Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Angola: un paese ricco con un popolo povero

Angola: un paese ricco con un popolo povero

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Angola, un paese dimenticato. Eppure per oltre un decennio era stato al centro dell’attenzione della sinistra per la sua coraggiosa resistenza al potente esercito del Sudafrica dell’apartheid, sostenuta generosamente da Cuba. Il Guevara più maturo, presto dimenticato, aveva detto che la partita decisiva della rivoluzione si giocava in Africa e aveva capito che l’imperialismo stava puntando molte delle sue carte su quel continente. Aveva anche colto in tempo, e denunciato (inascoltato e censurato), i sintomi dell’involuzione di molti movimenti di liberazione africani. A Cuba il suo libro sull’esperienza della lotta rivoluzionaria nel Congo, ricco di osservazioni sulle contraddizioni e i pericoli dei gruppi dirigenti africani su cui puntavano URSS e Cina, è stato pubblicato quasi trenta anni dopo la sua morte, nonostante fosse stato già preparato per la stampa dallo stesso Che [Su queste vicende del libro del Che, si veda qui ].

Già prima di sparire, la sinistra europea si era disinteressata a quelle vicende lontane, lasciando soli quelli che cercavano di opporsi alla progressiva involuzione di molti governi “progressisti” o sedicenti “marxisti-leninisti”, che subivano l’influenza corruttrice dell’URSS che marciava verso la sua autodistruzione. Cristiano Dan, partendo da due notizie apparentemente minori, apre una finestra su questo paese passato dal “campo socialista” a quello dei servi dell’imperialismo non ad opera di una controrivoluzione portata dall’esterno, ma del suo stesso gruppo dirigente. Un altro pezzetto di storia su cui riflettere per capire lo sprofondamento del sistema che si definiva “socialismo reale”, e poi di tutto il movimento comunista. (a.m.)

Il rapper, la miliardaria e la rivoluzione (coloniale) tradita

di Cristiano Dan

Due notizie si sono sovrapposte in questi giorni, la prima delle quali, almeno, avrebbe dovuto attirare l’attenzione della grande stampa, anche se così non è stato. La prima notizia è dunque questa: il 25 ottobre il Tribunale supremo d’Angola ha accettato il ricorso di 12 avvocati contro la nomina di Isabel dos Santos alla presidenza del consiglio di amministrazione della Sonangol, l’impresa statale che controlla il settore petrolifero angolano. La seconda è facilmente confondibile con un puro fatto di cronaca culturale, ma non lo è: a Lisbona è stato pubblicato un libro del rapper ed attivista politico angolano Luaty Beirão: Sou eu mais livre, então [Ora sono più libero], il diario scritto in carcere. Nella loro diversa rilevanza, le due notizie sono però intrecciate, perché riguardano due personaggi al centro del dramma angolano.

Chi è Isabel dos Santos

Secondo la rivista «Forbes», Isabel dos Santos è la donna più ricca non solo dell’Angola (uno dei Paesi più poveri al mondo), ma di tutta l’Africa. Le sue proprietà in Angola, dirette o indirette attraverso partecipazioni, sono impressionanti: fra le sue molte imprese vi sono il Banco BIC, con oltre 200 sportelli, specializzato negli investimenti in Portogallo (dove la Santos ha le mani in pasta in altre banche); l’UNITEL, servizi nel campo dei telefoni cellulari e di Internet, con oltre 180 negozi; la ZAP, la maggiore operatrice di TV satellitare in Angola e Mozambico; il gigantesco centro commerciale Shopping Avennida a Luanda; e trascuriamo investimenti d’altro tipo, come una rete di supermercati, mentre non proviamo nemmeno a elencare gli investimenti fatti in altri Paesi, a cominciare dal Portogallo.

Il ricorso degli avvocati, comunque, non riguardava tanto l’enorme gruzzolo accumulato dalla Santos, quanto il fatto che fosse stata nominata a capo della Sonangol, come abbiamo detto.

Che c’è di scandaloso in ciò per degli avvocati che, in quanto tali, non ce l’hanno certo con i capitalisti? Lo scandalo consiste nel fatto che la nomina sarebbe contraria alla Lei de probidade pública, che vieta a chi ha una carica pubblica di nominare a un’altra carica pubblica sia parenti di primo grado, sia parenti di secondo grado. E il fatto è che Isabel dos Santos è stata nominata alla Sonangol, impresa statale, da Eduardo dos Santos, presidente della repubblica, presidente del consiglio, presidente del Movimento Popular para a Libertação de Angola (MPLA), capo delle forze armate e, en passant, padre di Isabel...

