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I voucher, la “riforma” consolida l’evasione

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I voucher, la “riforma” consolida l’evasione

 

Annunciata da tempo come “perfezionamento del Jobs Act”, la riforma dei voucher è risultata una classica balla. È impossibile negare che questi buoni-lavoro vengono largamente usati per ripulire in extremis il lavoro nero, ma non si pone alcun limite al loro utilizzo, accontentandosi di introdurre un obbligo di preavviso che non avrà nessuna funzione di deterrente per l’esiguità delle penali previste in caso di utilizzazione irregolare.

A proposito delle prime limitazioni all’orario di lavoro nel 1833 in Inghilterra (a 15 ore per gli adulti e a 8, ma nell’arco delle 15 ore, per i fanciulli dai nove ai tredici anni) Marx spiega che non furono applicate dato che non era stata stanziata neanche una sterlina per affidare il controllo a un corpo efficiente di ispettori: erano pochi e quindi insufficienti a garantire un controllo sistematico, al sicuro da ogni tentativo di corruzione. Così se un’ispezione arrivava verso la fine dell’orario legale di lavoro per gli adulti, che era dalle 5,30 del mattino alle 20,30, e trovava dei bambini, bastava dichiarare che avevano cominciato a lavorare nel pomeriggio.

Chi ha un minimo di esperienza sa bene che nella maggior parte dei casi anche oggi le ispezioni vengono preannunciate ai padroni (mi rifiuto da sempre di usare il termine di “datori di lavoro”, che fa parte della neolingua: il lavoro lo tolgono, non lo danno) in tempo per sistemare la contabilità, facendo sparire quella vera (per uso interno) prima dell’arrivo dei controllori.

Per capire la scarsa utilità delle misure adottate dal governo Renzi-Poletti bisogna domandarsi anche: Quanti controlli vengono effettuati sul totale delle aziende esistenti? Quanti controlli sono davvero senza preavviso? Bisogna tener conto delle dimensioni raggiunte da questo “lavoro a scontrino”: 115 milioni di voucher attivati e moltissimi acquistati e tenuti nel cassetto per utilizzarli in caso di infortunio del lavoratore in nero. Molti, ma nei primi tre mesi del 2016 sono aumentati ancora di un 45% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Se trovato in possesso di voucher non segnalati tempestivamente, e con lavoratori non registrati, l’imprenditore-evasore scoperto (presumibilmente neanche uno su 1.000 o 10.000), anche senza dover “ungere” i meccanismi del controllo per far perdonare la sua “casuale dimenticanza” dell’obbligo di comunicare in anticipo all’Ispettorato l’inizio del lavoro, concorderà facilmente di pagare la penale minima di 400 euro… Quella massima di 2.400 euro non verrà mai applicata, perché sarebbe necessario provare che il rapporto di lavoro si protraeva da molto tempo. Il lavoratore, ricattato facilmente in una fase in cui ci si accontenta anche di un lavoro precario e sottopagato, dirà ovviamente di aver cominciato a lavorare proprio quel giorno, qualche ora prima.

Perfino il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, PD doc anche se inquieto, ha ammonito Renzi a non ignorare i segnali di scollamento dai “ceti più deboli” che una volta costituivano la base sociale del PCI-PDS-DS-PD.

C’è disperazione non solo negli strati sociali più poveri ma anche in tante famiglie che forse hanno meno problemi di reddito ma si sentono, comunque, marginali. Sono questi nostri cittadini che vivono sulla loro pelle una situazione di disuguaglianza. (…) E il Pd ha risposto con un segnale opposto: tutto va bene madama la marchesa».

Ma Renzi non ignora questi messaggi, se ne infischia. Tanto più che la CGIL, come al solito, critica blandamente le misure prese, ma conclude che “questa è un’altra occasione mancata per correggere gli errori del Jobs Act”. Come se fossero solo “errori” e non la logica conseguenza di una politica che punta a compiacere in tutto il padronato. (a.m.).

 



Tags: vaucher  Renzi  Chiamparino  Poletti  

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