Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Mozambico | Una guerra civile che non finisce mai

Mozambico | Una guerra civile che non finisce mai

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Intervista a Michel Cahen*

a cura di Afriques en lutte**.

Premessa di «Movimento Operaio». Negli ultimi giorni del dicembre scorso i combattimenti in corso in Mozambico fra il Frelimo e la Renamo sono cessati, e una tregua, fissata inizialmente per pochi giorni, è stata prolungata per altri due mesi. La notizia è stata snobbata dai grandi mezzi di comunicazione: un po’ perché le priorità “informative” apparivano altre, un po’ perché c’è la tendenza a seppellire nell’oblio le guerre che non rientrano nell’attuale schema interpretativo della situazione internazionale. Quella del Mozambico è appunto una di queste, troppe, “guerre dimenticate”. L’intervista che abbiamo tradotto è per alcuni particolari datata (risale al maggio 2016), ma non per questo ha perso interesse. Propone un’interpretazione della situazione in Mozambico - e implicitamente in altri Paesi africani – utile, anche se non necessariamente condivisibile in toto. Utile non solo per avvicinarsi alla realtà africana senza lenti eurocentriche e schemini interpretativi prêt-à-porter, ma anche per approfondire le ragioni di fondo di problemi che ci toccano direttamente. Infatti, una volta ribadita, per l’ennesima volta, la nostra solidarietà con i migranti, e nello specifico con i migranti subsahariani che arrivano - quelli che sopravvivono - a ondate sulle nostre coste, è forse il caso di chiedersi da cosa fuggono, e di cercarne cause e rimedi. Certo, solo un’infinitesima parte di loro proviene dal Mozambico, ma la gran parte proviene comunque da situazioni molto simili. Che è dunque il caso di conoscere meglio.

Puoi accennare al processo di decolonizzazione del Mozambico?

Il Mozambico ha una storia particolare. Questo grosso lembo di territorio, affacciato sull’Oceano Indiano, di fronte al Madagascar, in cui convivevano le vecchie élites coloniali creole (luso-indiane, luso-africane e arabo-portoghesi), alla fine del XIX secolo è oggetto di rivalità imperialiste [1]. Tutto il complesso swahili sull’Oceano Indiano si trova a essere totalmente emarginato dalla decisione [1902] del Portogallo di trasferire la capitale dall’Isola di Mozambico [Ilha de Moçambique] - proprio di fronte alle Comore - a Lourenço Marques, l’attuale Maputo, che s’affaccia sulla baia di Delagoa, un formidabile porto naturale che consente l’esportazione delle merci provenienti dall’Africa del Sud. Questo fatto ha reso completamente marginali le vecchie élites.

Quando, nel 1962, si forma il Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico), ci troviamo in presenza di un fenomeno unico, non tanto perché riesce a unificare alcuni gruppuscoli, ma perché è il solo capace di creare un movimento nazionalista modernista con buoni appoggi internazionali [2]. Si tratta più di unicità, dunque, che di unificazione.

È quindi il Frelimo che dà inizio alla guerra di liberazione nazionale?

La guerriglia del Frelimo consegue successi alterni, ma i portoghesi, anche se la situazione era per loro peggiorata a partire dal 1970, tecnicamente “tenevano”. Ma una guerra non si vince solo “tecnicamente”. Così, in capo a una decina d’anni, i militari portoghesi cominciano a chiedersi perché e con quale obiettivo si battevano, quando ormai tutti gli altri Paesi africani erano stati praticamente decolonizzati: le sole eccezioni erano la Rhodesia (attuale Zimbabwe) e l’Africa del Sud. Perché battersi, perché destinare il 44 % del bilancio statale alle guerre coloniali invece di impiegarlo per sviluppare il Portogallo stesso? Sono la fatica, l’isolamento e la demoralizzazione che alla fine hanno avuto la meglio. Si è quindi avuto [25 aprile 1974] quel colpo di Stato democratico – se così possiamo definirlo – che ha rovesciato una dittatura e che è immediatamente sfociato in una serie di rivendicazioni sociali. Nel 1974 il Portogallo riconosce l’indipendenza della Guinea-Bissau, che l’aveva già autoproclamata l’anno precedente, e nel 1975 quella delle sue altre quattro colonie africane: l’Angola, il Mozambico, il Capo Verde e São Tomé e Príncipe, un piccolo arcipelago del golfo di Guinea. Tutti questi Paesi si dotano subito di regimi a partito unico, ciò che si rivela una catastrofe. Non si tratta infatti di partiti unici perché «marxisti-leninisti», ma del contrario: le loro élites volevano il partito unico e nel marxismo stalinizzato hanno trovato l’alibi adatto. Del resto, ufficialmente non erano tutti marxisti-leninisti: il PAIGC [Partito africano dell’indipendenza della Guinea e di Capo Verde] e il suo dirigente Amilcar Cabral – che aveva esplicitamente dichiarato di non essere marxista – si rifanno a una «democrazia rivoluzionaria». Ciò detto, lo schema politico è un po’ lo stesso. Il fatto è soprattutto che a quell’epoca (quasi) tutti sostenevano la necessità di partiti unici, di destra o di sinistra: l’ONU, l’OUA [Organizzazione dell’unità africana], tutti non volevano che un solo partito per Paese. Era l’epoca del paradigma, molto paternalista, secondo il quale l’Africa era ancora alla tappa della fondazione di nazioni e che, dunque, per unificare delle «tribù sparse» erano necessari i partiti unici. In realtà, questa soluzione ha profondamento diviso i popoli africani e non ha permesso la formazione di autentiche unità nazionali. E ne sono derivate presto delle guerre civili.

