Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Il manifesto e la rivoluzione culturale

Il manifesto e la rivoluzione culturale

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Oggi “il manifesto” ha pubblicato un “inserto speciale” sulla “Grande rivoluzione proletaria”. Una parte notevole degli articoli sono stralciati dal libro, uscito dieci anni fa, a cura di Tommaso Di Francesco, “L’assalto al cielo” per la casa editrice manifestolibri. Sono andato a scovare nelle stanze meno frequentate (anche da me, confesso) di quella parte del sito dedicata a I GRANDI NODI DEL NOVECENTO, la sottosezione Cuba e la Cina, e tra la dozzina di articoli miei, di Livio Maitan o di Ernest Mandel, ho trovato anche la recensione al libro del manifesto, e al dibattito che aveva provocato. E inoltre un progetto di libro che non si è concretizzato, ma per cui erano già pronti diversi capitoli. Lo ripropongo, scusandomi con quel migliaio di visitatori che li hanno letti a suo tempo, quando furono inseriti nel 2009. Mi ha colpito che in quasi tutti gli articoli dell’inserto del manifesto si dice esplicitamente che la rivoluzione culturale si era conclusa nel 1968. Badiou dice anzi che potrebbe accettare di anticiparne la conclusione al settembre 1967. Va bene, ma nessuno si domanda perché “il manifesto” (come quasi tutta la sinistra “rivoluzionaria” italiana compresa Lotta Continua) abbia fondato la sua ideologia sul mito di Mao e della rivoluzione culturale quando questa era stata già chiusa dall’alto, e Mao aveva esiliato nelle regioni più remote e arretrate della Cina milioni di Guardie rosse).

Qui di seguito l’introduzione al mio libro mai pubblicato, e la recensione a quello della manifestolibri, che comunque possono essere rintracciate insieme agli altri articoli se si ha la pazienza di cercare in Cuba e la Cina. (a.m.19/5/16)

1 Le speranze degli anni Sessanta

 

 

Questa introduzione è stata scritta per un libro ancora in gran parte da costruire: l'idea è partita dalla scoperta che il silenzio degli ex maoisti del '68 non voleva dire ripensamento e riflessione autocritica sui loro entusiasmi spesso acritici di allora. La riprova è la pervicacia con cui sono stati riproposti analoghi errori...

Ma quando ho cominciato a parlare del progetto, ho scoperto che la maggior parte delle giovani generazioni, anche politicizzate, sanno ben poco degli anni Sessanta e Settanta. Così ho cominciato a abbozzare capitoli e a riproporre documentazione, spesso utilizzando pagine chiarissime, e allora inascoltate, di Livio Maitan ed Ernest Mandel.

Il libro, per concretizzarsi, ha bisogno di suggerimenti e critiche. E di editori… Li attendo...

 

Gli anni Sessanta sono stati anni di grandissime speranze. Saranno in gran parte deluse, ma non erano infondate. Appena quindici anni prima la terribile esperienza della seconda guerra mondiale, con i suoi orrori, con un bilancio di vittime superiore a qualsiasi immaginazione, si era conclusa con la promessa di un lungo periodo di pace e di giustizia. Ma la pace era risultata presto fragilissima e precaria, la giustizia era stata negata ai vinti (con processi giuridicamente per lo meno discutibili)[1] e soprattutto ai popoli stessi che avevano sofferto sotto l'oppressione hitleriana: una nuova spartizione del mondo aveva assicurato l’estensione del sistema sovietico a molti paesi dell’Europa centro-orientale indipendentemente dalla volontà dei loro popoli, mentre come contropartita i partiti comunisti collaboravano a ristabilire l’ordine capitalista dalla Grecia alla Francia, dall’Italia alle colonie britanniche e francesi. Erano i cosiddetti “Accordi di Yalta”. Per i comunisti di tutto il mondo ciò sembrava confermare la giustezza della politica di Stalin, ma l’estensione del sistema sovietico a popolazioni che non lo volevano preparava le premesse delle crisi che si susseguiranno dal 1953 (Berlino Est), 1956 (Polonia e Ungheria), 1968 (Cecoslovacchia), 1970 e 1980 (Polonia).

L’unica eccezione alla spartizione dell’Europa fu quella della Jugoslavia, la cui resistenza aveva seguito una tattica diversa da quella proposta da Stalin, e aveva dimostrato che era possibile vincere senza che gli alleati, prostrati dalla guerra, potessero intervenire. Nei partiti comunisti quasi nessuno ne terrà conto, anche perché il partito comunista jugoslavo verrà presto “scomunicato” e messo al bando come “fascista” per la sua indipendenza di giudizio. Bene o male comunque sopravvisse alle minacce di Stalin, e subito dopo la sua morte ricevette le scuse dei successori del dittatore georgiano.

In realtà, in un’altra parte del mondo, anche il Vietnam e la Cina avevano seguito con successo una strada rivoluzionaria. Il partito comunista cinese, che si era rafforzato nel corso della guerra antigiapponese perché non aveva ascoltato i consigli di Stalin e aveva rifiutato di sciogliere la sua armata popolare, riuscì a liberare la Cina continentale nel 1949, e il partito comunista vietnamita, pur avendo tentato inizialmente - senza successo - la strada della conciliazione con la Francia, riprese la lotta contro i tentativi di riportarlo allo stato di colonia, sconfiggendo l’esercito francese a Dien Bien Phu nel 1954. La sua vittoria incoraggiò tutti i movimenti di liberazione nelle colonie e nei protettorati francesi: la Francia fu costretta a riconoscere subito l'indipendenza di Marocco e Tunisia, e a prometterla alla maggior parte delle colonie dell'Africa nera, per concentrarsi sull'Algeria, che arriverà comunque all’indipendenza nel 1962, dopo una cruentissima guerra.

