Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Ancora su Fidel

Ancora su Fidel

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Oggi siamo subissati da articoli spesso fastidiosi di omaggio funebre a Fidel e al comunismo (sepolti insieme all’intero Novecento in molti titoli), e verrebbe voglia di ignorarli del tutto. Lascio da parte i quotidiani di destra, e un solo accenno a “la Repubblica”, che non pochi distratti continuano a considerare di sinistra (sono in genere gli stessi che scambiano il PD per il caro vecchio PCI della loro giovinezza). Passi pure che si riporti seriamente un parere su Cuba espresso da Saviano, che parla di quel che non sa e continua a fantasticare ad esempio di persecuzioni agli omosessuali ventitre anni dopo la produzione e il successo di un film come Fragole e cioccolato, ma colpisce che continui a pagare un corrispondente come Omero Ciai che scrive su Cuba da Miami, e che dà tranquillamente per probabile che "lo zar dell'economia Marino Murillo" possa essere il delfino di Raul, senza accorgersi che è stato destituito bruscamente il 15 luglio. Un pessimo investimento, mi sembra, lo stipendio a un simile corrispondente…

È vero che sono in tanti a inframezzare al gossip sulle donne del líder máximo rifritture di dati inverosimili della propaganda statunitense sui milioni di vittime della dittatura (ad esempio il solito Gianni Riotta). A questi personaggi ha risposto efficacemente e più che tempestivamente Gennaro Carotenuto (leggi qui).

Una gradevole eccezione è un’intervista su “ la Stampa” all’ultra novantenne Emanuele Macaluso, che con grande onestà dice una verità dimenticata: la rivoluzione cubana era nata autonoma e sacrosanta, ma fu spinta a legarsi all’URSS dai "democratici americani ed europei”, che non la sostennero e anzi cercarono di stroncarla. In realtà nella categoria “democratici europei” potrebbe essere considerato lo stesso PCI, di cui Macaluso fu esponente di primo piano per molti anni. Come fu ammesso dallo stesso Cossutta, molti suoi dirigenti dopo le prime visite all’Avana non apprezzarono affatto quello che consideravano l’estremismo castrista e soprattutto la franca ed esplicita critica di Guevara al loro opportunistico interclassismo.

Ovviamente al coro delle denigrazioni più grossolane (come l’insinuazione di Mimmo Candito su “l’affiliazione [di Castro?] a una rete Caribe del KGB” o la pura invenzione dell’abbattimento dell’aereo di Camilo Cienfuegos “mitragliato in un confuso incidente aereo”) non si unisce il manifesto”, che pubblica invece un interessante articolo sul “dopo Fidel” di Roberto Livi (corrispondente da Cuba), che ha raccolto anche un’intervista a Enrique López Oliva sul ruolo del cattolicesimo a Cuba. Il professor López Oliva ventila la possibilità di una partecipazione del papa ai funerali, ma non accenna minimamente invece ai problemi posti dal rafforzamento della gerarchia cattolica in questa fase, di cui ha parlato più volte e che ho ripreso in vari scritti tra cui il più recente è Nuovi problemi per la direzione cubana. Ovviamente la ricostruzione storica della vita di Fidel Castro, curata da Aldo Garzia, è condivisibile. Forse sarebbe stato utile (più delle superficiali testimonianze personali di alcuni dei “fondatori” del giornale che appaiono ogni tanto) cominciare a spiegare le ragioni della lunga ostilità del gruppo del manifesto alla rivoluzione cubana, che nasceva non solo da un’incomprensione della sua dinamica e dalla sopravvalutazione del legame con l’URSS, ma anche dall’infatuazione totalmente acritica per la cosiddetta “rivoluzione culturale” cinese, che tra l’altro quando dilagava in Europa era già stata “normalizzata” spedendo i suoi dirigenti a coltivare la terra col bastone da scavo nelle zone più remote dell’enorme paese.

Per non perdere molto tempo con una rassegna di una stampa italiana troppo segnata dalla fretta e quindi dal copia e incolla, preferisco proporre due testi, uno tratto da Viento sur, la rivista cartacea e on line degli anticapitalisti spagnoli, l’altro dal bel libro Specchi di Eduardo Galeano (Sperling & Kupfer, 2008), un epigramma dal titolo semplicissimo: Fidel. L’avevo dimenticato, l’ho trovato in rete (segnalato da Cinzia Nachira) e lo ripropongo in conclusione. (a.m.)

