Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> Qualche altra riflessione sui referendum

Qualche altra riflessione sui referendum

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Non sono passate neppure due settimane dalla clamorosa sconfitta di Renzi, e molte illusioni sull’efficacia di quel risultato sono già svanite. Magra consolazione il riso sulle tante vignette satiriche sul governo fotocopia: in realtà la rapidissima costituzione del governo Gentiloni, con la sua sfacciata riproposizione di quasi tutti i ministri responsabili delle leggi più impopolari dimostra che la vittoria del NO non aveva intaccato i meccanismi del potere. Vale la pena di fermarsi a riflettere sulle ragioni.

Prima di tutto, non esiste da tempo un’opposizione degna di questo nome: anche quella che si presenta come opposizione di sinistra (al di là delle piccole ma continue emorragie verso il PD) sa bene di essere entrata in parlamento grazie a una legge infame, e a un accordo indecente, anche se spesso finge di dimenticarsene. Così ha avallato la delega della scelta del nuovo governo alla “saggezza” del presidente Mattarella esattamente come gran parte delle forze apertamente di centro e di destra.E in tutta la campagna la visibilità della sinistra all'interno dello schieramento del NO è stata molto ridotta.

Su una buona metà dei membri di vario orientamento di tutte e due le camere pesava poi l’inconfessata necessità di far passare il tempo almeno fino all’autunno 2017, evitando che le elezioni anticipate facciano perdere il diritto al vitalizio ai tanti neodeputati e neosenatori senza meriti e senz’arte né parte.

Che poi tutti abbiano reclamato a gran voce “elezioni subito” non vuol dire niente: da sempre il “linguaggio della politica” si basa sulla capacità di mentire senza pudore, come già aveva descritto magistralmente Jonathan Swift nel 1726 presentando il sistema britannico di governo nell’ultima parte de I viaggi di Gulliver. [L’ho riletto con grande piacere di recente, e lo consiglio vivamente a tutti quelli che hanno un vero feticismo delle istituzioni rappresentative, M5S in testa]

L’inesistenza di un’opposizione in parlamento è abbastanza visibile, ma ci siamo abituati da un pezzo, anche se molti si stupiscono ogni volta che la vedono confermata dal penoso utilizzo del “Manuale Cencelli” per distribuire gli incarichi (sacrificando ad esempio il ministro Stefania Giannini non per i suoi molti demeriti ma per la sparizione del partitino che “l’aveva in quota”); ma quello a cui si pensa meno, ed è invece il problema maggiore, è l’assenza totale di opposizione nelle strade. Alla “base” di sinistra, che per forza d’inerzia e di nostalgia rimane a lungo “attaccata” ai partiti e ai sindacati anche quando da tempo hanno cambiato direzione e alleanze sociali, al massimo si chiede un voto, o si propone un mazzetto di referendum. E purtroppo non la si può convocare a piacere, andrebbe riconquistata alla lotta partendo da temi concreti: ad esempio il bilancio tragico dell’occupazione per effetto del Jobs Act, dati alla mano.

Devo dire senza reticenza che ho però qualche dubbio sull’efficacia dei referendum proposti dalla CGIL contro il Jobs Act, prima di tutto perché lanciati fuori tempo, dopo aver fatto trascorrere senza la minima manifestazione di protesta tutto il dibattito parlamentare su quella legge sciagurata. D’altra parte da molti anni molte “riforme” vengono concordate tra la segreteria della CGIL e quella di Confindustria. E non basta: la raccolta di quelle firme, senza una vera campagna, ma convocando burocraticamente gli iscritti, si svolgeva proprio nei mesi in cui il comitato per il NO stava raccogliendo – senza successo - le firme per partecipare a pieno diritto come soggetto proponente al referendum sulle riforme costituzionali, e mentre altri (compreso un pezzo della stessa CGIL) le raccoglievano su un quesito riguardante la “buona scuola”, raggiungendo sulla carta il numero previsto di firme, ma con un margine così ristretto che è stato un gioco farlo scendere sotto il livello prescritto con qualche verifica più stringente. Solo un ingenuo può considerare casuale questa scelta dei tempi, la non partecipazione ad altre raccolte di firme, che anzi erano indebolite dalla concorrenza di tanti banchetti negli stessi giorni. E non era per caso che il primo documento del Direttivo CGIL sulle riforme costituzionali pur criticandole evitava accuratamente di dare indicazione di voto. Anche dopo la tardiva scelta del NO, più che la libertà lasciata ai burocrati di categoria, ha pesato l’assenza di un impegno della sua grande macchina organizzativa. In sostanza la CGIL ha evitato di combattere e spiegare alla sua base la pericolosità del progetto di Renzi, tenterà ora (e riuscirà?) di colpirne la parte riguardante il lavoro? E con che credibilità di fronte ai lavoratori a cui sono stati imposti contratti inconsistenti, senza tentare neppure di costruire una mobilitazione? Dobbiamo discuterne, almeno per ridurre in parte il danno già fatto. E con la certezza che non ci sarà una ripetizione automatica della sorpresa del 4 dicembre, specie se non scenderà in campo di nuovo Renzi con la sua arroganza e i suoi toni da istrione (è stato il miglior alleato involontario del NO).