Il Tribunale aveva dato otto giorni di tempo a padre e figlia per fare una dichiarazione. Il padre s’è chiuso nel mutismo più assoluto. La figlia s’è lamentata degli «attacchi diffamatori alla [sua] vita privata», inseriti in uno «schema di intrighi politici in periodo preelettorale». Segue lungo curriculum dei suoi successi come imprenditrice.

Chi è Luaty Beirão

Di Luaty Beirão, invece, «Forbes» non si è mai occupato, ovviamente. Giovane dalla doppia nazionalità, angolana e portoghese, rapper e attivista politico, in entrambi i casi per passione, Luaty è, sono parole sue, un «figlio del regime». Il padre infatti era un esponente del MPLA, a capo della Fondazione Eduardo dos Santos, e pertanto Luaty è cresciuto in un ambiente privilegiato, ha frequentato scuole in cui studiavano i figli della élite politica ed economica del Paese, ha potuto laurearsi all’estero, fino a che ha cominciato a porsi degli interrogativi. I primi dubbi gli erano venuti constatando un certo sensibile squilibrio fra la disponibilità di denaro della sua famiglia e lo stipendio “ufficiale” del padre. Ha dunque cominciato a guardarsi attorno, a riflettere, a cercare altri giovani che la pensassero come lui.

Luaty è infatti la figura più “mediatica” (si dice ormai così) di un gruppo d’opposizione, composto per lo più di giovani, descritto a volte come Movimento Revolucionário de Angola, orientato chiaramente a sinistra. L’attività del gruppo consisteva perlopiù nello studio e in discussioni, con scarse iniziative esterne. Ma, benché l’Angola sia formalmente un regime pluripartitico, anche questa ridotta attività disturbava il regime, che non ha esitato a incriminarne tutti gli appartenenti, con le accuse, grottesche, di «cospirazione», di «attentato alla sicurezza della repubblica e alla vita del capo dello Stato», e via farneticando. Ne è seguito un processo, attentamente seguito dalla stampa portoghese ma pressoché ignorato da quella degli altri Paesi [1], in cui, dopo scioperi della fame - 36 giorni per quanto riguarda Luaty - e denunce di torture in carcere da parte degli accusati, si è arrivati a condanne relativamente dure, fino a un massimo di otto anni. “Relativamente” perché il regime a un certo punto deve essersi reso conto che l’accusa non si reggeva su alcuna solida prova, ma non poteva ormai più permettersi di fare marcia indietro. Riaffermato dunque il principio che chi va contro il MPLA la paga, ha poi proceduto a un “generoso” atto di amnistia, che chiudeva, secondo lui, il caso, evitando il pericolo di trasformare in “martiri” un gruppo di giovani.

Ma quale dramma?

Aver affermato, come abbiamo fatto più sopra, che Isabel dos Santos e Luaty Beirão sono «due personaggi al centro del dramma angolano» può sembrare comunque un’esagerazione, un giudizio, appunto, «teatrale». Quale dramma? In Angola non è forse al potere il MPLA, un movimento anticoloniale che a questo potere è arrivato dopo decenni di lotta armata non solo contro i colonialisti portoghesi, ma anche contro movimenti rivali più o meno tribalisti, e infine contro l’invasione da parte di un Sudafrica ancora razzista e sostenuto dagli USA, invasione che è stata respinta solo grazie al massiccio intervento di truppe cubane?

Tutto ciò fa parte della storia recente di questo Paese. Ma ne è solo la ormai datata facciata “eroica”, di fronte alla quale troppo spesso a sinistra ci si sofferma in contemplazione senza chiedersi cosa vi sia “dietro”. E dietro ci sono cose che non possono – o non dovrebbero – piacerci: un’estrema povertà generalizzata a fronte dell’enorme ricchezza di pochi (si calcola vi siano 7000 milionari); una concentrazione smisurata di potere (politico, militare, economico) nelle mani di una ristretta cerchia, al centro della quale sta il clan Santos; un regime che dall’adesione al “marxismo-leninismo” è passato poi, contemporaneamente, alla socialdemocrazia[2] e al neoliberismo, trasformando il partito-Stato in un imprenditore privato, una sorta di società per azioni...