In Mozambico per tre anni vi è stata qualche incursione militare a partire dalla Rhodesia, ma nel 1977 fa la sua comparsa un movimento, la Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), fortemente appoggiato dalla Rhodesia, che riesce però a dotarsi d’una base sociale e che darà inizio a una guerra civile che non terminerà che con gli accordi di Roma del 1992.

Come si spiega il fatto che la Renamo sia riuscita a dotarsi di una base sociale pur essendo sostenuta dalla Rhodesia e dall’Africa del Sud dell’apartheid?

Si tratta di un fatto che è stato oggetto di polemiche per lungo tempo. Coloro che avevano appoggiato le lotte contro il colonialismo portoghese e contro l’apartheid non avevano voluto capire che la Renamo disponeva d’una vera base sociale e che si era di fronte a una vera guerra civile. La Renamo era stata, è vero, sostenuta dai servizi segreti rhodesiani e sudafricani, ma tuttavia occorre prendere atto di due realtà.

Innanzi tutto, che per i contadini l’Africa del Sud non rappresentava affatto uno spauracchio, poiché da lungo tempo vi emigravano, in particolare nella parte meridionale del Paese e a volte anche nel centro, per lavorarvi nelle miniere. Per quanto maltrattati e nonostante il razzismo, vi guadagnavano dieci volte di più che in Mozambico, e quando ne ritornavano potevano sposarsi, comprare dei buoi, avere un aratro e dare inizio a una piccola attività agricola. In questo senso l’Africa del Sud non godeva di cattiva reputazione presso la popolazione mozambicana.

In secondo luogo, che l’apartheid era qualcosa di distante, mentre ciò che era vicino era la politica del Frelimo che - in nome del «marxismo-leninismo» ma in realtà a causa di un orientamento piccolo-borghese e politico-burocratico - ha condotto una politica di modernizzazione autoritaria estremamente ostile nei confronti della società africana.

Dapprima sono state attaccate frontalmente le religioni. E non solo le religioni compromesse con il colonialismo, come il cattolicesimo (anche se qui è doveroso non semplificare: perché se i vertici della Chiesa cattolica sono sicuramente stati dalla parte del Portogallo sino all’ultimo, molti missionari attivi nella foresta o nella savana erano a fianco degli africani e ne appoggiavano o almeno comprendevano le aspirazioni), ma anche le chiese protestanti, alcune delle quali, non tutte, hanno appoggiato la lotta di liberazione nazionale.

Il Frelimo ha però attaccato anche le religioni africane, proibendo i rituali di evocazione della pioggia (dopo di che, ovviamente, vi sono stati periodi di siccità…) e certe danze molto popolari, in nome di una concezione allo stesso tempo puritana e modernizzante. In questo voler modernizzare i contadini a colpi di knout [staffile], nel proibire loro l’insediamento disperso costringendoli a raggrupparsi in villaggi comunitari, un po’ sul modello dei kolkhoz o dei kibbutz, c’è stato un aspetto che può in qualche modo riecheggiare un Pol Pot, i khmer rossi, anche se coi paragoni va fatta molta attenzione.

Il fatto è che hanno concentrato i contadini, i produttori, ma non hanno avuto le risorse per concentrare i mezzi di produzione. Costringendo i contadini a riunirsi in uno stesso luogo, li hanno innanzi tutto ridotti alla dipendenza dal lignaggio [la struttura di potere tradizionale] di quel luogo.

I contadini si sono quindi messi tutti a coltivare intensamente le stesse terre, senza possibilità di rotazione, e poiché non c’erano fertilizzanti, né pesticidi, né irrigazione, le terre si sono rapidamente esaurite. I contadini sono allora tornati ai loro vecchi campi ma, costretti com’erano a vivere nei villaggi comunitari, dovevano farsi ogni giorno una quindicina di chilometri a piedi sia all’andata, sia al ritorno. Inoltre, c’era anche il grosso problema degli spiriti degli antenati, oggetto di culto: questi erano “restati” nelle vecchie terre e, non vivendovi più, non li si poteva più onorare e ciò “spiegava” tutte le disgrazie che accadevano.

