Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Per il Tibet contro i suoi oppressori

Per il Tibet contro i suoi oppressori

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di Charlie Hore

da www.jacobinmag.com

e http://rproject.it/

Riprendo volentieri dal sito http://rproject.it/ questo articolo che è uscito negli Stati Uniti un paio di mesi fa, ma è purtroppo ancora attualissimo. Del Tibet mi ero occupato anch’io quasi dieci anni fa, entrando in polemica (anche epistolare diretta) con diversi intellettuali di sinistra che avevano firmato a occhi chiusi un appello che riprendeva integralmente le tesi della burocrazia cinese: A proposito di Tibet ... e di autodecisione e Il Tibet, la Cina e "l'unità dei comunisti"...

Come la Siria, il Tibet è una cartina di tornasole per la sinistra, anche se se ne parla più raramente, forse perché è molto più lontano e le sue ondate di rifugiati raramente arrivano in Europa. Ma difendere gli argomenti degli oppressori è ugualmente screditante per quel poco che rimane di sinistra, e vale la pena di rinforzare la memoria ai nostalgici del socialismo reale che hanno dimenticato quanto danno hanno provocato nella sinistra che faceva riferimento al maoismo le guerre tra stati sedicenti “socialisti” e gli esodi di massa che hanno contrassegnato soprattutto la seconda metà degli anni Settanta. (a.m.)

“Free Tibet” è stata a lungo una causa per personaggi famosi, uno slogan fatto proprio da generazioni di attori di Hollywood e politici liberali in cerca di una bandiera. I socialisti, invece, sono sempre stati più scettici. Con l’invasione del Tibet da parte delle truppe cinesi, molti di quest’ultimi sostengono che si è concluso un regime feudale e teocratico e si è avviato un processo di liberazione che sta continuando fino ad oggi. Ammettono di avere qualche dubbio rispetto a come la Repubblica popolare abbia attuato la propria politica che non sempre è stata condotta senza problemi in Tibet. Gli errori ci sono stati; la rivoluzione culturale è stata una disavventura. Ma chi può pensare di riproporre oggi il Dalai Lama?

Questo discorso trascura, sembrerebbe con proposito, come il Tibet sia stato vittima di una tipica forma di colonizzazione. La storia degli ultimi 60 anni è scioccante: l’invasione da parte di un vicino più potente ha prodotto decine di migliaia di rifugiati; carestie artificiali causate dall’invasione hanno ucciso decine di migliaia di persone; ci sono stati tentativi di distruggere la cultura, la religione e la lingua locale; l’amministrazione del territorio è stata rilevata da migliaia di funzionari cinesi, la maggior parte dei quali non ha mai parlato il tibetano; e ci sono stati decenni di repressione violenta. L’affermazione, spesso ripetuta, che il Tibet è parte integrante del paese porta ad una conclusione non detta: che il Tibet appartiene alla Cina, indipendentemente dalla volontà del suo popolo.

il Tibet appartiene alla Cina, indipendentemente dalla volontà del suo popolo. Questo mantra riflette un rapporto di potere che entra in contrasto con ogni principio di autodeterminazione.

Certo, i sostenitori americani del nazionalismo tibetano minano la credibilità della campagna di solidarietà. La causa tibetana sembra attirare le stelle più bizzarre di Hollywood come falene alla luce, ma molto più seriamente, la CIA e il Dipartimento di Stato hanno a lungo sostenuto il governo tibetano in esilio. Nei primi anni ’60, la CIA ha addestrato per combattere i guerriglieri all’interno del Tibet, un piano che è stato un successo come l’invasione della Baia dei Porci a Cuba. Tuttavia, non vi è alcun modo di sfuggire dal fatto che la Cina occupa il Tibet più o meno allo stesso modo in cui gli imperi occidentali hanno occupato nel XIX e XX secolo gran parte dell’Africa e dell’Asia. Inoltre, l’affermazione secondo cui la Cina ha “liberato” il Tibet suona vuota, e la persistente resistenza tibetana rappresenta una importante rivendicazione del diritto di autodeterminazione.

Definire il Tibet

La parola “Tibet” si riferisce spesso a diverse entità geografiche e politiche, quindi è utile iniziare con delle definizioni chiare.

L’altopiano tibetano occupa poco più di un quarto della superficie totale della Cina e copre la regione autonoma tibetana (RAT), la provincia di Qinghai e parti delle provincie di Gansu, Sichuan e Yunnan.

Si tratta di una delle regioni meno densamente popolate del pianeta, con una popolazione tra 10 a 11 milioni di abitanti, di cui 6-7.000.000 sono Tibetani (tutti questi dati sono controversi e approssimativi). Tutti i fiumi più importanti in Cina, così come quelli dell’Asia orientale e meridionale, hanno origine nell’altopiano

Nel corso degli ultimi mille anni, il Tibet è stato diviso politicamente in una parte centrale ed occidentale, prima guidata dal Dalai Lama e che è quella che oggi è chiamata la RAT, e le due regioni di Amdo (ora provincia di Qinghai e parte del Gansu) e Jam (parti delle province di Sichuan e Yunnan), in cui il potere politico è stato storicamente tenuto nelle mani dei leader locali. Tuttavia, le tre regioni in gran parte condividono la stessa cultura, religione e lingua, e quando i tibetani parlano del Tibet, si sottende tutto l’altopiano, non solo la Regione Autonoma Tibetana.

