Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Warshawski-Sibony Fuori dal coro

Warshawski-Sibony Fuori dal coro

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Michel Warshawski, Michèle Sibony

 

Fuori dal coro

 

Le voci dissidenti in Israele

 

(A contre choeur, les voix dissidentes en Israël, Textuel, Paris, 2003)

 

 

Inserisco nel settore Attualità e polemiche la Prefazione del libro di Michel Warshawsky, Michèle Sibony, Fuori dal coro, tradotto tempestivamente da Titti Pierini e rimasto inedito in italiano, perché nonostante siano passati alcuni anni, è sempre utilissimo. Probabilmente invoglierà alla lettura dell’intero libro che, per ragioni tecniche apparirà invece (tra alcuni giorni) nella sezione I grandi nodi del Novecento/ Il medioriente lacerato (a.m 6/5/10))

 

 

 

 

 

 

 

 

PREFAZIONE

 

ISRAELIANI FUORI DAL CORO

 

 

 

“20. Il Signore adunque disse: Certo il grido di Sodoma e di Gomorra è grande, e il loro peccato è molto grave.

21. Ora, io scenderò, e vedrò se son venuti allo stremo, come il grido ne è pervenuto a me: e se no, io lo saprò. […]

23. Ed Abraham s'accostò e disse: Faresti tu pur perire il giusto con l'empio?

24. Forse vi son cinquanta uomini giusti dentro a quella città; li faresti tu eziandio perire? Anzi non perdoneresti tu a quel luogo per amor di cinquanta uomini giusti che vi fosser dentro?

25 Sia lungi da te il fare una cotal cosa, di far morire il giusto con l'empio, e che il giusto sia al par con l'empio; sia ciò lungi da te; il giudice di tutta la terra non farebbe egli diritta giustizia?

26. E il Signore rispose: Se io trovo dentro alla città di Sodoma cinquanta uomini giusti, io perdonerò a tutto il luogo per amor d'essi.

27. Ed Abraham rispose, e disse: Ecco ora io ho pure impreso di parlare al Signore, benché io sia polvere, e cenere.

28. Forse ne mancheranno cinque di quei cinquant'uomini giusti; distruggeresti tu tutta la città per cinque persone! E il Signore disse: Se io ve ne trovo quarantacinque io non la distruggerò.

29. Ed Abrahan continuò a parlargli, dicendo: Forse vi se ne trovano quaranta. E il Signore disse: Per amor di quei quaranta, io nol farò.

30.Ed Abrahan disse: Deh, non adirisi il Signore, ed io parlerò: Forse vi se ne troveranno trenta. E il Signore disse: Io nol farò, se ve ne trovo trenta. […]

32. Ed Abraham disse: Deh, non adirisi il Signore, ed io parlerò sol questa volta. Forse vi se ne troveranno dieci. E il Signore disse: Per amor di quei dieci, io non la distruggerò.

33. E quando il Signore ebbe finito di parlare ad Abraham, egli se ne andò; ed Abraham se ne ritorna al suo luogo”

 

[Genesi, cap. VIII, vv. 20-33, in La Sacra Bibbia, traduzione di Giovanni Diodati]

 

 

Dal luglio 2002, le voci provenienti da Israele si saldano in una armonia sorprendente dopo due decenni di espressioni discordanti, addirittura definite da alcuni come una vera e propria cacofonia. Più che di armonia, si tratta di una corale militare, disciplinata, fervida, ma mortalmente noiosa, accompagnata dal crepitio di mitragliatrici pesanti, dal rumore degli obici che si abbattono sulle case di Nablus, dallo stridore dei cingoli di carri armati che schiacciano tutto ciò che trovano sul loro cammino, dalle grida delle madri palestinesi, ma anche di quelle israeliane, di fonte ai figli assassinati.

A guardare da lontano, sembra che in Israele domini una voce sola: i locali mezzi di comunicazione di massa non consentono quasi di pensare controcorrente; tranne rare eccezioni, redigono gli spartiti di questo unanimismo recentemente ristabilito. Quello governativo è il discorso nazionale, l’espressione dell’intera nazione. La serie di argomentazioni dello Stato Maggiore funge da pensiero unico, l'armamentario degli argomenti dei vari servizi segreti costituisce la realtà. L’orizzonte viene tracciato nelle riunioni di gabinetto. La casta degli intellettuali è pronta a censurare chiunque ricerchi un futuro meno mortifero. Non impugna forbici grossolane, ma inalbera quel tono di sufficienza che spara contro dati di evidenza indiscutibile: “Ma anche noi, amico caro, abbiamo creduto nella pace. Devi svegliarti…”. Devi. Devi smettere di sognare, si deve smettere di essere ingenui. Si deve avere il coraggio di ricredersi. Si deve saper far tacere la propria coscienza e il senso morale. Si deve avere il coraggio di rinunciare ad essere “un’anima bella”, come dicono qui.[1]

Una società che scivola nel pensiero unico, in cui si smette di discutere, in cui non si ammette neanche che possa esistere un’espressione diversa, è una società che smette di pensare. Ed ecco che si ritorna all’esercito, l’istituzione che per sua stessa essenza sostituisce al pensiero l’ubbidienza e in cui la parola si riduce al “Signorsì, signor capitano”. Pensiero unico, fine del pensiero, fine della morale, obbedienza cieca. Smettendo di pensare, la maggior parte degli intellettuali hanno perso la capacità di distinguere il bene dal male. Mentre gli chiedevo di spendere la propria autorevolezza morale per far cessare il fuoco sulle ambulanze palestinesi, un grande scrittore-di-sinistra israeliano mi ha risposto, qualche mese fa, in un dibattito su France Culture: “Lasci perdere la morale. La situazione esige prese di posizione politiche, non lezioni di etica”. Probabilmente è il contrario: forse, non volendo più lasciarsi guidare da principi etici, i nostri intellettuali rinunciano semplicemente a pensare? Sciocchi e miserabili. Miserabili perché sciocchi, sciocchi perché miserabili.

Pensiero unico, fine della morale. Israele si sarebbe dunque ridotto a nient'altro che a una banda armata, senz'anima né coscienza? Ad ascoltare certe emittenti radio ebraiche francesi, sicuramente. Ma, a guardare più da vicino, tendendo l'orecchio al di là dei rullii del tamburo e delle trombe della fanfara del consenso, è dato cogliere alcuni suoni diversi, dissonanti, fuori dal coro.

Ci sono ancora, infatti, in Israele, uomini e donne che si rifiutano di urlare con i lupi, degli israeliani che non accettano né di far tacere la propria coscienza, né di imbavagliare le proprie capacità critiche; degli israeliani che resistono e che si battono contro il razzismo e l’odio, contro la rassegnazione e la disperazione; che non hanno smesso di credere nella pace e che continuano a lottare per la coesistenza tra i popoli.

Questi resistenti – perché, di fronte alla cappa di piombo abbattutasi sulla loro società, hanno avviato una forma di resistenza, pacifica ma decisa – ricorrono ad ogni mezzo disponibile pur di far sentire il loro grido di rabbia e di dolore; per esprimere in concreto una solidarietà politica con le vittime della guerra portata avanti dal loro stesso governo. Non godono del favore dei media, anche se permangono spazi critici (di cui cerchiamo di offrire qualche esempio in questa raccolta). All’estero non si ha spesso l’occasione di sentirne parlare.

In che cosa consiste questa dissidenza? Che rilevanza ha? Sono le domande cui cercheremo di rispondere, seguendo la dinamica degli sviluppi interni della società israeliana negli ultimi due decenni, più precisamente delle mutevoli percezioni del conflitto israeliano-arabo e delle prospettive di pace e di coesistenza nell’area.

 

 

All’inizio, era il consenso

 

Fin dagli albori, la società israeliana si è organizzata come una società di tipo totalitario: la società civile è stata assorbita dalle istituzioni sioniste precedenti lo Stato, poi dallo Stato. Si tratta di una sorta di Stato-provvidenza come solo i paesi dell’Europa dell’Est hanno conosciuto, vale a dire uno Stato che si occupa di tutti gli aspetti della vita economica, sociale e culturale della popolazione, la inquadra e stabilisce i confini di quel che è lecito e di quel che non lo è.

