Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Perry Anderson - La degradazione del sistema politico in Brasile

Perry Anderson - La degradazione del sistema politico in Brasile [2]

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di Perry Anderson - [i]

da Vientosur

Il moralizzatore dai conti bancari segreti

Queste Chiese, anche se in modo più passivo e generico delle loro controparti statunitensi, costituiscono un serbatoio conservatore per gli aggressivi leader della destra nel Congresso. Qui, sintomaticamente, il presidente del Fronte Evangelico è un nerboruto pastore, già agente di polizia, che fa parte del gruppo parlamentare del PSDB. Qui, inoltre, alla presidenza della Camera dei deputati (la prima carica per importanza del Congresso e la terza a livello statale dopo il presidente e il vicepresidente) era stato eletto nel febbraio 2015 Eduardo Cunha, un operatore di borsa evangelico di Rio, alla testa del gruppo parlamentare del PMDB. Unanimemente riconosciuto come il più acerrimo nemico di Dilma – che aveva vanamente cercato di impedirne l’elezione – la sua eleganza e i suoi modi imperturbabili celavano un uomo politico eccezionalmente abile e spietato, un genio nell’arte della manipolazione parlamentare e della gestione degli affari, dal quale gran parte del cosiddetto “basso clero” congressuale dipendeva, e col quale la parte restante temeva di scontrarsi. Non appena le manifestazioni di strada cominciarono a chiedere l’impeachment di Dilma, Cunha assunse il ruolo di punta di lancia dello schieramento parlamentare che ne esigeva la cacciata, col pretesto del fatto che prima delle elezioni essa aveva trasferito, in modo improprio, fondi dalle banche statali a conti federali.

In un crescendo continuo, in settembre il movimento per destituire Dilma andò assumendo ingenti dimensioni, conglobando forze e personalità che si intrecciavano fra loro in svariati modi: dai “giovani turchi” del MBL e del ROL che si facevano fotografare accanto a Cunha a baluardi della legge come Moro e Dallagnol (anch’esso evangelico) che andavano a braccetto con esponenti del PSDB e delle lobby pro-impeachment, per non parlare della stampa che quotidianamente sfornava virulente denunce contro il PT e Planalto. Quanto a Dilma, o aveva illegalmente celato un deficit nei bilanci dello Stato per farsi rieleggere, o aveva permesso che la sua campagna elettorale fosse finanziata con abbondanti iniezioni di denaro proveniente dalla corruzione, ... o era colpevole di entrambe le cose: in ogni caso, v’erano motivi sufficienti per una sua rapida destituzione. Secondo i sondaggi, l’80 % della popolazione voleva che se ne andasse.

È in questo contesto che scoppia la bomba. Alla metà di ottobre le autorità svizzere comunicano al procuratore generale di Brasilia che Cunha aveva non meno di quattro conti bancari in quel Paese (poco dopo ne saltò fuori un altro negli Stati Uniti), uno dei quali intestato a sua moglie e un altro a una società di comodo di Singapore collegata a un’analoga società della Nuova Zelanda: per un totale di 16 milioni di dollari, e cioè trentasette volte più di quanto aveva dichiarato in Brasile. La coppia dei Cunha possedeva inoltre a Rio de Janeiro, tramite due compagnie locali – una delle quali, e sembra una barzelletta, era la Jesus.com -, una flottiglia di nove limousines e SUV. I sospetti che dietro vi fossero tangenti della Petrobras cominciarono a farsi consistenti. E anche per la stampa più allineata tutto ciò iniziò a sembrare eccessivo. Così nel Congresso si mise in scena una strana commedia. Secondo la Costituzione brasiliana, il presidente della Camera ha il potere di proporre un procedimento di impeachment del presidente della Repubblica. Da mesi il PSDB corteggiava Cunha, trattando riservatamente con lui tattica e tempistica dell’iniziativa. La rivelazione dell’esistenza del suo tesoretto svizzero, con prove decisamente più schiaccianti di quelle addotte contro Dilma, pose quel partito in grave imbarazzo. Che fare? Da Cunha dipendeva la possibilità di avviare l’impeachment, che se fosse andato in porto avrebbe comportato l’annullamento delle elezioni del 2014 e garantito la vittoria di Neves in quelle successive. Si decise di compromettersi il meno possibile circa le notizie provenienti da Berna, facendo peraltro osservare che Cunha non s’era ancora pronunciato in proposito e pertanto doveva essere considerato innocente fino a prova contraria. Ma nemmeno i media amici poterono trattenersi: com’era possibile che il partito della moralizzazione “coprisse” un crimine così sfacciato? Di fronte a questa levata di scudi, il PSDB fu costretto a battere in ritirata, annunciando a malincuore di non poter garantire più il suo appoggio al presidente della Camera quando un piccolo partito socialista [9] depositò una mozione per farlo decadere da deputato. Vedendosi abbandonato dal PSDB, Cunha operò un rapido dietrofront. In negoziati segreti offrì al PT di bloccare l’impeachment di Dilma in cambio della sua opposizione all’annullamento del proprio mandato parlamentare. Detto, fatto. I ministri del PT, non meno spudorati degli esponenti del PSDB, accettarono di aiutarlo a mantenere la carica, purché non muovesse un dito contro Dilma. Questo balletto surreale non venne digerito da quella parte del PT che era estranea al mondo parlamentare, e l’accordo sfumò. Per qualche tempo sembrò che la situazione di Cunha fosse insostenibile, e che la causa dell’impeachment fosse stata compromessa a tal punto da lui da non aver quasi più alcuna possibilità di concretarsi.

