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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> La sinistra radicale nella “nuova” Unione europea

La sinistra radicale nella “nuova” Unione europea

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Tra nostalgia comunista e radicalismo postmoderno

di Stanislav Holubec

Dall’ultimo numero della interessante rivista spagnola Viento Sur, abbiamo scelto due articoli che descrivono le difficoltà della “sinistra radicale” nei paesi dell’area ex sovietica e in quelli della ex Jugoslavia. Molto interessanti per capire il triste lascito del “socialismo reale” in tutte le sue varianti, e per spazzare via le interpretazioni “complottiste” dei crolli degli anni Novanta. Questo è il primo, il secondo tra pochi giorni. (a.m.)

Prendendo in esame i risultati delle elezioni al Parlamento europeo del 2014, si notano sorprendenti differenza tra la vecchia UE e la nuova (postsocialista).

Se le elezioni si fossero tenute soltanto nella “vecchia Europa”, le avrebbe vinte la socialdemocrazia con il 27% dei voti, seguita dal Partito popolare europeo (24%), dalla sinistra radicale (9%) e da altre cinque aree politiche (euroscettici duri, euroscettici moderati, verdi, liberisti ed estrema destra), ciascuna con circa il 7%.

I risultati elettorali della “nuova UE” (frutto degli ampliamenti del 2004, 2007 e 2013)[1] mostrano un quadro radicalmente diverso: in questi paesi, i partiti raggruppati nel Partito popolare europeo ottennero il 43% dei voti, la socialdemocrazia il 22%, gli euroscettici moderati il 12/, i liberisti il 9,5%, gli euroscettici duri il 4,8, i fascisti intorno al 2%, la sinistra radicale l’1,4% e i verdi lo 0,9. I verdi e la sinistra radicale non hanno praticamente seguito nella nuova UE. È evidente che a beneficiare dell’allargamento del 2004-2007 è stata la destra politica della vecchia EU.[2] La sola buona notizia per la democrazia è che neanche l’estrema destra gode di sostegno significativo nella nuova UE, tranne in Ungheria.

È evidente che l’Europa centrale e orientale non hanno costituito uno spazio particolarmente ricettivo per la sinistra radicale nell’ultimo ventennio e che non vi sono indizi che questo possa cambiare in un futuro prevedibile. La zona sembra dominata dalle forze neoliberiste e nazional-conservatrici. Come si spiega questo dato? Sembra che, a prescindere dal fatto che la povertà e la disuguaglianza sociale possono favorire il sorgere di una sinistra radicale, ci sono altri elementi che contrastano concretamente questa tendenza. Li affronterò brevemente di seguito, per poi proporre una tipologia del modo di operare della sinistra radicale postcomunista in queste condizioni, soffermandomi in particolare sul caso contemporaneo più significativo, il Partito comunista di Boemia e Moravia (KSČM).

Il primo elemento che ostacola la sinistra radicale è la debolezza delle istituzioni democratiche, che risale al periodo sia precedente sia successivo al 1989. La difficoltà successiva al 1989 dipende dalle condizioni di declino economico e dall’assenza dello Stato di benessere (Ekiert e Foa, 2011, pp. 1-45) [v. Bibliografia al termine dell’articolo]. Un secondo elemento è l’attrazione perdurante del neoliberismo, che si continua a ritenere l’alternativa al comunismo screditato. Il rigetto di tutto ciò che ha a che fare con la sinistra è soprattutto endemico nei ceti medi, negli strati con maggior livello di istruzione e nelle giovani generazioni, che sono i settori che nell’Europa Occidentale e del Sud maggiormente sostengono la politica progressista. Un terzo fattore negativo è la mancanza di sperimentazione di dittature di destra, che ha invece legittimato la sinistra radicale in Spagna, Portogallo e Grecia. Quarto fattore potrebbe essere la russofobia, che sembra star crescendo ultimamente, soprattutto a causa della politica del presidente Vladimir Putin, spesso considerato in Europa orientale la reincarnazione del comunismo. L’ultimo fattore è l’effetto relativamente scarso della crisi economica iniziata nel 2008, in particolare rispetto all’Europa del Sud (ad eccezione dei Paesi Baltici, anche se in questo caso si superò rapidamente). Nessun paese postcomunista ha conosciuto tassi di disoccupazione o di indebitamento analoghi a quelli della Grecia, della Spagna e del Portogallo. Di più, la crisi successiva al crollo del socialismo è stata decisamente più disastrosa e continua ad essere presente nella memoria popolare. Furono soprattutto i bassissimi redditi, rispetto a quelli che erano normali nella vecchia Europa, a far sì che quell’area fosse meno vulnerabile alla crisi avviatasi nel 2008.

