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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Qualche accenno alla storia degli Stati Uniti

Qualche accenno alla storia degli Stati Uniti

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di Antonio Moscato

Non ho mai cessato di indignarmi ogni volta che ho sentito commentare la politica degli Stati Uniti, magari esprimendo preoccupazione per qualche “eccesso” di un uomo politico(e Trump oggi offre spesso occasioni con la sua brutalità), ma accettando tranquillamente che gli Stati Uniti si sentano in diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo, a partire dai primi decenni della loro esistenza.

Ma prima di mettermi a scrivere un nuovo articolo per commentare la pretesa di qualsiasi presidente USA di giudicare quel che accade in Corea o in Siria o in Venezuela, cominciando a spostare, senza discuterne con nessuno, i loro bombardieri e parte delle loro enormi flotte in direzione del paese o dell’area in questione, sono andato a rileggermi quel che avevo scritto anni fa in proposito.

Chi avrà la pazienza di esplorare la sezione Capitalismo e anticapitalismo dei GRANDI NODI DEL NOVECENTO, troverà parecchi articoli e rassegne bibliografiche ancora utili. Ad esempio da una dispensa del 2003, destinata originalmente ai due corsi di Storia del movimento operaio (Europa e Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale) e di Storia contemporanea (La politica estera degli Stati Uniti in Asia e in America Latina.), e ricalcata in parte su miei articoli e saggi usciti in quel periodo, ho ricavato questo stralcio sulle origini degli Stati Uniti. Mi pare possa essere ancora utile in questi anni di perdita delle memoria storica, in cui riaffiorano le peggiori tendenze della politica italiana, a livello di governanti dalla lingua biforcuta che avallano qualsiasi gesto degli USA con qualche blanda raccomandazione di moderazione (alle due parti…), ma anche a livello di una sinistra poco attenta alla politica internazionale. In effetti quegli scritti possono servire ancora perché mentre scrivevo pensavo ai miei studenti, ma anche al livello del dibattito sulle questioni internazionali all’interno del PRC, compreso il Comitato politico nazionale di cui facevo parte.

Il mio “diritto alla pigrizia” mi ha spinto a riproporre oggi questo testo anche se 1468 persone lo avevano già letto nel 2009, quando il testo era stato inserito nel sito. [a.m.]

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In questi giorni abbiamo sentito ripetere spesso, anche da chi si oppone finalmente “senza se e senza ma” alla guerra di Bush e Berlusconi: “naturalmente non siamo antiamericani”. Una frase con diverse sciocchezze: la prima è che parla di “America” invece che di Stati Uniti, dimenticando che dell’America fanno parte il Messico, l’Argentina, il Brasile, il Cile, Cuba, e – perché no – anche la sventurata Haiti. Insomma, si accetta così la pretesa degli statunitensi bianchi di rappresentare l’intero continente, escludendone in primo luogo gli abitanti originari (ribattezzati arrogantemente “indios” o “indiani d’America”). In ogni caso sarebbe insensato attribuire le colpe di un governo a un popolo, e ciò vale per gli Stati Uniti come per la Germania: anche quando era sotto il nazismo, non era giusto essere antitedeschi, anche se era sacrosanto lottare contro l’imperialismo tedesco che aveva scelto Hitler e lo aveva portato al potere.

Dalla stessa impostazione risulta che è giusto essere contro l’imperialismo, e quindi contro il più forte dei paesi imperialisti, gli Stati Uniti, che ne hanno fatte di tutti colori non solo nel “loro” continente, ma anche in tante altre parti del mondo. La prima impresa aggressiva lontana dalle loro coste (ricordata ed esaltata anche nell’inno dei marines) risale al lontano 1801, quando per una questione di prestigio e di “difesa della libertà di commercio” tentarono di sbarcare a Tripoli, in Libia. Quella prima avventura finì maluccio (era un po’ prematura...) e fu quindi necessario riscattare con un congruo versamento i marinai finiti maldestramente nelle mani delle autorità locali.

Gli Stati Uniti hanno poi esteso il loro territorio verso ovest, impossessandosi delle vaste praterie abitate dai cosiddetti “indiani” che vennero sterminati nel corso di tutto il XIX secolo (ma i massacri erano stati iniziati già dai pii padri pellegrini...), poi si spostarono a sud impossessandosi di circa metà del Messico.