Al centro dello Stato, il partito, quello di Ben Gurion e dei padri fondatori, nonché i partiti satelliti, ai quali assegna parte del potere e dei meccanismi di controllo della popolazione.[2] Al di fuori dei partiti e dei loro satelliti, niente salvezza: “Senza Herut né Pc”, è uno degli slogan di Ben Gurion, che così tagliava fuori dalla legittimazione politica la sinistra comunista e la destra di Begin. Queste hanno sì il diritto di prendere parte al gioco democratico e parlamentare, ma sono dichiarate illegittime nella società, e se ne considerano sovversive le opinioni. Lo stesso vale per i partiti religiosi non sionisti, che, in origine, si erano esclusi da soli dalla società sionista. Un esempio per tutti: per trovare lavoro nelle aziende nazionali o in quelle appartenenti alle industrie della centrale sindacale, l’Histadruth (che negli anni Cinquanta e Sessanta impiegava circa l’80% della forza lavoro), bisognava mostrare il “tesserino rosso”[3] e non essere sospettati di simpatie comuniste o di rapporti con la formazione di Menahem Begin.

Eppure – è importante sottolinearlo – la destra condivide la sostanza dei valori e delle posizioni politiche sostenute dal Mapai e dei suoi alleati, e le concezioni si differenziano solo in campo economico e sociale. Solo i comunisti respingono quella che è la base del consenso politico, ma il loro partito rappresenta una componente essenzialmente araba. In altri termini, tranne una piccola parte delle comunità religiose e una minoranza marginale di non sionisti di sinistra, dal 1948 alla fine degli anni Settanta, la popolazione ebrea di Israele condivide la stessa ideologia e la stessa concezione politica di fondo. Tale consenso politico può sintetizzarsi in un credo in dodici punti:

        la Palestina storica è la patria del popolo ebraico;

        il sionismo è il movimento per la liberazione nazionale del popolo ebraico e per il ritorno di questo nella propria patria;

        dopo duemila anni, il popolo ebraico ritorna nella sua patria allo scopo di colonizzarla (Yishuv) e di ricostruirvi uno Stato ebraico;

        l’immigrazione ebraica (Alya) è un’assoluta priorità del sionismo e dello Stato di Israele;

        la guerra del 1948 è una guerra di liberazione nazionale, in cui la comunità ebraica si è difesa dall’aggressione araba generalizzata;

        gli arabi hanno come obiettivo la distruzione di Israele, mentre lo Stato di Israele non ha mai smesso di lavorare per la pace con i vicini;

        tutte le guerre tra Israele e gli Stati arabi sono state guerre imposte ad Israele da un mondo arabo che voleva soltanto scalzarlo dalla sua terra;

        Israele è uno Stato ebraico, lo Stato di tutti gli ebrei del mondo e di questi soltanto;

        Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente;

        Israele è, e vuole essere, l’avamposto dell’Occidente e del mondo libero, rispetto all’Oriente barbarico;

        l’unità nazionale di fronte al nemico, e al mondo in genere, è doverosa e il dibattito politico e ideologico è subordinato a questo imperativo dell’unità;

        il governo è l’espressione dello Stato, a sua volta espressione del popolo ebraico, e gli si deve obbedienza incondizionata.

Dal 1948 al 1978, la stragrande maggioranza della popolazione ebraica di Israele è unita intorno a questo credo e le discussioni politiche e ideologiche che attraversano in quei tre decenni la società israeliana partono da una generale concordanza su questi dodici principi. La stessa opposizione di destra resta fondamentalmente leale ed esclude qualsiasi sovversione nei confronti del regime politico e dell’ideologia dominante, che pure denuncia. Solo l’estrema sinistra antisionista e la sinistra non sionista mettono in discussione, in tutto (nel caso del movimento del Matzpen) o in parte (nel caso del Partito comunista), questi principi basilari. Esse hanno un’influenza marginale sulla popolazione ebraica di Israele, sono bandite dalla collettività e sottoposte a una repressione poliziesca e sociale. Le idee sostenute da queste correnti non sono comunque prive di interesse, al contrario.

Il Pc israeliano, pur vedendo nella guerra del 1948 una guerra di liberazione nazionale e accettando la legittimità di uno Stato ebraico, si oppone radicalmente alla politica dei vari governi israeliani, sia sul piano interno (discriminazione istituzionalizzata della popolazione non ebrea), sia su quello dei rapporti israeliano-arabi. Non condivide dunque le idee comunemente accettate e si colloca al di fuori dell'union sacrée. Quanto all’estrema sinistra, essa è radicalmente antisionista, sostiene la natura coloniale dell’impresa sionista e auspica un cambiamento rivoluzionario del regime e l’alleanza con il movimento nazionale palestinese. Dopo il 1967, questa sinistra si concentra sulla denuncia sistematica dell’occupazione e della colonizzazione. È completamente emarginata, dal momento che gli anni 1967-1973 segnano l’apogeo della “santa alleanza” e del consenso: anche oppositori di lunga data, collocati ai margini del consenso sionista, come il giornalista Uri Avnery e gli scrittori Amos Keinan o Dan Ben Amotz, si impantanano all’epoca per un certo periodo nell’atmosfera deleteria dell'union sacrée.

 

 

I bei giorni del movimento per la pace

 

La guerra dell’ottobre 1973 cambierà tutto. Essa segna l’avvio della fine del consenso. L’offensiva egiziano-siriana sorprende il governo. L’esercito e l’opinione pubblica tutta sono inebriati dal senso di potenza indotto dalla vittoria del 1967. Eppure, Israele ha subito allora la sconfitta militare più grave, anche se, grazie all’eccezionale aiuto degli Stati Uniti, alla fine l’esercito ha rovesciato la situazione. Alla testa del movimento, e poi dello Stato sionista da quasi cinquant’anni, la direzione laburista ha perso parte della propria credibilità e, con questo, lo stesso Stato ha visto rimettere in discussione la propria infallibilità.

Un movimento spontaneo e di massa esige allora le dimissioni dei capi del governo, che sfuggono di misura al verdetto delle urne. Tre anni dopo, però, è la fine del regime laburista e l’avvento al potere della destra. La nomenklatura laburista e la sua enorme clientela sono pronte a passare all’opposizione: parlano di fascismo e di liquidazione dello Stato che avevano modellato a loro immagine e somiglianza. Eppure, sarà l’estrema destra e non la sinistra sionista a entrare in dissenso: infatti, la destra tradizionale, guidata da Begin, firma nel 1978 il trattato di pace con l’Egitto, si ritira dal Sinai e vi smantella tutte le colonie.

È stata dunque l’iniziativa di Anwar Sadat ad essere all’origine del movimento pacifista israeliano di massa, Peace Now! [Pace subito!]. Prima di allora, poche migliaia di israeliani, in maggioranza arabi o ebrei non sionisti, durante la seconda metà degli anni Sessanta, si erano organizzati in movimenti di protesta contro l’occupazione e la repressione nei territori occupati. Peace Now è il centro laburista della popolazione israeliana. Si tratta di un movimento, fondato da ufficiali riservisti, che si definisce patriottico, sionista ed ebraico. Nel corso delle decine di manifestazioni in due anni, oltre 150.000 persone rivendicano ed ottengono da Begin che rinunci al Sinai per fare la pace con l’Egitto. Agli inizi degli anni Ottanta, la società israeliana è polarizzata tra destra e sinistra: la prima, rappresentata da sempre più massicce manifestazioni di piazza, da iniziative di colonizzazione selvaggia, dai coloni del Gush Emunim;[4] la seconda, da Peace Now che, a poco a poco, rimette anch’essa in discussione l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Si impone un’osservazione semantica: spesso si definisce il movimento israeliano della pace “movimento pacifista”. La cosa può prestarsi a confusione, perché i militanti del movimento israeliano della pace sono ben lungi dall’essere pacifisti o antimilitaristi: i firmatari del documento di fondazione di Peace Now sono tutti ufficiali riservisti (tanto che Janet Aviad, che faceva parte del gruppo iniziale e fu in seguito portavoce del movimento, non ha potuto sottoscriverlo), i quali riconfermano la loro lealtà incondizionata nei confronti dell’esercito. Ancora oggi, Peace Now si oppone al movimento dei renitenti, Yesh Gvul. In Israele, essere “pacifista” non significa esprimere un’opposizione ideologica alla guerra, ma sta piuttosto ad indicare l’opposizione a certe forme di oltranzismo espansionista.

