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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il dibattito in America Latina sul “postneoliberismo”

Il dibattito in America Latina sul “postneoliberismo”

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SU ALCUNE NOTE DI PABLO DÁVALOS SUL POST-NEOLIBERISMO

SUPERAMENTO O NUOVA FASE DEL NEOLIBERISMO?

di Aldo Zanchetta

Premessa

Il dibattito sull’attuale appannamento dei governi di “sinistra” o “progressisti” (queste sono le dizioni correnti) è assai vivo in America latina negli ambienti della sinistra e trova schierati, semplificando, su due linee diverse gli intellettuali legati in modo più o meno organico ai partiti (es Sader, Boron, Cabrera…) e quelli appartenenti al campo dei “critici” (Zibechi,Gudynas, Machado…). I primi, pur riconoscendo le attuali difficoltà o sconfitte di questi governi, parlano di “fase di riorganizzazione”, gli altri di “esaurimento di ciclo”. Su di queste voci più significative stiamo preparando una panoramica delle diverse posizioni, certamente utili da approfondire. Qui vogliamo invece affrontare una questione più specifica già sollevata, ma ora ripresa in maniera più netta, in un recente articolo dell’economista ecuadoriano Pablo Dávalos[1], il quale si interroga sulla legittimità della definizione di “post-neoliberismo” assegnata a questi governi per caratterizzare la loro “presunta” (secondo questo autore) rottura con le politiche neoliberiste. Egli pone una domanda intrigante, parlando del concetto di “post-neoliberismo”: <> Non si tratta di una discussione accademica, sostiene Dávalos, bensì politica, <>

Queste note sono divise in due parti. Nella prima richiamiamo, per chi non è familiare coi fatti latinoamericani, in maniera necessariamente sintetica e quindi talora approssimata, le vicende politiche degli ultimi decenni in America latina. Nella seconda entriamo, anche qui sinteticamente, nel vivo dell’analisi di Dávalos, che non è di poco conto per la comprensione profonda delle trasformazioni in atto nel “capitalismo del XXI” secolo. Abbiamo aggiunto, ad ulteriore chiarimento di certi argomenti, alcune note, alcune delle quali rimandano chi è interessato a possibili ulteriori approfondimenti. La loro lettura rafforza ma non è determinante per la comprensione del testo.

Aldo Zanchetta

UNO SGUARDO SUGLI ULTIMI 50 ANNI

Una lettura degli avvenimenti politici degli ultimi cinquanta anni in America latina potrebbe individuare fasi storiche e l’inizio di una quarta:

- a- Anni sessanta e settanta (sec.XX) - Epoca delle dittature militari e dei governi autoritari andati al potere con l’aiuto degli Stati Uniti e con la giustificazione del pericolo comunista, dopo il successo della rivoluzione castrista a Cuba (1959) che minacciava di estendersi ad altri paesi[i]

- a- anni ottanta e novanta (sec.XX) – Progressivo ritorno a governi civili[ii] i quali optarono per politiche neoliberiste, grazie soprattutto all’attivismo del Fondo Monetario Internazionale e la sua imposizione, per risolvere i forti indebitamenti di questi Stati, delle norme, fortemente antisociali, contenute nel cosiddetto “Consenso di Washington”[iii]

- p- prima decade del XXI° secolo – Sostituzione per via elettorale in molti paesi, sotto la spinta delle proteste popolari, di questi governi con governi che per semplicità definiamo in blocco di “sinistra” o “progressisti”, pur se aventi forti diversità fra di loro[iv] (Hugo Chávez e la “Revolución Bolivariana” in Venezuela; Evo Morales e il “Movimiento Al Socialismo” (MAS) in Bolivia; Rafael Correa e la “Revolución Ciudadana” in Ecuador; Néstor e Cristina Kirchner in Argentina; Lula Da Silva e Dilma Roussef e il “Partido de los Trabajadores”, in Brasile; Tabaré Vásquez e José Mujica e il “Frente Amplio” in Uruguay, principalmente). A partire dal 2015, col calo delle fortune elettorali di questi governi di “sinistra”[v], si è aperta una nuova fase che vede la destra all’attacco e di cui è difficile prevedere le conseguenze, probabilmente diverse da paese a paese