Nel frattempo la Cina, nonostante le inevitabili difficoltà di un regime costituitosi solo da pochi anni, era intervenuta per bloccare l'intervento degli Stati Uniti e di parecchi Stati vassalli (coperto vergognosamente dall'ONU) nella Guerra di Corea. Con enorme stupore del mondo, le truppe nord coreane e cinesi, con un armamento modesto, ricacciarono gli Stati Uniti fino alla linea di confine tra le due Coree impedendo l'unificazione forzata del paese sotto il regime ultrareazionario di Syngman Rhee con una guerra costata decine di migliaia di soldati statunitensi (e milioni di coreani e cinesi, naturalmente), che doveva portare perfino a un brusco cambio alla presidenza negli USA.[2]

La guerra di Corea e la prima fase di quella del Vietnam si chiudono nel 1954 nella Conferenza di Ginevra, che vede entrare come protagonista sulla scena mondiale la Cina, che pure non è ancora riconosciuta dalla maggior parte dei paesi ed è fuori dell'ONU, dove è rappresentata da Formosa. Un anno dopo un gran numero di paesi ex coloniali lanciano da Bandung, in Indonesia, il movimento dei non allineati, a cui si unisce la Jugoslavia e successivamente Cuba.

Quella di Cuba è la prima rivoluzione socialista in occidente, ed è stata portata alla vittoria nel 1959 da una nuova avanguardia sorta al di fuori del partito comunista ufficiale, che ha invece predicato prudenza e condannato “l’avventurismo” dei barbudos.

L'incontro tra Cuba, consapevole e orgogliosa delle sue radici africane e della sua storia di paese in lotta contro l'eredità del passato coloniale, e il mondo afroasiatico sarà rapido e naturale. Già nel 1959 Guevara farà un viaggio che toccherà un gran numero di paesi ex coloniali, dal Marocco all'Indonesia, dall'Egitto all'India, ricevendo ovunque un'accoglienza entusiasmante. Cuba appariva una nuova speranza, la rivoluzione nel cuore dell'Occidente. Ma da quel "balcone afro-asiatico" Guevara poteva anche cogliere le novità di una rivoluzione anticoloniale che aveva avuto una brusca accelerazione da pochi anni. Nel 1956 aveva ricevuto nuovo alimento dalla nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez effettuata da Nasser, e dalla resistenza popolare egiziana all’aggressione anglo-franco-israeliana, resistenza che aveva compensato la grave inefficienza dell'esercito regolare di Nasser e aveva posto fine per sempre al vecchio colonialismo. I successi conseguiti pochi anni prima dagli intrighi e dalle aggressioni degli Stati Uniti in Iran, con il colpo di Stato che aveva sconfitto il leader nazionalista e laico Mossadeq, e in Guatemala, dove era stato cacciato il moderatissimo Jacobo Arbenz, sembravano annullati dalla nuova ondata di radicalizzazione.

Nel 1958 era stato spazzato via il regime filooccidentale dell'Iraq, ed era stato necessario un pesante intervento degli Stati Uniti nel Libano e della Gran Bretagna in Giordania per bloccare in quei paesi l'estensione della rivoluzione antimperialista.

In questo clima nel 1960 gran parte dei paesi dell’Africa (escluse le colonie portoghesi, che dovranno lottare fino al 1975) ottengono l’indipendenza, spesso concessa improvvisamente senza nessuna preparazione per poterla cancellare subito dopo, come avviene nel Congo ex belga, che vede l’intervento dei paracadutisti belgi (coperti poi dall’ONU) per deporre il legittimo capo del governo Patrice Lumumba, che sarà assassinato dai mercenari nel 1961. la vicenda del Congo segnerà un'intera generazione.

 

Questo mondo in movimento attira l'attenzione non solo degli antichi dominatori, che hanno tuttavia difficoltà a riciclarsi e a intervenire in forma diversa da quella puramente militare, e degli Stati Uniti che soprattutto dopo il 1956 hanno cominciato a sostituirsi alla Gran Bretagna in Medio Oriente (ma che tuttavia non riescono sempre a fronteggiare la nuova situazione). Anche l'URSS post-staliniana dedica molta attenzione a quello che comincia a essere definito il Terzo Mondo, con viaggi spettacolari dei suoi principali dirigenti, offerte di aiuti economici e soprattutto militari. Alcuni di questi aiuti hanno un notevole impatto propagandistico: ad esempio l'offerta all'Egitto di costruire la grande diga di Assuan che le potenze occidentali non avevano voluto finanziare.[3]

La Cina non poteva competere materialmente con Mosca, ma si presentava meglio, come parte essa stessa del mondo ex coloniale, soprattutto quando, iniziato in forma aperta il conflitto ideologico e politico con l'URSS, ha potuto utilizzare le evidenti contraddizioni della politica degli eredi di Stalin (ad esempio riprendendo quasi testualmente passi interi di discorsi di Castro e Guevara sulla "crisi dei missili" del 1962 nel primo documento di critica esplicita dell'URSS).[4]

L'incontro con Cuba avviene prestissimo, e si basava su una reale simpatia reciproca tra i due gruppi dirigenti. Guevara rimase incantato nel 1960 dalla sua prima visita alla Cina, anche per il confronto con l'India, visitata l'anno precedente, e per la sensazione che la Cina stesse "vivendo una fase della sua storia rivoluzionaria simile a quella cubana".[5] Ma fu colpito da un'abile formulazione di Zhou Enlai, che aveva rifiutato di mettere nel comunicato congiunto la frase "l'aiuto disinteressato dei paesi socialisti". Guevara nel suo rapporto raccontava che "ciò provocò una lunga discussione quasi filosofica". Zhou Enlai sostenne infatti che "essi davano un aiuto, ma un aiuto interessato; e che era un aiuto interessato anche se mancavano gli interessi finanziari, perché Cuba era in questo momento uno dei paesi all'avanguardia della lotta contro l'imperialismo, e l'imperialismo è il nemico comune di tutti i popoli, e aiutare Cuba era interesse di tutti i paesi socialisti".[6]

Erano parole che colpivano profondamente i dirigenti cubani. Cuba, in quegli anni, aiutò generosamente l'Algeria quando questa fu minacciata nel 1963 da un aggressione del Marocco. Sapendo che la rivoluzione che aveva appena vinto dopo anni terribili e con un bilancio di un milione di morti, era in grave pericolo perché disponeva solo di armi leggere (i francesi ritirandosi dopo la sconfitta umiliante avevano portato con loro tutte le armi pesanti), mentre il Marocco grazie al supporto tecnico degli Stati Uniti aveva carri armati e aerei, i dirigenti cubani non esitarono a inviare una nave carica di armi modernissime ricevute dall'URSS durante la crisi dei missili dell'anno precedente, tra cui jeep con mitragliatrici con dispositivi di puntamento a infrarossi, che permettevano di combattere anche di notte. La nave aggirò tutti i controlli perché il carico militare era nascosto sotto uno strato di sacchi di zucchero. C'erano anche duecento cubani addestrati all'uso di quelle armi. L'invio violava una precisa condizione posta dall'URSS: non cedere a nessun altro paese quelle armi sofisticate, che l'URSS negava ad esempio ai paesi satelliti, di cui diffidava, temendo che un giorno potessero usarli in una rivolta antisovietica, come era accaduto in Ungheria nel 1956.

