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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Il dibattito su due Stati o unico Stato

Il dibattito su due Stati o unico Stato

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di Cinzia Nachira

da http://rproject.it

L’involuzione generalizzata del mondo in cui viviamo sta avendo il suo effetto: ormai qualunque cosa ci scivola addosso, nulla ci meraviglia, nulla ci indigna. Ma, come in un gioco di specchi deformanti, contemporaneamente tutto ci fa paura. In numerosissime occasioni si è tentato di demistificare il mercato degli inganni in cui tutti siamo ormai immersi, senza che ci si ponga il problema essenziale di come uscirne. Siamo caduti nel fondo del pozzo e vogliamo restarvi; questo e più rassicurante, anche se rischiamo la vita. Comunque, almeno, in questa posizione, non vediamo chi già la sta perdendo in buona parte a causa della nostra ipocrisia e della nostra vigliaccheria, che spesso ammantiamo di realismo.

Forse, Tzvetan Todorov direbbe che ancora una volta siamo Di fronte all’estremo. Spesso l’umanità si è trovata in questa situazione, ma ancora più sovente lo è stata senza rendersene conto. L’estremo si è dovuto verificare perché fosse compreso, almeno parzialmente. Ma dopo le immense tragedie che hanno costellato il ventesimo secolo, forse avrebbe potuto essere più facile individuare quelle future. Invece, purtroppo, il disorientamento è tale che anche di fronte all’evidenza delle catastrofi annunciate e prevedibili, distogliamo lo sguardo. Tanto da non essere reattivi neanche lontanamente quanto lo eravamo agli inizi del ventunesimo secolo, quando il movimento internazionale riuscì a mobilitare centodieci milioni di persone, malgrado la macchina poderosa della diffamazione addossasse a chi lottava contro la guerra le responsabilità degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Eppure il mondo in cui viviamo sta facendo dei passi indietro, o in avanti verso la barbarie, giganteschi.

Un imprevedibile apprendista stregone nella stanza dei bottoni

Uno dei sintomi di questo è indubbiamente rappresentato dall’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. Per quanto nessuno si illudesse che se Hillary Clinton avesse prevalso il mondo sarebbe stato migliore, è comunque vero che i progetti politici, in ogni ambito, del nuovo presidente sono raccapriccianti. La logica che lo muove è ultra reazionaria ed anche molto confusa.

Evidentemente, il primo e più grave segnale di tutto questo sono i progetti di Donald Trump riguardo al Vicino Oriente, che è piombato da almeno quattro anni in una situazione in cui la sconfitta dei movimenti che hanno portato alle rivolte scoppiate nel 2011 ha prodotto una coabitazione spaventosa  tra i resti degli apparati dei vecchi regimi, nuove dittature, integralismo islamico e guerre civili sanguinosissime. Il nuovo “padrone” del gioco in Vicino Oriente ormai da tempo è Vladimir Putin, che approfittando dell’appoggio militare diretto a Bashar al Assad sta allargando, come mai era avvenuto prima, i vantaggi geografici, politici ed economici nella regione intera. Se riguardo alla tragedia siriana Donald Trump ancora non ha precisato cosa ha in mente, salvo il volerla usare come mezzo per rafforzare i rapporti con la Russia, era chiaro invece cosa la nuova amministrazione avrebbe riservato alla Palestina: nulla di buono.

Il primo incontro con Benjamin Netanyahu ha suggellato una rinnovata e ancor più salda amicizia con Israele. Sicuramente, nessuno ha mai potuto nutrire dei dubbi sulla solidità della alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele, neanche nei momenti in cui i rapporti tra i due Paesi sono stati tesi a causa delle divergenze di interessi, che a volte hanno spinto i presidenti statunitensi a dover tenere a bada “il loro cane da guardia” in Medio Oriente. Perfino George W. Bush nel 2006 dovette fermare i piani israeliani di una provocazione militare all’Iran, concedendo il suo via libera “solo” per un attacco contro Hezbollah, che distrusse interamente il Libano, accrescendo il consenso fino a livelli mai raggiunti nel Paese verso il partito sciita. Quell’ aggressione tuttavia, nonostante la ovvia sproporzione di vittime tra le due parti, infinitamente più alta tra i libanesi che tra i soldati israeliani, si rivelò una sconfitta politica per l’establishment politico-militare israeliano. Sia al suo interno che all’estero il governo israeliano dell’epoca pagò un prezzo alto: doversi fermare prima dell’eliminazione fisica di Hezbollah.