Ci sono moltissimi libri che ricostruiscono la tragedia degli abitanti originari del continente, ma ne segnaliamo due – entrambi di autori statunitensi – recentemente tradotti in italiano.. Il primo, è quello di David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2001. Stannard, che è cittadino statunitense e docente nell’Università delle Haway, affronta l’insieme dei genocidi compiuti nelle Americhe e anche nelle isole in cui vive, nell’arco di cinquecento anni. Tuttavia mentre la storia dei massacri compiuti dai conquistadores spagnoli e portoghesi è ben nota (anche se ridimensionata da chi la presenta come“leggenda nera”), quelli compiuti dagli anglosassoni lo sono assai meno, ma sono ugualmente efferati.

L’altro è di Howard Zinn, “Non in nostro nome. Gli Stati uniti e la guerra”, Il saggiatore, Milano, 2003, che esordisce ricordando che fu invitato alla rituale celebrazione annuale del “massacro di Boston”, come viene ricordata l’uccisione di 5 (cinque!) coloni del nord America da parte delle truppe britanniche avvenuta nel 1770, e si permise di ricordare agli attoniti uditori altri massacri dimenticati di migliaia e migliaia di nativi effettuati prima e dopo l’indipendenza degli Stati Uniti.

In realtà l’ideologia dominante negli USA “dimentica” l’esistenza di popolazioni che abitavano il continente prima della colonizzazione europea, analogamente a quanto sostenuto dalla maggior parte dei sionisti, che rivendicavano “una terra senza un popolo per un popolo senza terra”, o dai bianchi sudafricani che pretendono grottescamente di essere arrivati in quell’area prima delle popolazioni zulu. Ad esempio Conant, preside della Harvard University, nel 1948 presentava così in un Forum del “New York Herald” la storia della formazione degli Stati Uniti:

Questa Nazione, diversamente da quasi tutte le altre, non si fonda su uno Stato sorretto dalle conquiste militari. Di conseguenza, non abbiamo in nessuna delle nostre tradizioni l’idea di un’aristocrazia discesa dai conquistatori e legittimata a governare per diritto di nascita. Al contrario, abbiamo sviluppato la nostra grandezza nel periodo in cui una società fluida occupava un continente ricco e vuoto...”

Vediamo quanto sia infondata questa pretesa.

Come si sono formati gli attuali Stati Uniti d’America

Gli Stati Uniti, di cui gli imbecilli o i disonesti ripetono che non può essere imperialista o colonialista perché nati da una rivoluzione anticoloniale (dimenticando che la “rivoluzione” del 1776 era prima di tutto una secessione di coloni che non volevano più pagare tasse alla madre patria), nel corso dell’intero XIX secolo non solo portarono avanti la loro penetrazione nell’America centrale e meridionale in base alla “dottrina Monroe” (che, per escludere le potenze europee dal “suo” continente, proclamava “l’America agli americani”, dando appunto per scontato che essi fossero gli unici “americani”), ma cominciarono a puntare ben presto all’Asia orientale, in concorrenza con le vecchie potenze coloniali. Imposero al Giappone con le proprie cannoniere l’apertura dei suoi porti nel 1853, esattamente come aveva fatto tredici anni prima la Gran Bretagna con la Cina (la “guerra dell’oppio” del 1840-1842). Gli Stati Uniti avevano cominciato poi la penetrazione in Cina, e soprattutto nelle Filippine, e approfittarono della seconda rivoluzione cubana per intervenire in quel paese: lo fecero annunciando che volevano “proteggere i cubani dalla Spagna”, a cui dichiararono guerra nel 1898 col pretesto di una misteriosa esplosione sull’incrociatore Maine “in visita di cortesia” nel porto dell’Avana: il mistero è come mai al momento dell’esplosione, attribuita subito senza prove alle autorità spagnole, a bordo ci fossero solo poveri marinai semplici, mentre tutti gli ufficiali erano a terra. Molti commentatori statunitensi lo hanno ricordato al momento dell’attentato alle Due Torri tra i discutibili pretesti per una guerra, insieme all’attacco a Pearl Harbor, che poteva essere prevenuto, dal momento che da tempo gli Stati Uniti avevano trovato il modo di intercettare e decrittare i messaggi militari dei giapponesi, ma che consentì a Roosevelt di forzare l’opinione pubblica ostile all’intervento sfruttando cinicamente l’emozione per la morte di tanti connazionali.

