Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> Una inquietante sensazione

Una inquietante sensazione

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A giudicare dalla stampa (grande e piccola, perché anche “il manifesto” partecipa al gioco) si direbbe che il 4 dicembre non sia successo niente. Il ceto politico continua a fare le cose di sempre, e i giornalisti si appassionano a interpretare cenni impercettibili per ricavare i “retroscena” e fare previsioni su cosa farà Renzi, e cosa dirà Mattarella.

Con stupore sento che tutti considerano intoccabile il presidente della Repubblica, come se non avessimo avuto bruttissime esperienze con tutti i predecessori, con l’unica eccezione del candido Pertini. Tutti, compresa Norma Rangeri sul Manifesto, finiscono per fare affidamento “sul capo dello Stato perché affidi il timone a una personalità di rilievo istituzionale, una persona super-partes, in grado di traghettare il paese a nuove elezioni”.

Voci di sinistra non se ne sentono proprio. Al massimo qualche fredda analisi sociologica del malcontento giovanile e del sud, con qualche ricostruzione di una “vita da precario”. Neanche troppo grande lo stupore per le dimissioni cosiddette “congelate” di Renzi, dietro le quali traspariva l’evidente attesa di qualche occasione per rimangiarsele. Intanto continuano indisturbati i tentativi della destra di impossessarsi di qualche frangia della esasperazione per spingerla in direzione della classica guerra tra poveri. Per ora tuttavia per fortuna con modesti risultati. Ma è un segnale di allarme.

Tra le risposte alla sorpresa del referendum, una è veramente assurda: l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che dopo varie oscillazioni in extremis era approdato al SI, forse non ha capito che la modestissima e banale proposta che aveva preparato in vista della vittoria renziana ed ha tirato fuori ora (creare una “nuova unità della sinistra” senza muri che escludano Renzi), è rimasta totalmente spiazzata. Hanno abboccato comunque solo alcuni esponenti della penosa sinistra interna del PD e qualche scheggia vagante di SEL, evidentemente senza accorgersi che si tratta di una proposta vecchia e sperimentata come fallimentare. Non di unità indiscriminata di tutti c’è bisogno, ma di un’unità basata su esperienze di lotta e di resistenza, che escluda chiunque continua a impegolarsi nelle istituzioni partecipando ad alleanze interclassiste senza principi, gestendo alla meno peggio l’esistente. Pisapia forse pensa di poter risuscitare l’Ulivo, ma la sua stessa esperienza milanese riduce fortemente l’eventuale appeal della proposta.

Cosa è possibile fare

In realtà all’interno della campagna per il NO al referendum costituzionale sono emersi diversi comitati locali caratterizzati a sinistra e preoccupati di un possibile annegamento nella vasta area che utilizzava il referendum solo per combattere Renzi come concorrente pur condividendo molte delle sue proposte politiche. In gran parte erano comitati costituiti da militanti senza tessera di partito, ma con esperienze di lotta, e che le molte delusioni avevano allontanato dal voto, soprattutto dopo il referendum per l’acqua pubblica che era stato beffato da chi si era unito alla campagna solo quando era emersa la sua forza di mobilitazione, e poi aveva contribuito a renderlo vano nelle situazioni in cui governava (come fece Nichi Vendola con l’Acquedotto pugliese).

È a partire da queste realtà, con l’unità su compiti e obiettivi concreti, ma anche con una discussione approfondita sul quadro politico ed economico italiano e più generale (compresa la tendenza ad accrescere gli interventi militari in molti scacchieri), si può cominciare a ricostruire quella sinistra di cui si sente oggi fortemente la mancanza di fronte alle tante manovre (non del solo Renzi) per cancellare il significato politico del voto del 4 dicembre. Ogni tentativo affrettato di partire da un cartello di sigle politiche non riuscirebbe a intercettare gli spezzoni di sinistra che si sono ricostituiti localmente nel corso della campagna per il no, che oggi sentono la necessità di recuperare il linguaggio che aveva caratterizzato la sinistra di classe fin dalle sue origini.

A chi è ossessionato dalla necessità di mantenere agganci con la residua sinistra inserita in qualche modo nelle istituzioni anche se compromessa con il PD renziano, perché crede che solo nelle istituzioni si conta, bisogna ricordare che il movimento operaio si è costruito faticosamente ma anche consolidato nel corso di molti decenni in cui non aveva nessuna possibilità di inserimento nelle istituzioni, e aveva posizioni fortemente antitetiche ai poteri costituiti, che ne ostacolavano in mille modi l’attività. E anche dopo la resistenza e la brusca cacciata delle sinistre dal governo nel 1947, non si può dimenticare che il partito comunista crebbe e si rafforzò scontrandosi anche duramente col regime clericale, ottenendo poi i risultati più consistenti tra gli anni ‘60 e ’70 dall’opposizione, sotto la pressione di lotte promosse da militanti anticapitalisti operai e studenteschi quasi sempre usciti dalle sue file e collocati alla sua sinistra. Il suo declino, al contrario, cominciò quando si delineò la possibilità di beneficiare delle briciole del potere, iniziando il corso che lo ha portato a una perdita di peso sociale e anche morale.

Ma il tempo è stretto, e bisogna organizzarsi subito senza inseguire ancora una volta soluzioni illusorie e controproducenti di unità senza principi con forze schierate in difesa del capitalismo. (a.m.)



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