Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Ritornando sul tema del partito

Ritornando sul tema del partito

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di a.m.


Mi sento un po’ colpevole per la relativa scarsità di visite al testo di Pierre Rousset, che credo importante anche se un po’ lungo e quindi per alcuni poco incoraggiante. Probabilmente meritava di essere presentato da un’introduzione che aiutasse a scoprirne i pregi nascosti al suo interno. Ma la mia stanchezza (ormai cronica da mesi) dovuta a qualche problema di salute e alle conseguenze dirette e indirette del terremoto, mi ha fatto rinunciare mentre ero già a metà dell’opera. Cerco di riparare ora, con una specie di postfazione.

Ci sono sicuramente varie ragioni indipendenti da me che spiegano lo scarso interesse per un articolo con questo titolo un po’ pesante: Dibattito | Pierre Rousset: Una riflessione sulla «questione del partito» . L’autore stesso parte dalla constatazione che in molti paesi d’Europa il rifiuto del partito è ormai viscerale anche tra giovani generosamente impegnati in lotte “radicali”, che hanno finito per proiettare sull’idea stessa di partito di lotta l’immagine di partiti ormai da anni totalmente inseriti nella gestione del potere, indipendentemente dalle loro lontane origini.

D’altra parte in Italia perfino molti (si fa per dire) dei pochi che si lamentano della sparizione della sinistra, magari invidiano la situazione di altri paesi, senza accorgersi che neppure sanno quel che vi accade realmente: nel nostro provincialismo consolidato è un tabù perfino la critica alla giravolta di Syriza. E non mancano gli ammiratori di un sedicente partito come il PSUV venezuelano, che è riuscito ina votazione ad avere due milioni di voti meno del numero degli iscritti nominali, e che ha avuto un collegio di garanzia che espelleva i presunti dissidenti ben prima di avere un programma.

Continuano ad essere molto diffusi alcuni miti senza grande fondamento (il ruolo “radicale” di tutta Die Linke in Germania, la crescita inarrestabile di Podemos, ecc.). Non parliamo poi di quel che si sa di quanto succede nel Pakistan o peggio ancora nelle Filippine, anzi nella sola isola Mindanao. Eppure il fatto stesso che esistano dei partiti che lottano in quelle situazioni difficilissime, significa che sono possibili. Sono utili? Di fronte all’eventuale domanda “a che servono?” vale la controrisposta di Rousset a proposito della fine tragica delle tante rivoluzioni esplose e presto sconfitte in assenza di un partito: “Sarebbe stato meglio o no averlo?”.

Naturalmente l’articolo mette molta, forse troppa carne al fuoco. Ma mi è parso utile per far conoscere aspetti poco noti, e apparentemente tanto lontani da noi e dalle problematiche discusse nella sinistra italiana, della sinistra di paesi con cui tuttavia abbiamo in vario modo a che fare. Ad esempio il Pakistan, paese islamico di 150 milioni di abitanti stretto “alleato” dell’Occidente, in permanente conflitto con l’India, è dotato di un discreto numero di armi atomiche che potrebbero anche sfuggire all’autocontrollo del governo. Diverse ma non meno inquietanti le preoccupazioni suscitate dalle turbolente Filippine, un paese con una popolazione che è quasi il doppio della nostra, e che ha conosciuto vicende tragiche in vari periodi della sua storia, culminate oggi nell’elezione di un sanguinario giustiziere, Rodrigo Duterte, che si vanta di aver ucciso personalmente migliaia di “drogati”, ma non è messo al bando dalla “collettività internazionale”, anzi ha ricevuto una delle prime telefonate dal neo presidente Donald Trump.

E naturalmente uno dei problemi su cui chi rifiuta in assoluto qualsiasi forma partitica deve fare i conti è la dissipazione della grande forza sprigionata dall’ondata di rivoluzioni arabe, presto dispersa per l’assenza o la estrema debolezza di forze organizzate che lottassero per il loro consolidamento e per sconfiggere sia gli interventi militari, sia i tentativi di deviare il corso della rivoluzione.

La panoramica complessiva che ne fa Pierre Rousset, dirigente storico della sezione francese della Quarta Internazionale e membro del Bureau internazionale di quest’ultima, per certi aspetti risente un po’ della sua specializzazione “asiatica”, e ha il rischio di essere paradossalmente troppo rapida nel trattare l’Europa, che ha una discreta varietà di processi di aggregazione e di partecipazione alle istituzioni su un terreno in cui “la sinistra radicale ha recentemente ottenuto i suoi maggiori successi in Europa; ma anche dove ha subito una delle sconfitte più cocenti”, ovviamente quella - non solo greca - dovuta al “tradimento del mandato da parte della direzione Tsipras e [alla] sua subordinazione al modo di governare autoritario dell’Unione europea”. La sinistra italiana, non dimentichiamolo, continua ad assolvere Tsipras da ogni responsabilità, e considera inesistenti i dirigenti di primo piano che in Syriza avevano avvertito del pericolo. Lo stesso metodo usato pe r nascondere l’involuzione dei partiti “progressisti” latinoamericani…