Il controllo del Tibet è sempre stato un obiettivo fondamentale di tutte le varianti del nazionalismo cinese, ma non solo per ragioni puramente ideologiche. Si ha a che fare con l’importanza strategica dell’altopiano, sia per la sua dimensione e la sua preminenza geografica in Asia centrale,  oltre al fatto di essere la fonte dei due maggiori fiumi della Cina. Finora, tuttavia, il costo del controllo del Tibet supera di gran lunga il beneficio economico dell’occupazione, nonostante la febbrile ricerca di ricchezze minerali.

Coloro che difendono l’occupazione cinese spesso si fondano su tre argomenti principali: quello storico, quello politico e quello economico.

Mille anni di amicizia

L’argomento storico si basa sulla storia dell’impero per dimostrare che il Tibet è parte della Cina dalla dinastia Tang (618-907 dC). Nel 641, il matrimonio di una principessa Tang con l’imperatore tibetano ha cementato questa alleanza. Come il giornale ufficiale Peoples’s Daily sostiene:

“In parole povere, il Tibet è parte della Cina fin dai tempi antichi. L’antica relazione tra tibetani ha coperto due periodi: durante la dinastia Tang, il popolo tibetano e le persone Hang hanno sigillato un’alleanza; dalla dinastia Yuan, appartengono allo stesso paese.”

Questo approccio sorvola su di un bel pezzo di storia. L’impero tibetano ha avuto un’estensione e un forza paragonabili a quelli della Cina. In realtà, ha guidato le truppe della dinastia Tang in quella che oggi è provincia dello Xinjiang, e nel 762 temporaneamente ha occupato Changan (l’odierna Xian), che era allora la capitale cinese. Alla fine del IX secolo, questo impero è crollato a causa di continui conflitti armati interni, poco prima anche la dinastia Tang cadesse per motivi analoghi.

L’affermazione che “dalla dinastia Yuan, appartengono allo stesso paese” non è sbagliata, ma sarebbe più esatto dire che l’impero mongolo di Kublai Khan conquistò sia la Cina che il Tibet.

Dopo il rovesciamento del dominio mongolo da parte della dinastia Ming, di etnia cinese, nel 1368, i legami tra la Cina e il Tibet si sono allentati. Secondo Tom Grunfeld, uno storico generalmente pro-cinese,

“dal 1566 fino alla caduta dei Ming nel 1644, le relazioni politiche tra Pechino e Lhasa erano praticamente inesistenti.”

La caduta della dinastia Ming ha coinciso con l’istituzione della regola del Dalai Lama e del Panchen Lama. Entrambe le figure, che si rafforzano a vicenda, hanno esercitato un ruolo di guide spirituali in tutto il Tibet, ma il loro controllo politico raramente si è esteso oltre le zone centrali e occidentali.

La di gran lunga più espansionistica dinastia Qing – che ha sostituito i governanti Ming – gradualmente ha aumentato il controllo sul Tibet nel corso del XIX secolo, soprattutto in risposta alla crescente pressione dai britannici in India.

Gli imperialisti britannici erano ossessionati con il “Grande Gioco” – così era chiamato il conflitto con la Russia zarista per il controllo dell’Asia centrale – tanto che verso la fine del 1903 il Regno Unito invase il Tibet in una operazione denominata  spedizione “Younghusband.” Le forze britanniche si aprirono la strada verso Lhasa, uccidendo in totale circa 2.700 soldati tibetani. Poi si ritirarono prontamente, prendendo enormi quantità di merci saccheggiate. L’intero episodio ha dimostrato che la Cina non è stata in grado di difendere il Tibet dai britannici, e in seguito alla rivoluzione del 1911, che pose fine alla dinastia Qing, il governo tibetano ha concluso rapidamente con la presenza cinese. Quando il potere centralizzato della Cina è stato smembrato, il Tibet era effettivamente libero dal controllo straniero.

La propaganda cinese può dire che il suo paese e il Tibet hanno una lunga storia in comune, ma la storiografia mostra un quadro piuttosto diverso: quando ho avuto la possibilità, il Tibet ha rifiutato immediatamente ogni forma di dominazione straniera.

Tibet: la liberazione?

La politica giustificazionista del dominio della Cina spesso inizia sottolineando che l’invasione cinese del 1950 ha liberato il popolo tibetano dal feudalesimo. Il Tibet era, in effetti, un società disperatamente povera e afflitta da malattie e governata da schiavisti. Naturalmente, questo stesso argomento potrebbe essere usato per giustificare le conquiste in Africa, Asia e America Latina, per il fatto che i vinti erano già sottoposti a sistemi sociali oppressivi.