Cardoso, un Homo politicus piccolo piccolo

Tuttavia, il principale depositario delle speranze di farla finita con il PT non aveva disarmato. Fin dall’inizio della crisi, infatti, Cardoso era diventato onnipresente nei mezzi di comunicazione di massa: la sua immagine compariva ovunque, in un torrente di interviste, articoli, discorsi. Da sempre apprezzato dai baroni della stampa, la sua riproposizione al centro della scena era frutto di un calcolo politico comune. Presentandolo come il più eminente statista della Repubblica, che a lui doveva la stabilità conseguita, editori e giornalisti facevano a gara per “venderlo” come uno studioso di statura internazionale, l’unica voce di saggezza e di responsabilità in un Paese in tragiche condizioni: questo coro di sicofanti era inoltre accompagnato da cortigiani disseminati nella stampa e nelle università del mondo anglosassone. Tutta questa apoteosi si spiegava facilmente: la presidenza Cardoso aveva somministrato al Brasile una robusta dose di amministrazione favorevole al mercato, la medicina di cui si sentiva urgentemente la mancanza dopo i disastri del populismo del PT. Cardoso, che da presidente aveva detto che il fatto che «il Brasile non ama[sse] il sistema capitalista» costituiva «una enorme difficoltà», si trovava a proprio agio in questo ruolo. Ma era mosso anche da un motivo più personale. Quando aveva lasciata la presidenza, il suo indice di gradimento non era molto superiore a quello di Dilma oggi, e durante otto anni aveva dovuto subire il duro paragone con Lula, un presidente molto più popolare, che aveva ripudiato ciò che lui, Cardoso, aveva lasciato come eredità politica e aveva trasformato radicalmente il Paese, assicurando al PT un governo della durata doppia del suo.

Era stata dura da ingoiare. Poteva l’aura di pensatore reggere alla perdita di prestigio come uomo politico di governo? Oggettivamente, il suo secondo mandato era risultato meno popolare del primo: e questo è un fatto abbastanza normale. Ma nella rincorsa della presidenza Cardoso aveva sacrificato non solo le sue precedenti convinzioni, socialiste e marxiste, ma, col tempo, anche i suoi modelli intellettuali. La inconsistenza delle sue ultime uscite – banalità a favore della globalizzazione e confusione di fronte ai suoi effetti collaterali – lascia interdetti. In alcune rare occasioni egli forse riusciva a comprendere ciò: «Debbo ammettere», si lasciò sfuggire una volta, «che nonostante la mia robusta base intellettuale, io sono fondamentalmente un Homo politicus». Ma, soggettivamente, la vanità - pungolata dalle grandiose aspirazioni politiche di un ex operaio senza formazione - non gli permette di rinunciare a pretese più cerebrali. Qualche tempo fa, avviluppato nel verde e nel giallo [10] dell’Accademia brasiliana - una copia tropicale della versione originale e pomposa francese – con a fianco la spada, dichiarò che per tutta la durata di una carriera coerente e di una amministrazione creativa il sociologo e il presidente che erano in lui non s’erano mai scontrati, essendo in completa sintonia l’uno con l’altro.

Per anni aveva avuto motivi per lamentarsi del fatto che il PSDB, ora all’opposizione, non s’era dimostrato sufficientemente fedele alla memoria del suo leader massimo, evitando di difenderne con decisione la modernizzazione del Paese e il coraggioso programma di privatizzazioni. Ora, tuttavia, la crisi del lulopetismo – così lo designava, regolarmente e sdegnosamente, sottintendendo qualcosa di più vile e demagogico del semplice petismo, e cioè del sostegno al PT - dimostrava quanto lui avesse visto giusto. Se qualcosa di buono era stato fatto durante il governo del PT, era merito di ciò che lui aveva lasciato in eredità. Tutto quanto invece v’era stato di disastroso era proprio quello contro cui lui aveva messo in guardia. Era ormai arrivato il tempo di innalzare nuovamente le bandiere del 1994 e del 1998, senza alcuna remora, e di porre fine al malgoverno del PT. Anche se lui personalmente non lo aveva proposto, l’impeachment era lo strumento adatto, se si riusciva a trovarne le basi legali. Ma se ciò non fosse stato possibile, Dilma avrebbe comunque potuto essere destituita con strumenti politici. Quindi – e qui i calcoli di Cardoso sono diversi da quelli della nuova generazione dei congressisti del PSDB, ansiosi di arrivare al potere - era meglio puntare sull’azione del potere giudiziario.