Neanche i valori sociali predominanti favoriscono la comparsa di movimenti di sinistra. Secondo vari studi, le società della nuova Europa sono contraddistinte da minore fiducia e reciproca solidarietà (Inglebart et alii, 2004, pp. A165) e da minor desiderio di partecipazione a protesta civili (ivi, p. E026). La sfiducia nelle cerchie politiche dirigenti è maggiore che non nella vecchia Europa (ivi, p. E075), anche se questo non rafforza la domanda di una sinistra radicale, giacché spesso si ritiene che le cerchie politiche dirigenti siano comuniste. Lo si è visto chiaramente nelle recenti proteste contro gli strati dirigenti (Albania 2011, Romania 2012-2014, Bulgaria 2013-2014, Macedonia 2015), che in alcune occasioni hanno assunto forme molto drammatiche, come nelle sparatorie contro la folla in Albania, che causarono tre morti, e nell’assedio del Parlamento in Romania e Bulgaria. Si trattava naturalmente di proteste apolitiche, o comunque di natura pro-UE, oppure anticomuniste (ad esempio in Bulgaria). I gruppi di sinistra non riuscirono a ricavare gran profitto da quegli avvenimenti. Inoltre, la parte settentrionale della nuova UE (Polonia, Repubblica Ceca, Paesi Baltici) non hanno sperimentato quell’ondata , dimostrando una certa passività civica, incluso rispetto alla vecchia UE (ad esempio, nel numero di scioperi) (ETUI, 2015).

Esistono anche ostacoli legali all’esistenza di partiti di sinistra radicale. Nei Paesi Baltici e in Ungheria, i partiti comunisti sono vietati per legge. Nessuno osa dar vita a partiti comunisti nei Paesi Baltici. In Ungheria, il marginale Partito comunista dei lavoratori si è vide costretto a cambiar nome, nel 2013, in Partito dei lavoratori. L’impiego di simboli del comunismo, stella rossa compresa, è anch’esso vietato in Ungheria dal 1993. Nel 2003, un esponente del Partito dei lavoratori fu denunciato perché inalberava una stella rossa. Nel 2005 è stata portata in giudizio persino l’impresa Heineken per il suo logo. Nel 2013 si decretò una nuova proibizione di simboli comunisti e nazisti, ma questa volta venne revocata dalla Corte costituzionale. Seguirono i Paesi Baltici, proibendo di recente quei simboli (Lituania nel 2008 e Lettonia nel 2013). La cosa era stata criticata da esponenti russi, ritenendo che quei simboli fossero espressione “della lotta antinazista” (Sputnik news, 2013). . La Polonia proibì i simboli comunisti fin dal 1997 e ancora nel 2009, anche se, nel 2011, la Corte costituzionale annullò il divieto (Hutko, 2013). Nel 2015, le autorità ucraine misero anch’esse fuori legge l’ideologia comunista e i suoi simboli.

In queste condizioni,, che abbracciano l’intera regione, i partiti di sinistra radicale stentano ad impiantarsi. Agli inizi degli anni Novanta , quando sopraggiunse la crisi post-comunista, sembrava che i partiti post-comunisti, trasformatisi in partiti socialdemocratici, sarebbero stati in grado di conquistare l’egemonia, dopo un breve periodo all’opposizione (come accadde in Lituania, Polonia e Ungheria), o anche senza mai perdere il potere (come nel caso della Bulgaria e, fino a un certo punto, in quello della Romania). Certamente, le difficoltà della transizione rivelarono la principale debolezza dei partiti socialdemocratici post-comunisti, che si videro stretti tra le promesse di benessere e la politica neoliberista, laddove arrivarono al governo. Dopo varie legislature, quindi, i partiti socialdemocratici soffrirono in generale gravi crisi, da cui non si sono mai liberati (Slovacchia 2002, Polonia 2005, Lituania 2008, Ungheria 2010), e i neoliberisti o nazional-populisti dimostrarono di essere forze politiche di maggior successo. I partiti della sinistra radicale incontrarono tuttavia sempre maggiori difficoltà, non essendo riusciti ad integrare i vecchi partiti comunisti e dovendosi ricostituire a partire da zero.