Sarà, alla fine, la guerra del Libano del 1982 a spaccare in due la società israeliana e ad imprimere al movimento israeliano della pace il suo carattere di effettiva contestazione. Per la prima volta si definisce una guerra, per bocca dello stesso Primo ministro, come guerra in cui “si ha la scelta”, e cioè non in risposta a un’aggressione araba, reale o presunta, ma come azione deliberatamente scelta. Ed è anche la prima volta che gli obiettivi reali della guerra vengono nascosti alla popolazione: si parla di una zona di sicurezza di 40 km per proteggere la Galilea, mentre ben presto risulta che l’obiettivo è raggiungere Beirut, per insediare al potere i falangisti alleati dell’esercito israeliano, schiacciare l’Olp ed espellere i palestinesi. L’opinione pubblica israeliana non ha tardato a scoprire di essere stata ingannata e le file delle manifestazioni pacifiste hanno cominciato ad ingrossarsi.

Durante la guerra del Libano, il movimento della pace ha sviluppato un modus operandi che funzionerà fino al processo di Oslo. Le organizzazioni più radicali, che partono dall’opposizione di principio alla guerra o all’occupazione, si gettano nella mischia e cominciano ad avere un impatto su parte della base di Peace Now, che fa a sua volta appello alla mobilitazione. Così, alla vigilia dell’invasione del Libano, il 4 giugno 1982, il Comitato di solidarietà con l’Università di Bir Zeit riusciva a mobilitare a Tel Aviv 3.000 manifestanti contro la guerra, trasformandosi sul campo in Comitato contro la guerra del Libano. Tre settimane dopo, mentre l’esercito israeliano era ormai alle porte di Beirut, erano diventati più di 15.000, tra cui numerosi riservisti in congedo. Peace Now, che fino ad allora si era rifiutata di manifestare qualsiasi opposizione a quell’avventura criminale e sanguinosa (“finché i nostri soldati combattono, dobbiamo sostenerli”), decide a quel punto di fare appello a una mobilitazione per la settimana seguente: sarà la prima manifestazione di oltre 100.000 persone contro l’“espansione della guerra” al di là degli obiettivi iniziali e contro… la “rottura del consenso” (sic).

Se le organizzazioni più radicali, come il Comitato contro la guerra del Libano e soprattutto il giovane movimento dei riservisti renitenti, Yesh Gvul, portano avanti un lavoro di sensibilizzazione e di scontro con la politica di guerra e di occupazione, Peace Now cerca soprattutto di capitalizzare l’opposizione popolare, guardandosi regolarmente dal rompere i ponti con quella che ritiene rappresenti la base dell’auspicabile consenso nazionale. È questa la ragione della sua opposizione intransigente al movimento Yes Gvul, che organizza e sostiene il rifiuto di prestare servizio militare nei territori occupati.

I confini tra Peace Now e le organizzazioni più radicali sono permeabili, consentendo a queste ultime di esercitare un’effettiva influenza sulle decisioni di Peace Now e sulla radicalizzazione delle sue rivendicazioni. Questa benefica influenza si manifesta chiaramente nell’atteggiamento di Peace Now sul problema palestinese.

Agli inizi, Peace Now si guarda dal prendere posizione su un argomento la cui soluzione non sembra essere all’ordine del giorno negli anni futuri, mentre l’occupazione si svolge – vista da Israele – in una calma relativa, che le vale il nome di “occupazione illuminata”. Certo, i coloni si danno da fare e il governo di destra dà loro via libera; ma restano un fenomeno marginale nella società israeliana; perlomeno, è ciò di cui la sinistra vuole convincersi.

Le organizzazioni più radicali, in particolare il Comitato di solidarietà con l’Università di Bir Zeit, conducono campagne, relativamente mediatiche, contro la colonizzazione e la repressione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, per il riconoscimento dell’Olp e per il ritiro totale dai territori occupati nel 1967. Questa posizione non si basa – come nel caso di Peace Now – su un pragmatismo nazionalista (sul tema: “l’occupazione corrompe i nostri figli”; oppure: l’occupazione rimette in discussione il carattere “ebraico e democratico” di Israele), ma sul riconoscimento di un diritto – quello dei palestinesi all’indipendenza – e dell’illegalità di un’occupazione che assume sempre più l’aspetto di un’annessione coloniale. Si afferma in maniera crescente la solidarietà con le vittime dell’occupazione e con la loro lotta, anche se Peace Now non la inserirà mai veramente nel proprio programma.

La prima Intifada darà una sferzata ai movimenti che avevano posto l’occupazione al centro delle loro preoccupazioni e della loro attività, ed emergeranno nuove iniziative. Accanto al vecchio Comitato di solidarietà con Bir Zeit, ribattezzato Dai La-Kibush (Basta con l’occupazione!), e a Yesh Gvul, che deve gestire una nuova ondata di riservisti renitenti, compaiono le Donne in Nero, poi varie associazioni che si battono su specifici aspetti dell’occupazione e della repressione dell’Intifada: il Comitato contro la tortura, l’organizzazione per i diritti umani B’tselem, i Medici israeliani e palestinesi per i diritti umani, i Rabbini per i diritti umani. Insieme, esse mobilitano a volte fino a 100.000 persone.

Il crescente impatto delle mobilitazioni della sinistra anticoloniale costringerà Peace Now a radicalizzare le posizioni e ad inserire al centro delle proprie rivendicazioni la fine dell’occupazione, poi il riconoscimento dell’Olp. Tra il 1988 e il 1990, le mobilitazione di svariate migliaia di persone organizzate dai movimenti radicali lasciano il posto a raduni di oltre 50.000 persone, nel corso dei quali Peace Now sostiene un programma che si avvicina sempre di più a quello dei movimenti radicali: ritiro completo, smantellamento delle colonie, trattative con l’Olp. Sembra, a quel punto, che le rivendicazioni essenziali del movimento nazionale palestinese siano finalmente riprese da un parte rilevante della società israeliana che, nel 1992, riesce a fare eleggere un governo di sinistra (laburisti-Meretz), che si richiama alle linee principali del programma del movimento della pace.

 

 

Il paradosso di Oslo

 

La firma della Dichiarazione di principi di Oslo (Dop), nell’agosto 1993, provoca, come è comprensibile, una vera e propria euforia nel movimento della pace, indipendentemente dalle varie tendenze. Sembra che il programma, le aspettative, si stiano per realizzare. Pur nel quadro di questa comune euforia, le conclusioni ricavate dalle due componenti del movimento della pace sono comunque tutt’altro che identiche. Per Peace Now, la lotta contro l’occupazione e per la pace israeliano-palestinese si è conclusa il giorno in cui Yitzhak Rabin ha accettato di stringere, con aria imbarazzata, la mano a Yasser Arafat. Spetta ormai al governo condurre la partita, con il totale e incondizionato appoggio del movimento della pace. Quest’ultimo può sedersi sugli allori e godersi il riposo del guerriero, visto che la sua pressione è riuscita a generare un’intesa in cui si sente, giustamente, il vincitore principale. Non solo; niente nella Dop lo costringe a tracciare il bilancio dei tanti crimini che costellano il percorso che va dai primi giorni della colonizzazione alla cerimonia della Casa Bianca; anzi, all’ultimo momento, Rabin è riuscito ad imporre ad Arafat una “denuncia del terrorismo”, che rappresenta l’ammissione appena velata da parte dei palestinesi che la responsabilità del secolare conflitto è stata del terrorismo palestinese e non della colonizzazione sionista e della spoliazione della patria e delle terre palestinesi.