In realtà nel 1898 i marines impedirono la vittoria dei rivoluzionari cubani, e al termine di una brevissima guerra gli Stati Uniti si impossessarono di Cuba, ma anche delle Filippine, di Portorico e di Guam. Alla prima dovettero riconoscere nel 1902 una indipendenza fittizia (inserendo nella costituzione cubana l’emendamento Platt, che dava loro il diritto di interferire in ogni decisione del governo semicoloniale che avevano istallato). Le Filippine dovettero combattere fino al 1946, quando ottennero l’indipendenza anche grazie alla seconda guerra mondiale in cui erano state occupate dai giapponesi (che avevano imitato la dottrina Monroe proclamando “l’Asia agli asiatici”...), ma continuarono ad essere controllate tramite dittatori corrotti come Marcos. Guam e Portorico non ce l’hanno fatta e stanno ancora sotto gli Stati Uniti. Anche le Haway furono conquistate a partire dal XVIII secolo, con diverse forme di dipendenza dei regni locali. Poi, nello stesso fatidico 1898, fu costituita una specie di repubblica fantoccio che chiese l’annessione agli Stati Uniti (ma diventò il cinquantesimo Stato della Confederazione solo nel 1959). Il meccanismo era praticamente lo stesso usato per il Texas. Altro che “Stati Uniti paese anticolonialista”!

Impossibile fare poi l’elenco dei paesi (piccoli come il Nicaragua o il Paraguay, o grandi come il Messico) in cui nel corso del XX secolo sono più volte sbarcati, con o senza emendamento Platt, i marines.

Un caso esemplare sempre dimenticato: Haiti

Basti pensare ad Haiti: era fino a tutto il XVIII secolo, un paese ricchissimo, colonia francese col nome di Saint Domingue. Nel 1791 produceva un quarto dello zucchero di tutto il mondo, e inoltre caffè, cotone, coloranti naturali come l’indaco. La Francia si era assicurata il monopolio sul suo commercio, che rappresentava un terzo del commercio estero del regno. Al momento della rivoluzione francese, mentre la piccola minoranza di bianchi rivendicava la libertà di commercio, e i mulatti e i pochi neri affrancati i diritti politici, la grande maggioranza di schiavi neri pretesero la libertà, e dovettero lottare per anni contro i tentativi di “ristabilire l’ordine”. Non furono spalleggiati neppure dagli altri paesi dell’America Latina, i cui governanti erano razzisti e schiavisti. La schiavitù fu mantenuta in Colombia fino al 1851, in Argentina e in Ecuador fino al 1853, in Perú e Venezuela fino al 1854. La schiavitù rimase nelle colonie britanniche delle Antille fino al 1834, negli Stati Uniti fino al 1862, a Cuba fu eliminata solo nel 1886 e nel 1888 in Brasile.

Solo nel 1825, dopo il fallimento di molti tentativi di riconquista, il re di Francia Carlo X accettò di riconoscere l’indipendenza di Haiti in cambio di un indennizzo di 150 milioni di franchi oro, calcolato sul valore delle proprietà (e degli schiavi) nel 1789. Una cifra enorme che corrispondeva a dieci anni di esportazioni haitiane e a quattro volte il bilancio annuale della Francia, che era allora uno dei paesi più ricchi e popolati del mondo.

Per pagare la prima quota il presidente dell’epoca, Boyer, fu costretto a contrarre un prestito che mise Haiti nelle mani di banchieri francesi. Nel 1914 il debito non era stato pagato che in minima parte, mentre gli interessi versati alla Francia (ma anche agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Germania) assorbivano l’80% delle entrate del paese. Un tentativo del presidente haitiano di recuperare il controllo dei fondi depositati nella Banca Nazionale provocò l’intervento degli Stati Uniti (che per 60 anni non avevano voluto riconoscere l’indipendenza del paese), che inviarono i marines a prelevare 500.000 dollari-oro nelle casse della banca, portandoli a New York.