Sotto la presidenza di Barack Obama i rapporti israeliano-statunitensi hanno raggiunto i massimi livelli di tensione, anche se nella pratica l’amministrazione statunitense a guida democratica non abbia fatto poi molto per indurre Israele a delle politiche diverse verso i palestinesi.

Negli ultimi sei anni, dopo lo scoppio delle rivolte nel 2011, Israele e la Palestina sono rimaste ai margini delle agende politiche degli Stati Uniti e dell’Europa per due motivi: in quella terra martoriata il contagio della rivolta è stato minimo. Visto il caos in cui è piombata l’intera regione, con il ruolo preponderante dell’Iran come alleato non dichiarato dell’Occidente (soprattutto in Iraq dal 2014), per i suoi sostenitori era un bene che Israele non avesse visibilità. L’ultima azione diplomatica dell’amministrazione Obama – l’astensione alla riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la delibera della risoluzione 2334 che per l’ennesima volta dichiara illegale la colonizzazione della Cisgiordania – era il tentativo di mettere Donald Trump di fronte ad un fatto compiuto. Ma vista l’estrema debolezza dell’ONU e il suo prestigio ormai nullo, ovviamente, questa è stata l’ennesima nuvola di fumo.

Il primo incontro tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump ha rappresentato un’accelerazione al conflitto israelo-palestinese con la dichiarazione della chiusura definitiva dell’era della formula “due Stati per due popoli”. In qualunque altra situazione, una dichiarazione di questo genere non avrebbe potuto che essere interpretata come una presa d’atto di una realtà esistente sul terreno ormai da decenni.

Anzi, nei fatti quella formula si può dire, senza paura di smentite, che sia morta prima di nascere. Ma nonostante il triplice dato di fatto sul terreno: colonizzazione della Cisgiordania – con la spinta alla ebraicizzazione di Gerusalemme Est –, la separazione unilaterale e la politica segregazionista che subiscono i palestinesi di Israele (più o meno il 20% della popolazione israeliana, 1.200.000 persone), molti osservatori hanno apprezzato, della sortita di Donald Trump, la franchezza con la quale il presidente statunitense ha eliminato l’ipocrisia della formula dei “due Stati”. Peccato che né Donald Trump né Benjamin Netanyahu abbiano accennato ad alternative. Quindi, questa “svolta” di Donald Trump altro non è che un modo diverso per sostenere pienamente l’irreversibilità e la legalizzazione della colonizzazione, nonché l’apartheid. Questi due elementi però, di fatto, rendono inutile, se non controproducente, in prospettiva la separazione unilaterale.

È bene che gli inconfessati sostenitori di Donald Trump facciano ben attenzione a questo terzo fattore perché non è un dettaglio secondario. Il muro di separazione unilaterale che Israele ha iniziato a costruire nel 2002 aveva due scopi: confiscare quanta più terra palestinese possibile per favorire la colonizzazione, per un verso. Ma per un altro verso, fare in modo che la geografia rispondesse ad un progetto politico preciso: ognuno a casa propria. Ossia, i palestinesi rinchiusi in riserve tra loro non comunicanti e senza contiguità geografica, tenuti a bada dalle loro autorità politiche, che ormai da quarantatré anni (con il Piano in 10 punti del 1974) erano già approdate ad accettare una soluzione di separazione pur di raggiungere un accordo a tutti i costi. La separazione, inoltre, per Israele ha un altro indubbio vantaggio: quello di cancellare l’esistenza dei profughi (almeno cinque milioni) sparsi nel mondo arabo e altrove. Una volta raggiunta un’intesa sulla base della finzione dei “due Stati”, evidentemente quei milioni di persone – che spesso ancora non hanno uno status giuridico in alcuni Paesi in cui vivono, per esempio in Libano (cosa che rende la loro vita precaria da generazioni) – non sarebbero più messi nel conto dello Stato israeliano: cancellando con un colpo di spugna la Nakba: la prima ondata di espulsione subita dai palestinesi avvenuta tra il 1947 e il 1949, che costrinse all’esilio circa tre milioni di persone, seguita da quella del 1956 e quella del 1967.