Non è evidentemente così che i/le militanti della sinistra percepiscono il proprio ruolo alla luce della nuova situazione. Per la maggioranza di essi/e gli accordi di Oslo costituiscono una promessa, la cui realizzazione potrà essere garantita soltanto da una decisa mobilitazione e da pressioni sulla coalizione governativa. Non c’è alcuna fatalità, alcuna “irreversibilità”, come pretende la sinistra governativa. L’occupazione prosegue e ben presto si vede che, per certi aspetti, si rafforza: chiusura a tenaglia (sostanziale limitazione della libertà di movimento dei palestinesi) ed estensione della colonizzazione nei territori che Israele si è impegnata con la Dop a restituire ai palestinesi. Vigilanza, mobilitazione e solidarietà sono i tre assi dell’iniziativa delle organizzazioni pacifiste radicali, il cui slogan diventa: “Con il governo, se avanza decisamente verso la pace! Contro il governo, se gestisce l’occupazione!”.

Due anni dopo la firma della Dop i palestinesi sono sempre più delusi e preoccupati circa le vere intenzioni del governo – di sinistra! – israeliano. Riprendono gli attentati, alimentati dalle provocazioni dei coloni che, dopo un primo momento di smarrimento, sanno bene, da parte loro, che i giochi sono tutt'altro che fatti e che non vi è niente di irreversibile in quello che la sinistra chiama “processo di pace”. Questa sinistra piomba, in effetti, in un vero e proprio determinismo che l’acceca sempre di più, incapace com’è di vedere le realtà dell’occupazione, nonché il rafforzarsi del governo. Ormai cieca, essa diventa anche sorda agli incessanti appelli dei dirigenti e dei militanti palestinesi, con i quali, pure, aveva collaborato per un periodo e che non capiscono come mai, in quel momento cruciale, il movimento israeliano della pace si ritiri dal gioco e arrivi addirittura ad appoggiare un governo che viola sempre più sistematicamente gli accordi sottoscritti.

La sinistra al potere ha sempre avuto un effetto distruttivo sull’ala moderata del movimento della pace, a maggior ragione se il governo di sinistra si è impegnato a fare la pace. Bisogna però essere ciechi per non accorgersi che la pace, cioè il compromesso necessario per l’onesta e leale attuazione della Dop, è oggetto di uno scontro politico nella società, nella classe dirigente, nel governo, nel partito laburista ed anche – lo sostengono i suoi biografi – nella stessa testa di Rabin in persona. Occorre allora incidere con tutto il proprio peso sui rapporti di forza.

Lo ha capito l’ex deputato e giornalista Uri Avneri il quale, con qualche decina di militanti non sionisti e con alcuni delusi da Peace Now, fonda il Blocco della pace, per continuare la lotta contro l’occupazione, nel momento in cui torna al potere la sinistra e in cui Peace Now entra nel coma da cui non si è più risvegliata. Per tutti gli anni del “processo di pace” il Blocco della pace ha continuato a tenere in piedi, insieme al movimento delle donne Bat Shalom e alle Donne in Nero, una lotta decisa contro l’occupazione e contro la dispersione delle speranze investite negli accordi di Oslo.

Vale qui la pena di segnalare il ruolo particolare delle organizzazioni per i diritti umani. Pur non avendo come obiettivo la mobilitazione diretta, esse hanno comunque contribuito, negli anni del “processo di pace”, a smascherare – dietro la farsa dei negoziati – la realtà dell’occupazione e le sistematiche violazioni dei diritti della persona, nonché del diritto internazionale. Non è affatto irrilevante, se si considera che la maggior parte di tali organizzazioni sono più vicine alle idee di Peace Now che non alle organizzazioni più radicali. Eppure, la schiettezza della loro battaglia per i diritti umani le ha indotte a condividere con gli elementi più radicali del movimento della pace una sempre più sistematica denuncia dell’occupazione, nel momento in cui proprio il concetto stesso di occupazione spariva dal lessico della maggioranza dei militanti pacifisti.

Vi è palesemente un grande paradosso in questa sequenza del “processo di pace”: nel momento in cui la riconciliazione tra i due popoli è ufficialmente all’ordine del giorno, palestinesi e pacifisti israeliani si discostano fra loro, sia nella percezione della realtà, sia nelle rispettive aspirazioni. La relativa fiducia e la parziale collaborazione forgiatesi durante gli anni Ottanta lasciano il posto dapprima all’indifferenza crescente (da parte degli israeliani) poi, da parte palestinese, a una disillusione che, a poco a poco, si trasforma in sensazione di tradimento. Per gli israeliani, la pace va sistemata dai dirigenti al tavolo dei negoziati, e che vinca il più abile. Per i palestinesi, viceversa, l’occupazione prosegue, addirittura si inasprisce; gli accordi vengono svuotati di contenuto e sistematicamente violati nello spirito e nella lettera. Mentre avrebbero avuto bisogno più che mai del sostegno del movimento israeliano della pace per fare pressione sul governo, per imporre trattative oneste e un accordo basato sugli impegni assunti all’inizio del processo, i palestinesi constatano che gli alleati della vigilia si preoccupano soprattutto della riconciliazione nazionale e di ricostruire un consenso israeliano che possa consentire loro di evitare ogni scontro con la destra.

La ripresa, nel 1995, degli atti di resistenza da parte palestinese, attentati compresi, coglie chiaramente di sorpresa il movimento della pace: perché i palestinesi rompono la tregua, mentre “gli hanno concesso la pace” e tutto sembra andare di bene in meglio? Perché rifiutano il blocco d’accerchiamento sempre più duro imposto dall’inizio del processo e che traccia il futuro confine con lo Stato palestinese? Di che cosa si lamentano, mentre si sta realizzando la separazione?

La separazione! È, incluso per i pacifisti, anzi soprattutto per i pacifisti, l’essenza stessa della pace, la sua qualità principale, la sua ragion d’essere. Loro a casa loro, nella Striscia di Gaza che ha conosciuto trent’anni di quello che l’economista Sara Roy ha chiamato “de-sviluppo”, e noi a casa nostra, nel nostro Stato “ebraico e democratico”. Non si impiccino degli affari nostri e noi non ci impicceremo dei loro, tranne naturalmente per quanto riguarda la sicurezza…, cioè la libertà di movimento, il controllo del territorio e delle risorse naturali, i confini. Questi ultimi, del resto, sono ancora da definire, ma tutto sommato è solo una questione di dettaglio, da stabilire nel quadro… del dialogo nazionale con i coloni.

Sono rari, a sinistra, quelli che mettono in guardia contro questa concezione della pace e i rischi di sanguinoso stallo di cui è gravida. Nelle cerchie militanti, sono le Donne in Nero, Bat Shalom e il Blocco della pace; nel mondo accademico e intellettuale, vanno menzionati i professori Tanya Reinhart, Baruch Kimmerling, Oren Yiftachel e Ran Hacohen, nonché Meron Benvenisti, Azmi Bishara e lo scrittore Yitzhak Laor; nei media, Gidéon Lévy, B. Michael e soprattutto Amira Hass. Ma sono isolati e considerati dei guastafeste. La maggioranza continua a vivere la pace come se fosse una realtà. Se gli attentati palestinesi hanno mitigato l’euforia dei militanti del movimento della pace, questo resta comunque convinto che il “processo” segue ineluttabilmente il proprio corso e che i palestinesi avranno il loro Stato, gentilmente concesso dal governo israeliano. Il fallimento del vertice di Camp David II sarà sentito come una mazzata dai fautori israeliani della pace, all’epoca maggioritari.