Per farla breve, i contadini vivevano peggio con il Frelimo dopo l’indipendenza che negli ultimi anni della colonizzazione. Sottolineo gli “ultimi anni”, e cioè da dopo il 1962, quando il lavoro forzato è stato abolito. Perché in Mozambico negli ultimi dodici anni coloniali, 1962-1974, si è avuto un vero progresso sociale, un colonialismo, se vogliamo, “sviluppista“ [3].

Quando la guerriglia organizzata dalla Rhodesia arriva in un villaggio comunitario, la prima cosa che fa è uccidere il suo presidente, il capo della milizia, il segretario del partito - se possibile con moglie e figli – per poi dire ai contadini: «Ritornate alle vostre abitazioni di prima». Ed evidentemente la gente è d’accordo, e così s’è formata una base sociale per la Renamo.

La forza della Renamo nel Paese non si spiega dunque con il sostegno dell’Africa del Sud - alla luce del sole fino al 1984 e clandestino poi dopo gli accordi di Nkomati [4] -, ma innanzi tutto con il suo successo nel dotarsi di una base sociale grazie alla profonda crisi provocata dalla politica di modernizzazione autoritaria del Frelimo. Non che i contadini fossero contrari alla modernizzazione in sé, ma non vedevano alcun miglioramento, alcun progresso sociale, e vivevano peggio di prima.

Perché il Frelimo ha praticato tale politica?

L’idea era - come diceva Samora Machel, il primo presidente della Repubblica mozambicana - quella di creare delle «città rurali» e di raggruppare i contadini per «organizzarli», e cioè inquadrarli, sorvegliarli, «nazionalizzarli» nel senso letterale della parola (farli entrare nella nazione moderna immaginata dall’élite del Frelimo).

Tutto ciò non ha funzionato, per non dire del fatto che vi sono anche state repressioni nei confronti di tutti i settori informali nelle città. Così, per esempio, la famosa «Operazione produzione» del 1983 condusse all’espulsione dalle città di decine di migliaia di persone del settore informale, trasportate da aerei in piena savana, dove sono morte di fame, solo perché si voleva svuotare le città dai cosiddetti “improduttivi”.

Era una politica estremamente autoritaria, che non aveva niente di rivoluzionario e di emancipatore, anche se era portata avanti in nome del «marxismo-leninismo». In realtà, si trattava di un paternalismo autoritario che mirava a trasformare la gente in piccoli funzionari burocratici. In effetti, il modello sociale era quello del Paese colonizzatore. Il Portogallo è lo Stato-nazione probabilmente più omogeneo di tutta Europa, con una sola lingua e, all’epoca coloniale e fascista, con uno Stato che era il principale attore economico - erano di sua proprietà i più importanti servizi, come le ferrovie e i porti - con un partito unico e un sindacato corporativo.

Dopo la fine dell’apartheid [in Sudafrica] nel 1991, la guerra proseguirà ancora due anni: la Renamo godeva d’un sostegno popolare e si riforniva di armi attaccando le caserme. D’altro canto lo si è visto nelle elezioni del 1994: non le ha vinte, ma ha ottenuto comunque il 35 % dei voti a livello nazionale e la maggioranza in certe province. Il 35 % dei voti, anche in zone che non aveva mai occupato militarmente… Difficile sostenere che si trattasse semplicemente di mercenari, di lacchè dell’apartheid, di «banditi armati», eccetera. La guerra d’aggressione dei primissimi anni s’è trasformata in una vera e propria guerra civile. La Renamo è apparsa a una frazione dei contadini e a alcuni settori sociali emarginati della città come uno strumento per proteggersi dallo Stato moderno.

Ora, e per rispondere alla domanda, io penso che [la politica del Frelimo] rifletta la natura sociale della sua ristretta élite: formata da africani (neri assimilati - e cioè cittadini portoghesi - e meticci), che praticavano professioni burocratiche (nell’amministrazione, nei servizi, nelle missioni…), completamente staccati dalla società tradizionale. Prendendo il potere statale grazie al partito unico questa élite ha espresso la sua essenza mediante questa forma di immaginario nazionale, in ultima istanza molto portoghese…

Si può dire della Renamo che dispone di un appoggio di tipo comunitario?

Se la domanda verte sull’etnicità, occorre prudenza. L’etnicità rappresenta una realtà molto importante in Africa, che le nostre correnti marxiste tendono troppo spesso a sottovalutare o a svalorizzare. Ora, l’etnicità non è che l’equivalente del sentimento nazionale in Europa! È raro che in Africa le guerre siano esclusivamente interetniche: una guerra etnica nasconde spesso dei problemi sociali.

Il Frelimo è principalmente diretto da un gruppo etnico del Sud, ma non è un partito tribalista del Sud, perché comprende anche persone del resto del Paese. E i dirigenti della Renamo sono principalmente originari dei gruppi del Centro, ma si tratta di una ribellione nella quale sono stati coinvolti tutti i gruppi etnici del Paese, anche se con una minor presenza del Sud. Spesso i rancori sono più di carattere regionale che etnici: come per esempio il fatto che la capitale si trovi nell’estremo sud e, soprattutto, che assorba l’80 % degli investimenti esteri.