Ben Bella, che era presidente del consiglio e di lì a poco avrebbe assunto anche la carica di presidente della repubblica (ma nel 1965 sarebbe stato destituito dal colpo di Stato di Boumedienne e incarcerato per lunghissimi anni), quarant'anni dopo ha ricostruito l'episodio, descrivendo l'emozione per quell'aiuto quasi simbolico (i cubani non fecero in tempo a entrare in azione) ma che era stato decisivo per convincere il Marocco, che ne aveva avuto notizia dai suoi servizi segreti, a ritirarsi e a rinunciare alle pretese territoriali. Ben Bella ha raccontato che, non sapendo come ricambiare quel gesto di solidarietà, caricarono la nave cubana di quel che avevano: datteri e alcuni cavalli arabi. Uno scambio basato non su valutazioni economiche delle rispettive donazioni, e che sembrava prefigurare nuovi rapporti tra le nazioni, o riecheggiare gli scambi indipendenti dal valore materiale e basati su antichi vincoli d'amicizia che a volte avvenivano tra i guerrieri greci e troiani nell'Iliade.

Dopo quel gesto, Cuba d'altra parte comincia in quegli anni a offrire consiglieri e armi ai movimenti di liberazione delle colonie portoghesi e del Congo, in cui i collaboratori del deposto e assassinato Lumumba si erano riorganizzati. Fino alla caduta di Ben Bella questi aiuti avvenivano con un accordo di collaborazione "tecnica". I cubani aiutavano i movimenti di liberazione africani, evitando un diretto coinvolgimento dell'Algeria, che invece provvedeva a far pervenire con le sue navi, meno direttamente sospettabili, carichi di armi e militanti cubani in diversi porti dell'America Latina.

Cuba, non il solo Guevara, era consapevole del pericolo di una “ricolonizzazione” dell’Africa, che avrebbe dato ancora qualche decennio di vita all’imperialismo; per questo tentò nel 1965 di fornire un aiuto tecnico anche ai guerriglieri lumumbisti, che nell'anno precedente avevano conseguito successi notevoli, liberando più di un terzo dell'immenso paese. Tuttavia quando in aprile duecento consiglieri cubani arrivarono nel paese, l'intervento imperialista (sotto le bandiere dell'UNU e con l'attiva partecipazione dell'Italia) aveva già modificato notevolmente la situazione mettendo saldamente in sella il dittatore Mobutu, che vi sarebbe rimasto indisturbato per tre decenni.

Alla spedizione si era unito all'ultimo momento lo stesso Guevara, che dovette però ritirarsi dopo pochi mesi per l’inesistenza di una forza organizzata a cui offrire la consulenza (i dirigenti congolesi “acculturati” - tra cui il futuro presidente Laurent Kabila - con cui avrebbero dovuto riorganizzare l’esercito dato che erano gli unici che parlavano francese, stavano tutti a godersi i finanziamenti dei paesi “socialisti” negli alberghi di lusso all’estero).[7]

Nel momento drammatico della ritirata dal Congo, Guevara scrisse una lettera a Zhou Enlai. Lo aveva incontrato pochi mesi prima, a Shangai, nel febbraio 1965, e la visita si era conclusa senza un comunicato, con una rottura di fatto. Non è difficile ricostruire la ragione della rottura, dato che era analoga a quella che si produsse negli stessi anni tra i dirigenti maoisti e diversi partiti comunisti dell'Asia, tra cui quello giapponese, che era stato insieme a quello indonesiano l'unico alleato importante della Cina nel movimento comunista internazionale: la rottura, nel caso del Pc del Giappone ampiamente documentata, era avvenuta per il rifiuto dei dirigenti giapponesi di accettare le condizioni cinesi, denunciando pubblicamente l'URSS come controrivoluzionaria. È verosimile che il motivo sia stato lo stesso. D'altra parte i rapporti tra i due Stati si stavano deteriorando rapidamente, e la Cina avrebbe subito dopo tagliato drasticamente gli acquisti di zucchero e le forniture di riso.

Non sappiamo comunque cosa Guevara avesse scritto nella sua lettera, scritta a Zhou Enlai appena arrivato a Dar es Salaam, e di cui mi ha dato conferma personalmente Pablo Rivalta, che era allora ambasciatore cubano in Tanzania. La lettera non è mai stata pubblicata né da Cuba, né dalla Cina. Guevara chiedeva aiuto, o consigli? O era interessato a conoscere meglio uno degli scritti non pubblici di Mao, dedicato alla critica di quello stesso Manuale di economia dell'Accademia delle Scienze dell'URSS che era da tempo oggetto principale della riflessione critica del Che?[8] Guevara poteva averne avuto notizia a Dar es Salaam, dove c'era la più grande ambasciata cinese dell'Africa, e non era impossibile qualche contatto dei diplomatici cinesi con quelli cubani.

Questi sono i pochi aspetti della vicenda e del pensiero di Guevara che sono ancora da chiarire. Il criterio con cui gli archivi vengono aperti, a Cuba e in Cina, non fa sperare novità importanti a breve scadenza. Ma intanto cercheremo di capire su cosa si era fondata la convergenza del 1960 e su cosa era avvenuta la rottura, neppure 5 anni dopo. (a.m.)

 

* * * * * * *

 

 

2. Il difficile bilancio dell'Assalto al cielo[9]

di Antonio Moscato

La raccolta di scritti sulla rivoluzione culturale cinese scelti e introdotti da Tommaso Di Francesco, è indubbiamente utile, non solo perché rompe un pluridecennale silenzio di gran parte dei militanti che, in forme più o meno sofisticate, scelsero il maoismo, coltivando il mito della rivoluzione culturale soprattutto quando questa era praticamente terminata, o trasformata in una cosa ben diversa da quel che era stata nel primo anno.