 

 

La grande mistificazione

 

Quella che si trova di fronte, nel luglio 2000, all’insuccesso del vertice israeliano-palestinese a Camp David è un’opinione pubblica completamente smobilitata e ormai disorientata dall’illusione della pace. Che cosa sia realmente avvenuto in quel vertice oggi lo sappiamo, se appena ci si sforzi di leggere gli importanti saggi che gli sono stati dedicati. L’unico problema tuttora aperto riguarda le effettive intenzioni del Primo ministro israeliano: quale delle due spiegazioni contrastanti da lui fornite nel corso degli ultimi due anni è quella giusta? Ehud Barak ha voluto davvero un accordo e ha creduto, come ha sostenuto nel luglio 2000, di potere imporre ad Arafat un’intesa ben al di sotto delle posizioni mille volte ripetute dalla direzione nazionale palestinese e delle aspirazioni del popolo palestinese? O voleva, viceversa, come ha sostenuto dopo il luglio 2001, fare ricadere il fallimento del processo di Oslo, al quale si era sempre opposto personalmente, sulle spalle dei palestinesi, stringendoli all’angolo con offerte inaccettabili e con un’eccezionale campagna internazionale di disinformazione? Nel primo caso, si sarebbe trattato di un’arroganza da megalomane, nel secondo di un monumentale cinismo. Per conto mio, tendo a pensare che entrambe le affermazioni riflettano la schizofrenia di un dirigente del quale una recente biografia traccia un ritratto da fare rabbrividire.

Sia in un caso sia nell'altro, i palestinesi sono vittime di una politica israeliana che non vuole accettare i compromessi indispensabili per la pace israeliano-palestinese. Eppure, nell’opinione pubblica internazionale, ma soprattutto in quella israeliana, sono i palestinesi ad essere accusati del fallimento di Camp David. Il loro rifiuto di accettare le “generose offerte” del Primo ministro di Israele viene presentato, nell’opinione pubblica israeliana, non solo come una mancanza di duttilità, ma come la manifestazione di una scelta deliberata di continuare il conflitto. “Respingendo le offerte più generose possibili, i palestinesi hanno dimostrato di non avere mai rinunciato al loro obiettivo originario: distruggere lo Stato ebraico”, sosteneva già nel settembre 2000 un portavoce del governo Barak. La reazione dei giovani palestinesi alla provocazione di Barak e di Sharon sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme non ha potuto fare altro che rafforzare, nell’opinione pubblica israeliana, la sensazione che i palestinesi avessero scelto lo scontro e non il negoziato, rovesciando in tal modo tranquillamente il rapporto di causa/effetto. Analogamente, l'opinione pubblica israeliana vede nella reazione della polizia palestinese al massacro di giovani manifestanti da parte dei soldati israeliani armati di fucili di precisione non il risultato di una politica sanguinosamente repressiva voluta e pianificata da lunga data, ma la dimostrazione della validità delle argomentazioni di Ehud Barak e di Slomo Ben Ami. Gli attentati suicidi, ripresi ben più tardi, dopo l’assassinio di svariate centinaia di palestinesi ad opera delle forze di occupazione israeliane, rafforzano evidentemente la sensazione che i palestinesi vogliano sradicare la presenza ebraica in Palestina.

Ingannata da una menzogna tanto efficace quanto madornale, l’opinione pubblica israeliana ritrova così i suoi antichi riflessi di eterna vittima in lotta, sola contro tutti, per la propria sopravvivenza. La facilità con cui gli israeliani sono disposti ad accogliere il discorso menzognero di Barak-Ben Ami rientra in un quadro d’analisi da svolgere a parte. Per la stragrande maggioranza degli israeliani, il buon senso viene così schiacciato da paure ataviche e da riflessi condizionati da mezzo secolo di conflitto, quando non da due millenni di storia ebraica della diaspora.

Il movimento della pace sarà il settore maggiormente coinvolto della società. Dall’estate 2000, gli intellettuali di sinistra e i giornalisti liberali si arroccano, utilizzando ogni mezzo possibile. Per gli scrittori Amos Oz e Abraham B. Yehoshua, è l’ostinazione palestinese nel volere affrontare il diritto al ritorno dei profughi a dimostrare la malafede e l’intenzione di distruggere Israele. Per il giornalista Ari Shavit, non sono stati i palestinesi a cambiare, ma sono stati gli israeliani a risvegliarsi finalmente dall’illusione di normalità: ci siamo dimenticati di essere la progenie di un popolo che è stato sempre, e sarà sempre, respinto dalle nazioni, e che quindi deve stare sempre sul chi vive, mobilitato per la propria sopravvivenza. Quanto al “nuovo storico” Benni Morris, egli riscopre nella “mentalità orientale” le fonti del rifiuto palestinese di un compromesso con Israele.

In due mesi, il movimento della pace si disintegra, non solo come forza politica in grado di mobilitare centinaia di migliaia di manifestanti, ma come corrente d’opinione. Perlopiù, i portavoce si riallineano al ritrovato consenso della lotta per la sopravvivenza e diventano i più ardenti solisti della fanfara militar-nazionalista, che da due anni irreggimenta l’opinione pubblica, i mezzi di informazione e le università. Sono tanto più ferventi in quanto costretti a dimostrare la sincerità del loro pentimento: tra l’agosto e il novembre 2002, a dominare il discorso ufficiale è il mea culpa patetico e generalizzato che domina il discorso ufficiale, e i media titolano per settimane “La sinistra scombussolata”.

Questa sinistra, tuttavia, non è rimasta scombussolata a lungo: dopo la ripresa dello scontro, soprattutto alcuni mesi dopo la ripresa degli attentati suicidi, si è decisamente schierata con la politica di repressione generale di Ariel Sharon, tanto più facilmente in quanto il partito laburista e Shimon Perez, il padrino degli accordi di Oslo e Premio Nobel per la pace, partecipavano al suo governo.

 

 

Le resistenze

 

Dopo il luglio 2000, nonostante tutto, ci sono stati israeliani che non si sono lasciati intrappolare da Ehud Barak e che non hanno affossato la prospettiva di pace con i palestinesi: “Non siamo scombussolati”, gridavano alto e forte, soggiungendo che il fallimento di Camp David era inscritto sia nel progetto di Barak, sia nel modo in cui i governi israeliani avevano snaturato, fin dai primi giorni, gli accordi di Oslo.

Con la ripresa delle resistenze all’occupazione israeliana, alla fine del settembre 2000, le organizzazioni radicali del movimento della pace (in particolare il Blocco della pace, le Donne in Nero e Yesh Gvul) e la popolazione palestinese di Israele si sono mobilitate per denunciare la tremenda repressione nei territori occupati e la stessa occupazione come principale causa di una situazione drammatica fin dai primi giorni.

Negli stessi mezzi di informazione di massa non sono rare le voci critiche, compreso di figure dell’establishment – come l’ex ministro dell’Istruzione, Shulamit Aloni – che accusano Barak, poi Sharon, di condurre Israele verso una guerra totale contro l’intero mondo arabo-musulmano. Il giornalista Akiva Eldar, il principale commentatore politico del quotidiano Haaretz, denuncia fin dall’autunno 2000 la mistificazione di Barak. Gidéon Lévy e Amira Hass, entrambi di Haaretz, cercano di suscitare allarme nell’opinione pubblica sulla micidiale brutalità della repressione nei territori occupati.

Per tutti gli ultimi due anni, la politica del governo di unità nazionale, sorretta da un rinnovato consenso che trasforma i palestinesi in un popolo di terroristi contro i quali qualsiasi mezzo è buono, si trova comunque di fronte un’opposizione, intellettuale e militante a un tempo. Se, quantitativamente, la resistenza è più debole di quella manifestatasi durante gli anni Ottanta, essa è però ancora più radicale. Non ci si può opporre al discorso sulla sicurezza, che giustifica i crimini di guerra perpetrati nei territori occupati con l’esigenza di proteggere l'esistenza stessa di Israele di fronte alla minaccia del “terrorismo palestinese”, senza rimettere in discussione la mistificazione di Barak nel 2000 e, più in generale, la politica dei vari governi israeliani nei territori occupati nei sette anni del “processo di pace”. Se solo si aprono gli occhi sugli orrori dell’occupazione e si presta orecchio agli appelli della coscienza morale, ci si vede costretti a ricavare conclusioni severissime sul futuro dello Stato ebraico e della società israeliana. È sicuramente una delle ragioni principali del rifiuto di una parte importante degli intellettuali sionisti di sinistra di fare i conti con la realtà, e del loro tentativo – spesso patetico – di negare in blocco ogni forma di responsabilità.