Questa sua fiducia, fondata sui suoi stretti legami con i giudici “veterani”, era tutt’altro che infondata. L’incaricato di presiedere il caso contro Dilma nel Tribunale supremo elettorale era Gilmar Mendes, un intimo amico di Cardoso, da questi nominato alla Corte suprema, dove ancor oggi siede, e che mai aveva fatto mistero della sua ostilità verso il PT. Dilma comunque era un obiettivo secondario. Per Cardoso il bersaglio principale da colpire era Lula, non tanto per una banale questione di rivincita – cosa che comunque lo solleticava -, quanto perché c’era il pericolo, data la sua popolarità e nell’ipotesi che Dilma riuscisse a sopravvivere sino ad allora, che potesse rivincere nel 2018, impedendo al PSDB di riprendere la guida del Paese per una responsabile modernizzazione. I suggerimenti di Cardoso erano appena stati pronunciati ed ecco che nella stampa cominciò ad apparire una serie di indiscrezioni, che il pool del Lava Jato lasciava filtrare una a una, sul coinvolgimento di Lula in sospette transazioni finanziarie d’interesse personale: viaggi su aerei aziendali, discorsi remunerati dalle compagnie di costruzione, versamenti per appartamenti sul lungomare, ristrutturazione di una casa di campagna, per non parlare di certi opachi profitti di uno dei suoi figli. Seguì poi l’arresto di un suo amico, un proprietario terriero milionario, con l’accusa di aver ricavato una tangente per il tesoriere del PT da un contratto con la Petrobras. Con ogni evidenza, il cerchio attorno a Lula stava chiudendosi.

Giudici «troppo tucani»

E infatti, nella prima settimana di marzo, alle sei di mattina, un’unità della Polizia federale bussò alla porta di Lula, prendendolo in custodia affinché fosse interrogato all’aeroporto di São Paulo. La stampa, preventivamente informata, lo stava già aspettando con le telecamere, per dare all’evento il massimo di risonanza. Il pretesto per tutto questo show era che se fosse stato convocato solo per testimoniare, Lula avrebbe potuto rifiutarsi di farlo. La settimana dopo, la più numerosa manifestazione tenutasi in Brasile dalla fine della dittatura – 3.700.000 persone, secondo la polizia – chiedeva che Lula fosse giudicato e Dilma subisse l’impeachment. Tre giorni dopo, Dilma nominava Lula Chefe da Casa Civil del governo, una carica equivalente a quella di Primo ministro. E in quanto ministro, Lula avrebbe goduto dell’impunità rispetto alle imputazioni di Moro, consentendogli, così come avveniva per tutti i membri del governo e del Congresso, di rispondere solo alla Corte suprema. Moro non perse tempo. Quella sera stessa rese pubbliche le registrazioni di una conversazione telefonica fra Lula e Dilma, nella quale questa gli diceva che gli avrebbe inviato, perché li firmasse, i documenti per l’assunzione della carica, «nel caso ciò fosse necessario». Si trattava di una espressione ambigua. Ma l’effetto mediatico fu assordante: eccoli colti con le mani nel sacco, nel tentativo di eludere la giustizia e di mettere Lula al riparo dalla legge. Nell’arco di ventiquattro ore, un giudice di Brasilia annullò la nomina: un giudice che, come si seppe dopo, aveva pubblicato in rete fotografie in cui lo si vedeva manifestare per l’impeachment, indossando disinvoltamente una maglietta del PSDB. Questo giudice venne comunque subito sostenuto da Gilmar Mendes e quella stessa notte il PMDB annunciava la sua uscita dal governo, nel quale deteneva la vicepresidenza e sei ministeri, preparando così il terreno per una rapida destituzione di Dilma da parte del Congresso.

In questa drammatica escalation della crisi politica, il ruolo centrale spettava al potere giudiziario. La supposizione che Moro a Curitiba stesse operando in modo imparziale, in un primo tempo accettabile, si rivelò ben presto errata dopo il suo raid gratuito, teatralmente e mediaticamente organizzato, alla casa di Lula, seguito dalla pubblicazione di un messaggio in cui appoggiava le manifestazioni per l’impeachment di Dilma: «Il Brasile è in piazza», vi scriveva, «e io sono commosso». Pubblicando la registrazione della conversazione fra Lula e Dilma, alcune ore dopo che le intercettazioni erano state bloccate, infranse la legge due volte: violando la riservatezza delle intercettazioni – anche se del tutto legali – e vanificando il principio di confidenzialità garantito in teoria alle comunicazioni del capo dello Stato. Le illegalità commesse erano talmente evidenti che subito Moro venne richiamato all’ordine dal suo superiore, giudice della Corte suprema, senza però che venisse presa alcuna sanzione nei suoi confronti. Per quanto «inappropriata», disse infatti il suo superiore, l’iniziativa del giudice Moro aveva conseguito i suoi obiettivi.