Si tratta di squilibri che sono stati prodotti dai colonizzatori ma che il Frelimo non ha corretto: nel centro e nel nord del Paese, che si considerano sfruttati dal sud, vi è dunque un rancore di tipo regionale. Ma non si tratta affatto di «tribù in lotta fra loro»!

Ritieni credibili le elezioni?

La risposta è necessariamente complessa. Semplificando, direi però «no». Il loro risultato non riflette la volontà dei mozambicani, ma ciò non significa che la Renamo abbia sempre vinto, che sia stata emarginata con i brogli dal Frelimo. C’è stata frode ogni volta, ma sul piano tecnico non è una semplice questione di brogli.

Un contadino sa perfettamente che se la caverà meglio con in tasca la tessera del partito al potere piuttosto che stando all’opposizione; un commerciante che ha bisogno di un prestito dalla banca sa che non l’otterrà senza la tessera del partito; la tessera del partito è indispensabile per fare il professore o l’infermiere, per essere un capo tradizionale con riconoscimento governativo. Per un sacco di cose è risaputo che è meglio avere la tessera. Tutto ciò pesa enormemente sulle coscienze. Si tratta di ciò che i sociologi definiscono neopatrimonialismo, e cioè lo sfruttamento delle risorse dello Stato a fini privati.

Lo Stato è profondamente «partitizzato», oggi quasi altrettanto che ai tempi del partito unico: e tutti sanno che lo Stato è il Frelimo, che non si tratta affatto di uno Stato (più o meno) indipendente, come in Europa o nei Paesi effettivamente pluralisti. Questo fatto evidentemente ha un suo peso: vi si verificano a volte situazioni caricaturali, in cui il numero di aderenti al Frelimo supera il numero dei suoi voti…

Sì, ci sono stati dei brogli. Per esempio, nel 1999 ve ne è stato uno gigantesco, grazie a un programma informatico clandestino che ha capovolto i risultati: la Renamo aveva, probabilmente, vinto le elezioni presidenziali, anche se non, probabilmente, quelle legislative [5]. Ciò ha condotto a un aumento dell’astensionismo nel 2004 e nel 2009, quando gli elettori della Renamo non hanno, semplicemente, partecipato al voto. Nelle interviste che sono riuscito a fare [in quelle occasioni], mi si diceva: «Io vado a votare, ma poi il mio voto viene cambiato, e allora io non voto più, non serve a niente». Una reazione comprensibile, che però ha rafforzato il potere. Si può constatare come il tasso d’astensionismo sia stato sistematicamente molto più elevato nelle zone di tradizionale radicamento della Renamo.

Si è trattato di brogli tali, in ogni occasione, da ribaltare i risultati? Difficile dirlo, ma è evidente che sempre i risultati sono stati alterati. Nel corso delle ultime elezioni – che ho potuto osservare in loco nell’ottobre 2014 e che si sono tenute dopo la crisi del 2013-2014 quando la Renamo aveva parzialmente ripreso le armi – quest’ultima ha raddoppiato i voti. La gente aveva ripreso a votare, in particolare dei giovani molto poveri del Nord, che hanno votato per la Renamo perché sapevano che essa aveva delle armi.

Sono così importanti le armi per i partiti?

Bisogna capire bene la situazione, non guardarla da eurocentrici, con le nostre idee di bianchi del nord. Non siamo di fronte a una società con tradizioni democratiche: in Mozambico, nell’epoca precoloniale, i regni non erano democratici, la società coloniale non era democratica, il primo periodo postcoloniale - con, in nome del «marxismo-leninismo», il partito unico - non era democratico e il regime neopatrimoniale attuale non lo è nemmeno lui! Non abbiamo a che fare con una società di cittadini, ma con una società di sudditi.

Dico questo non in base a una interpretazione culturalista, per cui gli africani sarebbero dei sudditi e non dei cittadini. Assolutamente no, perché la medesima persona, in un dato momento, può essere un suddito, e il giorno dopo un cittadino. Lo si è ben visto durante la rivoluzione in Tunisia, quando gran parte di quelle stesse persone che prima cercavano di adattarsi a Ben Ali e al potere, sono poi passate con i ribelli e hanno fatto una rivoluzione di portata, come si sa, continentale.

Un cittadino è qualcuno che, quand’è insoddisfatto, esige che la repubblica soddisfi i suoi diritti: all’istruzione, alla salute, all’alimentazione, eccetera. Il suddito, invece, non cerca la soddisfazione dei suoi diritti, ma il favore del Padrone.