Si direbbe che negli ultimi tempi della Cina parlino quasi solo gli imprenditori, o qualche nostalgico del campismo, che spera che la Cina, pur capitalista, insieme all'India e alla Russia di Putin possa e voglia arginare la strapotenza degli Stati Uniti.[10]

L'assalto al cielo è apparso in coincidenza con il quarantesimo anniversario dell'inizio della rivoluzione culturale, ma non ha nulla di rituale e celebrativo e si propone di tracciare seriamente un bilancio di quel grande movimento, di cui è stato detto che ha lasciato tracce e nostalgie più fuori che dentro la Cina: lo tenta già la breve introduzione di Tommaso Di Francesco, ma soprattutto il saggio di Alain Badiou, che rivendica il suo passato maoista ma è molto rigoroso nel ricostruire le diverse fasi delle mobilitazioni delle Guardie rosse, proponendo una datazione che circoscrive "il momento rivoluzionario propriamente detto" al periodo compreso "tra il maggio 1966 e il settembre 1967", esteso al massimo fino al luglio 1968.

Questa è la tesi anche di Alessandro Russo, esposta illustrando il verbale della "scena conclusiva", come definisce in maniera convincente l'incontro tra Mao (insieme a gran parte del gruppo dirigente ristretto della rivoluzione culturale, composto in tutto da dodici persone!) con i principali rappresentanti delle diverse fazioni degli studenti rivoluzionari avvenuto il 28 luglio, appena pochi giorni dopo gli scontri cruenti tra le Guardie rosse e i militanti operai inviati nelle università per "pacificarle".[11]

Il testo commentato da Alessandro Russo meriterebbe di essere pubblicato integralmente: ad esempio le critiche di Mao al sapere accademico sono attualissime e utilizzabili nelle università italiane (come ho fatto immediatamente con i miei studenti a Lecce), anche se non così eccezionali da giustificare il culto persistente di Mao. Molte delle cose dette da Mao su come studiare erano da ben prima della rivoluzione culturale patrimonio comune a gran parte della sinistra (compreso, in Italia, perfino don Milani).[12]

Va detto che in genere non è facile capire, rileggendo con un certo distacco Mao, cosa ci trovassero di straordinario i suoi devoti: a parte le formulazioni tipo "L'uno che si divide in due", "Camminare su due gambe", ecc., anche il "Ribellarsi è giusto", che ho sentito ancora recentemente portare ad esempio di un eccezionale pensiero rivoluzionario, era un concetto che, variamente formulato, è sempre stato presente in ogni rivoluzione.

Analoga mitizzazione ho sentito più volte a proposito di una frase di Marcos ("andammo nella selva per educare i contadini, e loro ci hanno educati") che è bella, ma esprime quanto accade in ogni vera rivoluzione: penso a Castro e Guevara che nel 1957-1958 modificano il loro programma a contatto con i contadini della Sierra Maestra, ma anche a Lenin che, dopo la rivoluzione del 1905 e a contatto con le nuove leve operaie, mette in discussione il suo "Che fare?" e modifica profondamente la sua concezione del partito, dei criteri di reclutamento, ecc. Mi stupisce sempre che si consideri straordinario che Mao lo proponga dal vertice del potere (sia pure, si ammette, per sbloccare la paralisi del gruppo dirigente). Come primo esempio che viene in mente, c'è quello di Fidel Castro, di cui si dice non a torto che è "il capo del governo e dell'opposizione", per la sua abitudine a intervenire pesantemente attaccando ministri o criteri di funzionamento largamente condivisi.[13]

Il problema da valutare non è l'attacco all'ordine esistente, ma lo scopo che si prefiggeva e i metodi che usava Mao: viste le reazioni provocate allora, e gli esiti successivi della lotta in quello che continua a chiamarsi "partito comunista cinese, non mi sembra che il risultato sia stato incoraggiante.

Di tutti i testi contenuti nel libro, quello di K. S. Karol (che era stato scritto nel gennaio 1978, dopo che si era conclusa la fase di "interregno" seguita alla morte di Mao) è forse ancor più utile per cogliere i limiti della "grande rivoluzione culturale proletaria". All'interno di un giudizio largamente favorevole Karol non manca di sottolineare che non era l'intera classe dirigente a essere considerata non recuperabile, ma solo il 5% di essa. Ricorda che i comunisti cinesi "avevano sempre coperto i compagni dalle idee sbagliate", e avevano "nascosto alle masse i loro i dibattiti interni, compreso quello su Peng Tehuai nel 1959, «dimenticando» di segnalare al popolo la destituzione del celebre comandante che si era opposto alla linea del Grande balzo in avanti".

Ricostruendo la "riemersione" di Deng Xiaoping che, dopo essere diventato una "non persona" per anni, il 12 aprile 1973 durante un banchetto in onore di Sihanuk fu "condotto alla tavola d'onore dalla nipote di Mao", Karol osserva che Mao aveva forse "deliberatamente scelto questa forma scioccante" per creare un fatto compiuto.[14] Le premesse di quel recupero erano state il siluramento improvviso di Cen Pota, che era stato presidente del gruppo centrale della rivoluzione culturale, e poi soprattutto la scomparsa improvvisa in un misterioso incidente aereo di Lin Piao, "il più vicino compagno d'armi del presidente Mao" e suo successore designato. Qualche giorno dopo il presumibile abbattimento dell'aereo veniva steso un primo comunicato segreto, da leggere progressivamente ai "quadri".[15] Karol osserva imbarazzato che Lin Piao venne accusato nella prima fase di errori di "ultrasinistra" e di aver avuto il progetto di raggiungere l'URSS (accuse già in sé poco convincenti perché in contraddizione tra loro), per poi sostituire poco dopo l'accusa nel corso di una campagna che invitava a criticare Lin insieme a Confucio, attribuendogli "senza alcuna cura della verosimiglianza, le posizioni più tradizionaliste, produttiviste e gerarchiche, insomma di destra, le stesse che erano state attribuite all'antico presidente Liu Shaoqi".[16]

Analogamente non sappiamo niente degli operai che si erano mobilitati e che erano stati "sostituiti dall'esercito" per spezzarne gli scioperi, e che venivano presentati come esponenti del "frazionismo borghese", come dei due docenti che avevano scritto a Mao per porre dei problemi sul funzionamento delle università: della loro lettera conosciamo solo qualche stralcio ripreso dai dazebao che li condannavano.

