Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> La “nuova sinistra” nell’area dell’ex-Jugoslavia. Temi, spazi e forme

La “nuova sinistra” nell’area dell’ex-Jugoslavia. Temi, spazi e forme

E-mail Stampa PDF

di Igor Štiks*

da Viento Sur

Introduzione: che cos’è la “nuova sinistra” ex jugoslava?

In quella che era la Jugoslavia si sono formati sette nuovi Stati: è il panorama post-jugoslavo, post-partizione, post-conflitto e postcomunista, che sembra trovarsi in uno stato di sempiterna “transizione” verso economie di libero mercato e di democrazia liberista (Horvat e Štiks, a cura di, 2015).

La comparsa di quello che qui definirei la “nuova sinistra” ex-jugoslava può scorgersi con chiarezza nel periodo successivo al 2008. La sola conseguenza salutare del tracollo finanziario del 2008 fu l’effetto di delegittimazione del dogma neoliberista, fino a quel momento pressoché indiscusso, e dell’idea che non esista alternativa al capitalismo. Quando l’onda d’urto scosse i Balcani post-socialisti, non fece che assestare un ulteriore colpo a un paesaggio ormai desolato. Dopo la serie di guerre devastanti che nel corso degli anni Novanta coinvolse la maggioranza degli Stati ex-jugoslavi, vi fu la “ripresa” postbellica, nella forma della consueta “ristrutturazione” neoliberista. Le campagne di privatizzazione, oltre ai vantaggiosi profitti di imprese e banche estere, fornirono la base del formarsi e consolidarsi di una nuova oligarchia economica, intimamente legata alla cerchia dirigente postsocialista. L’economia fu distrutta dalla deindustrializzazione. Le guerre costarono la vita di 130.000 persone[i] e provocarono milioni di profughi.[ii] Secondo Trading Economics, nel 2014-2015 la disoccupazione arrivò al 12-13% in Slovenia, al 14-15% in Montenegro, al 16-20% in Croazia, al 19-20% in Serbia, al 27-28% in Macedonia, al 43% in Bosnia e al 35% in Kossovo. La disoccupazione giovanile di norma si situa tra il 40% e il 50%. Com’era prevedibile, tutti gli Stati ex-jugoslavi sono altamente indebitati, con in testa Croazia e Slovenia, seguite da vicino dalla Serbia.[iii] Cosicché, quando la crisi del 2008 suscitò allarme in tutto il mondo, aprì anche lo spazio per una prima solida articolazione di una critica anticapitalista – nei media e nell’opinione pubblica, ma anche tramite alcune iniziative sociali e politiche – dopo due decenni di incontrastato predominio delle ideologie e degli attori del neoliberismo e in generale delle destre.

Prima di definire la “nuova sinistra”, occorre distinguerla sia dalla “vecchia” sinistra comunista, sia dalla sinistra postcomunista costituita. Per vecchia sinistra si intende la Lega dei Comunisti di Jugoslavia, fondata nel 1919 con il nome di Partito Comunista di Jugoslavia. Quell’organizzazione diresse il vittorioso e massiccio movimento di resistenza durante la seconda Guerra mondiale e guidò la Federazione jugoslava dal 1945 fino al 1990, quando si disintegrò nelle sue varie componenti federali. Allora la Lega dei Comunisti di ciascuna repubblica jugoslava venne sostituita da quella che chiamerei qui la sinistra “costituita” della fase postsocialista. Le vecchie Leghe comuniste passarono ad autodefinirsi partiti “socialdemocratici” o “socialisti” e a sostenere il pluralismo e l’economia di mercato. Alcuni di questi partiti vennero sconfitti alle prime elezioni democratiche nel 1990, ad esempio in Slovenia, in Bosnia-Erzegovina, in Croazia e in Macedonia; naturalmente, in tutti questi paesi avrebbero vinto in seguito diverse tornate elettorali. Altri restarono al potere per tutti gli anni Novanta, ad esempio in Serbia (fino al 2000) e in Montenegro (fino ad ora).