Il neoliberismo in America Latina

Il ritorno dei governi civili coincise con l’espansione su vasta scala delle politiche neoliberiste[vi] -il nuovo volto del capitalismo mondiale- sponsorizzate a livello mondiale dalla Società del Mont Pèlerin (fondata da Von Hayek e altri nel 1947) e condivise successivamente dalla Scuola di Chicago (Milton Friedman). Queste politiche furono sperimentate per la prima volta proprio in America latina, nel Cile della dittatura Pinochet (1973-1990)[vii], e furono estese progressivamente agli altri Stati della regione proprio dai governi civili, ad iniziare dal Messico negli anni ottanta[viii]. L’America latina fu dunque il banco di prova di questa nuova fisionomia del capitalismo mondiale. Regista principale, ma non esclusivo, fu appunto il Fondo Monetario Internazionale (FMI), con il ricordato “Consenso di Washington”, il cui contenuto si può così sintetizzare: liberalizzare, privatizzare, precarizzare. Queste politiche incisero fortemente sul livello di vita delle classi medie e sospinsero nella miseria quelle povere, originando una resistenza crescente che a cavallo del secolo sfociò in significativi successi elettorali dei partiti di sinistra.

Il “post-neoliberismo”

I governi di sinistra andati al potere a cavallo fra il XX° e XXI° secolo, pur con riferimenti ideologici diversi[ix] e con diversa gradazione delle loro politiche, ebbero due caratteristiche comuni:

- il ritorno dello Stato quale definitore delle politiche economiche e sociali e la priorità del pubblico sul privato

- la messa in atto di politiche sociali più attente alla lotta alla povertà e all’incremento dei servizi pubblici di base.

Essi hanno avuto indubbiamente diversi meriti, riconosciuti dagli stessi critici[x], e il consenso popolare inizialmente fu forte e si tradusse in una serie significativa di successi elettorali. Le due caratteristiche centrali di queste politiche sopra menzionate in particolare sembrarono marcare una profonda discontinuità rispetto ai precedenti governi neoliberisti, per sottolineare la quale alcuni analisti politici, quali il brasiliano Emir Sader o l’argentino Atilio Borón. proposero la definizione di “post-neoliberisti” anche se su questa presunta discontinuità ci furono alcune significative voci discordanti[xi].

I sensibili investimenti sociali erano stati possibili grazie ad una favorevole congiuntura internazionale dei prezzi delle materie prime, la cui esportazione massiccia ha significato importanti entrate di valuta pregiata, dollaro in primis, che sdrammatizzarono il pagamento del debito pregresso e consentirono una larga concessione di sussidi sociali ai bisognosi nei vari paesi. Da notare però che ciò avvenne anche in paesi, come la Colombia, che certamente non rientravano nel novero dei paesi “progressisti”. Questo vide una esteso ricorso da parte dei governi a politiche “estrattiviste” nelle loro varie forme[xii], con forti impatti ecologici e sociali e ripercussioni negative sulle attività industriali che videro un regresso generale[xiii]. In definitiva si ebbe una ri-primizzazione delle economie dei vari paesi. Ma su questo importante tema abbiamo già scritto e non è il punto che vogliamo qui affrontare, salvo ricordare che la caduta di questi prezzi è la causa principale della crisi dei governi di sinistra economica[xiv].

“POST-NEOLIBERISMO” : SUPERAMENTO O ALTRA FORMA DEL “NEOLIBERISMO”?