Strano che neppure a Karol, ottimo conoscitore (per dolorosa esperienza diretta) dell'Unione sovietica, sia venuto in mente che questi metodi (e analogamente le modificazioni brusche degli organi dirigenti avvenute subito dopo un congresso e senza discussione pubblica) non dipendevano dall'eredità confuciana o da altre particolarità cinesi, ma direttamente dal modello dell'URSS staliniana. [17] Potenza accecante del mito.

La maggiore lacuna del libro è rappresentata dalla politica estera cinese, di cui semplicemente nessuno degli autori parla. Ma quando l'ho fatto notare nel dibattito di presentazione del libro, ho constatato che la Masi e soprattutto la Castellina non capivano neppure la mia obiezione, dato che ancor oggi non trovano nulla da ridire sul comportamento internazionale del gruppo maoista: la Masi sopravvalutava il ruolo della Cina nella conferenza di Bandung ed esaltava oltre misura il ruolo dei "non allineati" (sorvolando sul fatto che tra essi c'era perfino lo Shah), ma l'una e l'altra non trovavano evidentemente nulla da obiettare all'appoggio cinese a regimi come quello pakistano o alla repressione a Ceylon degli stessi giovani guevaristi e maoisti da parte della Bandaranaike, per non parlare del mantenimento di normali e cordiali relazioni diplomatiche con il Cile di Pinochet, che erano state interrotte perfino dall'Italia allora democristiana...

Mi ricorda l'atteggiamento di chi, pur criticando il grande terrore degli anni Trenta in URSS, si stupiva che avvenisse negli stessi anni in cui Stalin aveva abbandonato (sia pur momentaneamente) la teoria del socialfascismo, e aveva puntato tutto sui Fronti popolari, come se non fossero state due facce di una stessa medaglia: repressione violenta di ogni dissenso interno, e accordi cinici con l'imperialismo, prima franco-britannico, sulla pelle della rivoluzione spagnola e della lotta per l'indipendenza dei popoli coloniali, poi, all'occorrenza, con quello tedesco con gli accordi Ribbentrop-Molotov.[18]

Colpisce che i nostalgici della rivoluzione culturale evitino di domandarsi se l'entusiasmo acritico del 1968 e dei primi anni Settanta non possa spiegarsi con una scarsa e superficiale conoscenza di cosa era stato realmente e di come era stato chiuso brutalmente quel movimento che si continuava a esaltare. Possibile che, come ha fatto Luciana Castellina, si possa dire ancor oggi che la rivoluzione culturale è stata un'esperienza unica di dibattito pubblico in un "paese socialista"? Come si possono dimenticare i dibattiti che nella Russia rivoluzionaria si svilupparono su temi politici (come la pace di Brest Litovsk) o su grandi nodi teorici (l'accumulazione, il rapporto con i contadini, ecc.) almeno tra il 1917-1923, ma che non furono soppressi immediatamente anche negli anni successivi alla morte di Lenin? E che dire di Cuba, dove proprio nel 1963-1964, alla vigilia della rivoluzione culturale cinese, si era sviluppata (sulla stampa, non su dazebao accessibili solo a un'élite intellettuale urbana), la discussione sulla possibilità di non applicare meccanicamente il modello economico sovietico, di cui Guevara comprendeva l'inadeguatezza?

E ancora dopo la partenza di Guevara, a conferma che non si trattava dell'exploit di un singolo geniale autodidatta, la polemica con l'URSS si era sviluppata sia con le critiche severe alla sua politica estera "oggettivamente complice dell'imperialismo", sia con un'analisi rimasta insuperata della burocrazia, ben più ricca e complessa delle frecciate moralistiche di Mao ai nuovi borghesi. Un'analisi oggi accantonata e dimenticata anche nell'isola, per certi aspetti anche come conseguenza dell'isolamento in cui rimase Cuba dopo il fallimento della sua proposta di creare un terzo polo indipendente da Mosca e Pechino, non per contrapporsi ai due grandi paesi, ma per obbligarli a una specie di "Fronte unico internazionale" in difesa del Vietnam attaccato dall'imperialismo.[19]

In Italia fu pubblicata subito in appendice a un libro di un trotskista cubano, e sostanzialmente ignorata da chi stava orientandosi verso Pechino.[20]

Questo testo fu ripubblicato in Italia nel giugno 1994 in un numero speciale della rivista Marx Centouno, “Cuba risponde alla sfida” (a. IX, n. 16 n. s.), ma è stato nuovamente ignorato dalla sinistra italiana. Eppure "Marx centouno" aveva nel suo gruppo redazionale non pochi provenienti dal maoismo di varie sfumature, disposti a rimettere in discussione le vecchie certezze, come si vide in momenti critici come Tien Anmen e poi il crollo dell'URSS, che furono affrontati con un dibattito veramente aperto. Ma era un atteggiamento non molto condiviso dalla maggior parte di quanto restava della sinistra, a quanto pare. Ora gli editoriali del "Granma" sulla burocrazia vengono riproposti come conclusione del mio nuovo libro su Guevara: riusciranno a essere presi in considerazione finalmente anche da chi li aveva ignorati allora?

Ma lasciamo da parte Guevara e il momento più alto della riflessione cubana sulla burocrazia, che abbiamo ricordato qui solo per sottolineare quanto ci sembra strano considerare ancor oggi "eccezionale" il dibattito cinese del 1966-1967, che lo stesso Karol (che non tira mai fino in fondo le conclusioni, ma è il più articolato degli autori di questo libro) definisce in questo modo: la Cina è un paese su due piani, "nel quale coloro che parlano al piano superiore hanno un loro linguaggio, difficilmente traducibile – almeno nell'immediato – per la base" (ma in fondo anche per chi cerca di decifrare in altri paesi gli oracoli di Mao, interpretandoli spesso confondendo i propri desideri con la realtà).