Possiamo classificare i partiti di sinistra radicale in tre categorie connesse ai risultati elettorali: il primo gruppo consiste in partiti relativamente forti di coalizioni di sinistra radicale in grado di conseguire seggi parlamentari. In questo gruppo figurano i comunisti cechi, un partito forte che conserva qualcosa della sua antica identità di sinistra. Il secondo gruppo è formato da partiti marginali che si presentano con proprie liste senza alcuna possibilità di ottenere seggi o che magari decidono di non presentarsi alle elezioni (Slovacchia, Romania, Lituania, Estonia e Polonia). Sono partiti che conservano un profilo stalinista e che partecipano a eventi internazionali organizzati dai comunisti greci della linea dura (Slovacchia, Lituania, Ungheria), oppure assumono una posizione “socialista democratica” e fanno parte del Partito della Sinistra europea (Estonia, Romania). Un terzo gruppo riunisce i partiti comunisti marginali, che possono partecipare, grazie ad alcuni livelli di anticomunismo meno rigidi, a coalizioni con partiti socialdemocratici (Bulgaria), o che collaborano con la minoranza russa (Lettonia e, tempo addietro, Estonia).

Vale la pena di parlare brevemente della forza di sinistra radicale più affermata dell’area, il KSČM[3] (un secondo caso di successo recente sarebbe quello di Sinistra unita di Slovenia, affrontato in un altro articolo [dello stesso numero 145, aprile 2016, di Viento Sur, che tradurremo successivamente]).

Il KSČM è l’unica forza politica post-socialista al di fuori dell’Unione Sovietica che conservi la propria identità comunista e che, al tempo stesso, mantenga una rappresentanza parlamentare costante. Per la sua forza e stabilità, somiglia ai partiti comunisti di Russia e di Ucraina e, fino a un certo punto, al Partito del Socialismo democratico tedesco (dal 2007, Die Linke). A differenza degli altri vecchi partiti comunisti, e per diversi motivi, il KSČM non ha assunto l’identità socialdemocratica agli inizi degli anni Novanta. In primo luogo, la sua ala riformista, epurata dopo il 1968, era relativamente debole. In secondo luogo, la sua esistenza legale era garantita, contrariamente alle proibizioni dei partiti comunisti in Romania e nei Paesi Baltici nel 1989-1991, cosicché non si è visto costretto a rinunciare alla propria identità comunista. In terzo luogo, visto il forte sentire politico anticomunista, il partito si convinse che adottare un profilo democratico socialista non gli avrebbe portato nuovi voti e, al contrario, avrebbe minacciato di fargli perdere quelli che aveva già. L’anticomunismo dominante contribuì inoltre a consolidare l’identità dei membri del partito e degli elettori comunisti. Infine, il rinnovamento della socialdemocrazia, che guadagnò subito terreno nello spazio di centrosinistra, permise al partito comunista di sopravvivere come forza di media dimensione, rappresentativa dal 10% al 15% degli elettori, che condividono la nostalgia del comunismo e l’odio per i nuovi regimi.

Il partito non adottò gli atteggiamenti programmatici della nuova sinistra (femminismo, ecologismo, diritti delle minoranze sessuali, antirazzismo, ecc.), perché sarebbe stato respingente per i suoi elettori conservatori, ma al contempo, per pragmatismo, non si presentò con il profilo di un partito stalinista, come fecero invece i comunisti greci e portoghesi. Ad esempio, il KSČM non si unificò con il Partito della Sinistra europea nel 2004 ma, a differenza dei partiti greco e portoghese, richiese lo statuto di osservatore. Non si unì all’Iniziativa stalinista di partiti comunisti europei nel 2013, anche se partecipò alla sua prima seduta. Nel 2006, durante la votazione in parlamento della legge sul matrimonio omosessuale, 26 deputati del KSČM si espressero a favore, 9 contro e 7 si astennero.[4] Nel 2004 lanciò un appello per il no all’adesione all’UE, nonostante fossero favorevoli quattro dei suoi cinque vicepresidenti.