Ma non solo tutto questo. Per Israele uno dei problemi cruciali è l’ossessione demografica. L’intera storia dello Stato di Israele è segnata da questo assioma: da Golda Meir, che confessava di non dormire la notte al pensiero delle tante donne palestinesi incinte, passando per Ehud Barak, per il quale “Israele è come una villa nella giungla” e che “contro le fiere feroci non c’è altro modo di salvezza che l’attacco e la separazione”, fino all’estrema destra oggi al governo e ai coloni convinti che la colonizzazione debba essere accompagnata dall’espulsione. Ma questo è difficilmente conciliabile con l’attuazione dello Stato unico, se non in un modo: uno Stato di apartheid ancora più duro di quello esistente, che di fatto costringa i palestinesi ad andarsene.

Lo stesso Benjamin Netanyahu ha reagito in modo cauto alla dichiarazione di Donald Trump, ribadendo solo il solito concetto: la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania) sono essenziali per lo Stato di Israele. Il leader israeliano non ha aggiunto altro, per il buon motivo che l’importante per Israele è avere carta bianca dagli Stati Uniti, come mai prima è avvenuto negli ultimi quattro decenni.

Il dibattito due Stati o Stato unico

Il dibattito sullo Stato unico non è una novità in Israele. Fin dagli anni settanta del secolo scorso attraversa la società israeliana, soprattutto la sua componente ebraica. Fino agli accordi di Oslo del 1993, l’idea dello Stato unico caratterizzava l’estrema sinistra ebraico-israeliana, perché rompeva il tabù dell’organicità etnica (ebraica) e metteva in discussione gravemente la natura etnocratica dello Stato di Israele. Ma all’epoca quella formula, pur non chiarendo i termini giuridici dell’unificazione in tutte le sue sfaccettature, aveva il merito di far emergere quella componente ebraica che rifiutava un rapporto sempre e comunque colonialistico con i palestinesi. I termini del dibattito erano definiti: noi ebrei israeliani abbiamo il dovere del riconoscimento dei palestinesi in quanto popolo oppresso, espulso e depredato, ma, rifiutando l’ipotesi della cancellazione dello Stato di Israele, chiediamo che diventi uno Stato bi-nazionale, in cui entrambe le popolazioni abbiano gli stessi diritti. Questa posizione andava ben al di là della sola concessione della cittadinanza israeliana ai palestinesi. Dato, inoltre, che la componente palestinese dello Stato di Israele, ha sempre vissuto, fin dall’autoproclamazione dello Stato, in regime di segregazione razziale e con molti meno diritti (dall’edilizia alla sanità, per non parlare del diritto all’istruzione e al lavoro). Il senso di quella formula era indicativo di una dialettica interna alla componente ebraica del popolo israeliano, che oggi non esiste più.

Infatti, non è casuale che ormai l’idea dell’unificazione sia diventata un cavallo di battaglia soprattutto di una parte della destra e dell’estrema destra nazionalistica ebraica che governa il Paese. Ma, ovviamente, nei progetti di questa compagine politica e governativa non c’è posto per i palestinesi, soprattutto quelli con cittadinanza israeliana, di cui è da tempo in corso l’espulsione – sotto varie forme, con pretesti e strumenti diversi.

Ma proprio l’obiettivo di “omogeneizzazione etnica” potrebbe essere messo in discussione dalla sortita di Donald Trump. Infatti, in Israele altri importanti esponenti dell’estrema destra, come del partito laburista, si sono detti contrari all’ipotesi dello Stato unico, perché la formula dei due Stati e quella della “pace in cambio di territori” favorisce l’espulsione dei palestinesi israeliani, circa un milione e duecentomila persone. Lo ha ribadito a Monaco di Baviera, durante la riunione della NATO dei giorni scorsi, Avigdor Lieberman (esponente dell’estrema destra nazionalistica), il ministro della difesa israeliano. L’idea sottostante alle parole di Lieberman è che i palestinesi israeliani siano presi in carico da un’entità governativa palestinese.

L’apparente paradosso è presto spiegato, se oggi dovesse realizzarsi l’ipotesi dello Stato unico, cadrebbe nel vuoto, diventando una contraddizione in termini, una delle condizioni poste a qualunque negoziato da parte israeliana: il riconoscimento da parte palestinese di Israele come Stato ebraico – ribadita da Benjamin Netanyahu nella stessa conferenza stampa congiunta con Donald Trump del 15 febbraio (1).

