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Difficoltà della campagna referendaria

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Devo ammettere che ho provato più volte a scrivere un volantino sintetico per spiegare cosa si approva o si respinge nel referendum di ottobre, ma è veramente difficile. Un volantino per essere leggibile di solito dovrebbe avere possibilmente meno di 2.000 battute per avere lo spazio per un titolo attraente e una grafica non pesante. Ma presentare una riforma complessa e intricata in questi limiti di spazio è davvero complicato. Lo si capisce anche confrontando le diverse dimensioni delle richieste di referendum fatte dal governo e dalle opposizioni.

La convocazione del referendum preparata da Renzi è stata ridotta a sole 6 righe in caratteri grandi e leggibili sul modulo per raccogliere le firme. Renzi lo può fare perché dice poco o niente di quel che si approva o si respinge, dato che conta sull’appoggio massiccio di gran parte dei mass media che fanno un martellamento quotidiano. Ma soprattutto perché dice poche cose e mistificanti (come il “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, che sarà irrisorio), o inesatte (parla di “riduzione del numero dei parlamentari” mentre riguarda solo il Senato), ma tace completamente su quello che è il problema centrale, cioè il collegamento tra queste misure e la legge ultramaggioritaria, l’Italicum, che alla lista che vince il ballottaggio (anche partendo da un 25%) assegna una maggioranza schiacciante, riducendo a una finzione la dialettica democratica già ridotta dalla scarsità di contrappesi al potere esecutivo.

I testi dei moduli sui due referendum proposti dal comitato per il no sulla “Abrogazione premio di maggioranza elezione camera dei deputati” e sulla “Abrogazione capolista bloccati” sono invece quasi illeggibili per varie ragioni: hanno dovuto elencare punto per punto, riga per riga, le frasi da sopprimere, usando per forza un carattere così microscopico per far entrare in un solo foglio un lunghissimo elenco di frasi da abrogare, al punto che solo con una lente è possibile decifrarlo. Il primo, in particolare, ha fatto entrare oltre 15.000 caratteri in una sola facciata. Per giunta chi ha steso i quesiti ha dovuto usare un linguaggio giuridico e tecnico poco comprensibile per i comuni mortali rendendo ancora più complessa la battaglia in difesa della vecchia stesura della Costituzione. Chi potrà mai leggere il quesito? Per giunta sarà difficile l’indicazione di voto, perché a questi due referendum bisognerà rispondere SI, mentre a quello confermativo si deve dire NO, facile immaginare la confusione che si crea al momento del voto per il cittadino “normale”…

L’unica soluzione credo sia un martellamento, con i pochi strumenti a disposizione di chi si oppone a modifiche che investono 72 articoli della Costituzione, esaminando le proposte punto per punto, ma per concludere riconducendo sempre la questione alle politiche generali di questo governo, che dietro una cortina di annunci propagandistici ben studiati, combinati con qualche “mancia” preelettorale, ha sferrato più colpi ai diritti dei lavoratori ed alla sanità e istruzione pubblica di quanto abbiano fatto i pessimi governi precedenti negli ultimi venti anni.

Riprendere la capacità di lottare con la tenacia che tutta l’Europa (compresa la Francia…) negli anni Settanta ammirava nei lavoratori italiani, è l’unica garanzia di successo anche per i referendum, e sarà indispensabile anche per evitare che una eventuale vittoria venga beffata e resa vana come è accaduto dopo il referendum sull’acqua Bene Comune nel 2011. (a.m.)

 

Sui problemi politici posti dai referendum, rinvio a

La sinistra e i referendum

 

PS: di seguito riproduco uno (ce ne sono altri in preparazione) dei volantini prodotti da un collettivo nato a Recanati nel quadro della battaglia contro le trivelle, e che poi sta faticosamente impegnandosi su tutti i temi in discussione, compresi quelli delle riforme costituzionali. È lunghetto (occupa due facciate, anche se non fittissime). Forse può servire a qualche compagno. (a.m.)

Molte ragioni per rifiutare un’ambigua riforma

Ci sono ancora cinque mesi prima del referendum sulle “riforme” volute da Renzi, ma la grande stampa e le TV ci inondano di una propaganda martellante come se si votasse domani. Chi non è d’accordo col governo viene spesso denigrato e offeso, e non è facile capire di che si discute, soprattutto se si arruolano come presunti supporter di Renzi dei dirigenti politici della sinistra morti da anni, come Ingrao, la Jotti o Berlinguer, che avevano parlato della semplificazione del sistema rappresentativo in un contesto ben diverso, in cui nessuno si sognava di mettere in discussione il sistema proporzionale puro, che dava lo stesso valore ai voti espressi da tutti i cittadini.