Nella maggior parte delle democrazie contemporanee la separazione dei poteri è una garbata finzione: le loro Corti supreme sono in generale – con l’eccezione ogni tanto di quella statunitense – pronte a inchinarsi al governo di turno. I contorsionismi del Tribunale costituzionale tedesco – spesso portato a esempio di indipendenza giudiziaria - per giustificare le violazioni in quel Paese sia della Grundgesetz [Legge fondamentale cioè Costituzione] sia del Trattato di Maastricht da parte dei successivi governi alternatisi a Berlino, possono essere considerati la norma. In Brasile, la politicizzazione dei più alti gradi del potere giudiziario è una tradizione che viene da lontano. La grottesca figura di Gilmar Mendes rappresenta forse un caso limite, anche se significativo. Da presidente, Cardoso mise al riparo questo suo amico da imputazioni legali promuovendolo al rango di ministro – e Mendes oggi mette sulla graticola Dilma per aver fatto lo stesso con Lula -, per insediarlo successivamente alla Corte suprema. Poi, per evitare sgradevole pubblicità, quando doveva incontrarlo per discutere con lui prese l’abitudine di entrare nel palazzo della Corte attraverso il garage. Sostenitore del PSDB in modo fin troppo sfacciato – «tucano demais» (“troppo tucano”: il tucano è l’uccello simbolo del partito) anche per Eliane Catanhêde, nota intervistatrice di destra – era normale vedere Mendes a pranzo con importanti esponenti di quel partito dopo che li aveva assolti dei loro misfatti. Mendes non esitò nemmeno, mentre presiedeva i tribunali di grado più elevato, a servirsi di fondi pubblici per iscrivere suoi dipendenti a una scuola di giurisprudenza di sua proprietà. Con tutto ciò, le sue censure nei confronti del PT si contano a legioni.

Quanto a Sergio Moro, è di una generazione più giovane e di altro stampo. Il suo riferimento è rappresentato dagli Stati Uniti, in cui si reca spesso. Provinciale d’origine e buona tempra di lavoratore, non deve nulla al clientelismo o al mondo degli affari. Ma ben presto, era poco più che trentenne, aveva anch’egli dimostrato la sua indifferenza nei confronti dei principi fondamentali della legge in un articolo in cui portava a esempio i magistrati italiani degli anni Novanta – Considerações sobre a Operação Mani Pulite [Considerazioni sull’operazione Mani Pulite] – con argomenti che avrebbe impiegato un decennio più tardi per giustificare le sue procedure. Senza prendersi la briga di studiare l’ingente letteratura esistente su Tangentopoli, si limitò a leggere due pamphlet encomiastici del pool milanese concepiti per il pubblico statunitense, citandoli acriticamente e prendendo per Vangelo le dichiarazioni di un mafioso pentito, mantenuto a spese dello Stato, nonostante queste non fossero state accettate dalla Corte. La presunzione di innocenza non poteva essere considerata un valore «assoluto», aveva detto: si trattava solo di uno «strumento pragmatico», da usare o meno a seconda delle convinzioni del magistrato. Quanto alle “fughe di notizie” selettive a favore dei media, rappresentavano a suo parere una forma di «pressione sugli imputati», cui ricorrere «quando legittimi fini non possono essere raggiunti con altri mezzi».

Figli e amanti: che guaio

Il pericolo che rappresenta in Brasile una giustizia che opera in questo modo è lo stesso che si ebbe in Italia: lo sprezzo per la correttezza processuale e la sfacciata collusione con i media finiscono con lo sfigurarla a tal punto che invece di stimolare un nuovo rispetto per la legalità, finisce per rafforzare i tradizionali e consolidati atteggiamenti di indifferenza verso le leggi. Ne sono la prova vivente Berlusconi e i suoi epigoni. La situazione brasiliana si distingue tuttavia da quella italiana per due aspetti. Innanzi tutto, qui non vi sono né Berlusconi né Renzi. In secondo luogo, se il Lava Jato riuscirà effettivamente a spazzar via il vecchio sistema politico, il giudice Moro, la cui popolarità è ormai superiore a quella dei suoi modelli italiani, verrà sicuramente invitato a colmare il vuoto politico che si sarà così creato. Ma la mediocre parabola di Antonio Di Pietro, il più popolare dei magistrati milanesi, lo dovrebbe far riflettere sull’opportunità di impegnarsi in politica. Inoltre, lo spazio per una rapida ascesa sembra più ristretto, poiché v’è una differenza cruciale fra le due crociate contro la corruzione. L’assalto condotto con Tangentopoli era diretto contro i principali partiti del Paese, la Democrazia cristiana e il Partito socialista, al potere assieme da trent’anni, mentre il Lava Jato non ha preso di mira i tradizionali detentori del potere, che ha anzi piuttosto risparmiato, quanto gli ultimi arrivati, i parvenu, che li avevano messi da parte. È pertanto più unilaterale e schierato.