L’argomento “liberazione” risulta essere un anacronismo. Come Robert Barnett, uno dei maggiori storici del Tibet, sottolinea:

“La Cina non ha rilasciato alcuna dichiarazione al momento di invadere il Tibet di voler liberare i tibetani dall’ingiustizia sociale. Ha dichiarato successivamente che li stava liberando dall’ “imperialismo” (che significa dalle interferenze inglesi e degli Stati Uniti). Il tema della liberazione del Tibet dal feudalesimo è comparso nella retorica cinese solo dopo il 1954 nel Tibet orientale e nel 1959 nel Tibet centrale.”

Durante i primi anni, il governo cinese ha gestito con e attraverso l’aristocrazia tibetana e l’istituzione politica, sfruttando abilmente anche  le divisioni presenti nella classe dirigente, in particolare tra il Dalai Lama e Panchen Lama – o piuttosto tra i loro entourage, in quanto entrambi erano adolescenti.

Quello che non sono stati in grado di conquistare fu il favore della popolazione, tra le altre cose perché l’alto costo dell’occupazione aveva costretto a mantenere il lavoro forzato feudale. Molti rifugiati sono fuggiti verso Jam e Amdo, dove la Cina ha stabilito il suo dominio molto più rapidamente, e le ragioni del nuovo regime non faceva altro che aumentare le tensioni.

Nel 1955, il governo ha avviato la collettivizzazione delle terre, costringendo i nomadi a stabilirsi.

I tibetani hanno risposto a questa politica con una maggiore resistenza: alla fine dello stesso anno, in entrambe le regioni sono proliferati i combattimenti, e all’inizio del 1956 ci fu una grande rivolta nel Kham. Il governo di Taiwan e la CIA prestarono un certo sostegno alla rivolta, ma non furono certamente queste forze esterne ad ispirare il movimento. Le poche armi che furono fornite non rappresentarono alcuna differenza sostanziale. Tuttavia, il coinvolgimento degli Stati Uniti certamente ha rafforzato la volontà della Cina di consolidare il suo controllo sulla regione.

Tre anni più tardi, a Lhasa si è avuta una aperta ribellione. Dopo la sua sconfitta, il Dalai Lama e circa 100.000 profughi, su una popolazione totale di circa tre milioni di persone sono fuggiti in India. I media cinesi accusarono direttamente la CIA di aver organizzare la rivolta. Tsering Shakya, tuttavia, sostiene in modo convincente che non fu così. Le prime manifestazioni

“non solo hanno espresso la loro rabbia contro i cinesi, ma anche il loro risentimento contro la classe dirigente tibetana, che si credeva avesse tradito il loro capo,”

Shakya, scrive, che nota anche il ruolo di primo piano svolto nella ribellione da parte delle corporazioni artigianali e delle società di mutuo soccorso oltre che dalla (ridottissima) classe operaia tibetana.

La CIA ha aiutato Dalai Lama a fuggire, anche se hanno partecipato a questa operazione solo due agenti. Negli anni successivi, l’agenzia statunitense sostenne i potenziali guerriglieri, ma il numero rimase piccolo e il loro impatto sul terreno quasi nullo. Rispetto all’Indocina, le somme in gioco erano piccole e si sono ulteriormente ridotte nel corso degli anni ’60.

Grunfeld ricorda che nel 1970:

“il denaro dalla CIA era completamente prosciugato”, e conclude che “il coinvolgimento di Stati Uniti non ha modificato la situazione in Tibet in alcun modo percepibile dal 1959 “.

Dopo la visita in Cina di Richard Nixon nel 1971, i due paesi sono entrati in una reciprocamente conveniente alleanza contro l’Unione Sovietica, che spesso viene dimenticata da chi vede la Cina come un costante nemico dell’imperialismo degli Stati Uniti. Il prezzo di questa alleanza includeva la fine di ogni sostegno degli Stati Uniti ai gruppi di immigrati tibetani.

Dopo la rivolta del 1959, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha abbandonato la sua politica prudente e ha consolidato il pieno controllo del Tibet centrale, che è stato formalmente accolto come una regione autonoma a livello provinciale nel 1965.

Sul lato positivo, la RAT è stata salvata dal grande balzo in avanti di Mao, un disastroso tentativo alla fine degli anni Cinquanta attuato per stimolare una rapida crescita economica attraverso il lavoro forzato. Gli effetti di questa iniziativa in altre regioni tibetane sono state tra le peggiori che si sono verificati in Cina; le province di Gansu, Qinghai e Sichuan hanno raggiunto livelli record di morti per abitante.

A seguito della collettivizzazione forzata, i funzionari costrinsero gli agricoltori a sostituire le colture tradizionali d’orzo con il grano, che non avrebbe potuto  prosperare in alta montagna. Nel 1962, il Panchen Lama – il sostenitore più importante della Cina all’interno della élite tibetana – inviò una lettera graffiante a Mao in cui dettagliò le conseguenze di questa politica supplicando un cambiamento: “Per quanto in passato Tibet era una società barbara sotto il dominio del feudalesimo, il grano non è mai stato così scarso come ora.” Successivamente venne rimosso da tutti i suoi incarichi ufficiali e imprigionato, per essere rilasciato solo nel 1977. Anche dopo la fine della carestia, gli standard di vita sono rimasti bassi a causa delle esigenze provenienti dalla massiccia presenza dello stato e dell’esercito cinese.

