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Marocco | Elezioni senza possibilità di scelta

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di Ángeles Ramírez e Laura Feliu *

Sabato 7 ottobre in Marocco si sono tenute le elezioni legislative. Trattandosi di un Paese in cui dall’indipendenza del 1956 a oggi c’è un rigido regime autoritario, l’analisi dei risultati elettorali può sembrare un esercizio del tutto gratuito. Tuttavia, può fornirci alcune piste per l’analisi della realtà sociale marocchina. In questo testo ne seguiremo tre.

1. Il potere non sta nelle urne, ma nel Palazzo (reale). Innanzitutto, la più ovvia: l’irrilevanza delle elezioni in un Paese in cui la monarchia e la sua clientela sono il vero governo, a prescindere da chi vinca le elezioni. E infatti qui stava il punto centrale delle rivendicazioni del movimento del 20 febbraio, sorto nella stagione della primavera araba, che esigeva una monarchia costituzionale, la fine dell’autoritarismo del regime e maggiori diritti sociali e politici. Occorre ricordare che la Casa Reale concentra la maggior parte degli strumenti di potere: controlla tanto lo Stato – nell’accezione istituzionale ma anche mediante la struttura tradizionale di potere, il cosiddetto makhzen [1] - quanto il grande capitale (grandi imprese), l’impiego della forza (corpi di sicurezza e militari), il potere simbolico (per via della condizione di capo religioso del re) e quello giuridico. In occasione delle mobilitazioni del 20 febbraio, che nel 2011 videro scendere in piazza centinaia di migliaia di persone, Mohammed VI ebbe il sostegno incondizionato tanto dell’Europa quanto degli Stati Uniti, cosicché poté resistere con relativa facilità ai movimenti popolari. Il re propose una nuova Costituzione, approvata frettolosamente con un referendum, rifiutata dal movimento del 20 febbraio, ma ritenuta soddisfacente dalle élites. Nei confronti del movimento che continuava a manifestarsi nelle piazze si ricorse a una dura repressione, con casi come quello di Wafae Charaf, una giovane attivista di Via democratica [2] incarcerata per due anni a Tangeri per aver denunciato le torture durante la repressione del 20 febbraio. La nuova Costituzione modificava alcuni dettagli, ma non il punto fondamentale: la concentrazione di poteri nelle mani del re e della sua clientela. Questa è addirittura maggiore di quella che ebbe [suo padre] Hassan II, essendo il potere economico uno di quelli che ha avuto una crescita più sostenuta rispetto all’epoca precedete. L’applicazione selettiva di politiche neoliberali ha permesso di accelerare il processo di arricchimento della monarchia e della sua clientela, in un contesto generalizzato di aumento della frattura fra le classi più ricche e quelle più sfavorite. Si calcola che la monarchia controlli approssimativamente il 60 % della borsa di Casablanca. Il re è il maggiore impresario del Paese grazie a un complesso e opaco conglomerato di holding reali (Regis, Singer, eccetera), e in modo particolare grazie alla sua partecipazione maggioritaria nella Société Nationale d'Investissement (SNI, Società nazionale di investimenti), che nel 2013 rappresentava circa il 7 % del PIL nazionale. Questo capitale opera assieme a quello di altri membri della famiglia reale. È un’attività imprenditoriale cruciale, giacché agisce nell’insieme dei settori economici chiave del Paese (banca, energia, telefonia, costruzioni, metallurgia, miniere, hotel, distribuzione, agroalimentazione eccetera). A tutto ciò vanno aggiunte le numerose proprietà immobiliari e fondiarie.