Vi è una seconda differenza fra l’Italia degli anni Novanta e il Brasile d’oggi. Quando Tangentopoli arrivò a colpire il sistema politico, i media italiani si comportarono in modo diversificato. I giornali indipendenti in generale appoggiarono su tutte la linea i giudici milanesi. Quelli del gruppo della Olivetti, capeggiato da De Benedetti, ai quali era indirizzata la maggior parte delle indiscrezioni, spararono ad alzo zero contro democristiani e socialisti, mettendo la sordina su quelle che coinvolgevano il loro proprietario. L’impero giornalistico e televisivo di Berlusconi, invece, fece fuoco e fiamme contro i magistrati. Il risultato fu che, passato un certo tempo, il comportamento dei magistrati – in molti casi molto coraggioso, in altri piuttosto dubbio – cominciò a sollevare interrogativi, a differenza di quanto accadde in Brasile. Qui i media si sono schierati come un sol uomo contro il PT, del tutto acritici verso la strategia di filtrazioni e pressioni provenienti da Curitiba, della quale anzi sono diventati i portavoce. Il Brasile annovera alcuni dei migliori giornalisti al mondo, che hanno analizzato la crisi attuale con un livello intellettuale e letterario ben superiore a quelli del «Guardian» o del «New York Times». Ma queste voci sono soffocate dall’enorme sottobosco di conformisti che non fanno altro che echeggiare le opinioni di padroni e direttori.

Se si mette a confronto il rilievo dato dai media a qualunque indiscrezione che pregiudichi il PT con quello dato invece alle informazioni o voci che danneggerebbero l’opposizione si ha la misura di questa politica dei due pesi e delle due misure. Nel bel mezzo della vicenda del Lava Jato, se ne ebbe un eloquente esempio. Nel 1989, uno dei momenti cruciali della moderna storia brasiliana, Lula – considerato allora dall’establishment un pericoloso radicale – era sul punto di far trionfare la sua prima candidatura alla presidenza quando, pochi giorni prima della data delle elezioni, una sua ex ragazza apparve in un programma televisivo a favore del suo avversario Collor - e pagata dal fratello di Collor per farlo - accusandolo di aver voluto che essa abortisse il figlio avuto da lui. La notizia, gonfiata oltre ogni limite dagli altri media, risultò decisiva per la sua sconfitta. Due anni dopo era risaputo negli ambienti politici che Cardoso – allora importante senatore del PSDB, già indicato come futuro candidato alla presidenza – aveva un’amante che lavorava in quella stessa rete televisiva, la TV Globo, che aveva affondato Lula. Quando questa ebbe un figlio, fu precipitosamente spedita all’estero, in Portogallo. Verso la metà del 1994, quando Cardoso, dopo essere stato ministro delle Finanze, entrò in gara per la presidenza, il lavoro della donna si ridusse progressivamente a zero, anche se la Globo continuava a pagarla. Non appena Cardoso risultò eletto, il suo braccio destro, il giovane Magalhães, le fece sapere che era meglio che non tornasse in Brasile, per non comprometterne la rielezione. E quando la Globo la licenziò, le si inventò un lavoro fittizio: ricerche di mercato in Europa per una catena di negozi duty-free cui Cardoso aveva garantito una posizione di monopolio negli aeroporti brasiliani. Mediante questa azienda, essa avrebbe ricevuto circa centomila dollari da un conto bancario delle isole Cayman: un contributo per il figlio o piuttosto il prezzo per il suo silenzio? La storia venne alla luce in febbraio, in piena tempesta mediatica sulla ristrutturazione della casa di campagna di Lula. I media fecero il possibile la notizia ricevesse il minor risalto possibile. L’azienda è ora sotto inchiesta per transazione criminale, Cardoso proclama la propria innocenza e nessuno crede che ne risentirà in alcun modo.

Il governo nel suo labirinto

Si può però dire lo stesso di tutta l’opposizione nel suo complesso? Moro rese pubbliche le sue esplosive intercettazioni il 16 marzo. Una settimana dopo, la polizia di São Paulo irrompeva in casa di uno degli executive della Odebrecht, la maggiore impresa di costruzioni d’America latina, il cui direttore era stato da poco condannato a 19 anni per corruzione. Nella casa venne trovata una lista con i nomi di 316 uomini politici accompagnati da somme di denaro. Comprendeva figure importanti del PSDB, del PMDB e di diversi altri partiti: un campionario completo della classe politica brasiliana. Oggettivamente, era una lista che avrebbe dovuto produrre molto più rumore della conversazione telefonica fra Lula e Dilma. Si trattava però di un rumore meno opportuno: da Curitiba, Moro prese subito una decisione, ponendo il segreto istruttorio sulla lista per impedire speculazioni. Ma era tardi, e l’allarme era scattato: il Lava Jato poteva sfuggire di mano. Se Dilma doveva cadere, era necessario che ciò avvenisse prima che la lista della Odebrecht diventasse una minaccia per gli stessi accusatori. E infatti pochi giorni dopo il PMDB annunciò l’uscita dal governo ed ebbe inizio la conta alla rovescia per il voto di impeachment: i tre quinti dei voti necessari nella Camera dei deputati, un obiettivo che all’inizio era apparso difficile da raggiungere, apparivano ora a portata di mano. L’opinione pubblica però cominciò a rendersi conto della farsa: quella di un Congresso pieno di ladri, con allo loro testa Cunha, che destituiva solennemente una presidentessa sulla base irregolarità di bilancio.