Va detto subito che l’evoluzione ideologica verso il centro di questi partiti nominalmente di sinistra e l’accettazione da parte loro della dottrina neoliberista sono state totali. Nel migliore dei casi si sono trasformati in partiti di “terza via” e sono finiti a propugnare politiche neoliberiste e, nel peggiore, si sono impegnati in campagne e guerre nazionaliste, come è avvenuto al Partito Socialista al governo in Serbia sotto Slobodan Miloševič. Tuttavia, tutti questi partiti hanno conservato un sostegno popolare significativo, il che forse si spiega con il persistente attaccamento emotivo e ideologico al “vecchio” partito, ma anche, in certi paesi, con l’opposizione a politiche nazionaliste e conservatrici. Questi partiti – tranne la Serbia, dove l’eredità di Miloševič continua a disegnare il crinale tra sinistra e destra, ostacolando tuttavia ogni tentativo di applicare politiche di genuina sinistra – si considerano generalmente non nazionalisti e più aperti alle rivendicazioni delle minoranze etniche e sessuali. La “nuova sinistra” si oppone alla politica della sinistra costituita e conserva una visione critica ed equilibrata della sinistra comunista storica e della sua eredità. Ciò nonostante, apprezza le conquiste sociali della “vecchia” sinistra, soprattutto le generose misure de benessere sociale, contrapponendole alla realtà dell’attuale capitalismo.

Ed ora, che cos’è la nuova sinistra? Il termine generico – non privo di alcune analogie con la storica “nuova sinistra” degli anni Sessanta – verrà qui utilizzato per indicare movimenti politici e sociali generalmente progressisti e organizzazioni di chiaro profilo ideologico che si considerano esse stesse “nuova sinistra” o così vengono definite. Altrimenti detto, il termine si riferisce a una serie di avvenimenti, movimenti e soggetti e non a una forza politica nettamente differenziata e organizzata. In questo periodo successivo al 2008, a volte irrompono movimenti spontanei di fronte a ingiustizie sociali generalizzate e a politiche concrete, che esprimono indignazione senza necessariamente proclamare un programma “di sinistra”; poi, naturalmente, l’esperienza dell’impegno sociale e delle proteste, così come la radicalizzazione di alcuni elementi e di alcuni settori dell’opinione pubblica in generale, contribuiscono alla formazione di organizzazioni di sinistra radicale (gruppi, associazioni e anche partiti).

Le caratteristiche principali della “nuova sinistra” ex-jugoslava sono: critica della democrazia elettorale seguita da sperimentazioni di forme di democrazia diretta, partecipativa e orizzontale, o di difesa di queste ultime; critica della trasformazione capitalistica neoliberista delle società ex-jugoslave e della cosiddetta “transizione”, che hanno dato vita a enormi disuguaglianze e alla disoccupazione e alla povertà di massa; critica dell’egemonia ideologica conservatrice, religiosa, patriarcale e nazionalista che ha accompagnato e reso possibile questa trasformazione; difesa dei beni comuni e pubblici, comprese le risorse naturali e di quel che resta dello Stato di benessere socialista, dalle privatizzazioni e dallo sfruttamento a vantaggio del profitto; per finire, una visione internazionalista della regione dell’ex Jugoslavia e balcanica in generale, a volte connessa a un atteggiamento antinazionalista e antifascista. Non tutte le formazioni definite “nuova sinistra” contengono necessariamente tutti queste elementi insieme, ma di solito perlomeno ne combinano alcuni. Ricorreremo a tre assi analitici per esaminare la formazione della “nuova sinistra” ed analizzarne gli interventi e l’incidenza sociale e politica più ampia: i temi che ne definiscono il programma; gli spazi in cui si svolgono le sue lotte; le forme adottate.

I temi

Il lungo inverno del malcontento post-socialista: proteste e rivolte

I vari elementi della “nuova sinistra” ex jugoslava si sono formati nelle eruzioni di malcontento e nelle massicce proteste sociali che hanno scosso a più riprese la regione. I temi abituali sono la “corruzione generalizzata” dei gruppi dirigenti politici, l’enorme povertà e il disagio sociale. Naturalmente, il detonatore può essere diverso da caso a caso. In Croazia, agli inizi del 2011, tutto cominciò con l’appello, tramite Facebook, a protestare contro il governo. Ben presto, per le strade di Zagabria 10.000 persone partecipavano a cortei di protesta ogni sera, per un intero mese. Nel novembre e dicembre del 2012 fummo testimoni delle “rivolte” slovene, scatenate da una rivolta a Maribor contro il corrotto sindaco locale (Kirn, 2014,pp. 106-129). Le proteste si estesero rapidamente per tutto il paese, mobilitando tra 10.000 e 15.000 persone a Maribor, 200.000 a Lubiana e migliaia in altre città minori. Furono le principali manifestazioni della storia più recente della Slovenia e furono chiaramente dirette sia contro il governo di destra sia contro l’intero gruppo politico dirigente. Alla fine le manifestazioni diedero luogo al crearsi di una serie di reti locali, di attivisti e alla formazione di un importante partito di sinistra (v. oltre).