Se prendiamo, ad esempio, l’esercito, osserviamo come siano sempre più rari i riservisti che “prima sparano poi piangono”, mentre quelli che si rifiutano di prestare servizio nei territori occupati, rompendo così con il tradizionale atteggiamento della sinistra sionista, sono sempre più numerosi rispetto alla prima Intifada; più numerosi, ma meno efficaci, perché nell’ultimo ventennio si è appunto delineata una polarizzazione netta tra l’appoggio alla politica di repressione e l’opposizione ad essa. La classica posizione intermedia della sinistra sionista, invece, si è sciolta come neve al sole.

A ciò va aggiunta la reazione particolarmente violenta dell’opinione pubblica maggioritaria contro le voci discordanti, specie quando provengono dal cuore stesso dell’establishment sionista. Ad esempio, a Yossi Beilin, ex ministro laburista e artefice degli accordi di Oslo, si è impedito di parlare all’università di Beer Sheva; e alla cantante Yaffa Yarkoni, l’Édith Piaf israeliana, detta la “cantante di tutte le guerre”, si è vietato di trasmettere per avere criticato la repressione nei territori occupati. Reazioni del genere non fanno che sottolineare ulteriormente il coraggio di quanti, nella società israeliana, non hanno paura di cantare al di fuori del coro.

 

 

Dilemmi

 

È problematico forse parlare della sinistra israeliana mentre è estremamente minoritaria. Mettendo in risalto la vita e l’attività di questa piccola minoranza, non si rischia di fare il gioco di tutti coloro che, nel mondo, ancora oggi sono restii a mettere Israele sul banco degli imputati? In certi dibattiti in Europa o nel Nord America non ci sentiamo forse dire: “Come potete attaccare lo Stato di Israele e denunciarlo come uno Stato coloniale colpevole di distruzione della società palestinese? Perché non vi limitate a denunciare la destra israeliana, o il governo Sharon (che, sia detto di passata, è anche quello di Shimon Perez e dei laburisti)? Qualcuno che si oppone a questa politica c’è!”.

Certamente, ma quanti sono, rispetto al coro dei consensi? Che ci fosse Lot e la sua famiglia non è bastato per impedire a Dio di considerare Sodoma e Gomorra una città di peccatori che non avevano più il diritto di vivere. Se solo ci fossero stati dieci giusti, le due città sarebbero state risparmiate.

Durante la guerra del Libano, o durante la prima Intifada, era legittimo, a anche necessario, parlare di due Israele: uno militarista, conquistatore, coloniale e occupante; l’altro che incideva con tutto il suo peso per cambiare l’andamento delle cose, per imporre il ritiro dal Libano e la decolonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Questo secondo Israele contava allora centinaia di migliaia di manifestanti. Ora che, come mai dal 1948, lo Stato di Israele è stato così brutale e così indifferente al diritto e alla compassione, oggi che l’assassinio di civili, la massiccia distruzione di infrastrutture, il vandalismo e l’umiliazione sono diventati politica di Stato, il popolo israeliano, i suoi intellettuali (di sinistra), la maggioranza dei suoi ex pacifisti, collaborano o, nel migliore dei casi, si trincerano dietro un silenzio complice. Valorizzare l'esigua minoranza di chi resiste rischia di sdoganare la società israeliana e di deresponsabilizzarla. Quelli che resistono si rifiutano di giocare un ruolo di spalla e non considerano assolutamente la loro iniziativa come la prova “che esiste un altro Israele”. Come i profeti Geremia e Amos, vogliono solo contribuire a fare emergere questo altro Israele protestando, denunciando, avvertendo, a volte maledicendo. Ma non pensano di essere oro Israele; tutt’al più si considerano israeliani che si battono per un Israele diverso.

Se abbiamo allora scelto di dare la parola a chi esce dal coro in Israele è perché un pericolo mortale minaccia tutto ciò che riguarda il conflitto israeliano-arabo: il pericolo di “bosnizzazione”, in altri termini la trasformazione di un conflitto politico in scontro interetnico.

Osando suggerire al vertice di Camp David la sovranità israeliana sulla Spianata delle moschee (cosa che nessun altro dirigente israeliano aveva avuto la follia di fare, neanche Benjamin Netanyahu), Ehud Barak, scientemente o – peggio – per stupidità, ha riattizzato braci che covavano da oltre un decennio sotto la pentola del conflitto israeliano-palestinese. Si tratti dei movimenti fondamentalisti islamici palestinesi, o dei coloni imbevuti di messianismo del Blocco della Fede, le tendenze politiche che cercavano di trasformare il conflitto israeliano-palestinese in guerra santa restavano minoritarie e non erano in grado di trasformare il contenzioso territoriale e politico in scontro interconfessionale.

Sono state soprattutto la vigilanza di Yasser Arafat e la sua ostilità al confessionalismo, ricavate dalla sua esperienza libanese, a sbarrare per oltre un trentennio la strada alla caratterizzazione confessionale delle rivendicazioni nazionali. La provocazione del Primo ministro israeliano, la presa del potere dell’estrema destra colonial-messianica e l’union sacrée che è dietro la politica di guerra totale contro il popolo palestinese rappresentano altrettanti fattori che spingono a una “etnicizzazione” del discorso e del comportamento palestinesi. Se il conflitto diventasse una guerra di tutti gli israeliani contro tutti i palestinesi, diventerebbe anche quello di tutti i palestinesi contro tutti gli israeliani, o piuttosto di tutti i musulmani contro tutti gli ebrei. Una guerra etnica per un territorio è una guerra totale, in cui non vi è più posto per il compromesso: diventa un “o noi o loro”, oppure, nella sua forma israeliana recente: “Noi qui, loro là, trasfert immediato!”, dove transfert è solo un eufemismo ebraico equivalente all’epurazione etnica.

Di fronte al pericolo concreto e immediato di una guerra la cui posta in gioco non è più principalmente il controllo dei territori o la conquista della sovranità, ma lo sradicamento dell’altro, è indispensabile fornire elementi di informazione in grado di alimentare il bagaglio di argomenti di quanti rifiutano la “bosnizzazione” del conflitto e continuano a ricercare o a suscitare differenziazioni nella concezione de “l’altro”.

I nostri amici palestinesi sono i primi a richiedere informazioni capaci di dimostrare alla propria opinione pubblica che israeliano e occupante colonialista non sono sempre e per forza sinonimi e che, come in passato – nonostante lo scivolamento a destra della società israeliana – esistono in questa comunità forze politiche e intellettuali che non rinunciano a orientare la propria società verso il rispetto del diritto e l’adozione di una politica disposta agli indispensabili compromessi per una pace stabile, cioè giusta.

 

 

Anche in Europa

 

Una parte rilevante delle iniziative del Centro di informazione alternativa (AIC)[5] ha lo scopo di fornire, in arabo, questo tipo di informazione alle forze progressiste e democratiche arabe, e di contribuire così alla loro lotta contro i pericoli concreti di “etnicizzazione” del conflitto israeliano-palestinese. Analogo obiettivo persegue la pubblicazione all’estero del presente lavoro.

In vari paesi europei, in Francia in particolare, l’“etnicizzazione”/confessionalizzazione del conflitto israeliano-arabo tende a guadagnare terreno. Sono numerosi i segnali che indicano che il verme è già presente nel frutto: aggressioni a luoghi di culto musulmani ed ebraici, scritte e dichiarazioni razziste, sistematici tentativi da parte delle organizzazioni ebraiche di censurare le voci che criticano Israele, comparsa (per fortuna ancora marginale) di slogan antiebraici in manifestazioni filopalestinesi. In Europa si stanno intensificando i segnali di una confessionalizzazione delle solidarietà con i protagonisti del conflitto.