Che possibilità ha Dilma di resistere in questa situazione e quali prospettive vi sono se l’impeachment non va in porto? Le speranze del Planalto si basano su due ipotesi: la prima, che l’impeachment possa essere impedito nel Congresso offrendo ministeri (e gli incarichi che ne possono derivare) ai micropartiti che normalmente non possono neanche aspirarvi, cercando così di controbilanciare l’uscita dal governo del PMDB; la seconda, che molte contromanifestazioni a sostegno del governo possano bilanciare quelle a favore dell’impeachment. Entrambe le condizioni esigono il ritorno di Lula a Brasilia, dove – anche se gli è impedito di occupare formalmente la carica di ministro – potrebbe informalmente occuparsi di convincere i deputati incerti e stimolare il sostegno popolare di piazza. Lo scenario però sta mutando rapidamente e tutto appare molto incerto. I rapporti fra Lula e Dilma si erano un po’ raffreddati quando essa, dopo essere stata rieletta, si mostrò favorevole all’austerità. Accusandola di poca abilità politica e del fatto di rifiutare i suoi consigli, Lula avrebbe detto, in privato: “è stata il mio Capo di Gabinetto e continua a comportarsi come tale, non come una presidentessa”, e anche “è come se fosse mia figlia, che dice sempre di volermi bene, ma non presta mai attenzione a quello che dico”. Comunque, è dubbio che la flessibilità tattica, per quanto importante, avrebbe fatto qualche differenza. Sin dal suo inizio la seconda presidenza di Dilma si è trovata invischiata in un circolo vizioso di scandali politici e di indicatori economici in via di deterioramento, la cui interazione costituisce un ostacolo per niente facile da superare per recuperare autorità. La crisi della Petrobras sta comportando migliaia di licenziamenti; e lo stesso sta accadendo con le imprese di costruzioni, i cui dirigenti ed executive si trovano in carcere. L’incertezza su dove andrà a parare il Lava Jato ha reso gli investitori più cauti e spaventato il mercato finanziario: in novembre, il capo del fondo miliardario BTG-Pactual, la maggior banca di investimenti del continente, fiore all’occhiello per il «Financial Times» e l’«Economist», è stato portato via in manette. Nel Congresso, il taglio neoliberale della spesa e l’aumento della tassazione proposti dal governo sono stati bocciati dallo PSDB, neoliberale, pur di creare difficoltà al governo: nemmeno il bilancio del 2016 è stato approvato. Anche se un abile lavoro parlamentare di corridoio riuscisse a bloccare temporaneamente l’impeachment, il governo non riuscirebbe a uscire da questa tremenda impasse.

Il colpevole è il maggiordomo, cioè Temer

La mobilitazione popolare per impedire la destituzione di Dilma, così come è stata concepita, presenta dei problemi, che sono strettamente dipendenti dall’azione di governo del PT. Il partito ha difficoltà a convocare in sua difesa i propri simpatizzanti per almeno tre ragioni. La prima consiste semplicemente nel fatto che se la corruzione ha fatto sì che il partito perdesse la simpatia della classe media di cui prima s’era avvantaggiato, l’austerità gli ha alienato ora quella molto più ampia che aveva conquistato fra le classi subalterne. Le manifestazioni contro l’impeachment sono state, almeno fino a questo momento, molto meno massicce di quelle di coloro che invece lo vogliono. I loro partecipanti sono stati reclutati soprattutto fra i dipendenti pubblici e nei sindacati: i poveri brillano per la loro assenza. I bastioni rurali del PT nel Nordest sono ancora socialmente disorganizzati, mentre le grandi città del Centro-Sud costituiscono le solide roccaforti della nuova destra. Vi è inoltre nel partito un’inevitabile demoralizzazione che va crescendo a mano a mano che scoppiano scandali che lo coinvolgono, e che sta alimentando un diffuso, anche se non esplicito, senso di colpa collettiva, che soffoca qualunque spirito di lotta. Da ultimo, ma non per importanza, quando Lula arrivò al potere il partito si trasformò in una macchina elettorale, finanziata soprattutto dalle donazioni delle grandi industrie – invece che, come avveniva prima, da quelle dei suoi iscritti -, accontentandosi ora di una passiva adesione al suo leader e rinunciando a organizzare qualunque azione collettiva fra i propri elettori. La mobilitazione attiva che era riuscito a sviluppare nei centri industriali brasiliani era andata trasformandosi in un pallido ricordo a mano a mano che il partito andava radicandosi in zone del Paese sprovviste di industrie e in settori della popolazione con una radicata tradizione di sottomissione all’autorità e di timore del “disordine”. Si trattava di una cultura politica nota a Lula, che però non fece nulla per cambiarla: secondo lui, ciò avrebbe comportato un potenziale prezzo politico troppo alto. Per aiutare le masse, cercò piuttosto un accordo con le élite, per le quali ogni forma di polarizzazione era un tabù. Quando nel 2002, al suo quarto tentativo, arrivò finalmente alla presidenza, il suo slogan era stato «Pace e amore». Nel 2016, nel bel mezzo del suo linciaggio politico, e di fronte a una moltitudine che si aspettava qualcosa di più combattivo, continuò a ricorrere a queste due parole.