2. Dove si vede come voti un elettore su quattro. In conseguenza di questa situazione, percepita come immodificabile, la stragrande maggioranza della popolazione si sente totalmente estranea alle elezioni: non vi si interessa né vi partecipa. Degli oltre 28 milioni di cittadini di 18 anni compiuti, solo meno di 7 milioni hanno votato, il 23,89 %, il che significa che 21 milioni si sono astenuti, più del 75 %, nonostante l’ intensa campagna a favore del voto. Queste percentuali sono ben diverse da quella ufficiale relativa alla partecipazione, che il governo stabilisce in un 43 %, dato che la calcola sul numero degli elettori che si sono registrati, e non sul totale di coloro che hanno diritto di voto. In Marocco, infatti, per poter votare, è necessario iscriversi nelle liste elettorali. Solo la metà della popolazione con diritto di voto s’è iscritta in queste liste, e solo meno della metà di chi si è iscritto ha poi deciso di votare. Il governo esibisce una percentuale di votanti basata sul numero degli iscritti nelle liste, in modo che la percentuale di astensionismo risulta considerevolmente truccata. Inoltre, c’è poi l’enorme numero di voti annullati, al punto che in Marocco si dice che è questo il maggior partito. Nelle elezioni del 2011 vi furono 1.300.000 voti nulli (non è contemplata la categoria della scheda in bianco). Le elezioni sono irrilevanti anche nella vita quotidiana della stragrande maggioranza dei marocchini, che come abbiamo potuto verificare noi stesse, il 7 ottobre non sapevano nemmeno dove si trovasse il seggio elettorale del proprio quartiere. Gli aneddoti che in forma più o meno umoristica circolano a proposito della compravendita di voti da parte di alcuni partiti, e soprattutto del Partito dell’autenticità e della modernità (PAM), completano questo panorama desolante.

3. Dove invece le elezioni ci insegnano qualcosa. Le elezioni ci risultano utili, questo sì, per comprendere i processi di formazione e consolidamento delle élites, dato che queste si identificano, a grandi tratti, con i vari partiti. In proposito due sono gli aspetti importanti. Primo, la concentrazione dei cosiddetti partiti “amministrativi” nel PAM, il “partito del re”. Il PAM è un partito laico e liberale, fondato nel 2008 per contrapporsi al potere delle élites islamiste in espansione, ed è arrivato secondo nelle elezioni. Attualmente comprende parte della antica sinistra “entrista” e i settori del potere tradizionale: essenzialmente classi alte in ottimi rapporti con la monarchia e che rappresentano il Marocco “moderno”. Secondo, l’irruzione del Partito della giustizia e dello sviluppo (PJD, islamista “moderato”), vincitore delle elezioni per la seconda volta, che dal 2002 ha visto aumentare la sua presenza in Parlamento nonostante i tentativi della monarchia di limitarne il potere. Il PJD ha un radicamento fondamentalmente urbano e vince nelle zone di maggiore astensionismo. Le sue élites sviluppano un forte discorso anticorruzione, che riflette le preoccupazioni della popolazione, e ricorrono a un apparato simbolico-religioso importante. Esse condividono con quelle del PAM una netta scelta a favore del neoliberalismo, comprendendo però classi medie conservatrici che nel PJD vedono un partito non “rupturista”, che accetta le regole fondamentali del sistema, nonostante che a volte il suo discorso sembri sostenere il contrario. Per esempio, nel comizio di chiusura della campagna elettorale, i partecipanti gridavano in coro che il PJD era il “partito di Dio”, e il suo leader, Benkirane, si lamentava del fatto che non gli avevano lasciato mettere in pratica il suo programma.

Una sinistra in ritirata, con poche eccezioni. Quanto al campo socialdemocratico, rappresentato dalla unione socialista delle forze popolari (USFP) [3] e da alcuni piccoli partiti, è da molto tempo che questi hanno rinunciato all’obiettivo di costruire un sistema alternativo, dopo decenni di repressione e dopo aver perso il monopolio dell’opposizione per la concorrenza degli islamisti. In queste elezioni la sinistra radicale era rappresentata dalla Federazione della sinistra democratica (FGD) e dalla sua dirigente, Nabila Mounib, del Partido socialista unificato (PSU), che la stampa internazionale, compresa quella di destra, ha “pompato” spudoratamente nonostante rappresentasse un’opzione minoritaria, presentandola come una “terza via” [4]. Questa sinistra ha oscillato fra la partecipazione e il boicottaggio e ha poi optato per partecipare, con pessimi risultati [5]. Raggruppa resti dell’estrema sinistra marocchina, classi medie e alte intellettuali, vecchia militanza e anche un settore della gioventù politicizzata, del sindacalismo e dell’associazionismo studentesco, che nella partecipazione alle istituzioni vedono un modo per combattere l’autoritarismo dello Stato l’ascesa islamista. Gli unici gruppi che hanno invitato all’astensione sono stati Via democratica, della stessa famiglia della FGD, e Giustizia e spiritualità, il movimento islamista che costituisce la base sociale della massa elettorale del PJD, fortemente represso e che continua a presentarsi come anti-sistema, con tutte le conseguenze che ne derivano.