Il concetto di “post-neoliberismo” è quasi ignorato in Europa, dove il dibattito latinoamericano appare lontano e non inerente alla realtà nostrana. Ma non è così, perché riguarda la natura attuale del neoliberismo mondiale e delle sue trame, senza trascurare il fatto che alcune realtà europee –sia partiti che movimenti- guardano con interesse all’America latina per la possibilità in alcuni paesi di politiche di sinistra anche in epoca neoliberista[xv]. È infatti diffusa l’idea che l’America latina abbia “svoltato a sinistra” e che le attuali difficoltà siano unicamente il frutto dei soliti (e certo reali) intrighi statunitensi (i golpes suaves). Ma non entriamo ora in questo argomento sul quale, come detto, ritorneremo.[xvi]

Torniamo a Dávalos. Egli rileva che il giudizio positivo espresso a sinistra sul “ritorno dello Stato” e del primato del “pubblico” non è stato accompagnato da una adeguata riflessione critica. Non basta inneggiare al ritorno dello Stato o de “il pubblico”. Si tratta invece di capire la loro natura. Per farlo è necessario capire l’evoluzione subita dal neoliberismo in questi anni. Nella sua prima fase, che potremmo dire “classica”, esso ha segnato il passaggio dal modello di accumulazione tramite l’industrializzazione a quello della finanziarizzazione e speculazione, accompagnate dalla liberalizzazione dei mercati dei capitali e la flessibilizzazione dei mercati del lavoro, causa della debilitazione delle forze sindacali.

La nuova fase del neoliberismo : il “neoliberismo istituzionale”

Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, dice Dávalos, «ha significato l’emergere di un capitalismo globale che non ha altri limiti se non se stesso. Il capitalismo della finanziarizzazione in questa congiuntura si è ripiegato su se stesso ed è passato a gestire il rischio della speculazione e della finanziarizzazione come dinamica globale del sistema-mondo. [..] Il capitalismo del secolo XXI scommette sul rischio, lo produce, lo genera e lo stabilisce come condizione di possibilità dell’economia mondiale perché la gestione del rischio gli consente di creare livelli di redditività mai immaginati prima e che superano la stessa redditività della speculazione finanziaria.[xvii]»

Dávalos cita come nel dicembre 2015 la speculazione sui prodotti finanziari derivati ha raggiunto i 493 bilioni (milioni di milioni) di $ pari a circa 8 volte la ricchezza mondiale misurata in termini di PIL e come fra questi quelli che hanno generato la crisi finanziaria e monetaria -noti come Credit Default Swaps (CDS)- nel giugno del 2015 sono ammontati a 24,47 bilioni di USD, il doppio dell’intero PIL dell’Unione Europea nello stesso anno[xviii]. Pertanto, dice Dávalos, oggi tutta la politica monetaria di Stati Uniti, Giappone e Unione Europea viene definita dalla speculazione finanziaria e dalla gestione del rischio di detta speculazione, mentre le banche centrali del mondo si sono trasformate di fatto in prestatori di ultima istanza del casinò capitalista. «Paradossalmente e grazie agli strumenti finanziari complessi quali i derivati, ora è più lucrativo creare una crisi finanziaria che risolverla.» In questo contesto non è solo l’attività produttiva di un paese che viene integrata nei circuiti finanziario-speculativi ma l’intera società e il quadro teorico del neoliberismo classico non è più pertinente per comprendere e gestire questa realtà.

Questa trasformazione del capitalismo mondiale altera in modo importante il sistema-mondo (Wallerstein[xix]) perché genera pressioni del “centro” sulla “periferia”, sottoposta a spoliazione dei territori e saccheggio delle risorse. In sostanza «è un ritorno all’accumulazione originaria del capitale dei secoli XVIII e XIX.» Siamo così tornati all’“accumulazione per spossessamento” (Harvey). Questa forma di accumulazione ha necessità di iscriversi nella trama istituzionale per poter creare nuove succose opportunità speculative. Ad esempio il “mercato del carbonio” che coinvolge le grandi banche mondiali (nel 2012 ha generato prodotti derivati per circa 200mila milioni di $) e tutto il giro dei “servizi ambientali”, che sarebbero impossibili senza la regolazione statale che li decide e li codifica. Siamo ora di fronte a un neoliberismo che necessita delle istituzioni e le inserisce, ridisegnandole, nella sua logica. Così, conclude Dávalos, si è dato vita a un «“neoliberismo istituzionale” (che) necessita dello Stato come attore fondamentale dell’economia globale. Il “ritorno” dello Stato è una necessità economica della globalizzazione finanziaria e della privatizzazione delle istituzioni della vita sociale». Non dimentichiamo che tale ritorno è stato teorizzato e promosso dalla Banca Mondiale fin dal 1997[xx].