Karol segnala il modo molto significativo con cui Deng, appena riabilitato, viene di nuovo attaccato senza farne il nome dallo stesso Mao il 16 febbraio 1976: si accenna solo a un responsabile molto in alto che ha "diviso senza scrupoli il Comitato Centrale". Il 28 marzo dello stesso anno l'attacco diventa più esplicito, ma non del tutto: si precisa che si tratta di un dirigente che "non sa distinguere un gatto bianco da un gatto nero e non è in grado di comprendere la differenza tra l'imperialismo e il marxismo". L'identikit di Deng è perfetto, perché era lui che aveva detto che "poco importa che un gatto sia bianco o nero, se acchiappa i topi è un buon gatto", ma il nome non c'è. Una sofisticata tecnica cinese? Macché! Anche Stalin, quando aveva cominciato l'attacco ai suoi complici Bucharin, Tomskij e Rykov nel luglio 1928, li aveva messi alle corde per mesi senza mai farne il nome, parlando di indefiniti "deviazionisti di destra", fino alla stesura di una risoluzione "segreta" del febbraio 1929 che li condannava. Una specie di gioco del gatto col topo...

A quanto pare tanti entusiasmi per le "particolarità" cinesi si spiegano solo con una scarsa conoscenza dello stalinismo (l'argomento non dovrebbe valere per Karol, che ne aveva avuto esperienza diretta: ma la scelta di stare con "il movimento" che si orientava verso Pechino portò in pratica allo stesso risultato).

Colpisce che oggi alcuni ex dirigenti della ex "nuova sinistra" ammettono, senza ricavarne nessuna conseguenza, che la rivoluzione culturale era finita o trasformata sotto la pesante influenza normalizzatrice dell'esercito già nel 1968, quando loro la esaltavano, mentre liquidavano completamente il ruolo di Cuba e quanto si poteva già conoscere della riflessione di Guevara. Eppure nel 1969 era uscito un libro straordinario di Livio Maitan, tradotto in molte lingue, in cui c'erano tutti gli elementi per capire. In Italia fu non solo pochissimo letto, ma anche calunniato, attribuendogli tesi mai sostenute, come la riduzione della rivoluzione culturale a una manovra burocratica di Mao.[21] Soltanto Aldo Natoli accettò di leggerlo e di discuterlo con l'autore in un'affollata assemblea alla Casa dello Studente di Roma. Ma Aldo Natoli era l'unico dirigente proveniente dal PCI che aveva saputo riflettere sul suo passato dogmatico, spiegando che a suo tempo non aveva voluto neppure leggere Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, perché gli era stato detto che era un libro anticomunista...

Il libro di Maitan era basato su decine di migliaia di testi cinesi (documenti, articoli della stampa locale, ecc.) raccolti dai centri studi di Hong Kong e di Taiwan e di cui nessuno studioso serio ha rifiutato l'attendibilità, ma che in Italia venivano liquidati come "fonti della CIA" da chi si basava invece solo sui reticenti e mistificanti bollettini ufficiali (naturalmente utilizzati anch'essi meticolosamente, ma non esclusivamente, da Maitan). Un libro esaurito da tempo, che meriterebbe di essere ristampato integralmente (una sintesi del bilancio della rivoluzione culturale può comunque essere letta nel più recente libro dello stesso Livio Maitan, Il dilemma cinese. Analisi critica della Cina rivoluzionaria 1949-1993, Data News, Roma, 1994).

Ma non sarebbe male riprendere la discussione sulla rivoluzione culturale valutando i suoi effetti sulla "nuova sinistra" di quegli anni, in Italia e nel mondo, a partire dall'esame di un certo numero di riviste delle maggiori formazioni che alla Cina facevano riferimento negli anni Sessanta e Settanta.

P. S. Guevara e Mao

Ho accennato al Guevara rapidamente dimenticato o semplicemente ignorato dalla cosiddetta "nuova sinistra" per quasi venti anni. La responsabilità naturalmente è anche di chi ha tenuto nascoste per quaranta anni le più mature riflessioni del Che. Ma non era impossibile intuire la sostanza della sua critica e le ragioni della sua partenza da Cuba anche basandosi solo sui pochi testi editi (in particolare Il socialismo e l'uomo a Cuba, il discorso di Algeri del febbraio 1965, il messaggio alla Tricontinentale). Era già possibile capire che anche a Guevara "il socialismo come fatto puramente economico" non interessava (mentre questo concetto elementare viene presentato come merito esclusivo di Mao). Per questo ho dedicato tanti anni alla ricerca degli scritti inediti, di cui alcuni imbecilli hanno continuato a negare l'esistenza perfino mentre si cominciavano a stampare a Cuba, come effetto della lunga campagna per portarli alla luce.

Ora è possibile finalmente affrontare meglio il problema del rapporto del Che con Mao, fatto di ammirazione ed entusiasmo prima, poi di inquietudine per la discordanza tra le belle enunciazioni internazionaliste e la pratica. Ed è possibile confrontare gli scritti dedicati dai due rivoluzionari alle critiche al Manuale di Economia politica dell'Accademia delle Scienze dell'URSS.

Io stesso, che avevo in vari scritti accennato a questo problema, insieme ad altri rimasti da chiarire nell'ultimo Guevara (ad esempio la lettera scritta a Zhou Enlai mentre il Che si stava ritirando dal Congo), non avevo potuto andare più avanti, perché quando avevo avuto una decina di anni fa la possibilità di leggere le 225 note del Che sul Manuale, avevo potuto copiarne solo la metà: certo le più importanti, ma insufficienti per un confronto filologicamente corretto con le 76 note stese da Mao. E molto probabile che Guevara abbia potuto conoscere almeno le linee generali del testo di Mao in Tanzania, dove di ritorno dal Congo stava sistematizzando i suoi appunti critici sul Manuale sovietico. Il testo di Mao gli poteva essere stato presentato per lo meno sommariamente da qualche funzionario dell'ambasciata cinese a Dar es Salam, che era la più grande dell'Africa, e aveva una funzione largamente propagandistica.[22]

Le coincidenze non sono molte e nell'insieme sembra assai più ricco e sistematico il lavoro di Guevara, che ha meno reticenze e non usa le formule rituali a cui Mao ricorre spesso per attenuare un giudizio critico. Nell'insieme vale la pena di tentare un confronto sinottico. Va detto già comunque che Guevara ha probabilmente steso le note a mano a mano che leggeva il libro, seguendone diligentemente l'ordine, mentre quelle di Mao sono meno sistematiche. Ma alcuni dei passi criticati sono gli stessi.