Per i palestinesi, in realtà, nessuna delle due alternative è praticabile: perché, da un lato, l’ipotesi dei due Stati altro non è che un modo per Israele di potersi sbarazzare della gran parte della popolazione palestinese israeliana e non doversi più porre il problema dei palestinesi residenti in Cisgiordania, per non parlare di quelli che vivono sotto assedio nella Striscia di Gaza. Dall’altro lato, l’ipotesi dello Stato unico – con le premesse che guidano i dirigenti israeliani – equivarrebbe a rendere permanente e legale l’occupazione, la confisca di terre e beni, nonché l’espulsione (quella passata, quella presente e quella futura).

I disperati…

Coloro che sperano che questo sia il momento per rilanciare la costruzione di uno Stato unico con un carattere diverso e che, in buona sostanza, superi il progetto coloniale sionista, si illudono pesantemente oppure sono disperati. Perché se l’occupazione fosse legalizzata e formalizzata con il consenso generale sarebbe la fine di ogni possibilità per il popolo palestinese di vedere rispettati i propri diritti, tutti senza eccezione fino ad oggi grandemente calpestati ed ignorati.

Il coro indignato di osservatori occidentali, in gran parte senza alcun dubbio “amici” di Israele, contro l’ipotesi di seppellire definitivamente il cosiddetto processo negoziale iniziato, a loro detta, con Oslo è tutt’altro che casuale. Infatti, nessuno di costoro vuole ricordare che Oslo non fu l’inizio, ma la fine del processo negoziale. Altrettanto si vuole dimenticare che tutti gli anni ottanta del ventesimo secolo hanno visto moltissime “conferenze internazionali” da Vienna a Ginevra, dove si tentava di far ingoiare ai palestinesi la resa travestita da accordo. In questo senso, non è una novità neanche ciò che Donald Trump ha riproposto, col tono altisonante di essere il primo a dirlo (2), ossia che “la soluzione del conflitto deve essere il frutto di un accordo regionale”. Anche su questo, chi ha “colto la novità” è in malafede o è ignorante.

I Paese arabi, sia singolarmente che attraverso la Lega Araba, fin dagli anni sessanta del XX secolo sono coinvolti nella cosiddetta “soluzione”. Ma anche il ruolo dei Paesi arabi, come era inevitabile, è mutato col tempo. Ormai da anni le relazioni tra questi e lo Stato di Israele, anche se non ufficialmente, sono molto distese ed amichevoli. Oggi, i Paesi arabi, soprattutto quelli più reazionari – le monarchie del Golfo, con in testa l’Arabia Saudita – hanno un ulteriore elemento di condivisione con Israele: la paura dell’Iran (3). Di questo è purtroppo specchio drammatico la guerra civile siriana.

e gli incoscienti

È assai probabile che il cinismo che caratterizza le due squadre di governo, in Israele e negli Stati Uniti, faccia germogliare future catastrofi e tragedie. Purtroppo assai prevedibili e forse non troppo lontane nel tempo. Questo almeno per due buoni motivi. Il primo riguarda le vicende interne agli Stati Uniti: Donald Trump e la sua squadra sono ben coscienti che mantenere le promesse elettorali significherà dare soddisfazione al proprio elettorato (non così numeroso come vogliono far credere, ma indubbiamente di estrema destra, razzista e xenofobo). Inoltre, non si può dimenticare un altro elemento caratteristico della nuova amministrazione statunitense: Donald Trump è il primo candidato che arriva alla Casa Bianca che non ha rapporti con le lobbies pro-israeliane. Né si deve sottovalutare il fatto che l’elettorato statunitense di origine ebraica è ben più vicino ai democratici di quanto non lo sia ai repubblicani. Anzi, sia durante la campagna elettorale che una volta giunto alla Casa Bianca, Donald Trump non ha fatto mistero dei suoi legami con l’estrema destra antisemita statunitense, perfino con il Ku Klux Klan (organizzazione molto attiva al suo fianco durante i mesi della campagna elettorale). Tuttavia, per altri versi, la determinazione della nuova amministrazione nel voler realizzare i suoi progetti, che in ogni ambito mirano a ribaltare la politica statunitense degli ultimi decenni, compatterà i suoi avversari che senza dubbio cercheranno di utilizzare tutti gli strumenti istituzionali per bloccare la sua azione.  Non è un mistero che, soprattutto sui rapporti inconfessati e inconfessabili tra lo staff di Donald Trump e la Russia durante la campagna elettorale, si stiano studiando le possibilità di un impeachment.