Dal 1915 al 1934 Haiti fu occupata direttamente dagli Stati Uniti, che dovettero impiegare anni per soffocare le rivolte dei contadini poveri, assassinando 13.000 haitiani. Nel 1922 l’intera Banca Nazionale fu trasferita alla National City Bank di New York, e Haiti fu costretta a versare 40 milioni di dollari agli Stati Uniti per liquidare definitivamente l’indennizzo alla Francia, che fu così estromessa dal paese. Solo nel 1935 il governo haitiano ha potuto recuperare la sua Banca Nazionale, ma il suo dipartimento fiscale, che controllava anche le dogane, rimase sotto il diretto controllo degli USA fino al completo rimborso del debito contratto nel 1922, che avvenne nel 1947. Per dominare il paese, gli Stati Uniti collocarono poi alla sua testa il dittatore François Duvalier, con i suoi feroci assassini, detti tonton macoutes. Gli Stati Uniti sono intervenuti più volte anche dopo il crollo del regime di Duvalier: oggi Haiti è uno dei paesi più poveri del continente e del mondo intero.

Alcuni dei tanti interventi della CIA nel mondo

In molti altri casi, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, gli Stati Uniti non sono intervenuti con le proprie truppe, ma hanno finanziato gruppi di mercenari, o organizzato attraverso la CIA colpi di Stato militari. Tra i casi più conosciuti quello del 1954 in Guatemala contro il governo democratico di Arbenz (bollato come “comunista” per aver tentato una moderatissima riforma agraria che voleva distribuire ai contadini le terre acquistate dalla United Fruit e lasciate incolte). Quell’episodio fu determinante per l’evoluzione politica di Ernesto Guevara, che era giunto in quel paese come medico neolaureato, e divenne comunista proprio stimolato da quella tragica esperienza. Dopo la cacciata di Arbenz il Guatemala fu massacrato ininterrottamente per quarant’anni da feroci dittature militari spalleggiate e armate dagli Stati Uniti, con centinaia di migliaia di contadini assassinati dagli squadroni della morte o direttamente dall’esercito.

Un tentativo analogo a quello del 1954 in Guatemala fu tentato nel 1961 contro Cuba, ma fallì invece a Playa Girón (Baia dei porci) perché il governo rivoluzionario di Castro e Guevara, a differenza di quello di Arbenz, aveva armato i contadini e i pescatori, che riuscirono a respingere, sia pure con gravi perdite, i mercenari appoggiati da navi e aerei statunitensi, alcuni dei quali contrassegnati con i colori cubani, per simulare una rivolta interna (il che può essere considerato un atto di vera e propria pirateria aerea). Il presidente degli Stati Uniti era allora il democratico John Kennedy, considerato un modello di democrazia da Rutelli e Veltroni!

Panama era stata staccata dalla Colombia nel 1903 con un colpo di Stato la cui logica era chiara: il primo atto dei secessionisti fu la cessione agli Stati Uniti per 99 anni del territorio del Canale, e vide più volte interventi diretti o indiretti di truppe statunitensi. L’ultimo intervento avvenne nel 1989, per catturare il presidente Noriega, vecchio complice del colonnello Oliver North e del vicepresidente Bush (padre) nel narcotraffico (il famoso caso Iran-Contra-Gate), ma che era diventato (come poi toccherà a Saddam e Bin Laden) “il mostro da eliminare”. Per catturarlo e processarlo (a porte chiuse!) furono uccisi almeno 7.000 cittadini panamensi.

Il caso del Cile di Allende (sul quale importanti uomini politici statunitensi hanno ammesso le responsabilità dirette della CIA nella pianificazione del golpe del 1973 del generale Pinochet) è il più conosciuto e suscitò profonda e duratura emozione nel mondo per la sua ferocia. Meno nota, e oggi quasi dimenticata, l’aggressione diretta dei marines nel 1983 alla piccola isola di Grenada, nelle Antille, accusata contro ogni logica (ha poco più di 100.000 abitanti, e una milizia di soli 100 uomini) di “minacciare gli Stati Uniti.

Anche in Africa, in Asia, ecc...

Ma anche nel grande Congo ex belga, uno dei territori più ricchi dell’Africa, la CIA ha aiutato (insieme ai servizi segreti belgi e francesi, e con la benedizione dell’ONU) la soppressione del regime democraticamente eletto di Lumumba e l’instaurazione del regime di Mobutu, durato più di trenta anni: al suo termine, il paese era diventato uno dei più poveri del mondo.