La storia mi ha assolto

di Roberto Montoya *

da Vientosur

La CIA ha effettuato centinaia di sofisticati tentativi di assassinarlo, ma l’efficace DGI [Dirección General de Inteligencia] cubana è sempre riuscita a sventarli in tempo; il settore più duro dell’esilio cubano di Miami lo ha dichiarato “morto" decine di volte dopo che si era ammalato nel 2006 e i più grandi strumenti di comunicazione di tutto il mondo si erano subito affrettati a divulgare queste morti presunte. Fidel si è visto costretto ad apparire più volte in pubblico per smentire la voce. Da anni la maggior parte dei media più importanti teneva nel cassetto il suo necrologio e aveva pronto un supplemento speciale su di lui, che aggiornavano entrambi in fretta e furia ogni volta che arrivava la notizia, “da fonte sicura”, della morte di Fidel. Ma Fidel non si presentò mai all’appuntamento. Scoppiava a ridere ogni volta che i media si mettevano a speculare sulla sua morte per vedersi costretti, qualche giorno dopo, a ’resuscitarlo’ dopo che s’era fatto vedere in pubblico.

Alla fine, però, El Caballo è morto, nel suo letto, a 90 anni, serenamente, circondato dai suoi, dopo una lunga vita estremamente austera. Fino all’ultimo momento è stato lucidissimo, scrivendo le sue “riflessioni”: l’ultima, El destino incierto de la especie humana, su scienza e religione, nel «Granma» del 9 ottobre scorso. Il fatto è che Fidel si interessava di tutto ciò che accadeva sul pianeta Terra... e nell’universo.

Oggi tutta Cuba piange. O quasi tutta. Per quanto dura sia la situazione personale dei cubani o delle cubane di ogni età, per quanto duro sia stato il "periodo speciale" vissuto dall’isola dopo la frammentazione dell’URSS all’inizio degli anni Novanta, ai loro occhi la figura di Fidel è rimasta intatta.

I cubani, certo, si lamentano della loro situazione economica; molti di loro, certo, anni fa hanno affrontato su imbarcazioni artigianali il mare ostile nel tentativo di raggiungere le coste dell’"Eldorado" [Florida]; molti giovani, certo, invidiano la disponibilità delle nuove tecnologie e il consumismo vorace dei giovani statunitensi; altri, certo, rivendicano a gran voce un’apertura politica che si fa desiderare; ma tutto ciò non intacca il rispetto, la riconoscenza e l’ammirazione che una generazione dopo l’altra ha dimostrato per Fidel, così come per Raúl, così come per il Che Guevara.

Il fatto è che per loro è difficile dimenticare quel che era Cuba prima della Rivoluzione del 1959. La "gusanería" [verminaio: gli anticastristi] ha sempre insistito su quanto fosse meravigliosa l’Avana prima: splendide feste nei palazzi dell’oligarchia; grandi casinò, hotel e lussuose discoteche piene di "glamour"; e bische di ogni tipo - controllate dalla mafia statunitense – dove facevano la loro comparsa le più famose stelle di Hollywood.

I più importanti mafiosi d’origine italiana, Lucky Luciano, Meyer Lansky e tanti altri vivevano lì e facevano affari con Batista. Nel 2004 Arthur Miller doveva scrivere in «The Nation»: «Cuba era irrimediabilmente corrotta, un posto prediletto dalla mafia e un postribolo per gli statunitensi e altri stranieri».

Coloro che hanno nostalgia di questa Cuba dimenticano (o magari non se ne sono mai resi conto) l’estremo sfruttamento cui erano sottoposti i contadini e i lavoratori durante la dittatura di Fulgencio Batista - e anche prima che quest’ultimo arrivasse al potere nel 1952 - la crudeltà dei latifondisti e della polizia. Non accennano nemmeno alla totale assenza di diritti - politici, sociali e sindacali - durante la dittatura militare, all’assenza di assistenza sanitaria, al fatto che oltre un quarto della popolazione era analfabeta.

E poi arrivò Fidel e tutto finì! Perché sì, in piena Guerra fredda, a sole 90 miglia dagli Stati Uniti, una piccola isola, l’orgogliosa Cuba, aveva spezzato le sue catene e s’era risollevata, in atteggiamento di sfida.

Nessun analista allora aveva previsto qualcosa di simile. I "barbudos" della Sierra Maestra, i rivoluzionari del Movimiento 26 de julio, non erano armati né finanziati e nemmeno appoggiati politicamente dall’Unione Sovietica. Il Partido Socialista Popular – i comunisti cubani allineati conl’URSS – dicevano che i "barbudos" erano “agenti della CIA”, elementi “piccolo-borghesi”.

Nelle sue memorie Chruscev ha ammesso di aver ignorato del tutto allora chi fossero quei ribelli male armati che, partendo da un primo foco guerrigliero, riuscirono a porsi alla testa della lotta contro la dittatura militare che, anni dopo, condusse al rovesciamento di Batista e alla sua fuga negli USA.

Furono gli Stati Uniti che, con la loro immediata ostilità nei confronti del Governo rivoluzionario il loro violento boicottaggio, misero i nuovi giovani dirigenti spalle al muro.

Con il loro atteggiamento gli USA non solo condannarono il popolo cubano al più brutale e prolungato blocco economico mai sopportato sino ad allora da alcun Paese, ma servirono anche su un vassoio il nuovo governo all’URSS.

