti sociali conquistati che i lavoratori e gli strati popolari non cederanno senza lottare, né c’è alcuna garanzia che i nuovi progetti neoliberisti si consolidino.

Ci troviamo quindi in un momento cardine in cui ritorna lo scontro aperto con il neoliberismo. Diversamente dagli anni Novanta, oggi è possibile e indispensabile offrire a questo scontro una prospettiva anticapitalista



* Membro del collettivo EDI (Economisti di Sinistra).

Traduzione di Titti Pierini



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