Il vincolo creatosi fra i circuiti della speculazione e il complesso istituzionale distrugge il tessuto sociale e produce una violenza a livello globale. Un esempio di questa violenza è l’inclusione dei territori nel circuito speculativo, con la cacciata di milioni di esseri umani. Per gestire questa violenza lo Stato è fondamentale e strategico perché è nello Stato che è basata la legittimità della violenza.

E qui giungiamo alla risposta alla domanda di Dàvalos, anticipate nella premessa. «Il ritorno dello Stato all’economia non è una iniziativa dei “governi progressisti” latinoamericani –sottolinea Dávalos- bensì una dinamica che si iscrive all’interno dell’accumulazione del capitalismo e la sua necessità di ampliare alla trama istituzionale della società la mercantilizzazione e la speculazione. Anche il recupero della violenza legittima dello Stato aveva per oggetto il garantire il trasferimento della sovranità politica dello Stato alle corporation transnazionali e alla corporation mondiale sotto la forma degli Accordi Internazionali sugli Investimenti che hanno nell’Organizzazione Mondiale del Commercio la struttura più importante.» Gli Stati “post-neoliberisti”, con le loro politiche assistenzialistiche sono serviti a occultare questa violenza. «Di tutti questi dispositivi forse il più importante, perché nel momento in cui occulta la violenza la legittima, è quello della “lotta contro la povertà” e il suo correlato del “finanziamento allo sviluppo”. I governi definiti “governi progressisti” sono stati gli strumenti, per dirlo così, più idonei per occultare la violenza dello spossessamento[xxi]. Il loro discorso di finanziare la lotta contro la povertà con l’estrattivismo è stato l’argomento legittimante di questa violenza che si è espressa sotto molteplici forme.»

 

Pertanto, conclude Dávalos, mi dissocio dall’interpretazione di Sader, Borón e altri che vedono nel post-neoliberismo una rottura con il neoliberismo classico. «Tutti questi processi che configurano una nuova razionalità politica basata su meccanismi liberali della politica, quali le elezioni, e che hanno come contenuto cambiamenti istituzionali profondi aventi l’obbiettivo di inserire la trama istituzionale della società all’interno dei circuiti di finanziarizzazione e di gestione del rischio speculativo, con Stati forti e modelli di dominazione sociale e politico che occultano la violenza dello spossessamento è ciò che io chiamo post-neoliberismo».

 

Esce in questi giorni in Italia il libro di Pablo Dávalos

DEMOCRAZIA DISCIPLINARE – L’ALTRA FACCIA DEL PROGETTO NEOLIBERISTA

Il volume è acquistabile fino al 15 giugno a prezzo promozionale sul sito dell’editore - http://www.mutusliber.it/democrazia1.html

 



[1] Pablo Dávalos, cattedratico di Economia Politica a Quito, in Ecuador, è molto vicino ai movimenti popolari, in particolare quello indigeno della CONAIE Nel 2005, come vice-ministro dell’economia ebbe il compito di misurarsi con il FMI e la Banca Mondiale, contestandone le politiche praticate con il paese. Fu a seguito di questo affrontamento che nel 2007 i rappresentanti della Banca Mondiale furono espulsi dal paese. È autore di vari libri e numerosi articoli.

[1] www.rebelion.org/noticia.php?id=212580

 



[i] La serie fu aperta dall’andata al potere dei militari in Brasile (1964) e successivamente in Uruguay e Cile (1973) Argentina (1976).

[ii] Ecuador, Perù, Bolivia e Argentina (1983), Brasile e Uruguay (1985), Paraguay (1989), Cile (1990).

[iii] Vedi ad es. Washington Consensus in “Dizionario di Economia e ... www.treccani.it/enciclopedia/washington-consensus

[iv] Aprì la serie il Venezuela nel 1999 con Hugo Chávez. Il paese era stato anche quello dove si era verificata la prima potente reazione popolare (nota col nome di caracazo) che il 27 e 28 febbraio 1989 sconvolse la capitale e altre città del paese, repressa dall’esercito con alcune migliaia di morti.