Il ricorso a trucchi di questo genere rende più fondato il sospetto sul significato di questa “riforma” che sta a cuore solo a chi vuole governare senza dover rendere conto a nessuno. La campagna referendaria punta a creare il massimo di confusione, affastellando temi cari al cosiddetto “populismo” e trucchi da giocatori delle tre carte, come il riferimento alla soppressione delle province, una misura già decisa e accolta benevolmente dalla maggior parte dei cittadini, ma risultata scarsamente utile ad assicurare i risparmi annunciati, dato che le funzioni e il personale sono stati solo spostati a regioni o comuni, ma non soppressi.

Analogamente si può dire per il Senato, che costerà quasi lo stesso ma col dubbio vantaggio che i suoi membri saranno non eletti ma “selezionati” tra consiglieri regionali e sindaci. Di loro si dice che non avranno un vero stipendio ma solo “rimborsi spese” imprecisati e incontrollati, e in realtà saranno appoggiati allo stesso ampio apparato di funzionari altamente retribuiti che era disposizione del senato elettivo. Per i cittadini il vantaggio sarà insignificante ed anzi si ridurrà ulteriormente la possibilità di esercitare sui nominati la stessa pressione che agganciava gli eletti ai loro elettori. Per giunta la suddivisione dei seggi tra le regioni, riduce ulteriormente la rappresentanza dell’opposizione. A dieci regioni e province (Valle D’Aosta, Bolzano, Trento, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata) spettano due seggi, e a due (Calabria, Sardegna) ne spettano tre. Uno dei seggi è riservato a un sindaco. Come si può rispettare la volontà degli elettori quando il consiglio elegge un solo consigliere-senatore, o due?

Altre misure come la soppressione del CNEL citata esplicitamente nel quesito referendario sono marginalissime e potevano essere affrontate separatamente e non in un pacchetto che promette risparmi illusori ma nasconde l’obiettivo di fondo: ridurre ulteriormente il peso del voto e soprattutto della partecipazione dei cittadini.

La disaffezione crescente degli elettori negli ultimi anni è coincisa con le riforme elettorali sempre più maggioritarie che escludevano le minoranze e attribuivano un peso essenziale nella selezione dei candidati alle burocrazie dei partiti. I veri padri nobili di queste “riforme” sono stati Pacciardi, Gelli, Craxi e Berlusconi, naturalmente con infinite complicità della ex sinistra, che dopo ogni infortunio elettorale ha creduto di poter rimediare cercando intese con la destra (dalla bicamerale al patto del Nazareno, ecc.) e finendo per essere sempre meno distinguibile da essa.

L’aspetto più sconcertante di questa “riforma” che siamo chiamati ad approvare o respingere, è che il suo cuore non è sottoposto al quesito, ma è esterno: è la legge elettorale supermaggioritaria (il cosiddetto Italicum), che può consentire a una forza politica appoggiata solo da un 25 o 30% dei votanti di ottenere nel ballottaggio una maggioranza di eletti sufficiente per imporre il volere di questo partito in scelte importanti come quella dei membri della Corte Costituzionale o del presidente della repubblica, tagliando fuori con un trucco contabile la grande maggioranza degli italiani.

Perché tanto impegno del governo per una riforma di cui moltissimi italiani non sentivano affatto il bisogno? Per avere via libera per continuare sulla strada già imboccata dello smantellamento dei diritti dei lavoratori (Jobs Act) e dell’attacco a scuola pubblica e sanità, e per imbavagliare chi gli chiede conto delle frottole raccontate sulla ripresa e sull’occupazione, ha bisogno di avere maggiori poteri per mettere a tacere le voci critiche nello stesso PD e fuori. Un sondaggio di questi giorni di Pagnoncelli su La7 conferma la nostra sensazione: la maggioranza degli interpellati considerano problemi urgenti l’occupazione o le pensioni, e solo il 6% pensa alle riforme istituzionali tanto care al governo e a una piccola minoranza di professionisti della politica.

Solo riprendendo con maggiore decisione la lotta contro la politica governativa che ha peggiorato decisamente la condizione di lavoratori e pensionati, sarà possibile sconfiggere anche il programma di smantellamento graduale della Costituzione repubblicana.

Comitato per il NO al referendum

sulle riforme della Costituzione

 



Tags: referendum  Renzi  costituzione  

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