Nel 2008 e nel 2010, per esempio, nella capitale mozambicana, Maputo, vi furono dei disordini contro l’aumento di tutti i prodotti di prima necessità: ma si trattò di moti di natura esclusivamente sociale, che non hanno avuto alcuna immediata conseguenza politica. Mi ricorderò sempre di un giovane rivoltoso che dava fuoco a degli pneumatici dicendo: «Tamos chorar pra nosso pai», «Stiamo piangendo per nostro padre». E cioè: «Noi imploriamo il presidente della Repubblica affinché sia buono con noi». Si trattava della richiesta di un favore: che il Padrone si degni d’essere buono con il popolo. Queste stesse persone, nel 2009, sono tornate a votare per il Frelimo. Oggi forse le cose potrebbero andare in diverso modo, ma il punto è che si tratta di una società di sudditi, in cui la gente, nell’immediato, non rivendica più democrazia, ma un buon Padrone che la liberi da quello cattivo (anche se, naturalmente, noi sociologi e storici potremmo vedere in tutto ciò una sorta di ricerca confusa della democrazia…).

Parliamo allora di questo «cattivo padrone»…

Il cattivo padrone è il presidente della Repubblica, Armando Guebuza, che ha esercitato due mandati [6]. Molto autoritario, è un vero bandito, che s’è arricchito enormemente con grosse prevaricazioni: ha indebitato lo Stato, clandestinamente, al punto che lo stesso Fondo monetario internazionale ha interrotto i rapporti con il Mozambico.

In questo momento la situazione è abbastanza difficile e il capo della ribellione, Afonso Dhlakama, è tornato alla macchia, perché le trattative con il Frelimo sono fallite. Il potere ha tentato diverse volte di ucciderlo, ma lui l’ha sempre scampata. Ha resistito e ha sconfitto militarmente le truppe del Frelimo nella sua roccaforte. In quanto capo di guerra che sa resistere al Padrone, ha riguadagnato la reputazione d’essere anche lui un Padrone, e dunque un capo alternativo: la gente è attratta da questo fatto, lo si può facilmente comprendere.

C’è un altro partito d’opposizione, il Movimento democratico del Mozambico (MDM), una scissione della Renamo, che ha attratto gente del tutto diversa. Non è un partito di sinistra (in Mozambico non c’è alcun partito di sinistra), ma attrae persone che, se vi fosse un partito di sinistra, ne farebbero parte: funzionari, intellettuali, contadini in certe regioni. Il MDM ha sviluppato un discorso pacifista, spiegando come lui, non essendo armato, era diverso sia dal Frelimo che dalla Renamo.

Questo discorso potrebbe piacermi, e in effetti mi piace, ma nel caso della gente è accaduto l’opposto: «Se non avete armi, come farete a proteggerci dal Frelimo?» Coloro che avrebbero potuto essere attratti dal MDM hanno votato per la Renamo, un voto utile a favore dei gruppi armati.

Il Frelimo non ha mai condiviso il potere, né sul piano politico, né su quello sociale. Tutte le nuove risorse minerarie - il gas scoperto nel Sud, il petrolio offshore nel Nord, le grandi miniere di carbone riattivate nel Centro – non vanno che a vantaggio dell’élite. Questa minoranza sta facendosi sempre più ricca, mentre il popolo, anche se non s’impoverisce, non sta migliorando la sua condizione dalla fine della guerra civile. Ciò alimenta un forte malcontento, che sfortunatamente non s’esprime ancora nel desiderio di una repubblica democratica, ma nel desiderio di cambiare Padrone.

Il Frelimo applica sempre la regola del «The Winner Takes All» (il vincitore prende tutto). Così, quando vince le elezioni a livello nazionale – con o senza brogli – si prende non solo il governo e tutti i posti di governatore - anche nelle regioni dove l’opposizione è maggioranza -, ma anche tutti i posti di amministratore di distretto, tutte le cariche di capo-posto, tutte le direzioni dei servizi. Gli stessi capi tradizionali non verranno riconfermati se non hanno la tessera del partito. Dunque, la gente può votare per chi vuole, ma in realtà la totalità dell’amministrazione e dello Stato resta la stessa.

Tutto ciò produce situazioni d’esasperazione. Nel Nord del Paese, mentre seguivo la campagna elettorale, ho potuto constatare che c’erano molti giovani (soprattutto ragazzi), molto poveri, rurali o urbanizzati, disperati, che erano pronti a ripartire in guerra. Quello che sarebbe stato un suicidio per la Renamo vent’anni fa, non molto tempo dopo la guerra civile, oggi diventa possibile: una nuova generazione fa la sua comparsa, con una quantità di giovani che pensano che si vive meglio con un kalashnikov che senza. La guerra diventa un progetto di vita e la Renamo oggi non incontra difficoltà nel reclutarli e riprendere la lotta armata.