Allo stesso modo, le proteste maggiori e più radicali si verificarono in Bosnia nel febbraio del 2014. Nella città di Tuzla, nel nord-est del paese, i lavoratori della locale industria di detersivi e del mobile licenziati senza indennità si allearono con studenti, disoccupati e cittadini malcontenti in genere. Il 4 e 5 febbraio le proteste crebbero, dando luogo a scontri violenti con la polizia. Il palazzo comunale finì in preda alle fiamme. Il giorno seguente le proteste si estesero a tutte le principali città della Federazione di Bosnia-Erzegovina, una delle due entità della Bosnia, inclusa Sarajevo, dove pure vennero dati alle fiamme l’edificio comunale e la sede della presidenza dello Stato (le proteste furono marginali nell’altra entità bosniaca, La Repubblica serba). Quei drammatici avvenimenti, seguiti dalle dimissioni di una serie di governi municipali costituirono la maggiore sfida al sistema di governo postbellico della Bosnia. Ben presto i manifestanti convocarono assemblee civiche in grandi e piccole città come forma di autorganizzazione spontanea della popolazione. Il movimento colse di sorpresa sia gli strati dirigenti etno-nazionalisti, sia la comunità internazionale. Nel giro di tre mesi il movimento di protesta e delle assemblee andò perdendo lo slancio iniziale e tutto rientrò nell’austera normalità. Ciò nonostante, quei fatti diedero vita a una serie di movimenti di lotta per la “giustizia sociale”. Per la prima volta dalla guerra, in Bosnia la politica etnica si è vista oscurata da problemi sociali quali le disuguaglianze e la disoccupazione, come pure le privatizzazioni e la corruzione.[iv]

Infine, nell’estate del 2015 ci furono massicce proteste in Macedonia contro il governo di destra, dopo che l’opposizione aveva diffuso registrazioni che mettevano in evidenza la vasta corruzione e le azioni criminali del partito nazionalista al governo e dei suoi dirigenti. Le manifestazioni di piazza venivano affiancate dal movimento studentesco e vi partecipavano cittadini di ogni appartenenza etnica.

Lotta per i beni comuni: città, natura, istruzione

Le privatizzazioni, il degrado o la distruzione dei beni comuni continuano a galvanizzare l’opinione pubblica e a favorire mobilitazioni di massa. Molte volte si unificano per criticare le disuguaglianze sociali, rivendicare l’accesso ai servizi pubblici, all’insegnamento e alla sanità, per i diritti civili in generale, la qualità della vita nell’ambito urbano e lo sfruttamento delle risorse naturali (The Commons Working Group, 2014, pp. 9-34).

Con la parola d’ordine generale di “Diritto alla città” (Pravo na Grad) si sono formati importanti movimenti nell’intera regione jugoslava, comprendenti persone di varie tendenze politiche, perlopiù dalla sinistra liberista alla sinistra radicale. L’accesso allo spazio stesso in cui viviamo – parchi, piazze, strade e palazzi – coinvolge ampi settori della società e suscita facilmente reazioni emotive e politiche. Il movimento per il diritto alla città crebbe notevolmente a Zagabria nel 2009-2011, in opposizione a un importante progetto urbanistico che alterava la strada pedonale (Varšavskaulica) e una delle principali piazze del centro (Cvjetnitrg). I manifestanti denunciarono la corruzione, la “gentrificazione” e la recinzione, nonché i legami tra capitale privato e governo comunale. A Banja Luka (Bosnia-Erzegovina) si sviluppò nel 2012 un movimento di opposizione alla distruzione di un parco (Picinpark) e alla sua riconversione in complesso residenziale. Come per il movimento di Zagabria, non raggiunse l’obiettivo, ma entrambi costituirono la prima sfida pubblica ai rispettivi regimi e all’egemonia neoliberista. Si può sottolineare uno scenario analogo a Belgrado, dove attivisti urbani tentarono di impedire l’attuazione del progetto “Belgrade Waterfront”, sostenuto politicamente e finanziariamente dal governo serbo. Un investitore emiratino progetta di trasformare un’ampia zona del centro di Belgrado, in riva al fiume Sava, in un complesso di lussuosi edifici residenziali e centri di servizi. Il controverso progetto, che ha comportato una serie di irregolarità ed azioni illegali, ha suscitato l’indignazione dei cittadini. La mobilitazione, con lo slogan “Non strangolate Belgrado” (“Ne da(vi)mo Belgrade!”), non costituisce un movimento di sinistra in quanto tale e chi vi partecipa evita di dichiararsi di sinistra. Certo però che il fatto che si ispiri direttamente a movimenti urbani di sinistra della regione, l’insistenza sui beni comuni e l’inevitabile critica della politica neoliberista dell’investitore lo collocano, a mio giudizio, nell’ambito della “nuova sinistra” post-jugoslava.