Nel 1966, la rivoluzione culturale comportò un attacco generalizzato alla cultura tibetana. Come Grunfeld sottolinea:

“I danni causati dalla distruzione insensata e dalle lotte è stato terribile … Anche senza prendere in considerazione le storie di migliaia di tibetani uccisi … le attività verificabili delle guardie rosse sono abbastanza orribili. C’erano omicidi e persone obbligate al suicidio. Le persone in strada sono state aggredite per il solo fatto di indossare abiti tibetani o avere acconciature dei capelli non Han.”

Nel 1969 esplose una rivolta generale, segnata dal massacro di molti funzionari cinesi e tibetani.

Al suo apice, la rivolta ha coinvolto 18 contee. L’esercito cinese domò la ribellione e i suoi leader furono pubblicamente giustiziati a Lhasa, ma la rivolta aveva mostrato la portata del fallimento della Cina.

Dopo Mao

Quando Deng Xiaoping e i suoi sostenitori sono saliti al potere nel 1978, il suo programma di riforma respingeva l’eredità della Rivoluzione culturale e ampliava il campo di applicazione della libertà individuale, pensando che questo avrebbe portato al regime una rinnovata legittimazione popolare. In Tibet, come nello Xinjiang, la misura significava l’ammissione di alcuni errori e l’allentare le redini in modo significativo. Migliaia di persone vennero rilasciate delle carceri, le tasse ridotte, i monasteri furono riaperti e ci fu una rapida promozione dei funzionari tibetani. Tra il 1980 e il 1985, oltre il 40% di tutti gli abitanti di etnia cinese che viveva nel RAT andarono via. Hu Yaobang, uno dei più stretti collaboratori di Deng, venne inviato in Tibet per supervisionare il processo ed è stato nominato primo segretario, in assoluto la prima persona di lingua tibetana. Nel 1979  è stato dato il permesso a una delegazione del Dalai di visitare il Tibet, dove è stata accolta da grandi folle.

Il tenore di vita aumentò rapidamente, anche se, come sottolinea Tsering Shakya, questo non significava altro che un “ritornare al livello di cui godevano le persone prima della “liberazione” da parte dalla Cina”.

Tali concessioni hanno alimentato l’appetito per un maggiore cambiamento.

Nel settembre 1987, un piccolo numero di monaci inscena la prima protesta pubblica a Lhasa dal 1959, probabilmente organizzata per celebrare la visita del Dalai Lama negli Stati Uniti ai primi di marzo. Tutti furono arrestati. Pochi giorni dopo, la polizia picchiò alcuni manifestanti che erano scesi in strada in solidarietà con i monaci, e la città esplose.

Così ha descritto la situazione Robert Barnett, che era a Lhasa durante le proteste:

“Circa 2.000 tibetani hanno assediato la stazione di polizia per chiedere la liberazione dei monaci detenuti all’interno. Infine hanno dato fuoco alla porta della stazione di polizia per consentire a quei prigionieri la fuga. Quando le autorità hanno aperto il fuoco sulla folla, caddero una decina di morti, tra cui alcuni bambini, e decine di altri sono rimasti feriti.”

Poi, all’inizio del 1989, con la morte del Panchen Lama, scomparve la più antica figura di difensore dalla Cina. Le marce funebri divennero scontri con la polizia e il 5 marzo gli agenti aprirono il fuoco, uccidendo almeno dieci persone. I disordini che ne seguirono furono i più importanti dal 1959, con l’occupazione da parte della folla del centro di Lhasa per tre giorni. Centinaia di persone sono state uccise e migliaia sono rimaste ferite nella repressione conseguente. Il movimento molto più ampio che ha avuto inizio a Pechino nel maggio e il massacro di piazza Tiananmen il 4 giugno hanno oscurato queste proteste, anche se gli studenti dell’Università di Lhasa scesero in sciopero in solidarietà con Pechino. A quanto pare, circa 400 hanno resistito fino al 21 maggio. La risposta repressiva che seguì su scala nazionale colpì in modo particolarmente duro il Tibet. La legge marziale, imposta nel mese di marzo, è durata per più di un anno e per le strade di Lhasa si sono visti carri armati fino all’inizio del 1990.

La ricerca per la sostituzione del Panchen Lama è costata alla Cina ancora più sostenitori all’interno della gerarchia religiosa tibetana. Secondo il buddismo tibetano, quando muore il Panchen Lama, o il Dalai Lama, il suo spirito si reincarna in un bambino nato al momento della sua morte. I monaci del monastero del Lama defunto devono trovare la reincarnazione e portare il prescelto all’altro per l’approvazione finale. Così, il Dalai Lama alla fine sceglie chi sarà il prossimo Panchen Lama, e soprattutto il Panchen Lama determina chi sarà il prossimo Dalai Lama.