Un’economia di rapina

L’Angola è un Paese ricco con un popolo povero. Secondo produttore di petrolio in Africa, sia pure a grande distanza dal primo, la Nigeria, l’Angola ha goduto per anni di una crescita economica vertiginosa. I soldi affluivano in continuazione e la sua capitale, Luanda, era una delle città più care al mondo, anche se era circondata da immense e fatiscenti bidonville dove un dollaro rappresentava un capitale. Nel 2014 il prodotto interno lordo per abitante è stato di 5.273 dollari USA, ma il 40-50 % circa della popolazione vive tuttora con meno di due dollari al giorno. Dove finisce questa enorme sproporzione fra ciò che, teoricamente, produce un angolano e ciò che, mediamente, esso riceve? Ben poco viene reinvestito in opere sociali, se si dà un’occhiata, per esempio, ai dati sull’accesso all’acqua potabile, sui servizi igienici, sulla scolarizzazione, sulla sanità. Del fiume di denaro che entrava, solo qualche rivolo scendeva in basso: la maggior parte veniva accaparrata da uno strato sociale composto dai vertici e dai quadri intermedi del MPLA e dell’esercito e da una nuova borghesia formata da burocrati, funzionari, professionisti. E “imprenditori” come Isabel dos Santos.

Certo, non tutto può essere messo nel conto del governo del malaffare del MPLA. Il colonialismo portoghese aveva fatto ben poco per sviluppare questa sua “provincia d’Oltremare”, come amava definirla. E alcuni decenni di feroci guerre civili e di lotte contro l’invasore sudafricano hanno distrutto quel poco che c’era. Ma l’opera di “ricostruzione” da parte del MPLA si è ben presto trasformata in un’opera di spoliazione, lucidamente colta pure da alcuni alti esponenti del partito, rimastigli fedeli fino all’ultimo, nonostante tutto. A proposito delle riforme liberalizzatrici e privatizzatrici degli anni Novanta, per esempio, e in particolare a proposito del decreto governativo del 1992, che consentiva ai ministri di “mettersi in proprio”, di fare affari, uno dei fondatori del MPLA, che nel governo e nel partito aveva avuto sempre incarichi importanti, Paulo Jorge (1929-2010), ammetteva sconsolato: «Ciò provocò un mutamento di mentalità: i valori morali sparirono, sostituiti da quelli materiali» [3].

La svolta verso un’economia capitalistica di pura e semplice rapina non poteva non riflettersi sugli orientamenti internazionali del governo, sempre più sensibile ai desiderata di Washington. E infatti non tardò molto a farlo:

Nel dicembre 1995 [...] nel dibattito annuale all’Assemblea delle Nazioni unite sul blocco americano contro Cuba l’Angola non votò contro [il blocco]. Si trattò di un gesto talmente carico di simbolismo politico che l’ondata di shock si fece sentire ovunque a Luanda. Molti fra coloro che ascoltarono [la notizia] non riuscivano a credere che fosse vera e che gli anni di storia e di sacrifici condivisi con i cubani fossero stati così cancellati. La vergogna e la rabbia provate da coloro che per anni avevano lottato a fianco dei cubani non era in alcun modo descrivibile, e l’ambasciatore di Cuba ricevette un numero enorme di scuse a titolo personale. Fidel Castro non lasciò passare molto tempo, inviando due generali molto noti a Luanda perché facessero sapere a Eduardo dos Santos quanto egli fosse furioso [4].

Cosa resta del MPLA? E quali le prospettive?

Nato come movimento di liberazione nazionale, il MPLA è oggi un partito senza alcun orientamento politico “ideale”, un puro strumento di dominio del clan Santos e dei settori a esso alleati. Non v’è dubbio che rientri ormai nella categoria dei partiti capitalistici, ma nella loro forma più arcaica e, nello stesso tempo, più moderna, data l’evoluzione in atto del capitalismo internazionale. Il Paese è stato di fatto tutto privatizzato, visto che lo stesso residuo settore statale è sotto il controllo del clan. Ma il numero dei “privati” che godono della situazione è relativamente ridotto.