Analogamente, alcune iniziative di lotta contro la distruzione delle risorse naturali si sono sviluppate in movimenti civici più ampi. Il movimento “Srdj è nostra” (Srdj je naš) tentò, nel 2010-2013, di impedire la privatizzazione di parti della collina Srdj a Dubrovnik e l’installazione di campi da golf. In Montenegro, una piccola mobilitazione a Beranselo [villaggio montenegrino] contro una discarica che contaminava risorse naturali suscitò grande eco in tutto il paese. Di recente, la rete locale di attivisti “Primavera bosniaca”, a Bihač [citta della Bosnia nord-occidentale], sorta nel vivo delle proteste nel 2014, riuscì a impedire lo sfruttamento commerciale del fiume Una.

A parte queste lotte in difesa del bene comune urbano e naturale, il più importante movimento della “nuova sinistra” nacque contro la commercializzazione e la privatizzazione dell’istruzione superiore. In difesa dell’idea che l’istruzione è un bene comune che deve essere alla portata di tutti, in quasi tutti gli Stati ex-jugoslavi si svilupparono forti movimenti studenteschi, che fecero l’esperienza della democrazia diretta. L’avvenimento cruciale fu l’occupazione delle università croate nell’aprile e novembre del 2009, dove si costituirono plenum – assemblee generali di studenti, docenti e cittadini – che articolarono sia il loro movimento sia una critica più generale delle oligarchie politiche e dei loro regimi di rappresentanza pluripartitica, nonché del sistema economico capitalistico (AA. VV., 2011). L’occupazione inaugurò la retorica politica e gli strumenti organizzativi di tutte le future lotte studentesche di questa regione (Baćević 2015, pp. 223-224). In seguito, vi furono analoghe occupazioni a Lubiana nel 2011 e a Belgrado nel 2011 e 2014, infine in Macedonia nel 2014-2015. Gli studenti e gli insegnanti macedoni non solo manifestarono in massa per le strade contro le riforme governative del sistema dell’istruzione, ma instituirono le loro assemblee e dichiarazioni in “autonome zone libere”. E proteste studentesche ci sono state anche in Bosnia-Erzegovina, in Montenegro e in Kossovo.

Attivismo operaio: dallo sciopero all’occupazione

Poco tempo fa, la banda croata di rock Hladno Pivo ha creato una canzone sulle privatizzazioni post-socialiste di industrie, fabbriche e imprese, precedentemente appartenenti agli stessi lavoratori, secondo le norme del sistema jugoslavo di autogestione. Il ritornello dice così: «Dio, patria, nazione/ Calmi!/ Tutto questo è privatizzazione”/ Fate spazio / alle “200 famiglie”». La canzone esprimeva bene l’ideologia conservatrice delle destre (Dio, Patria, Nazione), che ha smobilitato qualsiasi opposizione (calmi!) al processo di privatizzazione promosso dallo Stato, il cui risultato finale avrebbe dovuto essere, come aveva annunciato il presidente nazionalista croato Franjo Tujman (1990-1999), la creazione di 200 famiglie superricche. Queste “200 famiglie” erano quelle vicine al suo partito e che avevano ricevuto le ex proprietà sociali a titolo pressoché gratuito. Le industrie sparirono, i lavoratori furono licenziati e la maggior parte degli edifici delle vecchie fabbriche e officine furono venduti come immobili. Qualcosa di simile accadde in quasi tutte le ex repubbliche jugoslave, con le differenze connesse ai vari contesti politici e sociali. Le politiche di privatizzazioni si scontrarono solo con occasionali proteste, rare soprattutto nel periodo bellico degli anni Novanta (Musić, 2013). I sindacati si dimostrarono corrotti, o legatissimi ai partiti politici, oppure erano semplicemente incapaci di dirigere qualsiasi significativa lotta operaia, a parte sporadiche proteste (Gredšić, 2015, pp. 65-81); Ivandić e Livada, 2015). Soltanto di recente se ne è potuta notare l’opposizione più esplicita alle nuove leggi lavorative neoliberiste (ad esempio in Serbia nel 2014 e in Bosnia nel 2015).