Tale discordanza fra attacco e risposta all’attacco è una caratteristica di un modello politico che dall’inizio di questo secolo differenzia il Brasile dagli altri Paesi americani. Non è certo stato l’unico Paese che ha visto uno scontro di classe evolvere in una crisi. Ma in nessun altro Paese lo scontro è stato così unilaterale. Anche quando Lula si è trovato al massimo del prestigio come presidente, vi è sempre stata una asimmetria fra le politiche moderate e accomodanti del PT e l’ostilità dimostrata nei suoi confronti da una classe media enragé e dai media. Negli ultimi diciotto mesi queste manifestazioni di avversione si sono fatte sempre più violente. Un consigliere municipale del PMDB di una località dell’interno dello Stato di São Paulo disse pubblicamente che Lula avrebbe dovuto essere ucciso come una vipera, schiacciandogli la testa. Nel Rio Grande do Sul, nel Meridione del Paese, un pediatra che s’era rifiutato di curare un bambino d’un anno d’età perché sua madre era una petista, venne “assolto” dal Consiglio regionale di medicina e dall’Associazione dei medici. Un giudice della Corte suprema responsabile di aver mosso un leggero rimprovero a Moro ebbe la casa circondata da striscioni con le scritte «Traditore» e «Fantoccio del PT», sorretti da manifestanti che intonavano il loro inno di battaglia: «Il capitalismo è arrivato per restare». Coll’approssimarsi del D-Day dell’impeachment, ai più fanatici sono stati forniti gli indirizzi dei deputati ritenuti recalcitranti, perché li intimidissero accampandosi di fronte alle loro case. E la borsa, meticolosamente, si è tenuta al passo degli avvenimenti: salendo quando Lula è stato preso in custodia, crollando quando è stato nominato ministro, tornando a salire quando gli è stato impedito di assumere la carica.

Anche se improbabile, è ancora possibile un colpo di scena, che salvi Dilma all’ultimo minuto. Quel che invece è più probabile è che si instauri un regime capeggiato dal vicepresidente che l’ha abbandonata, Michel Temer, quel macabro vecchio arnese del PMDB, che qualcuno una volta ha paragonato al “maggiordomo dei film dell’orrore”. Eloquio pacato e untuoso, s’era preparato la strada già da alcuni mesi, facendosi mettere a punto un programma che facesse chiaramente capire che il Paese con lui sarebbe stato al sicuro. Il pacchetto dei suoi provvedimenti consiste in un piano di stabilizzazione convenzionale: privatizzazioni, riforma delle pensioni, abolizione dell’obbligo costituzionale di investimenti nella sanità e nell’istruzione pubbliche, quest’ultima accompagnata dalla promessa di prendersi cura dei meno fortunati. Se Dilma sarà colpita dall’impeachment, Temer, forte della maggioranza dei tre quinti del Congresso, farà ben poca fatica a mettere insieme un governo di coalizione fra il PMDB, il PSDB e un’ammucchiata di partitini, piazzando qualche tecnocrate nei ministeri chiave. Poiché una soluzione simile consentirebbe di legiferare, cosa che Dilma oggi non può fare, e si riotterrebbe la fiducia dei mercati, gli indicatori economici tornerebbero al bello, sia pure a spese dei più poveri. Date però la congiuntura globale sfavorevole e il persistente basso tasso di investimenti che contraddistingue il Brasile dai tempi della fine della dittatura, non è facile vedere all’orizzonte del Paese qualche segno di miglioramento.