Nel 1995, il governo cinese e il Dalai Lama hanno annunciato ciascuna per conto proprio di aver trovato la reincarnazione. Si presume che il bambino scelto dal Dalai Lama sia in stato di arresto con la sua famiglia. Quando il governo ha cercato di imporre la propria scelta al monastero del Panchen Lama, una rivolta è scoppiata proprio in quello che era stato in precedenza la base principale del sostegno religioso al dominio cinese nella RAT – e un certo numero di monaci è andato in esilio.

Pechino successivamente sancì il riconoscimento del principio della reincarnazione all’interno dei regolamenti statali, insistendo sul fatto che:

“Per mantenere la validità e la purezza di tutte le reincarnazione viventi del Buddha e sostenere la solennità della legge, è necessario ribadire il principio chiave già sancito dalla nuova regola che ogni Buddha vivente reincarnato, nominato contro le regole [in cui si afferma che il governo ha l’ultima parola nel “riconoscimento” di una reincarnazione], è illegale e non valido.”

Nel 2002, la Cina ha iniziato dei negoziati con i rappresentanti del Dalai Lama, offrendo la possibilità di un accordo politico che gli avrebbe permesso di tornare. Tuttavia, all’interno del Tibet  la repressione è aumentata con sempre maggiori restrizioni sui monasteri. Allo stesso tempo, lo sviluppo economico ha causato enormi danni ambientali e ha continuato a marginalizzare la maggior parte dei tibetani ulteriormente esclusi dalla crescita economica.

Le tensioni sono scoppiate nel marzo 2008. Il Dalai Lama ha dichiarato che sei anni di negoziati non hanno portato a nulla. I monaci del monastero di Sera a Lhasa sono così scesi in piazza a suo sostegno e le forze di sicurezza li hanno attaccati con bastoni e gas lacrimogeni, poi con munizioni. Alla fine della settimana, migliaia di persone stavano combattendo con pietre contro la massiccia presenza di polizia e soldati. I manifestanti hanno preso il controllo di parti sostanziali di Lhasa. Dimostrazioni si sono diffuse in tutta la RAT e, cosa ancora più importante, in tutto il resto dell’altopiano. Il governo ha ammesso di aver ucciso dei manifestanti nelle città di Luhuo e Aba nella provincia di Sichuan. In provincia di Gansu, la BBC ha riferito che nella città di Hezuo c’è stata una grande rivolta guidata da studenti delle scuole superiori. Il sito web del The Guardian ha pubblicato fotografie di diverse migliaia di persone che stavano manifestando a Xiahe, dove sono stati attaccati con gas lacrimogeni da parte della polizia.

Un esperto del Tibet presso la London School of Economics ha sostenuto che “dal punto di vista della grandezza delle manifestazioni e il successivo dispiegamento di truppe, non vi è stato nulla di simile dal 1950”.

La diffusione geografica  senza precedenti delle proteste  ha sollevato un nuovo problema ai governanti cinesi. Non possiamo conoscere il numero esatto delle persone coinvolte, ma per la prima volta la maggior parte delle manifestazioni si è verificato al di fuori della RAT, mostrando che questo era diventato un movimento pan-tibetano.

I media cinesi descrissero le sommosse come dei pogrom razzisti contro i residenti cinesi e gli Hui musulmani. (gli Hui sono etnicamente cinesi, ma sono trattati come una nazionalità separata in virtù della loro religione.) Infatti, i manifestanti hanno attaccato soprattutto i simboli della occupazione cinese, come la Bank of China ed edifici pubblici. Numerosi attacchi vi sono stati contro imprese cinesi e almeno una moschea, e contro i cinesi e gli Hui nelle strade, dando credito alle informazioni da parte della stampa cinese, ma data la natura dell’occupazione, non è sorprendente che i tibetani considerino i singoli coloni responsabili dalla loro oppressione.

Una volta sedata la rivolta, vi è stata un’ulteriore escalation della repressione, con restrizioni del movimento interno, blocchi stradali e una ancora maggiore presenza della polizia.

La serie di auto-immolazioni che si sono verificati in tutto il Tibet rappresentano una risposta a questa repressione. Dal febbraio 2009, almeno 153 tibetani si sono sacrificati dandosi fuoco in segno di protesta contro il dominio cinese. E’ difficile immaginare un’ “arma dei deboli” così emblematica: è impossibile fermarla o prevenirla. Il suicidio come forma di protesta ha una lunga storia in Cina e in varie tradizioni religiose, tra cui il buddismo. In età moderna ha acquisito notorietà in Vietnam, quando i monaci buddisti si sono trasformati in torce umane per protestare contro la persecuzione religiosa da parte del governo sudvietnamita.

La durata delle proteste tibetane costituisce un caso a parte.

Il governo ha emanato nuove leggi che vietano l’auto-immolazione, aiutare qualcuno a farlo, divulgare informazioni su auto-immolazioni o addirittura organizzare preghiere per qualcuno che è morto. Hanno imposto punizioni collettive sulle famiglie, monasteri, conventi e talvolta interi villaggi. Dal 2012, Lhasa è stato sostanzialmente chiusa al tibetani, già una minoranza in città, che vivono altrove.