Ma il testo di Rousset, anche se sintetico, ha il pregio di tracciare un itinerario di studio e di riflessione rinviando ai tanti articoli e saggi pubblicati dal sito Europe solidaire sans frontières (ESSF) di cui egli è stato da anni il principale animatore. Un sito non di partito, ma complementare al NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste), a cui mette a disposizione un patrimonio di informazioni e di contributi al dibattito. L’inconveniente già ricordato di qualche punto in cui il testo è troppo sintetico e schematico, appare meno negativo se lo si considera un po’ come una guida ai saggi a cui rinvia (anche se, ahimè, sono quasi tutti in francese). [i]

*** *** ***

Forse comunque il testo di Rousset sarebbe stato più attraente se diviso in due parti, non uguali per dimensioni, ma soprattutto per la problematica affrontata che è realmente diversa. Probabilmente un titolo Lenin e il partito avrebbe suscitato ancor meno interesse al di fuori dell’area della sinistra anticapitalista: quasi tutti i compagni sopravvissuti alla militanza nei gruppi della “sinistra rivoluzionaria” (fossero o no, nelle intenzioni, apertamente antistalinisti) avevano introiettato – per accettarla o per respingerla - la lettura codificata dal “marxismo ufficiale” di Mosca e di via delle Botteghe oscure.

Il rigetto del “leninismo” (termine sgradito allo stesso Lenin) nella sinistra italiana è stato basato largamente sulla scarsa attenzione alla ricca e complessa elaborazione teorica e politica del leader bolscevico, che ha facilitato il consolidamento di due moduli interpretativi semplicisti, e a volte totalmente scorretti. Il più diffuso e tenace è la riduzione a “presa del Palazzo d’Inverno” della rivoluzione russa (di cui si dimentica la premessa del 1905 e si mitizza e banalizza l’esplosione spontanea del febbraio); il secondo è una lettura acritica del “Che fare?” che ignora le correzioni sostanziali apportate dallo stesso Lenin in base alla concreta esperienza della prima rivoluzione alle concezioni organizzative e al rapporto tra partito e movimenti reali delle masse. Partiti e movimenti che, spiega Rousset, “stanno «fianco a fianco», non «al di sopra o al di sotto». Il politico non è estraneo al movimento sociale, la sua lotta è politica perché si batte contro il predominio capitalista: è la base di un possibile e indispensabile dialogo tra partiti radicali e movimenti, la base di lotte e di iniziative comuni. La prima condizione di questo dialogo è il reciproco riconoscimento di autonomia non meno di obiettivi comuni”. Qualcosa di molto diverso delle concezioni manipolatorie dei “movimenti di massa” legati al “Partito” da una cinghia di trasmissione.[ii]

Rousset passa utilmente in rassegna anche il modo di rapportarsi alle possibilità di utilizzare le istituzioni parlamentari, a cui hanno partecipato con diversi risultati e analoghi problemi anche diverse sezioni della Quarta Internazionale.

“La misura del successo d’un’organizzazione risiederebbe nei suoi risultati elettorali e non nell’allargamento e approfondimento del suo radicamento sociale: giacché il seguito elettorale non comporta automaticamente un progresso del suo radicamento. Il susseguirsi delle scadenze elettorali impone la priorità all’aspetto finanziario e accaparra l’attenzione delle direzioni. L’insuccesso lascia il re nudo (e le casse vuote). Il successo è pericoloso. Intere organizzazioni hanno smarrito la propria anima militante nelle istituzioni, nonostante l’ostinata resistenza delle minoranze interne: il partito filippino Akbayan, Syriza in Grecia… Altre hanno perso i propri deputati pur di non perdere l’anima (come il RPM-M nelle Filippine)”.

Ne abbiamo fatta dolorosa esperienza all’interno del PRC…

Vale la pena quindi di dedicare un po’ di tempo a una lettura attenta di questa seconda parte, che presenta una lettura del pensiero di Lenin sul partito ben diversa da quella che circolava nella sinistra rivoluzionaria italiana ai suoi tempi migliori, prima che tornasse nell’ovile riformista da cui si era staccata negli anni di quella che fu – raramente compresa - una vera ondata prerivoluzionaria che impose alle classi dominanti molta pazienza prima di poter sferrare la controffensiva decisiva, verso la fine della seconda metà degli anni Settanta. (a.m.)



[i] Ma a chi vuol leggere altro in italiano su questo problema, posso consigliare sul sito molti articoli, tra i quali alcuni saggi degli anni Settanta, uno mio, Lenin Rosa e il partito, uno di Livio Maitan, Verifica del leninismo in Italia, e uno di Ernest Mandel, Teoria leninista.

[ii] Tra le mistificazioni più diffuse, ad esempio anche in DP e poi in Rifondazione, c’era un tenace rifiuto del “centralismo democratico”, che ignorava che era stata una proposta di Lenin per tutelare i bolscevichi, diventati minoranza, nel congresso di riunificazione, e lo confondeva con il centralismo burocratico che vietava ogni dissenso.

 



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