Questa è la vera ragione per cui Donald Trump ha sbandierato il fatto che le sue iniziative “innovative” sul conflitto israeliano-palestinese le ha annunciate all’inizio del suo mandato e non alla fine – caratteristica di molte passate amministrazioni.

Il secondo motivo è legato al fatto che il governo israeliano sarà pronto a riscuotere l’assegno in bianco datogli dal nuovo presidente statunitense, se necessario anche a prescindere dalla volontà di chi quell’assegno ha emesso. Anche se non si sa se le dichiarazioni fatte in conferenza stampa siano realmente state gli argomenti del colloquio privato tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump – visto che questa  ha preceduto e non seguito l’incontro, di cui non si sono avute notizie – è molto probabile che questa volta il governo israeliano miri a fare tombola, ossia attaccare militarmente l’Iran. Questo laverebbe anche l’onta dei fallimenti militari e politici in Libano del 2000 (4) e del 2006, coronando finalmente un sogno che Israele più volte, come abbiamo già sottolineato, ha dovuto chiudere in un cassetto.

Se nel 2001, al momento dell’entrata alla Casa Bianca di George W. Bush, gli interessi statunitensi e israeliani nella regione coincidevano quasi totalmente, oggi forse pur non essendo così, mentre un alleato pensa “furbescamente” di usare l’altro, a farne le spese saranno milioni di persone alla mercé di due apprendisti stregoni, che mai pagheranno il prezzo dei loro crimini.

Fra il dire e il fare…

Donald Trump, più dei suoi predecessori, ha inaugurato la politica degli annunci ad effetto e del decisionismo che vuol fare piazza pulita degli assi portanti della politica statunitense inaugurata con la presidenza Obama: dal protezionismo sfrenato in campo economico al ritorno all’unilateralismo oltranzista in politica estera e in quella militare.

Se anche il presidente statunitense fa il possibile per ridicolizzarle, è chiaro che le manifestazioni contro le sue politiche, molto grandi e sistematiche fin dal giorno del suo insediamento il 20 gennaio scorso, lo pongono in una situazione assai complicata. Per quanto possa scagliarsi contro le grandi catene dell’informazione stampata e televisiva, è chiaro che la società statunitense è spaccata. Altrettanto chiaro è il fatto che probabilmente molte delle centinaia di migliaia di persone che in queste settimane stanno protestando contro le sue decisioni – dal muro sulla frontiera messicana, al Muslim Band fino alla cancellazione delle regole per la protezione delle persone transgender – lo hanno votato ed ora (come è accaduto anche per la Brexit) se ne sono pentite o magari sono rimaste sorprese della sua stessa elezione.

Questa situazione non potrà non avere un peso sulla realizzazione delle promesse annunciate con clangore di tromba riguardo al Vicino Oriente, dove – e non è un dettaglio secondario –, l’appoggio incondizionato ad Israele e ai suoi piani espansionistici deve anche far i conti con molteplici scenari di alleanze regionali. Esiste la possibilità tutt’altro che remota di un accordo con la Russia riguardo alla guerra civile siriana. Quindi, malgrado le “buone intenzioni” di Donald Trump, questo via libera contro l’Iran potrebbe comunque essere negato, perché uno dei progetti più importanti della nuova amministrazione è una più stretta alleanza con la Russia di Vladimir Putin, che indubbiamente sarebbe messa in serio pericolo se l’Iran – il più forte alleato regionale della Russia – fosse minacciato da un attacco israeliano.