A parte il fatto che, dal 2002, i suoi risultati elettorali siano rimasti piuttosto stagnanti, vi sono stati vari segnali dell’influenza che il partito ha guadagnato nella politica nazionale in quel decennio: nel 2002 ha ottenuto la vicepresidenza del Parlamento; nel 2004 furono eletti i primi due sindaci comunisti; nel 2006 i socialdemocratici manifestarono la loro disponibilità a formare coalizioni con l’appoggio dei comunisti, anche se senza la loro diretta partecipazione al governo; nel 2008 partecipò per la prima volta a governi regionali; nel 2012 il partito ottenne la presidenza di un governo regionale e diede vita a coalizioni con i socialdemocratici in nove dei quattrodici governi regionali. La forza del partito è, certo, limitata dal fatto che può solo coalizzarsi con i socialdemocratici, visto che altri partiti si rifiutano. L’aumento della sua influenza, quindi, è dipesa dalla vittoria elettorale dei socialdemocratici.

Par altro verso, si è visto indebolito dal fatto di essere stato all’opposizione in quasi tutte le istanze del potere per oltre venticinque anni e dal persistere, ancora in maniera significativa, dell’anticomunismo. I suoi iscritti invecchiano (nel 2013 l’età media era di 72 anni) e conta solo 10.000 membri al di sotto del 60 anni di età e pochissimi militanti di provenienza accademica.[5] Il partito ha perciò difficoltà a presentare candidature brillanti e spesso inserisce nelle liste familiari dei suoi dirigenti politici. La direzione del partito sembra essere più interessata ai propri affari più che all’attività politica (ad esempio, mediando in contratti tra imprese ceche ed entità dell’ex Unione Sovietica, della Cina o del Vietnam).[6] Tra i dirigenti prevale l’opinione che il KSČM comunque si muova o meno. avrà i suoi voti, grazie agli errori dei partiti che governano.

Il partito non è riuscito a svolgere un ruolo importante nelle proteste contro i governi di destra nel 2010-2013. Quelle proteste si organizzarono piuttosto ai margini dei partiti politici o intorno ai socialdemocratici o ai partiti extraparlamentari dei verdi e dei “pirati”. I movimenti sociali, in particolare, diffidano del partito per la sua mancanza di sensibilità ecologica, il sostegno alla Russia e l’atteggiamento ambiguo rispetto al passato sovietico. Un altro punto debole del partito sta nel suo Statuto, che per un verso gli ha consentito dei stabilizzarsi nel periodo di crisi agli inizi degli anni Novanta, ma che hanno anche contribuito ad anchilosarlo. Ad esempio, il Congresso del partito si svolge ogni quattro anni e il Comitato centrale non viene eletto dal Congresso ma è formato dai rappresentanti dei distretti, eletti dai Comitati di distretto. Sono proibite inoltre le frazioni interne. Nella storia del partito si è svolto un solo referendum, nel 1991, anche se questa misura è contemplata nello Statuto. Attualmente, non esistono correnti differenziate all’interno del partito, ferreamente controllato dal presidente, Voijtĕch Fillip, dalla vicepresidente Miroslava Vostrá e dalla società di pubbliche relazioni che collabora con loro.

Un altro caso unico nell’UE, e che merita perciò qualche breve nota, è quello dei partitini comunisti che, in Bulgaria e in Lettonia, collaborano in percorsi di coalizione con socialdemocratici. Il Partito comunista di Bulgaria fa parte, dal 2001, di una coalizione di centrosinistra e il suo leader, Alexandar Pamov, è stato il solo deputato eletto nell’ultimo decennio (2001-2009 e 2013-2014). È stato l’unico deputato a votare al Parlamento nazionale contro l’ingresso nella NATO e l’adesione all’UE. Quando calò il sostegno al Partito socialista bulgaro, i comunisti persero il loro unico seggio, ma continuarono a far parte della coalizione.

Il Partito socialista lettone ha fatto parte, a propria volta, della coalizione Armonia, in rappresentanza della minoranza russa. Dal 2009 al 2014, il suo dirigente, Alfreds Rubiks, venne eletto al Parlamento europeo e si unì al gruppo della Sinistra unita europea (il secondo deputato lettone si unì invece al gruppo socialdemocratico). Rubiks era stato il sindaco comunista di Riga e si era opposto all’indipendenza della Lettonia; è stato poi in carcere per due anni. Mentre gli era vietato per legge di occupare qualsiasi incarico pubblico in Lettonia,[7] nulla gli impediva di presentarsi candidato al Parlamento europeo. Possiamo concludere che queste alleanze quagliarono nei casi in cui i partiti socialdemocratici neoconvertiti non rinunciavano alle proprie radici ed erano disposti alla collaborazione con forze politiche la cui identità si basasse sulla nostalgia del comunismo. In certi casi, è la minoranza russa a voler collaborare con i partiti di sinistra. Da questo punto di vista, le minoranze russe si differenziano da altre minoranze dell’Europa orientale, che preferiscono collaborare con i partiti della destra liberista (turchi in Bulgaria, magiari in Romania e Slovacchia).