Sarà una buona occasione per riprendere la riflessione sui limiti di Mao, che ha spesso sfumato o anche occultato le sue divergenze da Stalin, limitandosi a rendere omaggio formale al suo pensiero e ai suoi consigli politici, ad esempio sull'alleanza interclassista con il Kuo Min-tang di Jang Jieshi (Chiang Kai-shek), non solo durante ma anche dopo la guerra antigiapponese, salvo poi agire in modo radicalmente diverso. Non è un mistero per nessuno questo atteggiamento, ed alcuni lo hanno esaltato anzi come quello di un "padre Zappata" al contrario, che predicava male e razzolava bene. Ma dimenticavano che, "predicando male", si educavano in modo distorto i militanti che prendevano alla lettera quel che si scriveva nei documenti.

Lo stesso si può dire per le "doppie verità" di gran parte dei partiti comunisti stalinizzati, o comunque assimilati a quello sovietico come quello cubano: i compagni del PRT argentino rifugiatisi a Cuba dopo l'evasione da Trelew riferirono al segretariato unificato della Quarta Internazionale che Castro in privato esprimeva sull'URSS giudizi severissimi e analoghi a quelli trotskisti. Ma quelle dichiarazioni di Castro e di una mezza dozzina di comandanti venivano fatte solo a quattr'occhi ai compagni del PRT, per incoraggiarli a lasciare la Quarta ("Altrimenti non avrete mai l'appoggio dell'URSS").[23] A che vi serve la Quarta, diceva, se anche noi la pensiamo allo stesso modo? Intanto decine di migliaia di giovani cubani venivano indottrinati, nell'isola e a maggior ragione nelle università sovietiche, al culto del grande marxista leninista Leonid Breznev...



[1] Norimberga e Giappone... evitavano di toccare le responsabilità delle potenze vincitrici ma anche violenze contro il popolo tedesco che paga per Hitler, quello ungherese... marocchinate italiane. Omertà sui crimini tedeschi in Italia

[2] democratici e repubblicani non conta... Importante è chi è sconfitto e perché: la guerra di Corea era stata avviata e condotta dal democratico Truman, quella del Vietnam dal democratico Kennedy e dal suo successore Lindon Johnson. In entrambi i casi a gestire il disimpegno furoo due repubblicani

[3] Col tempo si verificherà che i risultati dell'opera non saranno così positivi (alterazioni del clima, impoverimento della acque, non più cariche delle sostanze organiche che il Nilo depositava sui terreni inondati ogni anno e dopo la creazione della diga si sono depositate nel grande invaso), ma in quegli anni il prestigio dell'URSS aumentò notevolmente, anche per l'effetto psicologico dei successi nella corsa allo spazio.

[4] Che tuttavia, confermando la profondità dell'impronta staliniana sui dirigenti cinesi, parlava a nuora perché suocera intendesse e fingeva quindi di essere dedicato alle "divergenze tra il compagno Togliatti e noi"... Il testo è compreso nella documentazione raccolta tempestivamente in Italia (per primi) da Gallerano, Savelli e Gabriele, con prefazione di Lucio Libertini: Dossier dei comunisti cinesi, ed Avanti!, 1963.

[5] Ernesto Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia 1959-1967, Einaudi, Torino, 1969, p. 913. (Ma merita di essere letto tutto il vivacissimo resoconto del suo lungo viaggio, pp. 902-951).

[6] Ivi, p. 915.

[7] Il risultato è che il Congo, ribattezzato poi Zaire da Mobutu, pur dotato di immense ricchezze naturali, è oggi uno dei paesi più poveri dell’Africa. Sulle complesse ragioni che spinsero il Che a unirsi pochi giorni prima della partenza a una spedizione di cui condivideva l'impostazione, ma che non aveva contribuito a preparare, e che risultò effettivamente mal preparata, si veda il mio Guevara inedito, Alegre, Roma, 2006. Il bilancio del Che su quell'esperienza africana è in Ernesto Che Guevara, Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo, Sperling & Kupfer, Milano, 1999.

[8] È interessante che i due testi siano rimasti inediti per tanti anni. Nel caso di Guevara, per ben quarant'anni,

e non per sua scelta, mentre il testo di Mao era del 1960, ma era circolato solo in edizioni riservate non ufficiali,

prima di essere inserito nel 1967 e nel 1969 in due raccolte sempre non ufficiali dei suoi scritti. Molti altri scritti

importanti di Mao d'altra parte non sono stati inseriti nella edizione ufficiale delle sue opere. Alcuni di questi scritti

sono stati pubblicati anche in Italia in due volumetti: Mao Tse-tung, Su Stalin e sull'URSS. Scritti sulla costruzione

del socialismo 1958-1961. Introduzione di Gianni Sofri, Einaudi, Torino, 1975; Mao Tse-tung, Note su Stalin e il

socialismo sovietico, a cura di Hu Chi-hsi, prefazione di Aldo Natoli, Laterza, Roma- Bari, 1975.

 

 

[9] Tommaso Di Francesco (a cura di), L'assalto al cielo. La rivoluzione culturale quarant'anni dopo, Manifestolibri,

Roma, 2006. Questa recensione e la riflessione sul dibattito che lo ha presentato, ha spinto ad avviare il progetto di

libro su Cuba e Cina.

[10] Eccezione positiva il libro curato da Oscar Marchisio, Cina & capitalismo, ovvero un matrimonio "quasi" riuscito, Sapere 2000, Roma, 2006, il cui pezzo forte è il saggio di Wang Hui, docente a Pechino e direttore della rivista "Dushu", su Il 1989 e le radici storiche del neoliberismo cinese. Ma sono molto utili anche il saggio di Claudia Pozzana e Alessandro Russo su Il nuovo ordine cinese e i passati disordini, e quelli di Gaia Perini e Orana Bonan.