C’è quindi il rischio d’una ripresa della guerra civile…

Esattamente, è quel che temo [7]. Si deve capire che Afonso Dhlakama – il presidente della Renamo – è in realtà un moderato e che se non vi sono stati moti e attacchi mortali alle sedi del Frelimo in tutto il Paese, con giovani contadini armati di machete, ciò si deve al fatto che Dhlakama ha detto loro di non muoversi. Con gli ex combattenti della Renamo, in particolare, c’è un grosso problema: al contrario di quelli del Frelimo, non ricevono, di norma, pensioni dallo Stato. Non hanno ottenuto niente, a parte un modesto sussidio dell’ONU al tempo della loro smobilitazione nel 1992-1993. Sono tornati alle loro case, anche quelli che avevano avuto le famiglie massacrate. In questi ultimi casi, hanno celebrato le cerimonie rivolte agli spiriti degli antenati affinché quei crimini venissero perdonati. I giovani soldati sono stati riammessi nell’esercito, ma in seguito sono stati emarginati dalle autorità. L’amministrazione, al 100 % Frelimo, li qualificava “banditi armati”, la definizione ufficiale della guerriglia a quell’epoca. Molti di loro sono allora tornati alle vecchie basi della Renamo, formandovi dei villaggi d’ex combattenti, dove vivevano in grande povertà, anche perché la Renamo aveva sempre meno risorse e non era più in grado di aiutarli. Nel 2007 è stata fondata un’associazione di ex combattenti della Renamo, ma non funziona per niente. Io penso che il presidente della Renamo, Afonso Dhlakama, non voleva che funzionasse, perché avrebbe rappresentato un autentico centro di potere all’interno del partito, del quale vuole essere il solo padrone. Quando poi ha deciso, nel 2008, di lasciare la capitale e di stabilirsi a Nampula (nel Nord), centinaia di ex combattenti si sono radunati attorno a casa sua per fargli pressione: doveva assolutamente ottenere qualcosa per loro. È in seguito a ciò che, nel 2012, decide di ridarsi alla macchia nel centro del Paese, sua zona d’origine, e gli ex combattenti l’hanno seguito. Il Frelimo ha tentato di disarmarli e anche, diverse volte, di uccidere Dhlakama, senza mai riuscirvi. Ma, da parte della Renamo, gli scontri militari sono stati esclusivamente di tipo difensivo: non appena una colonna del Frelimo penetrava in queste zone, la Renamo l’attaccava. Ed è sempre stata la Renamo ad avere la meglio, accrescendo così il prestigio di Dhlakama.

Nell’esercito governativo c’è un numero enorme di diserzioni, e a Beira, la seconda città del Paese, la rivolta dei giovani contro la coscrizione s’è risolta in un moto. Gli accordi di pace del 5 settembre 2014 hanno permesso alla Renamo di partecipare alle elezioni dell’ottobre successivo, e vi ha raddoppiato i voti. Poi la situazione s’è bloccata, perché la Renamo non ha riconosciuto i risultati elettorali, ritenendo che il Frelimo avesse commesso brogli, cosa assolutamente certa ma difficile da provare. Io non saprei dire in che misura i risultati sono stati modificati. Comunque, come compromesso, la Renamo aveva proposto di poter nominare i governatori delle regioni in cui era risultata maggioritaria, le sei regioni del Centro e del Nord. Il Frelimo ha seccamente respinto la proposta. Era stato anche raggiunto un accordo per la «departitizzazione» dello Stato, accettato dalla commissione mista che conduceva le trattative, ma il giorno dopo respinta e affossata dal gruppo parlamentare del Frelimo.

Con il suo insediamento, il nuovo presidente [della Repubblica], Felipe Nyusi, avrebbe dovuto distinguersi dal predecessore, Guebuza: e per qualche mese aveva effettivamente dato l’impressione d’essere disponibile a una trattativa con la Renamo. Ma ormai non fa che parlare di soluzione armata e rifiuta ogni idea di riforma costituzionale: e ciò significa tornare alla guerra civile. All’interno del Frelimo c’è, con ogni evidenza, un’ala convinta di poter risolvere il problema per via militare, e io non saprei dire se è il presidente stesso che non controlla più la situazione o se invece sta giocando una cinica partita. Vi sono squadroni della morte che uccidono numerosi dirigenti locali e regionali della Renamo: un po’ come accadeva nelle dittature latinoamericane negli anni Sessanta e Settanta. Vi sono stati tre tentativi d’assassinare lo stesso Dhlakama, tutti falliti; un attentato contro il segretario generale della Renamo, ferito gravemente; e un altro che ha ucciso il rappresentante della Renamo nel consiglio nazionale di difesa, che è peraltro un organismo ufficiale. Per ora non sono ancora stati attaccati i deputati [della Renamo], ma vi si arriverà. C’è proprio la convinzione di poter risolvere il problema militarmente: a mio giudizio un’idea completamente folle. Perché anche se Dhlakama venisse ucciso, è evidente che il problema è già stato preso in considerazione e che vi è già un successore designato. E al limite, ciò non potrebbe che peggiorare le cose, perché se si aprisse un problema di leadership nella Renamo, si produrrebbe uno sparpagliamento dei suoi gruppi armati per tutto il Paese, mentre oggi si è di fronte a un gruppo estremamente disciplinato, a un esercito guerrigliero che obbedisce al suo capo.