In definitiva, le elezioni in Marocco si svolgono ai margini della vera vita politica e, ovviamente, di quella sociale. Lo spettacolo montato attorno alla presenza degli osservatori internazionali, orchestrato dal Consiglio nazionale per i diritti umani, ha contribuito a imbellettare ancor più il regime autoritario marocchino. La verità è che il timore della repressione l’ha avuta vinta con il movimento del 20 febbraio, rendendo sempre più difficile concepire il dissenso. La crescente diseguaglianza sociale del Paese provoca una enorme frattura fra le classi lavoratrici urbane drammaticamente impoverire e la popolazione rurale, da una parte, e le varie élites che votano per il cambio di un Paese immaginario, dall’altra.

Per la gente comune, s’è trattato di elecciones sin elección [6].

10 ottobre 2016

  • Ángeles Ramírez insegna presso la Universidad Autónoma de Madrid, Facoltà di Antropología Social y Pensamientao Filosófico Español. Laura Feliu insegna presso la Universitat Autònoma de Barcelona, Facoltà di Ciencias Políticas y Sociología.

Note del traduttore

[1] Makhzen, o Maghzen, alla lettera «magazzino» (questa parola ci viene appunto dall’arabo), prima del protettorato francese indicava il sistema di governo fondato sui privilegi del sultano e delle classi e gruppi sociali suoi alleati. Teoricamente abolito, sussiste de facto nella pratica quotidiana.

[2] Via democratica (Annahj Addimocrati) è la principale delle poche organizzazioni di sinistra che hanno boicottato le elezioni. Fondata nel 1995 da settori che si rifacevano all’esperienza del Movimento marxista-leninista marocchino e dell’ala sinistra del Partito comunista, oggetto di selvagge repressioni durante il periodo di clandestinità, è stata legalizzata nel 2004 e i suoi militanti sono molto attivi e presenti nei sindacati e nei movimenti sociali. È fra le pochissime organizzazioni di sinistra che appoggiano la lotta di liberazione del Fronte Polisario nel Sahara occidentale ex spagnolo occupato dal Marocco.

[3] L’USFP è attualmente un partito socialdemocratico (fa parte dell’Internazionale socialista), ma le sue origini risalgono in una frattura (1975) dell’Istiqlal, all’epoca il principale partito nazionalista marocchino. In queste elezioni ha raccolto circa il 5 % dei voti, dimezzando percentuale e seggi rispetto al 2011.

[4] La FGD è una federazione formata dal PSU e da altri due partiti minori. Alle elezioni ha ottenuto 2 seggi, molto meno di quanto si aspettasse. Per avere un’idea dell’ambiguità di questa parte della sinistra marocchina basti dire che la sua dirigente, Nabila Mounib, ha accettato qualche tempo fa un sorprendente incarico da parte del re: quello di recarsi in Svezia per convincere i dirigenti di quel Paese delle buone ragioni del Marocco nell’annosa questione dell’annessione, manu militari, dell’ex Sahara spagnolo e dell’inconsistenza delle tesi indipendentiste del Frente Polisario.

[5] Sul boicottaggio o meno è interessante l’articolo di Lotfi Chawqui Elections parlementaires au Maroc : voter ou devenir ingouvernables ? in www.europe-solidaire.org/spip.php?article39145 .

[6] Alla lettera, “elezioni senza scelta”, che però non rende il gioco di parole del castigliano. Era questo il titolo originale dell’articolo.

Testo originale in Viento Sur. Traduzione dal castigliano di Cristiano Dan. I titoletti sono redazionali.



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