Il sostegno degli Stati Uniti ai nazionalisti tibetani-sospeso nei primi anni 1970 con l’alleanza Mao-Nixon – ha di nuovo cominciato ad aumentare. Gli strateghi USA, preoccupati per la competizione economica, politica e militare della Cina, hanno iniziato a sostenere alcune organizzazioni tibetane attraverso il National Endowment for Democracy e altri enti. Tuttavia, la grandezza di questo supporto non deve essere esagerata. Nel 2015, hanno ammesso di aver dato qualcosa meno di 750.000 dollari a 23 organizzazioni in Tibet: solo poche briciole. Un progetto di difesa del libero mercato in Pakistan ha ricevuto più finanziamenti di tutti i progetti tibetani messi insieme. Ed entrambe le somme impallidiscono in confronto alle centinaia di milioni consegnati a gruppi di mujahideen afgani negli anni ’80 e ’90.

In pratica, il Tibet non è entra in nel nesso delle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Come hanno scritto due seguaci del neoconservatore Project for a New American Century:

“Gli americani devono riconoscere che, bene o male, non abbiamo alcuna alternativa pratica alla sovranità cinese nel Tibet … Non avrebbe senso fare dell’indipendenza un bersaglio quando non vi è alcuna possibilità che questo obiettivo sia realizzabile.”

Questo potrebbe cambiare. Se gli Stati Uniti considerano seriamente la Cina come un avversario militare, è possibile utilizzare il movimento tibetano come un alleato (la “Kosovo Option”), e parte del movimento tibetano certamente applaudirebbe.

Tuttavia, dal punto di vista del capitale degli Stati Uniti, ci sono buone ragioni economiche e politiche per non allearsi con i nazionalisti tibetani. La Cina possiede più debito pubblico degli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro paese, tranne il Giappone; secondo Fortune circa 450 delle 500 più grandi aziende investono in Cina, e la maggior parte delle aziende che producono in Cina non ha alcuna reale alternativa nello spostarsi. Politicamente, la Cina fornisce il supporto fondamentale per la “guerra contro il terrorismo” globale ed è fondamentale per la strategia degli Stati Uniti per frenare la Corea del Nord.

Che Trump capisca una di queste ragioni, o ascolti quelli che lo sanno, è un altro discorso.

Egli è riuscito a far infuriare sia il governo cinese che quello taiwanese e a cominciare a disfare il duro lavoro svolto da Obama per ricostruire la posizione dell’imperialismo degli Stati Uniti in Asia orientale, anche prima di prendere possesso della presidenza. E’ impossibile prevedere cosa diavolo potrebbe innescare un ordine esecutivo di Trump rispetto la Cina, Taiwan o il Tibet. In ogni caso, una politica più aggressiva verso la Cina probabilmente cercherà di tenere fuori il Tibet. Tutte linee di faglia principali e tutti i potenziali alleati stanno in Oriente e in Sud-Est asiatico, non in Himalaya. E anche se alcune organizzazioni tibetane possono accettare le briciole che si può offrire loro, il nazionalismo tibetano non può essere semplicemente ridotto ad uno strumento dell’imperialismo degli Stati Uniti. I supporti che riceve sono basati sulla dura realtà del dominio cinese e il rifiuto della maggioranza di accettarlo. Il riconoscimento di questa oppressione è uno dei motivi fondamentali per cui dobbiamo sostenere l’autodeterminazione per il Tibet.

Sviluppo senza Tibetani

Nel 2015, l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua si vantava di quanto aveva investito il governo cinese in Tibet:

“Nel periodo 1952-2013, il governo centrale ha portato in Tibet 544.600 milioni di yuan, sotto forma di sussidi finanziari, che rappresentano il 95% del totale della spesa pubblica finanziaria Tibet … Nel corso degli ultimi due decenni , 5965 dei migliori funzionari cinesi sono stati assegnati a lavorare in Tibet, hanno condotto 7.615 progetti di assistenza e hanno investito 26 000 miliardi di yuan in Tibet.”

Oltre a questa risonanza con l’opera di Rudyard Kipling –  “Addossatevi il fardello del bianco. Mandate i migliori della vostra razza.”- queste informazioni non dicono nulla su chi beneficia di tale spesa. La maggior parte dei tibetani vive ancora di agricoltura, di sussistenza e di allevamento, anche se la politica cinese di insediamento forzato restringe sempre più questa attività tradizionale. Qualcosa di simile a due milioni di agricoltori e pastori sono stati costretti a stabilirsi in villaggi di nuova creazione.