Se alcuni di coloro che spingono i protagonisti europei a schierarsi in rapporto alle rispettive comunità lo fanno per ideologia nazionalista o religiosa, non sono pochi quelli che lo fanno per motivi di bottega e che trovano così un modo comodo per uscire dall’anonimato o per arginare il proprio declino di notorietà nei templi mediatici. La collusione tra gli ayatollah europei, musulmani o ebrei con una cerchia di intellettuali in crisi di notorietà ottiene oggi un impatto reale nel suscitare un senso di appartenenza comunitaria degli europei di origine ebraica e musulmana, contribuendo drammaticamente ad alimentare il razzismo, antiebraico e antiarabo.

La responsabilità di questi inaccettabili eccessi è in primo luogo di chi li commette o li incita. Ma una responsabilità notevole la hanno anche i dirigenti delle comunità e chi si autoproclama portavoce di queste, ebreo o musulmano che sia, stabilendo, coscientemente o meno, un segno di identità tra appartenenza alla comunità e sostegno a una causa politica. Questo comportamento criminale provoca nell’altro un riflesso simmetrico, trasformando così il dibattito, o lo scontro politico, in una lotta tra comunità, e contro l’altra in quanto tale.

Gridando: “Tutti gli ebrei con Israele!”, proclamandosi “incondizionati sostenitori di Israele”, legando la denuncia di azioni o intenzioni antisemite all’appoggio ad Ariel Sharon, i dirigenti delle organizzazioni ebraiche e gli strilloni della “nuova giudeofobia” contribuiscono con criminale incoscienza a rafforzare, in Europa, sentimenti e gesti antiebraici. In un’ottica diametralmente opposta, nell’intento di contrastarne la propaganda, inconsistente quanto pericolosa, dobbiamo dare la parola a ebrei israeliani che respingono, nella teoria e nella pratica, la politica coloniale del loro governo, per amore del diritto e della giustizia e per la volontà di opporsi a quella che sentono come una scelta suicida, che fa gravare una minaccia mortale sull’esistenza stessa di una comunità ebraica al centro del Vicino Oriente arabo.

L’attività congiunta dell’Associazione dei lavoratori maghrebini in Francia (Atmf) e dell’Unione ebraica francese per la pace (Ujfp), in seno alle comunità francesi d’origine arabo-musulmana ed ebraica costituisce, in questo senso, un antidoto ai misfatti dei pompieri piromani che attizzano l’odio con il pretesto della lotta all’antisemitismo o alle “nuove giudeofobie”. Basandosi sulle iniziative e le prese di posizione delle forze democratiche palestinesi e dei dissidenti israeliani, l’Atmf e l’Ujfp cercano di eliminare la radicalizzazione confessionale per fare emergere una battaglia politica comune intorno al diritto di tutti e di tutte.

Far sentire e conoscere le voci israeliane dissidenti è indispensabile per distinguerle, tra gli israeliani (o ebrei), dai responsabili di una politica coloniale e dai colpevoli di crimini di guerra. È indispensabile anche per ridare coraggio a tutti coloro che, in Europa, terrorizzati dal ricatto di fondo dell’antisemitismo o dell’ostilità verso Israele, fanno tacere la propria coscienza e il proprio buon senso e nascondono la loro opposizione o il loro disagio dietro un imbarazzato silenzio. Tacendo, non solo danneggiano i valori di diritto e giustizia cui si richiamano, ma contribuiscono ad indebolire la causa degli/delle israeliani/e che condividono questi valori e si battono in loco, spesso in condizioni difficili, per farli affermare.

Pur non essendo l’obiettivo del presente libro, è non meno importante anche valorizzare le voci palestinesi (e arabe) che si battono (non solo controcorrente, ma spesso contro una realtà che sembra dare loro torto) contro la demonizzazione degli israeliani e fanno argine a certe tendenze antisemite e negazioniste fra gli intellettuali arabi. In proposito, ricordiamo l’appello sottoscritto da numerosi intellettuali arabi – tra cui Edward Said, Mahmud Darwish ed Élias Sanbar – contro lo svolgimento di un convegno negazionista da tenersi a Beirut, convegno che si è dovuto annullare in seguito a questo tipo di proteste. Se gli intellettuali israeliani (o ebrei) più in vista avessero avuto lo stesso coraggio e la stessa levatura morale di Darwish e di Said avrebbero forse potuto impedire il proliferare di slogan apertamente razzisti nel discorso politico israeliano.

 

 

Scelte difficili

 

Indubbiamente minoritarie, le voci israeliane di dissenso sono pur sempre numerose e diverse, e questo ne fa la ricchezza. Per questo libro, quindi, abbiamo dovuto effettuare una scelta, sulla base di vari criteri. Precisare, in primo luogo, che cosa intendiamo con “al di fuori dal coro”, escludendo le prese di posizione che non si smarcavano chiaramente dal rinnovato consenso, comprese quelle di intellettuali di sinistra che si richiamano al discorso dominante, con un velo di compassione per le vittime; un briciolo di nostalgia per il “processo di pace” che, ancora un volta, i palestinesi avrebbero fatto fallire; e un pizzico di speranza di vedere Israele comportarsi in modo più umano, se gli arabi gliene danno l'occasione.

Abbiamo poi voluto dare la parola a sensibilità e opinioni presenti nei mezzi di comunicazione di massa, ma anche nel discorso ufficiale dei gruppi di discussione e nei siti Internet. In questa polifonia, era importante mettere in risalto le voci di dissenso provenienti proprio dal cuore dell'establishment, come quelle dell’ammiraglio Ami Ayalon, ex capo dei Servizi generali di sicurezza, o dell'ex consigliere giuridico del governo e procuratore generale dello Stato, Michael Ben Yair.

L'elenco delle persone citate in quest'opera non è esaustivo: i limiti di spazio imposti dalla stesura di un libro che non fosse troppo indigesto per i lettori ci hanno evidentemente costretto ad escludere saggi di numerosi intellettuali o militanti dissidenti pregevoli. La scelta di non presentare alla rinfusa i vari testi, ma di ordinarli per tema, fa sì che alcuni autori compaiano più di una volta, avendo assunto su certi temi posizioni che in Israele hanno avuto un'eco significativa o pubblicato scritti che non si potevano escludere, per chiarezza e pertinenza.

Nella prima parte abbiamo scelto di dare la parola a giornalisti professionisti, reporter ed editorialisti, che continuano a tenere alto, nei media, il vessillo di un'informazione indipendente, mentre la stragrande maggioranza dei loro colleghi hanno smesso di affrontare con sguardo critico l'attualità e, in alcuni casi, sono stati letteralmente irreggimentati nella crociata antipalestinese.

È interessante segnalare che, nel “contro-coro israeliano”, i giornalisti dei principali quotidiani sono spesso quelli che si esprimono nel modo più radicale. La cosa non ha mancato di proporre un ulteriore dilemma: si possono non pubblicare, per un pubblico non israeliano, posizioni e reazioni che non esitano ad assumere il genocidio degli ebrei d'Europa da parte dei nazisti come punto di riferimento delle loro analisi e delle loro contestazioni? Abbiamo deciso alla fine di pubblicare questi testi – in particolare quelli dell'editorialista del maggiore quotidiano israeliano, B. Michael – per due motivi essenziali. Era importante fare ascoltare le voci critiche israeliane così come sono, specie se si esprimono nei media a larga diffusione, senza censure preventive; se B. Michael e altri vogliono ricordarci che non molto tempo fa si facevano correre nudi i nostri nonni sotto la minaccia di fucili, che questi venivano marcati con un numero sul braccio, che erano assassinati facendone crollare le case, mentre ora siamo noi a commettere crimini analoghi, questa voce lacerata dalla vergogna e dall'ira, proveniente proprio dal cuore della nostra società, deve potersi fare ascoltare in questo contro-canto.