La verifica di quanto poco i sostenitori del SI al referendum del 4 dicembre tengano in conto il 60% che ha votato NO, dovrebbe però almeno frenare un po’ le eccessive illusioni nei referendum, che a volte servono a chi li propone come alibi e compensazione per la passività al momento della discussione parlamentare della legge contestata, mentre quando sono giusti e vittoriosi, vengono ignorati, come aveva dimostrato già l’atteggiamento del potere di fronte al risultato schiacciante del referendum del 12-13 giugno 2011 sull’acqua pubblica.

Cos’era mancato nel 2011 e cosa manca oggi? Prima di tutto una sinistra, capace di scendere in piazza con decisione e se necessario con durezza, in difesa della volontà espressa dagli elettori. Nel 2011 era ancora più grave, perché non c’erano ambiguità tra i promotori della raccolta di firme, che aveva visto mobilitati centinaia di associazioni e di circoli in larghissima misura di sinistra, anche se nell’ultima fase della campagna, che marciava verso un prevedibile successo, si erano unite organizzazioni nazionali “moderate” che poi dopo il voto hanno pesato nell’impedire una risposta energica allo scippo. Ha poi disorientato il ruolo ambiguo di Vendola, allora prestigioso “governatore” della Puglia, che immediatamente dopo il voto ha rifiutato di applicare all’Acquedotto pugliese quanto chiesto col referendum, dando un pessimo esempio ad altre regioni di centrosinistra.

Ma c’è un precedente relativamente più lontano. In parte della sinistra è rimasto l’amaro perché il referendum per l’estensione dell’art. 18 che aveva visto il piccolo PRC che l’aveva promosso praticamente da solo conquistare il 15 giugno 2003 dieci milioni e mezzo di voti (mentre nelle politiche del 2001 le sue liste non ne avevano ottenuto neanche due milioni!) fu considerato assurdamente una sconfitta da Bertinotti, che giustificò così la sua svolta verso la partecipazione a un governo di centrosinistra (e verso il suicidio politico del partito). Era invece l’indicazione della strada giusta da seguire per ricominciare a conquistare forze su temi concreti. Passare da due milioni a oltre dieci era un successo su cui si poteva e doveva investire, invece di illudersi di una scorciatoia verso la “stanza dei bottoni”…

Ma quel che importa oggi è riflettere sul risultato attuale e su quello del 2011. Non serve a niente neppure vincere un referendum, se non si è pronti a difendere il risultato da quella che appare sempre più una tendenza generale del capitalismo in questa fase, in cui è prontissimo, come nei decenni della sua ascesa, a buttare alle ortiche anche le forme democratiche. Per questo è stato veramente sciocco da parte di vari pezzi di sinistra nascondere la vergognosa capitolazione concordata da Tsipras con la Troika dopo l’imprevista vittoria nel referendum del luglio 2015. Tutta l’UE premeva in quel senso, e il danno provocato è stato enorme. Ogni volta che una speranza viene beffata e tradita, se ne paga il prezzo per molto tempo. (a.m.)

 



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