Vi sono poi i rapporti con i Paesi arabi del Golfo e gli altri Paesi arabi. L’alleanza degli Stati Uniti con questi è perfino più antica di quella con Israele, che ha un valore militare e politico inestimabile, ma a livello economico è quella con i Paesi arabi a contare maggiormente. Per cui, per quanto questi ultimi possano aver intrecciato rapporti distesi con Israele, non potranno troppo facilmente liquidare i palestinesi, perché un tradimento esplicito potrebbe riportare la vicenda palestinese al ruolo, che spesso ha ricoperto, di unificare le lotte all’interno dei loro stessi Paesi (dove tutte le cause dell’esplosione delle rivolte del 2011 sono rimaste irrisolte). Inoltre, se la politica della Casa Bianca è imprevedibile e anche assai confusa, altrettanto non si può affermare di quella israeliana. La spregiudicatezza dell’atteggiamento della élite politica israeliana mirerà a realizzare il più possibile nel più breve periodo, per non correre il rischio di ritrovarsi con l’alleato storico costretto a rimangiarsi le promesse.

Per questo motivo, il pericolo maggiore in questa situazione non deriva solo dalle spacconate di Donald Trump, quanto dal fatto che indubbiamente Benjamin Netanyahu e il suo governo sono pronti a tutto pur di realizzare i propri progetti nel momento a loro più favorevole. Malgrado la regione vicino-orientale oggi sia preda di un  rinnovato “scontro tra barbarie” non è da escludere che il popolo palestinese torni a riorganizzarsi e di una cosa si può essere certi: la ripresa della lotta organizzata del popolo palestinese ha sempre determinato nella storia recente il “risveglio politico” anche del popolo israeliano. Questo unito alle mobilitazioni contro Donald Trump diffuse negli Stati Uniti, rappresentano i pochi elementi di speranza che possono farci guardare verso il futuro.

Cinzia Nachira

(1) “I due prerequisiti per la pace – riconoscimento dello Stato ebraico e le necessità di sicurezza di Israele a ovest del Giordano – rimangono in vigore. Dobbiamo cercare nuove vie, nuove idee su come ripristinarli e come mandare avanti la pace.” Benjamin Netanyahu conferenza stampa 15 febbraio 2017, cfr.:  www.zeitun.info/2017/02/20/leggi-la-trascrizione-integrale-la-conferenza-stampa-congiunta-di-trump-e-netanyahu/

(2) “E ne abbiamo discusso, ed è una cosa che è molto diversa, che non è mai stata discussa prima. Ed è veramente una faccenda molto più grande, molto più importante, in un certo senso. Coinvolgerà molti, molti Paesi e coprirà un territorio molto ampio.” Cfr.:  www.zeitun.info/2017/02/20/leggi-la-trascrizione-integrale-la-conferenza-stampa-congiunta-di-trump-e-netanyahu/

(3) “Per cui sfidare l’Iran sulle sue violazioni in merito ai missili balistici, imporre sanzioni contro Hezbollah [gruppo armato sciita libanese. Ndt.], impedirglielo, far pagare a loro per il terrorismo che fomentano in tutto il Medio Oriente ed altrove, molto al di là [del Medio Oriente] – credo che sia un cambiamento che è chiaramente evidente da quando il presidente Trump ha assunto la presidenza. Ne sono lieto. Penso che sia – lasciatemelo dire molto esplicitamente: credo che sia molto tardi, e penso che se lavoriamo insieme – e non solo gli Stati Uniti e Israele, ma molti altri nella regione che vedono in faccia le grandi dimensioni e il pericolo della minaccia iraniana, allora ritengo che possiamo respingere l’aggressività iraniana e il pericolo. E si tratta di qualcosa che è importante per Israele, per gli Stati arabi, ma penso che sia di vitale importanza per l’America. Quei tizi stanno sviluppando ICBM [missili balistici intercontinentali]. Stanno sviluppando – vogliono arrivare ad avere un arsenale nucleare, non una bomba, centinaia di bombe. E vogliono avere la capacità di lanciarli ovunque sulla terra, compreso, e soprattutto, un giorno, sugli Stati Uniti.” B. Netanyahu, op. cit. www.zeitun.info/2017/02/20/leggi-la-trascrizione-integrale-la-conferenza-stampa-congiunta-di-trump-e-netanyahu/

(4) Nell’estate del 2000 l’esercito fu costretto a ritirarsi dal Libano del sud o meglio fu messo in fuga. Quel ritiro segnò la fine politica di Ehud Barak, all’epoca primo ministro. Il tentativo di vendicarsi nel 2006 ebbe gli stessi esiti fallimentari.



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