Certamente, nel decennio scorso si è aperta una nuova fase di attivismo operaio e un tipo di organizzazione alternativo, quando alcune iniziative operaie hanno unito le loro forze agli studenti e ai movimenti urbani, a gruppi di sinistra, a singole personalità, ad artisti e intellettuali (Gruppo di lavoro sulle lotte operaie, 2014, pp. 35-44). I lavoratori di alcune imprese e fabbriche privatizzate o fallite organizzarono manifestazioni pubbliche per fare appello all’intervento dei cittadini sui loro problemi. Al contempo, richiamarono tribunali e Stato a reagire, esigendo il pagamento del salario arretrato o dei contributi pensionistici, oppure la ripresa della produzione. È stato questo il caso delle lavoratrici della fabbrica tessile Kamensko di Zagabria, e dei lavoratori di Tuzla, soprattutto quelli della fabbrica di detersivi Dita. Mentre le lavoratrici di Kamensko non riuscirono a recuperare il loro posto di lavoro, quelli di Dita riuscirono a preservare i macchinari e ad ottenere che intervenissero i tribunali e si riprendesse la produzione nell’estate del 2015 (Jukić, 2015). In un altro caso di appropriazione nel nord della Croazia, i lavoratori di Itas-Prvomajska occuparono la loro fabbrica fallita, ripresero la produzione e ripresero a sperimentare l’autogestione e la proprietà diretta dei lavoratori. In altri casi ancora, ad esempio nella fabbrica Petrokemija di Kutina (Croazia), i lavoratori si battono perché sia lo Stato a rimanere proprietario maggioritario e perché aumenti la rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione. In Serbia, d’altro canto, l’impresa farmaceutica Jugoremedija di Zrenjanin, ha optato per il modello di azionariato operaio (Kraft, 2015).

Gli spazi

Per comprendere i fatti sopra descritti dobbiamo esaminare a questo punto dove è possibile che sorgano e intervengano le forze della “nuova sinistra”.

I temi connessi alle politiche urbane e alla gestione comunale hanno suscitato una resistenza effettiva: dall’ostacolare progetti urbanistici (incatenandosi agli alberi in via Varšavska, con la catena umana organizzata per salvare un edificio modernista dalla distruzione a Skopje, ad esempio) agli spettacoli di strada e ad interventi apparentemente ludici dei movimenti per il Diritto alla Città a Zagabria e Belgrado. Le proteste hanno assunto a volte la forma di manifestazioni, dalle marce del 2011 a Zagabria e quelle dei lavoratori di Kamensko alle “passeggiate” di Banja Luka contro la devastazione urbana.

Lo spazio “interno” in prevalenza privilegiato dalla “nuova sinistra” è l’Università. Una serie di occupazioni di centri universitari aprirono gli spazi in cui i partecipanti potevano protestare contro la riforma dell’insegnamento superiore, discutere contenuti e problemi caldi della loro lotta e fare l’esperienza di ciò che proponevano, e cioè, strumenti alternativi di presa di decisioni democratiche e orizzontali e metodi partecipativi di organizzazione. Le assemblee studentesche ispirarono l’estensione delle assemblee bosniache, che erano ben più ampie e che per un paio di mesi, nel 2014, si tennero in centri culturali e sociali, teatri, cinematografi e all’aperto, con la massiccia partecipazione di cittadini di ogni ambito della vita cittadina.