[11] Alle stesse conclusioni si poteva arrivare anche attraverso il libro di William Hinton, La guerra dei cento giorni. Rivoluzione culturale e studenti in Cina, Einaudi, Torino, 1975 (ma pubblicato dalla Monthly Rewiew Press tre anni prima.

[12] Ultimamente è di moda tirare in ballo Gramsci comparandolo con qualche forzatura a Mao o a Guevara, come mi è capitato di sentire più volte in recenti dibattiti, con mio grande stupore, per molti aspetti che tra l'altro non erano esclusivi in nessuno dei tre. Ad esempio la polemica contro gli studi accademici e astratti era comune a tutto il movimento operaio dalle sue origini. In Italia andò poi quasi completamente smarrita in seguito all'afflusso di un gran numero di accademici pedanti e spesso autoritari nelle file del PCI nel secondo dopoguerra e soprattutto verso la metà degli anni Settanta.

[13] Ne ho parlato largamente nell'ultima edizione della mia Breve storia di Cuba, e anche nell'articolo pubblicato nel numero 18 di "Erre". Lo ricordo soprattutto per sottolineare che questo metodo di mobilitare le masse (che ha caratterizzato, sia pure in forme scandalosamente strumentali, la stessa lotta di Stalin contro i suoi oppositori) non sempre dà risultati positivi...

[14] A proposito di come si diventava "non persona" in Cina, come in URSS (e altrove...), basti pensare che nell'edizione del 1969 delle Note di lettura sul Manuale di economia, il nome di Liu Shaoqi, che nel 1967 figurava ancora come autore di un rapporto all'VIII Congresso del partito, era stato sostituito da un "XX"!

[15] Il metodo dei testi segreti da far circolare gradatamente nel partito controllando le reazioni alla loro lettura era abituale in URSS. Si pensi alla forzatura di Chrusciov al XX Congresso, che presentò ai delegati una versione del famoso "Rapporto segreto" non concordato con il resto del Politbjuro, ma poi divenuto fatto compiuto irreversibile attraverso le letture del testo in tutte le strutture del partito, e la comunicazione ai dirigenti dei "partiti fratelli".

[16] L'assalto al cielo, cit., pp. 176-177. Nel libro di Deng Rong, Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale, Rizzoli, Milano, 2003, pp. 177-179, si ricostruisce efficacemente come a un ex dirigente del PCC divenuto un cittadino qualsiasi ed esiliato in una località lontanissima dalla capitale arrivavano dai notiziari stranieri le notizie su avvenimenti taciuti dai mezzi di informazione cinesi. Den Rong è la figlia di Deng.

[17] In un dibattito di presentazione del libro tenutosi a Roma il 15 maggio, con relazioni di Edoarda Masi e Luciana Castellina, e interventi di diversi studiosi, paradossalmente mi sono trovato per la prima volta d'accordo al cento per cento con Rita Di Leo (con cui in passato avevo polemizzato in diverse occasioni) perché ha sottolineato che i punti di contatto tra Cina e URSS, nel passato e perfino ora nelle "transizioni" al capitalismo, sono assai maggiori dei punti di divergenza.

[18] Non va dimenticato che anche alcune delle più violente campagne repressive staliniane, quella sociale per la collettivizzazione forzata delle campagne del 1929-1932, e quelle politiche che si svilupparono a ondate successive dopo la morte di Kirov e in concomitanza con i grandi processi di Mosca, furono per vari aspetti accompagnate da grandi mobilitazioni di massa: più nota quella contro i kulaki o presunti tali, a cui dovette partecipare anche Pasternak, rimanendone turbato, ma anche durante il "Grande Terrore": mentre a milioni sparivano nel GuLag, altri partecipavano più o meno in buona fede a spedirli nel gorgo con la loro delazione, a volte per impossessarsi di una stanza nell'appartamento in coabitazione, o per far carriera prendendo il posto di chi veniva arrestato. Vi furono ufficiali che nel 1937-1938 salirono in un anno di tre o quattro gradi...

[19] Il fallimento dell'ultimo tentativo di rendere Cuba più autonoma dall'URSS avvenne nel 1971-1972, con la grande zafra dei dieci milioni di tonnellate. La successiva relativa emarginazione di Castro, sottoposto per vari anni a un rigido controllo da parte della componente dogmatica filosovietica, era in parte dovuta alla lunga serie di errori compiuti sul piano economico, ma anche all'isolamento in cui si veniva a trovare la Cuba rivoluzionaria isolata, in un mondo in cui si moltiplicavano le sconfitte della sinistra, anche dai movimenti rivoluzionari europei approdati al maoismo, che liquidavano Cuba come semplice appendice dell'URSS "socialimperialista".

[20] David Alexander, Cuba, la via rivoluzionaria al socialismo, Samonà e Savelli, Roma, 1967.

[21] Livio Maitan, Partito esercito e masse nella crisi cinese. Una interpretazione marxista della rivoluzione culturale, Samonà e Savelli, 1969. Il sottotitolo era in evidente polemica con l'approccio idealistico della maggior parte dei maoisti italiani a un processo che, lungi dal ridurre a "manovra", Maitan interpretava a partire dalle contraddizioni sociali apertesi nel primo quindicennio della repubblica popolare cinese.

[22] Il testo di Mao era del 1960, ma era circolato solo in edizioni riservate non ufficiali, prima di essere inserito nel 1967 e nel 1969 in due raccolte sempre non ufficiali dei suoi scritti. Molti altri scritti importanti di Mao non sono stati inseriti nella edizione ufficiale delle sue opere. In Italia è apparso in due volumetti: Mao Tse-tung, Su Stalin e sull'URSS. Scritti sulla costruzione del socialismo 1958-1961, Introduzione di Gianni Sofri, Einaudi, Torino, 1975; Mao Tse-tung, Note su Stalin e il socialismo sovietico, a cura di Hu Chi-hsi, prefazione di Aldo Natoli, Laterza, Roma-Bari, 1975.

[23] Inutile dire che i compagni del PRT o quelli dei Montoneros l'aiuto dell'URSS non l'hanno mai avuto. Non l'hanno avuto nemmeno le migliaia di comunisti argentini massacrati dalla dittatura, con cui l'URSS faceva buoni affari, e che i vertici del loro stesso partito criticavano molto blandamente, ignorando il genocidio non meno dei vertici della Chiesa cattolica.

 



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