Attualmente sono in corso combattimenti, d’intensità del tutto paragonabile a quelli della prima guerra civile, nel centro del Paese (area di Gorongosa), nel nordovest della provincia di Tete (lungo la frontiera con la Zambia e il Malawi), e in certe località della Zambezia - questa grande provincia centro-settentrionale -, in particolare attorno a Morrumbala. Non riguardano ancora la totalità del territorio, ma a mio avviso ciò potrà avvenire, perché il Frelimo è convinto di poter vincere la guerra. Quanto alla Renamo, essa ha bisogno di modificare a suo favore i rapporti di forza in vista di futuri negoziati, e ha dunque ogni interesse a intensificare la guerra di guerriglia.

Il futuro del Mozambico appare pessimo…

Nel Malawi vi sono già migliaia di rifugiati originari della regione di Tsangano, nel settentrione della provincia di Tete, ma ora ne arrivano anche dalla provincia della Zambezia. Non scappano dalla Renamo, ma dalle esazioni del Frelimo. La politica dell’esercito è quella di attaccare la popolazione stessa per fare terra bruciata attorno alle basi della Renamo. Con grande ipocrisia, il Frelimo non riconosce la presenza di rifugiati nel Malawi, ciò che evidentemente avvelena le relazioni con questo Paese, perché il mantenimento dei campi di rifugiati gli costa caro.

In Mozambico la situazione s’è estremamente degradata, anche a livello economico, per via del saccheggio delle risorse dello Stato. Per esempio, il Paese ha ottenuto un prestito di 800 milioni di dollari, per l’acquisto di battelli fabbricati in Francia, attraverso la EMATUM – una società per la pesca del tonno –: si tratta in realtà d’una copertura per l’acquisto di armi. Oltre a questo scandalo venuto allo scoperto, vi sono stati altri due prestiti “clandestini”. Lo Stato ha un debito superiore di due miliardi di dollari a quello ufficialmente ammesso, ciò che ha portato alla rottura dei rapporti con il FMI. La sua moneta – il metical – va perdendo sempre più valore, il che rende più care le importazioni, in particolare dall’Africa del Sud, perché il suo rand è una moneta che sta resistendo meglio. Probabilmente ciò porterà a un aumento dei prezzi dei beni di consumo di base nelle città, con conseguenti moti urbani [8]. È possibile che i problemi sociali, i moti urbani, una società civile tuttora fragile, sommati alla pressione della Renamo, costringano il governo a negoziati di pace, ma è poco probabile, perché i problemi politico-economici hanno tempi diversi rispetto a quelli militari.

L’élite sì è grandemente arricchita, ma non si tratta di una borghesia come la intendeva Marx: si tratta di affaristi, predatori, banditi, che non vivono che del furto delle risorse statali o dell’appropriazione fraudolenta degli aiuti internazionali. Essi non si preoccupano di procedere a una accumulazione primitiva del capitale mediante lo sfruttamento dei lavoratori. Dei veri borghesi capirebbero che è loro interesse negoziare con la Renamo, perché questo non è un partito rivoluzionario che potrebbe instaurare il socialismo: è un partito filocapitalista. Ma no! Costoro detengono il potere e vogliono mantenerlo. E non possono farlo senza il monopolio sull’apparato statale, cui non rinunceranno se non sotto costrizione. Per ora, dunque, continuo a essere estremamente pessimista.

* Michel Cahen, francese, uno dei maggiori esperti di Africa lusofona, è direttore di ricerche CNRS presso la Casa de Velázquez di Madrid e presso l’Instituto de Ciências Sociais di Lisbona. È stato tra i fondatori di «Lusotopie» (1994-2009), la più autorevole rivista sui Paesi di lingua portoghese. Ha pubblicato diversi libri, soprattutto sul Mozambico e sui problemi del rapporto fra etnicità e nazionalismo in Africa, fra i quali vanno citati almeno Mozambique, la révolution implosée (L’Harmattan, Paris 1987), Ethnicité politique (L’Harmattan, Paris 1994) e La nationalisation du monde (L’Harmattan, Paris 1999).

** Afriques en lutte è un collettivo formato da militanti di varie organizzazioni (fra queste il Nouveau parti anticapitaliste francese) e da indipendenti.