Fine di un ciclo

Ma neanche a livello politico vi sarebbero garanzie di stabilizzazione. Un ovvio interrogativo è il seguente: lo shock dell’impeachment annichilirà quel che resta di combattività nei sostenitori di Dilma o, al contrario, renderà ancora più accanita che in passato la resistenza contro l’establishment del Paese? In ogni caso, la vita non sarà affatto facile per i vincitori, se vincitori saranno. Un giudice della Corte suprema ha ordinato a Cunha di istruire un procedimento di impeachment anche per Temer, con le stesse basi legali di quello per Dilma, poiché quando quest’ultima si trovava all’estero, anche Temer firmò decreti fiscali simili a quelli a lei imputati: un colpo d’avvertimento per coloro che pensavano di poterlo insediare in un paio di settimane. Se anche quest’insidia potesse essere evitata, si presenterebbe un altro curioso problema. Presso il Tribunale elettorale supremo è ancora aperta una causa contro Dilma e Temer assieme, per aver violato la normativa elettorale nel 2014: causa promossa dal PSDB quando in questo modo sperava di provocare nuove elezioni. Le sue conseguenze, se accolta, sarebbero la caduta di entrambi. E poiché la causa non può essere ritirata, risulterebbe alquanto imbarazzante che passasse l’impeachment di Dilma e Temer sedesse al Planalto. Poiché però in maggio Gilmar Mendes diventerà presidente del tribunale, è probabile che la giustizia brasiliana possa trovare abilmente una scappatoia. Resta comunque un interrogativo di maggior portata: quale impatto, infatti, potrebbe avere il Lava Jato sui promotori stessi dell’impeachment. Accelerare i tempi dell’impeachment è servito a distogliere l’attenzione dalla lista della Odebrecht. Ma dopo l’impeachment sarà possibile farla dimenticare del tutto? Lì vi si trova, debitamente incolonnata, un’intera classe politica a rischio. La astuzia della giustizia brasiliana riuscirà, anche in questo caso, a insabbiare tutto nell’interesse, va da sé, della riconciliazione nazionale?

Che il Partito dei lavoratori, in seguito a una sua mutazione genetica, abbia finito per unirsi alla sgangherata schiera della fauna politica brasiliana - PMDB, PSDB, PP e compagnia bella – non si può negare. Al momento, sono stati arrestati due presidenti del partito, due tesorieri, un presidente e un vicepresidente della Camera dei deputati e il leader del partito nel Senato: tutti sprofondati nel fango della corruzione, che non conosce frontiere politiche. Emblematicamente, l’ultimo a cadere di questi notabili, il senatore Delcídio do Amaral, era un transfuga del PSDB, dove era stato un importante ingranaggio del partito di Cardoso nel sistema Petrobras. La metà, e forse più, del Congresso è sui libri paga delle compagnie di costruzione, le cui donazioni ne finanziano le campagne elettorali. La degradazione del sistema politico era arrivata a tal punto di evidenza che l’autunno scorso la Corte suprema – di per sé alquanto lontana dall’essere un areopago di imparzialità e integrità – si risolse a stabilire che il finanziamento da parte delle compagnie era incostituzionale, proibendo alle imprese di effettuare donazioni per le campagne elettorali. Il Congresso reagì immediatamente con emendamenti costituzionali che legittimassero le donazioni, ma il loro esito è per ora incerto. Se la decisione della Corte suprema venisse ribadita senza essere annacquata si tratterebbe di una quasi rivoluzione nel funzionamento della democrazia brasiliana: l’unico esito inequivocabilmente positivo della crisi sino a oggi.

Il Partito dei lavoratori ha creduto, per un certo tempo, di potersi servire del sistema istituzionale brasiliano a beneficio dei poveri senza entrare in urto – e anzi essendo da loro aiutato – con i ricchi. E riuscì effettivamente a favorire i poveri, come s’era proposto. Ma una volta accettato di pagare il prezzo d’ingresso in un sistema politico agonizzante, scoprì che la porta per uscirne s’era chiusa alle sue spalle. Il partito stesso cominciò ad atrofizzarsi, diventando un ingranaggio dello Stato, senza più consapevolezza di sé né direzione strategica, cieco a tal punto da decretare l’ostracismo contro André Singer, il suo più acuto teorico, per sostituirlo con una schiera di spin-doctor e di sondaggisti, e insensibile a tal punto da considerare il denaro, qualunque provenienza avesse, come la condizione necessaria per esercitare il potere. Quelle che sono state le sue conquiste non scompariranno. Ma che il partito possa fare lo stesso è questione aperta. Nell’America meridionale sta finendo un ciclo. Per un quindicennio, senza l’ingerenza diretta degli Stati Uniti, favorito dal boom delle materie prime, attingendo alle ricche riserve delle tradizioni popolari, il subcontinente è stata l’unica parte del mondo nella quale si è avuta la coesistenza fra movimenti sociali ribelli e governi eterodossi. Sulla scia del 2008 latinoamericano, anche altrove sono sorti numerosi movimenti simili. Ma non c’è più nessuno di quei governi. Una eccezione globale s’è esaurita, senza che nulla ne abbia preso il posto e l’eredità.

Perry Anderson

Traduzione di Cristiano Dan

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NOTE

[9] Si tratta del PSOL, Partito del socialismo e della libertà. [Ndt]

[10] I colori della bandiera brasiliana. [Ndt]



[i] La prima parte è sul sito: Perry Anderson sulla crisi in Brasile [1]

 



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