Le occupazioni di cinema, teatri e istituti culturali all’insegna della lotta per i beni comuni, come in Italia e in Grecia, non è molto estesa, tranne una notevole eccezione: nel novembre 2014, attivisti ed artisti di Belgrado occuparono il cinema Zvezda, che era stato privatizzato e chiuso. Le figure eminenti fra gli occupanti smentirono di appartenere alla “sinistra” e spiegarono il proprio intervento con un interesse piuttosto apolitico per il cinema e la cinematografia. Tuttavia, dati i metodi utilizzati, l’iconografia della protesta e i temi affrontati (la privatizzazione della cultura da intendere come bene comune), la loro iniziativa può collocarsi, in senso lato, entro i contorni della “nuova sinistra” che stiamo descrivendo in questa sede. L’occupazione riuscì a portare alla luce un’ulteriore dimensione: il rapporto dei movimenti della “nuova sinistra” con la sfera culturale e le attività intellettuali in genere. Molti tentativi contro-egemonici della sinistra, il cui intento è quello di rilegittimare il discorso di sinistra all’interno della popolazione più in genere, a volte si concretizzano in festival e vasti raduni, nei quali si combinano contenuti culturali e dibattiti politici in spazi pubblici aperti. Alcuni dei più salienti eventi di questo tipo sono il Festival (cinematografico) Sovversivo di Zagabria, il Festival delle alternative e la Sinistra-Fališ di Sebenico (Croazia), l’Università Aperta di Bosnia-Erzegovina e l’Università dei Lavoratori e Punks, con la loro Scuola del Primo Maggio di Lubiana.

Le forme

Le attività della “nuova sinistra” si svolgono per la maggior parte come segue: attivismo mediatico, petizioni e iniziative referendarie, manifestazioni, assemblee, piattaforme, ONG [Organizzazioni non governative] e, per finire, partiti politici. Nelle periodo dal 2008 ad oggi, la idee di sinistra sono andate conquistando maggiore accoglienza, soprattutto in Slovenia e Croazia e, entro certi limiti, in Bosnia e Macedonia. Lo si deve in primo luogo alla comparsa di una serie di media, giornali, siti web e portali Internet orientati a sinistra e, naturalmente, all’utilizzazione delle reti sociali. Per indicarne alcuni, citeremo Mladina in Slovenia, Le Monde Diplomatique in Croazia e, più di recente, i portali Mašina (Serbia), Slobodni Filozofski e Bilten (Croazia), come pure il sito web in lingua inglese Left East (con base in Romania e che offre spazio di comunicazione alla sinistra pan-balcanica).

I militanti della “Nuova sinistra” croati sono all’avanguardia per quanto riguarda il ricorso a petizioni e a iniziative referendarie. Nel 2010, raccolsero il numero di firme richiesto (il 10% dei votanti, a questo riguardo) in favore del referendum sulla legge sul sistema lavorativo; contro la monetizzazione (le concessioni) delle autostrade e il subappalto nel settore pubblico, nel 2014.[v] Il referendum di Dubrovnik sul campo da golf sulla collina di Srdj si tenne, ma senza effetto, in quanto la partecipazione non raggiunse il 50% (Balkan Insight, 2013). Vi fu un’enorme mobilitazione di varie organizzazioni di sinistra e liberali per il “no” al referendum contro il matrimonio omosessuale, ma la partecipazione arrivò al 38%. Anche se fu dichiarato ufficialmente un successo (oltre un milione di persone votarono “Sì”), ve ne furono anche mezzo milione che si mobilitarono e votarono contro l’iniziativa omofoba (The Guardian, 2013).

La “nuova sinistra” normalmente costituisce la forza motrice delle proteste studentesche e delle mobilitazioni in difesa del bene comune e dello spazio urbano. La sua presenza è inevitabile nelle mobilitazioni larghe, ad esempio in quelle convocate su Facebook, nelle rivolte slovene e nelle proteste in Bosnia. Alcuni di questi movimenti hanno scelto la forma assembleare, soprattutto quello degli studenti in Croazia, Slovenia, Serbia, Macedonia, e i manifestanti in Bosnia. Il plenum o assemblea è un organo di democrazia diretta che è diventato la forma fondamentale di partecipazione e mobilitazione e di radicalizzazione degli attivisti della “nuova sinistra”. A parte le polemiche tra sostenitori della democrazia diretta e chi rivendica le organizzazioni politiche più strutturate, non vi è il minimo dubbio che la “nuova sinistra” si contraddistingua per il suo impegno di innovazione e partecipazione democratiche (Gruppo di lavoro su democrazia e partecipazione, 2014).

Alcune componenti della “nuova sinistra” costituiscono strutture sostenibili e maggiormente operative in forma di piattaforme, di piccoli raggruppamenti politici e organizzazioni non governative. Vale la pena di ricordare, per citare le principali: l’Iniziativa per il socialismo democratico in Slovenia; la BRID (Organizzazione per l’Iniziativa dei Lavoratori e la Democratizzazione), Solidarietà Accademica e il Centro Studi Operai (CRS) in Croazia; Marks 21, Iniziativa Anarcosindacalista, Centro di Politica Emancipatoria (CPE) e la piattaforma di organizzazioni di sinistra Vertice di Sinistra in Serbia; Primavera bosniaca (Bihać) e La Sinistra (Tuzla) in Bosnia; infine, il movimento di sinistra “Solidarietà” in Macedonia.