Indipendentemente dal fatto che il potere politico della sinistra radicale sia limitato nei paesi postsocialisti, dall’inizi degli anni 2000 ha acquistato una certa solidità intellettuale. In questo senso, l’esempio più significativo è la ONG polacca Krytyka Politiczna, sorta nel 2002, che è una divulgatrice popolare del pensiero di sinistra occidentale, pubblica la propria rivista che contiene traduzioni di autori occidentali di sinistra e organizza conferenze. Un caso analogo è quello dell’Associazione ceca per il pensiero di sinistra, SOK. Accademici come Slavoj Žižek, Alain Badiou e Gaspár Miklós Tamás esercitano una forte influenza sulla sinistra dell’Europa centrale e orientale. In Ungheria si è creato nel 2014 un nuovo partito di sinistra, Bálpár, ispirato a Syriza, anche se per il momento è difficile misurarne le possibilità. C’è da dubitare che il modello della coalizione greca della sinistra radicale si possa applicare ai paesi postcomunisti.

In Polonia c’è stato un analogo tentativo con Polska Razem (Polonia uniti), creata nel 2015, che non ha scelto una posizione decisamente anticapitalista, ma si richiama piuttosto all’attivismo di base e al liberalismo social-ecologico. Nel caso ceco, sembra che la sinistra pretenderà piuttosto di trasformare il partito Verde estraparlamentare che non cercare di costruire la propria organizzazione.[8]

Gli attivisti della sinistra radicale di tutta l’Europa centrale sognano di creare la propria Syriza (Lefteast. 2015), ma è difficile prevedere se questo sogno si concretizzerà o si trasformerà in un’altra delle mode passeggere, come Rifondazione Comunista negli anni Novanta.

Bibliografía citata

Ekiert, G. e Foa, T. (2011), Civil Society Weakness in Post-Communist Europe: A Preliminary Assessment. Carlo Alberto Notebooks, n. 198.

ETUI (European Trade Union Institute) (2015), “Strikes in Europe (January 2015)”. Disponibile in :http://www.etui.org/Topics/Trade-union-renewal-and-mobilisation/Strikes-in-Europe-version-2.1-January-2015.

Hutko, D. (2013) “Symbols of Death”, Gazeta [online], 3/3/2013.

Inglehart, R. et alii, (2004), Human Beliefs and Values: A cross-cultural sourcebook basedon the 1999-2002 values surveys, Ciudad de México: Siglo XXI.

Sputnik News (2013) “Latvia Bans Soviet, Nazi Symbols”. 21/6/2013. Disponibile in: http://sputniknews.com/russia/20130621/181788657.html.

Lefteast (2015) “Syriza’s victory and what comes next: Entrevista a Marko Milosevic, Croatia”. Lefteast, 16/2/2015. Disponibile in: http://www.criticatac.ro/lefteast/syrizas-victory-and-what-comes-next-marko-milosevic-croatia/.

[da Viento Sur, n. 145 – traduzione dallo spagnolo di Titti Pierini]



[1] 2004: Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Estonia; 2007: Romania, Bulgaria; 2013: Croazia.

[2] L’effetto si è visto rafforzato dal fatto che i paesi piccoli hanno, comparativamente, più seggi nel Parlamento europeo

[3] Il nome di Partito comunista di Boemia e Moravia rinvia alle due regioni storiche della Repubblica Ceca. Questa versione si è adottata nel 1990, quando il Partito comunista di Cecoslovacchia si è scisso nelle due branche, ceca e slovacca, e la parte ceca volle meglio riflettere gli intenti della Moravia, allora più insistenti, di ottenere una certa autonomia.

[5] Corrispondenza elettronica dell’autore con il vicepresidente del KSČM, Jiŕi Dolejš, giugno 2015.

[6] Corrispondenza elettronica dell’autore con il vicepresidente del KSČM, Vlastimil Balin, maggio 2014.

[7] La legge lo vieta a tutti gli ex funzionari del regime sovietico.

[8] htpp://www.zelenarevize.cz/programove-body/programme-points



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