Nella RAT e nel Qinghai, la creazione di riserve naturali – che vietano l’accesso ai nomadi, ma consentono un eccessivo sfruttamento dei terreni e il reinsediamento industriale- è alla guida di  questo sviluppo. Queste riserve ora coprono oltre un terzo del territorio della RAT e un po’ più della metà del Qinghai. Gli agricoltori devono affrontare l’espropriazione quando il terreno è destinato per lo sviluppo urbano e industriale. Sono costretti a trasferirsi in case mal costruite dove non c’è terra da coltivare e quasi nessun impiego alternativo. In Taming Tibet Emily T. Yeh descrive uno di questi insediamenti:

“Nei dintorni, la costruzione dell’opera aveva tagliato tutte le risorse e fonti idriche, impedendo loro, quindi, di lavorare sulla porzione di terreno rimasta, e ciononostante il comitato cittadino del villaggio non aveva abbastanza capitale dalla compensazione dei terreni per completare la costruzione. Gli abitanti del villaggio, dunque, sono stati lasciati lì ad aspettare altre unità di lavoro affinchè venissero ed espropriassero loro i territori agricoli rimanenti, in modo da consentire al villaggio di finire la costruzione delle case per il reinsediamento. Abbastanza ironico dunque: gli abitanti del villaggio hanno aspettato inermi di perdere il terreno agricolo in modo da poter usare il rimborso ottenuto per poi pagare e trasferirsi nei nuovi appartamenti costruiti sulle loro stesse terre, espropriate.”

Come è successo con il reinsediamento forzato dei popoli indigeni negli Stati Uniti, Canada, Australia e in altri paesi coloniali, sono state create delle regioni, anzi dei ghetti, nei quali i nativi soffrono gravi problemi sociali come l’alcolismo, disgregazione del nucleo familiare e la perdita di competenze tradizionali. La Cina, tuttavia, ha aggiunto un tocco in più costringendo i reinsediati a pagare il costo delle loro nuove case. Yeh cita una frase brutalmente succinta che riassume come viene vissuto questo fatto:

“Quindi questo è il socialismo. Giusto? Significa che dobbiamo fare tutto ciò che i leader ci dicono di fare?.”

Alcuni tibetani hanno prosperato nella recente crescita economica, in particolare i funzionari di livello inferiore. Si stima che la metà della popolazione indigena di Lhasa lavora per lo Stato. La spesa pubblica per la RAT è aumentata notevolmente negli ultimi anni, alimentata da sovvenzioni dirette da parte del governo centrale che nel 2012 erano pari a 116% del PIL nella regione. Lo Stato e l’amministrazione rappresentano infatti oltre il 13% dell’attività economica totale. Naturalmente, la parte del leone di questo denaro è dedicato al controllo e alla coercizione.

ll PIL della RAT è quadruplicato tra il 1997 e il 2007, pari a un tasso più veloce rispetto alla crescita dell’economia cinese nel suo complesso, ma è dovuto quasi interamente alla spesa da parte del governo centrale. I cinesi hanno investito molto nell’edilizia e nei lavori pubblici al fine di sviluppare i cosiddetti due pilastri della economia regionale, il turismo e i progetti di dighe idroelettriche e le miniere. Per i tibetani queste non saranno che briciole pagate con posti di lavoro poco remunerativi in cambio di un grave danno ecologico.

Il turismo attualmente attrae circa 15 milioni di visitatori l’anno, cinque volte la popolazione della RAT, che vivono sempre più in una versione di “parco a tema” Tibet, tanto che un giornalista lo ha definito una “Disneyland delle nevi”. Come in altri paesi in via di sviluppo, i turisti soggiornano per lo più in una bolla composta da costosi alberghi, centri commerciali e visite organizzate che escludono la popolazione locale e comportano pochi vantaggi per loro. L’impatto ecologico del turismo è basso, si concentra in alcune aree, ma l’estrazione, che è ancora nella sua infanzia nella RAT, produrrà molti più danni. L’estrazione di minerali è stata a lungo una delle principale industrie nel Qinghai pur essendo concentrata nel bacino Qaidam, nel nord-ovest della provincia. Per quasi 50 anni, il governo cinese ha estratto il carbone, il petrolio, l’amianto, il sale, piombo, zinco e altri minerali. Ora escogita piani per l’estrazione di petrolio da sabbie bituminose e gas dal sottosuolo tramite il fracking, la fratturazione idraulica.

Il danno è stato enorme. Le miniere hanno distrutto metà delle foreste vergini della zona.  Le perdite delle condotte, i residui dell’estrazione di amianto e di rame e scarti industriali sono dilaganti, si accumulano inquinando completamente le risorse idriche.

L’estrazione su larga scala non è stata completamente sviluppata nella RAT, dove attualmente sono in produzione solo poche miniere di rame e oro. La posizione isolata dei depositi e l’enormità degli investimenti necessari per sfruttare il processo ha provocato un rallentamento, anche se ha pure influenzato la resistenza tibetana. Diverse auto-immolazioni hanno avuto luogo per protestare contro le attività minerarie, come alcune mobilitazioni di massa che hanno dovuto affrontare una dura repressione. La polizia paramilitare ha aperto il fuoco più di una volta sulla folla, causando vari morti e feriti.