Per finire, la “nuova sinistra” ex jugoslava non può eludere la questione della sua partecipazione politica elettorale e, quindi, alla formazione di partiti politici. Finora, la trasformazione di movimenti di “nuova sinistra” in partiti politici e candidature elettorali di successo si è verificata soltanto in Slovenia.[vi] Sinistra Unita (ZL, Sdruženalevica), ispirata a partiti quali Podemos e Syriza, si è costituita nel 2014 a partire da tre piccole iniziative e da partiti di sinistra. Alle elezioni europee del 2014, ZL ottenne il 5,5% dei suffragi (insufficiente per entrare nel Parlamento europeo), ma un paio di mesi dopo raggiunse il 6% alle elezioni slovene, ottenendo 6 seggi parlamentari.[vii] In Croazia, nonostante la presenza di miriadi di iniziative e di un attivismo di sinistra, non vi è stato un analogo risultato elettorale. Là, il Fronte di Lavoratori costituisce finora il tentativo più serio di costruire un partito per affrontare le future scadenze parlamentari e municipali. In altri Stati ex jugoslavi, per ora non vi sono stati tentativi del genere, o quelli che ci hanno provato sono falliti.

Conclusione: successi e fallimenti della “nuova sinistra” post-jugoslava

Dal 2008, le forze della “nuova sinistra” hanno fatto definitivamente il loro ingresso sulla scena politica e sociale delle società post-jugoslave. Hanno ottenuto qualche successo, il primo dei quali è il fatto stesso che esista una nuova sinistra collegata internazionalmente e moderna, disposta a battersi contro i guai del postsocialismo. Pur non avendo, in larga misura, ottenuto un successo politico, sono state organizzate assemblee che hanno operato nelle università e nelle città bosniache, movimenti in difesa dei beni comuni in tutta la regione e significative mobilitazioni. Quando diverse componenti della nuova sinistra hanno unito le proprie forze, ad esempio a Tuzla nel febbraio 2014, il risultato è stato impressionante e ha suscitato un terremoto politico. La “nuova sinistra” ha sfidato in maniera decisa l’egemonia nazionalista, conservatrice e neoliberista ed ha aperto lo spazio alla discussione pubblica di idee di sinistra attraverso mezzi di comunicazione di massa, festival e riunioni aperte al pubblico.

Naturalmente gli errori commessi sono numerosi. Le lotte monotematiche non sono connesse come si dovrebbe. Le iniziative cittadine non sempre si interessano delle lotte operaie, mentre a volte gli studenti e i docenti non vanno al di là dei recinti accademici. I tentativi di costruire un movimento sostenibile e più ampio o partiti politici più forti, in grado di sfidare i partiti costituiti o di influire sulla politica comunale, regionale, statale, per il momento non hanno ottenuto risultati.

In poche parole, la “nuova sinistra” ha fatto irruzione di sorpresa nella regione, contrassegnata dal pesante retaggio della sconfitta del socialismo, dello smembramento della Jugoslavia, di guerre distruttive e di dura “transizione” capitalista. Come altrove, le sue diverse componenti nelle rispettive società si trasformeranno in una rilevante forza politica e storica quando si saranno lasciate alle spalle quel retaggio e cominceranno a piantare le basi di una futura coerenza con le proprie idee.

Bibliografia citata

Arsenijević, D. (a cura di) (2014), Unbribable Bosnia-Herzegovina: The fight for the Commons. Baden-Baden: Nomos Verlag.

Baćević, J. (2015) “‘They Had Sex, Drugs and Rock ‘n’ Roll; We’ll Have Mini-Jobs and Loans to Pay’: Transition, Social Change and Student Movements in the Post-YugoslavRegion”, in Horvat e Štiks (a cura di), Welcome to the Desert of Post-Socialism.

Balkan Insight (2013) “Dubrovnik to Build Golf Resort Despite Protests”, in Balkan Insight, 31/7/2013. (disponibile in: http://www.balkaninsight.com/en/article/dubrovnik-golf-park-to-go-ahead.

Grdešić, M. (2015), “Workers and Unionsafter Yugoslavia”, in Horvat e Štiks, Welcome…,cit.