Si sbaglierebbe però a pensare che il regime sia stabile. Il predominio di Eduardo dos Santos (presidente in modo ininterrotto dal 1979) si avvia alla fine, se non altro per limiti d’età del suo protagonista. E nulla garantisce che la transizione sia indolore, anche se Santos si sta affannando per piazzare la sua numerosa progenie nei posti-chiave: oltre al caso della figlia Isabel, ci sono quelli di alcuni figli “eletti” a posti di responsabilità all’ultimo congresso del partito, proprio quest’anno. Ma se Eduardo dos Santos rappresentava, nonostante tutto, una sorta di simbolo dell’unità e della continuità del partito, lo stesso non può dirsi della sua discendenza. Il MPLA non è mai stato estraneo alle lotte di tendenza, a volte risoltesi in veri e propri scontri armati [5], e non si può escludere quindi che i diversi interessi e orientamenti presenti al suo interno non vengano a collisione.

L’unica cosa che può rimandare un’eventuale resa dei conti è la paura di ciò che sta al di là del perimetro del potere, della cerchia dei privilegiati. Sino a ora, infatti, la vera e propria miseria della stragrande maggioranza della popolazione non si è tradotta che saltuariamente in proteste e dimostrazioni. E questa relativa “pace sociale” ha una duplice spiegazione. Innanzitutto, decenni di guerra (civile e d’aggressione) pesano ancora molto nell’esperienza e nella memoria delle generazioni più anziane, desiderose di una vita tranquilla, anche se precaria. In secondo luogo, la strategia paternalistica e clientelistica del MPLA ha fino a ora funzionato abbastanza bene: cooptazione di parte dell’opposizione potenziale, favori clientelisti, anche di minima portata, garantiti ai sostenitori del regime. Come spiegare altrimenti il fatto che il MPLA sia passato dai 34.732 iscritti al partito del secondo congresso nel 1985 ai 4.705.436 del 2009 ? [6] In altre parole, circa un quinto della popolazione totale del Paese e circa la metà della popolazione adulta? Certo, si può pensare a una gonfiatura, ma è molto probabile che la cifra si avvicini alla realtà, perché l’iscrizione al partito - come in tutti i migliori regimi - garantisce l’accesso a un certo numero di piccoli o grandi privilegi. E in un Paese immerso nella miseria poter contare su una “raccomandazione” può essere vitale.

Le cose però stanno mutando. Da una parte c’è la caduta del prezzo internazionale del petrolio, il che significa minori entrate, una torta più piccola da suddividere fra lo strato al potere e meno briciole da distribuire ai “poveri” e ai clienti. Dall’altra c’è la pressione demografica. L’Angola ha 24-25 milioni di abitanti, il 40-43 % per cento dei quali ha meno di 15 anni. L’età media della popolazione è di 18 anni, anche perché la vita media non supera i 50-55 anni. Questa massa giovanile non ha alcuna esperienza né memoria dei decenni di guerra, e non ne è dunque paralizzata. Né potrà essere tenuta a bada a lungo con espedienti paternalistici e clientelistici. Di questo ha paura il regime: di una “primavera africana” del tipo di quella “araba”. Per questo ha cercato di tacitare il piccolo gruppo raccolto a Luaty Beirão, giudicato, non del tutto a torto, come il primo sintomo di una dissidenza politica radicale che avrebbe potuto cominciare a diffondersi. Per questo, dunque, Luty, e tutti quelli che lo seguiranno prima o poi, sono sotto tutti gli aspetti protagonisti di quel «dramma» angolano di cui abbiamo parlato e che rischia di andare in scena tra non molto.

Note

[1] Pochi gli organi a stampa che se ne sono occupati in Italia, fra i quali vanno almeno ricordati il «manifesto» e il «Venerdì di Repubblica».

[2] Il MPLA fa tuttora parte dell’Internazionale socialista, così come ne fa parte il FSLN del Nicaragua e ne hanno fatto parte, fino al giorno stesso dei sollevamenti della “primavera araba”, il partito di Ben Ali in Tunisia e quello di Mubarak in Egitto...

[3] Victoria Brittain, Morte da dignidade. A guerra civil em Angola, Publicações Dom Quixote, Lisboa 1999, pag. 169.

[4] Victoria Brittain, Op. cit., pagg. 167-168.

[5] Il caso più noto è il cosiddetto “colpo di Stato” che sarebbe stato tentato nel 1977 da Vito Alves, terminato nella fucilazione di quest’ultimo e in una repressione feroce (le vittime sono calcolate in una forchetta che va dalle 2000 alle 20-30.000, ma su tutta la vicenda non c’è per nulla chiarezza). Da notare che l’anno prima Alves era stato il liquidatore, anche qui con feroci repressioni, dell’ala sinistra del partito e del cosiddetto poder popular che s’era diffuso a Luanda.

[6] Dati ufficiali del MPLA.



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