La seconda ragione è che bisognava dimostrare a tutti i censori che imperversano in Europa, quelli che imbastiscono processi – naturalmente persi – a Daniel Mermet, che accusano José Bové di antisemitismo, o Théo Klein di tradire il suo popolo, che la società israeliana è paradossalmente – almeno per ora– molto più aperta alle voci critiche del modello liberista che pretendono di imporre e che, in realtà, è solo un mondo orwelliano retto dal pensiero unico. B. Michael, Baruch Kimmerling, Tanya Reinhart, Jamal Zahalka e tanti altri possono pubblicare le loro analisi, gridare la loro collera e il loro dolore in termini ben più aspri di Daniel Mermet, Charles Enderlin, Rony Brauman, Pierre Vidal-Naquet, o Daniel Bensaid, senza per questo essere accusati, in Israele, di antisemitismo o di odio di sé. Corrisponde a verità che Information Juive[6] ha stilato un elenco di israeliani malati di odio di sé, tra i quali, oltre ad alcuni autori presenti in quest'opera, Zeev Sternel ed Amos Oz!

 

 

I protagonisti della resistenza

 

Se il libro si apre con i giornalisti, testimoni e commentatori dell'attualità, si conclude con le organizzazioni di resistenza all'occupazione e alla guerra coloniale. In un'opera dedicata alla voci alternative non ci si poteva limitare, infatti, a prese di posizioni e ad analisi, senza dare anche la parola a coloro che agiscono e il cui esempio apre la breccia che potrebbe permettere la coesistenza e la riconciliazione future.

Dal 2000, la resistenza in Israele si cristallizza intorno a due assi complementari: da un lato, tutto ciò che riguarda le iniziative di protesta, di denuncia e di rifiuto di collaborare alla politica di repressione nei territori palestinesi occupati; dall’altro lato, le iniziative tendenti a conservare la collaborazione attiva con i palestinesi. Naturalmente, spesso sono le stesse persone a partecipare ai due tipi di attività.

Pur non potendo fare l’elenco di tutte le iniziative, di tutti i movimenti e delle associazioni che si battono contro la politica coloniale israeliana, sono tuttavia necessarie una serie di osservazioni, che aiutano a capire in che cosa consista il movimento anticoloniale israeliano. Innanzitutto, in termini generazionali. Come nella maggior parte degli altri paesi del pianeta, più in particolare in Europa, la sinistra israeliana ha conosciuto anch’essa un ventennio di vuoto politico. Tra la guerra del Libano, nel 1982, e la seconda Intifada, a distanza di vent’anni, un’intera generazione si è allontanata dalla militanza politica, intraprendendo un processo di normalizzazione personale. Durante tutta la prima Intifada e negli “anni di Oslo”, sono stati i militanti che avevano già venti anni o più nel 1982 ad avere tenuto viva la fiaccola della resistenza e della lotta. Il nucleo attivo del Blocco della Pace (Gush Shalom), la principale organizzazione impegnata nella lotta contro l’occupazione nell’ultimo decennio, ha mediamente cinquant’anni.

Con la seconda Intifada, nasce alla politica una nuova generazione; i protagonisti hanno al massimo vent’anni al volgere del millennio, e li ritroviamo: nelle mobilitazione dei movimenti delle donne, al fianco di quelle che potrebbero essere le loro madri, nel movimento ebraico-arabo Taayush (Vivere insieme), oppure nel movimento dei refusnik il Coraggio di rifiutare. Ispirati dai veterani di Yesh Gvul, preferiscono organizzarsi in una nuova struttura, che meglio esprima le loro motivazioni e la loro specificità. Questa generazione di militanti è spesso vergine quanto a esperienza e cultura politica, ma è certamente più radicale della precedente, perlomeno ai suoi primi passi. Anche qui, ci troviamo di fronte a un fenomeno che non è solo israeliano.

Ciò che, inoltre, caratterizza l’attuale movimento anticoloniale è il suo rifiuto della real politik. Si dice “no” all’inaccettabile, e basta. Non c’è la tentazione di moderare la propria opposizione per tenere conto dell’opinione pubblica o per convincere i moderati di Peace Now, non foss’altro perché tra il consenso dominante e quelli che vi si oppongono c’è solo il vuoto. Contrariamente al 1982, sono relativamente pochi gli appelli alla pace, mentre abbondano ferme denunce, inequivocabili, dell’occupazione.

In terzo luogo, l’attuale movimento di resistenza, nella sua maggioranza, concepisce la propria azione solo nel quadro di una solidarietà e di una collaborazione più ampia con la resistenza del popolo palestinese: se la maggior parte delle iniziative promosse in Israele si rivolgono naturalmente all’opinione pubblica israeliana, è onnipresente la volontà di creare legami con le organizzazioni palestinesi, si tratti di coordinare iniziative comuni o di lanciare appelli comuni alle opinioni pubbliche di entrambe le comunità, per dimostrare che c’è un’alternativa e che esiste un interlocutore per una politica di pace e di coesistenza.

Nel momento in cui la politica israeliana brilla per la costruzione di un Muro che mira, al tempo stesso, a rinchiudere i palestinesi in veri e propri bantustan e a separare ermeticamente non Israele dalla Palestina, ma gli israeliani dai palestinesi, la volontà di collaborazione esprime oggi ben di più che non durante la prima Intifada. Si tratta in primo luogo del rifiuto della reclusione dei palestinesi nelle zone di residenza. C’è poi la scommessa, tenuta ferma, della coesistenza, vale a dire la coesistenza e l’interlocuzione su basi di uguaglianza e di rispetto reciproci; questo è il significato di fondo del concetto arabo di Taayush, sapientemente scelto dai/dalle giovani militanti del nuovo movimento. C’è infine, e forse soprattutto, il rifiuto di lasciarsi confinare in un nuovo ghetto, militarmente forte ma mortifero, che volta le spalle all’ambiente arabo circostante e lascia intravedere la sola prospettiva di una guerra permanente e di una rapida degenerazione in un integralismo di tipo messianico che porterebbe l’intera società israeliana alla rovina.

È il legittimo timore per questa logica di morte ad animare quelle migliaia di ebrei israeliani che non vogliono urlare insieme ai lupi in uniforme e ai rabbini che predicano la guerra santa.

 

Alcuni giusti a Sodoma e Gomorra? Sicuramente. Ma saranno tanti da salvare la loro città? Oppure, come Lot e la sua famiglia, la vedranno ridursi in cenere per la sua immoralità e la sua brutalità? O, ancora, saranno condannati a condividerne la sorte, rinunciando a salvare la propria vita e restando fino alla fine nella barca che affonda…

Se il Dio della Bibbia era disposto a rinunciare a distruggere le due città malvagie a pro di dieci giusti, non era disposto a farlo solo per Lot; come le poche migliaia di resistenti tedeschi non sono bastati a salvare la Germania dall’occupazione straniera e dal suo smembramento. Servirebbe una massa critica di oppositori per poter parlare di due Israele, uno occupante, brutale e colonialista, l’altro solidale, combattivo e anticolonialista; uno collaborazionista e l’altro resistente; uno colpevole, l’altro innocente.

Coloro che, in Israele, si oppongono alla guerra coloniale e si ribellano ai crimini di guerra lo fanno sicuramente per salvarsi l’anima, ma soprattutto per salvare il proprio popolo. Si ascolti con quanta rabbia denuncino Sharon e Ben Elizer, Peres e Ben Ami! È la giusta indignazione di quanti sono coscienti della natura non solo criminale ma suicida della politica di Israele, una politica portata avanti in nome loro, ma che li porta dritti dritti a Masada.[7]

(2003)                                                                                                           Michel Warshawski

 



[1] In genere, in Israele, quest’espressione si usa in senso spregiativo, quando non peggiorativo, per insultare chi sostiene un punto di vista etico.

[2] Gli immigrati erano distribuiti in precise località, ognuna gestita da un determinato partito politico; analogamente per le scuole, sia religiose sia laiche.

[3] La tessera di iscrizione all’Histadruth.

[4] Gush Emunim: la principale organizzazione dei coloni, negli anni Settanta e Ottanta. Sostiene un’ideologia di estrema destra e messianica.

[5] AIC: vi appartiene l’autore di questo scritto; organo del Centro è la rivista News from Within. [NdT]

[6] Giornale di destra, pubblicato in Francia.

[7] Masada: luogo della resistenza leggendaria dei sopravvissuti della grande rivolta degli ebrei contro Roma nel 71 d. C. [NdT]



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