Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Difficile ragionare a sinistra sul Brasile

Difficile ragionare a sinistra sul Brasile

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Veramente difficile discutere del Brasile. L’informazione mainstream isola la corruzione del PT (che c’è, ma è condivisa con gran parte dei partiti brasiliani) e sorvola sulle centinaia di parlamentari “moralizzatori” che hanno destituito Dilma e incriminato Lula senza vergognarsi di essere inquisiti per precisi atti di corruzione, evasione fiscale, furto di beni pubblici.

Ma anche le poche voci di sinistra che difendono tenacemente l’esperienza del governo “progressista” di Lula e poi Dilma sorvolano su molti aspetti su cui invece sarebbe meglio riflettere. Ad esempio Gennaro Carotenuto è riuscito a collocare su “Origami”, supplemento de “la Stampa”, un articolo che ricostruisce sia pur sommariamente le responsabilità dei poco verosimili accusatori e riconduce l’attacco al mutato clima politico e sociale che ha allargato l’opposizione sociale in un contesto di crisi economica dovuta in primo luogo a un fattore esterno, il crollo del prezzo di petrolio e altre materie prime.

Lo scandalo, osserva giustamente Carotenuto, travolge non solo una classe politica intera ma mette in scacco un intero paese, “fino a ieri ottimista nel percorso al suo destino manifesto di grande potenza pacifica”, impedendogli di prendere il “proprio posto di grande potenza economica e politica nel mondo multipolare”. Ma colpisce in particolare Lula, che appena nel 2015 “era stato elogiato da Barack Obama come uno dei più autorevoli politici del nostro tempo, un campione della lotta alla povertà e un possibile candidato a segretario generale dell’ONU”.

L’elogio di Obama era inquietante. D’altra parte Lula era stato invitato anche da George W. Bush nella sua tenuta per discutere di un’alleanza Stati Uniti-Brasile per produrre insieme i famosi biocombustibili. Ne avevo scritto più volte: più recentemente in Brasile progressista?. Gli elogi di Obama non erano una svista, erano l’ultimo atto di un rapporto tra gli Stati Uniti e un Brasile che aveva lasciato briglia sciolta ad alcune grandi multinazionali come Petrobras, Odebrecht, Vale, nate come imprese statali e diventate a capitale misto. Il Brasile d’altra parte per anni aveva addirittura finanziato progetti del FMI e del BM, ed aveva assunto un ruolo di primo piano con le sue truppe in alcune imprese neocolonialiste dell’ONU, in particolare assumendo il comando del Minustah ad Haiti. Le lodi di Obama possono piacere alla redazione de “la Stampa”, ma dovrebbero insospettire un marxista.

Ma veniamo alla descrizione della attuale crisi politica, che Carotenuto attribuisce sostanzialmente al rinsaldarsi della antica catena coloniale. Prima di tutto Carotenuto non accenna alle molte denunce partite dall’interno del PT (il Partito dei lavoratori) e che avevano provocato presto una importante scissione, con la formazione del PSOL (Partido Socialismo e Libertade). Carotenuto è tuttora convinto, come gran parte della sinistra italiana, che la disgrazia del PT è stata soltanto che è stato “sempre obbligato a trattare con alleati centristi”. Ma chi lo obbligava? Solo la convinzione che un partito nato con un progetto rivoluzionario dovesse ad ogni costo andare al governo subito, in qualsiasi compagnia, anche se non c’erano le condizioni.

E le condizioni non c’erano, perché gli “alleati centristi” non erano solo del genere di Alfano, Lupi, Cicchitto, ma esattamente i grandi latifondisti e finanzieri di destra, nostalgici del golpe militare, e i politicanti cinici e infami al loro servizio, che appena ne hanno avuto l’occasione hanno approfittato del momentaneo calo di popolarità della presidente Dilma (a partire dalle manifestazioni del 2013) per sputare nel piatto in cui avevano mangiato per anni.

Ma il risultato, mi dispiace dirlo all’amico Carotenuto, che stimo, non era imprevedibile: la sinistra, lo scrive lui stesso, nel 2003 il PT “arrivò al governo evitando sempre lo scontro con il grande potere economico”. E la conseguenza, inevitabilmente, fu “la perdita dell’innocenza”. Carotenuto ritiene che comunque grazie a questo sono stati possibili i programmi sociali (veri e propri tranquillanti che attenuavano le contraddizioni ma diminuivano di poco la povertà, mentre aumentava la ricchezza concentrata in poche mani). Ed anzi giustifica perfino quello che chiama “finanziamento dato dall’export di materie prime” che invece gran parte della sinistra latinoamericana denuncia come “estrattivismo”, che lega molti paesi non tanto al passato coloniale, quanto all’imperialismo, statunitense o europeo o cinese, creando una nuova dipendenza che comporta anche danni pesanti all’ambiente. Ma è un discorso da riprendere anche a partire dal dibattito in Ecuador, Bolivia, Venezuela.

A questo scopo riporto una piccola antologia di scritti miei o di compagni brasiliani e latinoamericani pubblicati sul sito in vari periodi (Brasile: Sub-imperialismo, Brasile – Fatti e miti e anche Brasile – Colpo di barra… a destra (it)).

Io credo che la riflessione deve partire da un dato ineludibile: la fretta di andare al governo senza aver sviluppato un movimento in grado di sorreggere il PT nella sua esperienza di governo, ha comportato la distruzione del PT come partito di sinistra e il suo coinvolgimento sempre più profondo nel verminaio della politica tradizionale brasiliana e delle tangenti. Compravano alleati infidi, e credevano di salvarsi, ma si scavavano la fossa.

Credevano di aver anticipato i tempi per arrivare al potere, invece li hanno allontanati, perché da questo tracollo sarà difficile sollevarsi. Carotenuto pensa che aver comprato per un po’ di tempo quelli che avrebbero poi tradito, sia stato fatto “a fin di bene”. Quale bene? Il bene di chi? (a.m.)

Il testo di Gennaro Carotenuto, sia pur leggibile a fatica, è qui: https://www.facebook.com/gennaro.carotenuto/posts/10154350071340349

 



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