Vale la pena notare la grande differenza nel modo di reprimere le manifestazioni, che è un altro indicatore dello stato coloniale del Tibet. In Cina, la polizia raramente spara contro i manifestanti e raramente i manifestanti vengono uccisi per l’azione della polizia. Invece, la maggior parte della violenza politica è esercitato da sicari al soldo di privati. In Tibet, tuttavia, come nel Xinjiang, l’uso di armi da fuoco è diventata una pratica normale.

L’estrazione mineraria provoca gravi danni ecologici, i fiumi e le acque sotterranee sono contaminate da sostanze chimiche pericolose e le montagne di scorie rovinano il paesaggio. L’impatto delle dighe può essere anche maggiore, perché il suo effetto si farà sentire lungo tutto il fiume.

La Cina ha aperto la strada nella produzione idroelettrica, in quanto produce poco meno di un quinto di tutta la sua elettricità. Attualmente vengono costruite e progettate dighe sulla maggior parte dei grandi fiumi che scorrono fuori dal Tibet, tra cui in Birmania, Nepal e Pakistan. Circa 2 milioni di persone dipendono da questi fiumi per l’acqua potabile, l’irrigazione, la pesca, e altre cose essenziali della vita. Le dighe minacciano di disturbare gravemente l’ecologia di una parte enorme di Asia, e potenzialmente vanno ad incidere sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone.

Ironia della sorte, sono progettati per alimentare l’espansione industriale, i cui prodotti di scarto probabilmente  eroderanno le stesse risorse d’acqua su cui il settore è basato. Il  Tibet è chiamato il “terzo polo” a causa del volume di acqua rinchiuso nei suoi quasi quarantamila ghiacciai. Ma il riscaldamento globale significa che si stanno riducendo ad un ritmo più veloce rispetto anche l’Artico o Antartico. La Cina, naturalmente, non è l’unico responsabile del cambiamento climatico, ma la crescita galoppante degli ultimi venticinque anni, insieme con il lassismo sui controlli ambientali, ha contribuito notevolmente al problema.

L’impatto ambientale della occupazione del Tibet da parte della Cina può finire per essere la più grave conseguenza di tutto questo.

Autodeterminazione dal basso

Le prospettive immediate di cambiamento in Tibet sono desolanti. Mentre l’opposizione è cresciuta negli ultimi anni, il cosiddetto governo in esilio, con sede a Dharamsala, nel nord dell’India, sembra sempre più distante da quello che succede sul campo. Il Dalai Lama è una figura curiosamente contraddittoria, quando da un lato dice che il marxismo “si basa su principi morali, mentre il capitalismo è interessato solo che al profitto e alla redditività”, dall’altro ha sostenuto che “gli Stati Uniti sono il paese alfiere  del mondo libero. Principi americani, democrazia, libertà: in questo momento queste cose [sono] molto importanti “.

Si tratta di una sorta di figura rappresentativa, politico-religiosa, e non il leader di un movimento nazionale.

In realtà, il governo in esilio è formato da una serie di oscuri burocrati che sono impegnati principalmente nel prendersi cura dei profughi che ancora riescono ad uscire dal Tibet. Né c’è, né ci può essere una strategia di successione. Il Panchen Lama deve riconoscere la reincarnazione del Dalai Lama, dando a Pechino un enorme vantaggio rispetto al governo in esilio. Questa crescente separazione tra la resistenza interna e l’organizzazione esterna non è un fenomeno recente. Nel 2008, Tsering Shakya scriveva:

“I rifugiati in India hanno sviluppato un’ideologia e forgiato un sentimento nazionalistico che li ha portati ad essere considerati difensori del Tibet e del popolo tibetano. In alcuni casi, questo ha generato una visione tale che essi si considerano i “veri” rappresentanti dei tibetani e guardano i tibetani restanti in Tibet come vittime meramente passive e oppresse.”

A sua volta, lo scrittore tibetano Tsering Woeser rileva in Tibet on Fire che la maggior parte di coloro che si sono sacrificati auto-immolandosi chiedevano in modo esplicito l’indipendenza del Tibet, a differenza di Dharamsala, che vuole solo negoziare con Pechino. I consigli del Dalai Lama di essere pazienti, e la pratica della nonviolenza, hanno sempre meno eco.

Le probabilità di un  Tibet indipendente sono quasi pari a zero, il che rende ancora più sorprendente che la gente non abbia rinunciato e che l’opposizione al dominio cinese sia più forte che mai. Il “soft power” della Cina è in realtà in declino, molti di coloro che hanno voluto collaborare con Pechino sono ormai morti e i tibetani di Amdo e Jam sembrano sempre più abbracciare la causa dell’indipendenza.

Dobbiamo sostenere la loro lotta. Se il socialismo non significa che facciamo tutto quello che ci dicono i leader, ma diventiamo noi stessi soggetti della nostra storia, allora dobbiamo giudicare il dominio cinese in Tibet per quello che è: un’oppressione coloniale che deve essere combattuta. In questo momento non abbiamo la possibilità di fare molte cose al riguardo, ma possiamo iniziare a decidere da quale parte stare.

(24/02/2017. Tratto da: www.jacobinmag.com )



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