[v] Perdita della maggioranza parlamentare in Venezuela; sconfitta nel referendum sulla terza rieleggibilità del presidente Morales in Bolivia e sconfitta nelle elezioni per il sindaco della capitale; dura sconfitta del presidente Correa nelle amministrative nelle principali città ecuadoriane e forti manifestazioni di protesta nell’estate 2015; infine l’ascesa al governo della destra più retriva in Argentina col neopresidente Macrì.

[vi] Per una storia sintetica del neoliberismo e dei suoi contenuti vedere: Toussaint Eric, Da dove viene la crisi? L'ideologia neoliberista dalle origini a oggi, Edizioni dell'Asino, 2012 ; Dávalos Pablo, Le nuove vie del potere. Verso il controllo totale della mente? , Mutus Liber, 2015 reperibile anche sul blog www.camminardomandando. wordpress.com

[vii] Nel 1975 Milton Friedman, capofila dei cosiddetti Chicago boys, venne invitato da Pinochet a tenere una serie di conferenze nel paese e da qui ebbe inizio l’esperimento delle nuove politiche liberiste, iniziato con la riforma del settore pensionistico.

[viii] Ricordiamo come furono le politiche neoliberiste connesse al trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement) fra Stati Uniti, Canada e Messico a essere la causa scatenante dell’insurrezione zapatista in Chiapas.

[ix] Ad es. il bolivarismo in Venezuela, il capitalismo andino in Venezuela etc. con tentazioni verso un non definito socialismo del XXI secolo.

[x] Questa la descrizione che ne fa l’economista argentino Eduardo Lucita:«Nel cosiddetto “lungo decennio”, la maggior parte di questi governi hanno realizzato importanti progressi in campo sociale e nel gestire le principali variabili economiche, così come hanno anche tenuto posizioni autonome sul piano internazionale. Hanno ampiamente beneficiato dei nuovi termini del commercio internazionale, favorevoli ai paesi produttori di materie prime (cereali, minerali e metalli, idrocarburi). È aumentato il PIL, si sono avuti saldi positivi dei conti correnti, le monete si sono rivalutate rispetto al dollaro ed è diminuito il rapporto debito/PIL. Hanno quindi potuto contare su risorse sufficienti per estendere l’intervento dello Stato e portare avanti politiche sociali attive. Hanno stimolato il consumo, ampliato diritti sociali, sviluppato consistenti programmi assistenziali, concesso sussidi alle imprese. Tutti hanno ampliato la spesa pubblica in campo sociale in termini di PIL, con Argentina e Brasile che si sono distinti per le più elevate percentuali del PIL stesso. Hanno tutti ridotto gli indici di povertà, anche se nella regione si registra la maggiore disuguaglianza del pianeta.»

[xi] Fra questi in particolare il giornalista e sociologo uruguayano Raúl Zibechi. L’’economista marxista argentino Claudio Katz e altri usarono per questi governi la definizione più problematica di “neo-sviluppisti”: «Politiche economiche eterodosse, ripresa dell’industrializzazione, riduzione del divario tecnologico e imitare il Sudest Asiatico. A differenza dello sviluppismo classico promuove l’alleanza con l’agroindustria, relativizza il deterioramento dei termini di scambio, ignora il concetto centro-periferia e privilegia il ricorso al tipo di cambio. Dissimula con pragmatismo il suo favoritismo per i capitalisti.» (C. Katz - ¿Qué es el neo-desarrollismo? I-II-III. Una visión.www.aporrea.org/tiburon/a191900.html). In Brasile già a partire dalla prima presidenza Lula il sociologo Francisco de Oliveira creò l’espressione “Hegemonia às avessas” ovvero “egemonia alla rovescia” dove il governo è lasciato alle sinistre che però praticano le politiche delle destre. Vedi: Brasil de Lula e do Bolsa Família. Hegemonia às avessas, ...www.ihu.unisinos.br/.../4703--brasil-de-lula-e-do-..