Gruppo di lavoro su democratizzazione e partecipazione (2014), Between Institutional and Non-Institutional Forms of Democratic Organizing: Towards Revolutionary Change, in Bibić e AA.VV. (a cura di), The Balkan Forum, pp. 68-85.

Gruppo di lavoro sulle lotte operaie (2014), Mapping of Workers’ Struggles: The Position of Workers in Post-Socialist Balkans, in V. Bibić, A. Milat, S. Horvat e I. Štiks (a cura di), The Balkan Forum.

Horvat, S. e Štiks, I. (a cura di) (2015), Welcome to the Desert of Post-socialism: Radical Politics after Yugoslavia, Verso, Londra.

Ivandić M. e Livada I. (2015) “The Lines of (Dis)Continuity: Forms and Methods of Labour Struggle in Croatia 1990-2014”, Serie di documenti di ricerca della Fondazione Rosa Luxemburg sul Sud-Est europeo, n. 3, Belgrado.

Jukić, E. M. (2015), “Worker’s Take over Saves Iconic Bosnian Firm”, in Balkan Insight, 1/7/2015 (disponible in: http://www.balkaninsight.com/en/article/workers-takeover-saves-tuzla-s-iconic-detergent-company.

Kirn, G. (2014,), “Slovenia’s Social Uprising in theEuropean Crisis: Maribor as Peripheryfrom 1988 to 2012”, in Stasis Journal n.1.

Kraft, M. G. (2015) “Insurrections in the Balkans: FromWorkers and Students to New Political Subjectivities”, in Horvat e Štiks (a cura di), Welcome cit., pp. 199-222.

Musić, G. (2013), Radničkaklasa Srbje u tranziciji 1988-2013 [La classe operaia serba nella transizione 1988-2013], Fondazione Rosa Luxemburg, Berlino.

The Commons Working Group (2014), “The Struggle for the Commons in the Balkans”, in V. Bibić, A. Milat, S. Horvat e I. Štiks (a cura di), The Balkan Forum: Situations, Struggles, Strategies, Bijeli Val, Zagabria.

The Guardian (2013), “Croatians Vote to Ban Gay Marriage”, in The Guardian, 1/12/2013 (disponibile in: http://www.theguardian.com/world/2013/dec/01/croatia-vote-ban-gay-marriage-referéndum).

AA. VV. (2011), The Occupation Cookbook, or the Model of the Occupation of the Faculty of Humanities and Social Sciences in Zagreb, Minorcompositions, New York,

[Da Viento Sur, n. 145 – Traduzione di Titti Pierini]



* Igor Stikš: scrittore. L’indagine per questo articolo si è avvalsa del sostegno di Leverhulme Trust.

[i] Cfr. base dati delle perdite umane dell’Humanitarian Law Center: http:///www.hlc.rdc.org.

[ii] Da 3 a 4,7 milioni di persone abbandonarono le proprie case, oltre 800.000 emigrarono in vari paesi europei e negli Stati uniti. Per maggiori dettagli, si veda il grafico in: http://www.grida.no/graphicslib/collection/halkan-vital-graphics.

[iii] Debito pubblico in percentuale sul PIL: 80% in Croazia e Slovenia, 70% in Serbia (Fonte. Trading Economics.

[iv] Per maggiori informazioni sulle proteste e le loro ripercussioni si veda: Arsenjevič (a cura di), 2014.

[v] I referendum non si svolsero. La corte costituzionale decretò la non conformità costituzionale dei quesiti (cfr. www.usud.hr).

[vi] Un caso differente – che occorrerebbe analizzare a parte – è quello del Movimento di autodeterminazione (LevizjaVetevendoskje) in Kossovo, che ha una forte presenza parlamentare (16 seggi su 130) e ha ottenuto il 13,5% dei suffragi. Uno dei suoi dirigenti è sindaco di Pristina dal 2013. Si tratta di un ampio movimento popolare il cui programma sociale ed economico di sinistra,, la sua denuncia della corruzione, il suo rifiuto della supervisione straniera e la sua opposizione alle privatizzazioni – ha organizzato rapidamente manifestazioni che sono a volte sfociate in atti di violenza - si combinano con una retorica nazionalista, ad esempio la riunificazione di Albania e Kossovo, e con l’animosità nei confronti della minoranze, soprattutto quella serba.

[vii] Repubblica di Slovenia, Giunta elettorale statale: http://volitive.gov.si/dz2014en.



You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> La “nuova sinistra” nell’area dell’ex-Jugoslavia. Temi, spazi e forme