Nel 1961, al Primo Vertice dei Paesi non allineati, il movimento internazionale fondato nel 1955 come alternativa al blocco statunitense e al blocco sovietico, Cuba fu l’unico Paese dell’America latina e del Caribe che vi prese parte.

In quello stesso 1961 si ebbe l’invasione della Baia dei Porci, organizzata, finanziata e armata dagli Stati Uniti. Poco dopo Cuba, la cui economia era stata modellata dagli USA, dai quali dipendeva completamente, tenta di por termine all’asfissia economica e alla minaccia militare statunitense cercando l’appoggio dell’URSS.

Fu questo rapporto che avrebbe rapidamente inserito Cuba nella logica dei blocchi della Guerra fredda, trasformandola nel nemico principale degli Stati Uniti e dei loro alleati nell’emisfero occidentale.

Ma l’isola resistette. Contro tutti i pronostici, Cuba resistette anche al durissimo colpo rappresentato dallo smembramento dell’URSS e dalla caduta di tutti i Paesi dell’Est, quelli del cosiddetto “socialismo reale”.

La Cuba di Fidel commise molti errori, naturalmente: errori di gestione economica che aggravarono la già difficile situazione determinata dal blocco commerciale, economico, finanziario e tecnologico – che tuttora persiste -; indubbi problemi di burocratizzazione; inammissibile intolleranza politica nei confronti della stessa dissidenza interna alle proprie fila; un egualmente inammissibile ritardo nel riconoscimento dei diritti degli omosessuali. E molti altri errori.

A causa di certe pratiche staliniste copiate dall’URSS, della lentezza delle riforme e dell’inefficacia e burocratizzazione della gestione, il governo ha ancor più acuito la difficile situazione in cui si è trovato e continua a trovarsi il popolo cubano a seguito del blocco criminale cui Cuba è sottoposta dal 1962.

In ogni caso, in un bilancio fatto di luci e ombre, non v’è dubbio: le luci in Fidel sono del tutto prevalenti. Non si può dirlo in altro modo: c’è un prima e un dopo Fidel, un rivoluzionario integerrimo che restituì dignità e rispetto internazionale al popolo cubano, e che con il suo internazionalismo - come con l’internazionalismo del Che – ha aiutato per decenni alla lotta di liberazione dei popoli dei cinque continenti.

26 novembre 2016

* Roberto Montoya è giornalista, esperto di geopolitica e autore di libri come El Imperio Global, La Impunidad Imperial, Drones: la muerte por control remoto. Fa parte del Consejo Asesor di «Viento Sur». Questo articolo è apparso originalmente in http://www.publico.es/opinion/historia-absolvio.html

da Viento Sur - Traduzione di Cristiano Dan

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Fidel

I suoi nemici dicono che è stato un re senza corona e che ha confuso l’unità con l’unanimità.

E in questo i suoi nemici hanno ragione.

I suoi nemici dicono che se Napoleone avesse avuto un giornale come il “Granma”, nessun francese sarebbe stato messo al corrente del disastro di Waterloo.

E in questo i suoi nemici hanno ragione.

I suoi nemici dicono che esercitò il potere parlando molto e ascoltando poco, perché era più abituato agli echi che alle voci.

E in questo i suoi nemici hanno ragione.

Però i suoi nemici non dicono che non fu per posare davanti alla Storia che mise il petto di fronte ai proiettili quando venne l’invasione,

che affrontò gli uragani da uguale a uguale, da uragano a uragano,

che sopravvisse a seicento trentasette attentati,

che la sua contagiosa energia fu decisiva per convertire una colonia in una patria

e che non fu né per la magia di Mandinga né per miracolo divino che quella nuova patria ha potuto sopravvivere a dieci presidenti degli Stati Uniti, che avevano il tovagliolo al collo per mangiarsela con coltello e forchetta.

E i suoi nemici non dicono che Cuba è uno dei pochi paesi che non compete per la Coppa del Mondo dello Zerbino.

E non dicono che questa rivoluzione, cresciuta nel castigo, è quello che è riuscita a essere e non quello che avrebbe voluto essere. Né dicono che in gran parte il muro tra il desiderio e la realtà si fece sempre più alto e più largo grazie al blocco imperiale, che affogò lo sviluppo della democrazia cubana, obbligò la militarizzazione della società e concesse alla burocrazia, che per ogni soluzione ha un problema, gli alibi necessari per giustificarsi e perpetuarsi.

E non dicono che nonostante tutto, nonostante le aggressioni esterne e le arbitrarietà interne, questa isola sofferente ma caparbiamente allegra ha generato la società latino-americana meno ingiusta.

E i suoi nemici non dicono che questa impresa è stata frutto del sacrificio del suo popolo, ma che è stata anche opera dell’ostinata volontà e dell’antiquato senso dell’onore di questo cavaliere che si è sempre battuto per i perdenti, come quel suo famoso collega delle campagne di Castiglia.

 

 



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