[xi] Per un approfondimento vedi, fra i tanti, il testo di E. Gudynas Se semini estrattivismo, raccoglierai violenza znetitaly.altervista.org/art/18285

[xiii] Da notare che le conseguenze dell’estrattivismo non sono solo di natura ecologica ma hanno mostrato una profonda implicazione sociale, aspetto ancor più grave del precedente. Su questo aspetto spesso sottovalutato vedi Entrevista a Raúl Zibechi “La crisis de los gobiernos ... www.resumenlatinoamericano.org/2016/05/10/entrevista-a-raul...

[xiv] Fa parzialmente eccezione la Bolivia, almeno per il momento.

[xv] Significativo il fatto che al IV Congresso del Partito della Sinistra Europea (Madrid, 13/15 dicembre 2013) organizzato allo scopo di definire una linea politica comune in occasione delle elezioni europee, a tenere la relazione di apertura venne invitato il vicepresidente boliviano García Linera. Significativi anche i legami culturali che Syriza e Podemos, le due realtà più eterodosse della sinistra partitica europea, intrattengono con realtà latinoamericane. Per non parlare dei numerosi movimenti che intrattengono intense relazioni con realtà di base della regione.

[xvi] Pochi si sono chiesti come mai in questi paesi con governi progressisti, dal Brasile al Venezuela, le banche e le grandi industrie hanno realizzato in questi anni benefici record. E come l’accresciuto benessere sociale sia derivato da politiche assistenzialiste, quindi congiunturali, e non da significativi cambiamenti strutturali. E neppure come mai è cresciuto l’estrattivismo e calata invece l’industrializzazione. Infine come mai sono state privilegiate le corporations internazionali e criminalizzata estesamente la protesta sociale?

[xvii] La gestione del rischio è una attività delle società di assicurazioni nella quale esse stabiliscono determinati livelli di rischio per qualsiasi attività economica. La gestione del rischio è diversa dalla speculazione, sebbene esse siano attività complementari. I prodotti derivati fanno parte della gestione del rischio, ed è l’utilizzo del portafoglio dei prodotti derivati per speculare sulle monete o altri prodotti si trasforma in speculazione.

[xviii] Il credit default swap (CDS) è uno swap che ha la funzione di trasferire il rischio di credito. È uno strumento di copertura del rischio ed è il più comune tra i derivati creditizi. Uno swap è uno scambio: “la parte A paga periodicamente una somma alla parte B, e la parte B in cambio si impegna a rifondere alla parte A il valore facciale di un titolo C, nel caso il debitore C vada in bancarotta. Insomma, A ha comprato l'obbligazione emessa da C, ma A vuole esser sicuro che C rimborsi il capitale alla scadenza. La finanza ha creato questo strumento di copertura del rischio, e il credit default swap è in effetti come una polizza di assicurazione. Se, per esempio, il valore dei titoli acquistati è di 100mila euro (facciali), e il cds è di 120 punti base, vuol dire che A deve pagare ogni anno 1200 euro per essere sicuro del rimborso. Questi cds sono quotati in mercati over the counter, (cioè fuori dalle borse ufficiali) e se il costo dovesse balzare, mettiamo, a 800 punti base, vuol dire che il mercato teme che il debitore C avrà difficoltà a far fronte ai propri impegni. Il Sole 24 ore - www.ilsole24ore.com/.../Economia/C/Credit-default-swap-Cds.shtml

[xix] Wallerstein Immanuel, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, 2006

[xx] Banca Mondiale. Rapporto sullo Sviluppo Umano del 1997.

[xxi] Stranamente i fautori dei governi di sinistra hanno accettato in silenzio la criminalizzazione della protesta sociale alle politiche estrattiviste e alla privatizzazione dei territori. Caso tipico l’Ecuador dove centinaia di leader sociali sono incarcerati e molti senza ancora un regolare processo.

AMERICA LATINA DAL BASSO n.5/2016 del 4 giugno 2016 A CURA DI ALDO ZANCHETTA

 

 



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