Note del traduttore

[1] La storia del Mozambico è particolarmente complessa. Se i portoghesi vi mettono piede per la prima volta nel 1498 con Vasco da Gama, sino all’Ottocento inoltrato il loro controllo effettivo del territorio si ridurrà a pochi lembi di terra lungo le coste, separati da grandi distanze, qualche ridotto insediamento all’interno, e una serie di piccoli presidi. La maggior parte del Paese era suddiviso in numerosi “regni” o Stati africani (il più potente era Gaza, nel sud) e in una serie di domini privati (i prazos) che si erano formati in seguito alla concessione, per la durata di «tre vite», di terre «demaniali» (in realtà sottratte agli africani) a meticci luso-africani (e anche luso-indiani; gli indiani provenendo dalla colonia portoghese di Goa). Questi domini privati si trasformarono ben presto in pseudo-Stati semindipendenti, con trasmissione ereditaria del potere e dotati di propri eserciti, che mantennero un legame formale di sudditanza verso i portoghesi, ma che spesso finirono con il combatterli. Nel nord del Paese, soprattutto lungo le coste, erano invece insediate da secoli comunità arabe e africane islamizzate, di lingua swahili. Questo intricato mosaico verrà spezzato e unificato solo verso la fine dell’Ottocento a prezzo di sanguinose guerre.

[2] Il Frente de Libertação de Moçambique viene fondato in Tanzania nel 1962 dall’unificazione di tre piccoli partiti nazionalisti: la Mozambique African National Union (MANU; il più strutturato, con denominazione inglese), l’União Democrática Nacional de Moçambique (UDENAMO) e l’União Nacional Africana de Moçambique Independente (UNAMI). Nei primi anni il Fronte è caratterizzato da un’ideologia genericamente e confusamente nazionalista (con forti tracce di tribalismo) e da profonde lacerazioni che porteranno anche a scontri armati e scissioni. Solo in seguito si imporrà una linea “modernista”. Con il III congresso (1977) adotta ufficialmente il «marxismo-leninismo», che verrà abbandonato nel 1989 a favore di una, nominale, «socialdemocrazia», che gli varrà l’ingresso nell’Internazionale socialista dapprima come partito osservatore (1996), poi come aderente a tutti gli effetti (1999).

[3] Questo “sviluppismo” ha molti aspetti. Se sul piano economico ci si può limitare a ricordare il gigantesco progetto della diga di Cabora Bassa, sullo Zambesi, sul piano legislativo, e di riflesso sociale, ci sono l’abrogazione del Codice indigeno del 1945 (che distingueva la popolazione in “indigeni” e “non indigeni”), l’eguaglianza (anche se teorica) di fronte alla legge, l’abolizione già ricordata del lavoro forzato e un nuovo codice del lavoro, l’abolizione dell’obbligo di coltivare cotone, un accrescimento – a partire dal 1965 – degli investimenti nell’istruzione e nella sanità, oltre ad altre misure di minor rilievo.

[4] Gli accordi di Nkomati (e non Incomati, come erroneamente indicato nella trascrizione originale dell’intervista), furono un patto di non aggressione siglato nel 1984 a Nkomatipoort fra il Mozambico e il Sudafrica, con conseguente reciproco impegno di non appoggiare le rispettive forze d’opposizione. Come ricorda Cahen, il Sudafrica continuò però a sostenere “clandestinamente” la Renamo sino alla fine dell’apartheid.

[5] Dalla fine del monopartitismo a oggi, si sono tenute in Mozambico cinque elezioni, contemporaneamente presidenziali e legislative (1994, 1999, 2004, 2009 e 2014). In tutte il Frelimo ha vinto, e in tutte si sono avute accuse di brogli, a volte confermati dagli osservatori internazionali, anche se in genere si ammette che in nessun caso avrebbero rovesciato il risultato, ma sicuramente hanno diminuito il numero dei deputati della Renamo. Il massimo della polarizzazione si è avuto nel 1999, quando nelle presidenziali il Frelimo ha vinto con il 52 % dei voti contro il 48 % della Renamo. In seguito, il Frelimo è salito, sempre nelle presidenziali, sino a un pochissimo credibile 75 % nel 2009 (contro un 16 % della Renamo, il cui elettorato aveva ormai cominciato in gran parte ad astenersi), per poi ridiscendere al 57 % nel 2014 (37 % alla Renamo).

[6] Sostituito da Filipe Nyusi il 15 gennaio 2015. [Nota di Afriques en lutte]

[7] Attualmente (ottobre 2016), aspri combattimenti sono in corso nel centro del Paese - province di Tete e di Zambezia -, nonostante il perdurare di negoziati sotto patrocinio internazionale. [Nota di Afriques en luttes]

[8] L’aumento dei prezzi nel 2016 è stato molto alto, del 25 %, anche in seguito alla svalutazione del metical, una delle più drastiche nel mondo nell’ultimo periodo. Non si sono avuti, però, contrariamente ai timori di Cahen, significativi moti urbani in seguito a questi aumenti. C’è stata in compenso una certa significativa mobilitazione a favore di trattative di pace.

Il testo originale dell’intervista è comparso sul sito di Afriques en lutte: www.afriquesenlutte.org

Traduzione dal francese e note di Cristiano Dan.

Vedi anche sul sito: Angola: un paese ricco con un popolo povero

 



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