Perfino il regime di apartheid in Sudafrica per decenni ha beneficiato di protezione e collaborazione militare da parte degli Stati Uniti e soprattutto di Israele, che proprio insieme ai governanti razzisti sudafricani costruì le sue prime atomiche. Invano l’ONU deliberava ogni anno un embargo: questo veniva aggirato dagli Stati Uniti e dalle principali potenze imperialiste, oltre che dal principale alleato degli USA, lo Stato di Israele, l’unico a riconoscere gli staterelli fantoccio creati dal Sudafrica per confinarvi la maggioranza della popolazione nera. Se il regime dell’apartheid è crollato, non è stato certo per le risoluzioni dell’ONU, rese vane dal veto statunitense o semplicemente aggirate: fu la dura sconfitta militare inflitta agli invasori sudafricani dalle truppe cubane e angolane a Cuito Cuanavale a spingere i razzisti afrikaaner a tirare fuori Nelson Mandela dal carcere in cui l’avevano rinchiuso per 28 anni come “terrorista”, per chiedergli di usare il suo prestigio per assicurare una “transizione democratica”, che in sostanza doveva associare una parte dei neri al potere politico senza toccare il potere economico dei bianchi. Il progetto è riuscito solo in parte (la maggioranza della popolazione è rimasta nelle condizioni di povertà in cui stava), evitando almeno una sanguinosa conclusione della lunga e feroce dominazione. In ogni caso l’ONU non ha avuto alcun merito, e gli Stati Uniti hanno casomai la colpa di aver ritardato a lungo perfino questa parziale soluzione. Tra l’altro sui giornali sudafricani uscì a suo tempo l’ammissione che era stato Donald R.Rickard, un agente della CIA (che figurava come diplomatico statunitense a Durban), a far catturare Mandela, con cui doveva avere un incontro proprio la sera del suo arresto.

L’elenco dei paesi vittime di regimi imposti da colpi di stato militari organizzati dalla CIA è lunghissimo: basti pensare all’Indonesia, un paese di 200 milioni di abitanti: nel 1965 il presidente nazionalista e antimperialista Sukarno fu deposto col pretesto di un inesistente “colpo di stato comunista” (in realtà era stato solo il tentativo di alcuni militari lealisti di fermare il golpe in preparazione). La dittatura del generale Suharto si impose con un tremendo bagno di sangue (oltre 500.000 tra comunisti e appartenenti alla minoranza cinese furono assassinati), ed è durata fino al 1998. In quegli anni ha potuto impunemente (e con il solito silenzio dell’ONU) massacrare centinaia di migliaia di abitanti di Timor Est, occupata nel 1975 e che ha avuto l’indipendenza solo dopo un premio Nobel per la pace ai leader indipendentisti e un tardivo intervento delle Nazioni Unite al momento dell’esplosione della crisi economica e politica del regime.

Impossibile tracciare in poche pagine una panoramica anche sommaria degli interventi devastatori e liberticidi degli Stati Uniti. Rinviamo per questo al libro di William Blum, Con la scusa della libertà. Si può parlare di impero americano?, Marco Tropea ed., Milano, 2002. Un libro sconvolgente scritto da un ex agente della CIA.

Per quanto riguarda in particolare l’America Latina, è molto utile il saggio di Paco Peña contenuto nel Libro nero del capitalismo, a cura di Gilles Perrault e Maurice Cury, Marco Tropea ed., Milano, 1999, poi ripubblicato nel 2001 in edizione economica dalla Est di Milano. Il saggio di Paco Peña (che è uno storico cileno) è molto rigoroso e abbastanza ampio (da pp. 323 a 360).

La confessione di un generale dei marines

La maggior parte degli interventi diretti o indiretti in tutto il mondo (abbiamo tralasciato l’Europa, ma si potrebbe parlare almeno della Grecia...) sono stati presentati sempre come ispirati dalla necessità di difendere la libertà e la pace,. con un linguaggio che potremmo dire orwelliano.

Da un bel libro di Tariq Ali (un intellettuale di origine pakistana, impegnato da oltre trenta anni come militante rivoluzionario in Gran Bretagna.), Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, Milano, 2002, riprendiamo un passo di un sorprendente discorso del generale dei marines Smedley Butler che nel 1933 lasciò il servizio attivo dichiarando pubblicamente che “la guerra è solo un racket” e viene gestita “a vantaggio di pochissimi e a spese delle masse”:

Dal sacco del racket non esce un solo stratagemma che la gang militare non conosca. Ha i suoi “uomini-indice” per individuare i nemici e i suoi “uomini-muscolo” per distruggerli, i suoi “uomini-cervello” per allestire i preparativi di guerra e un “Grande Capo” costituito dal Capitalismo Sovranazionale.

Butler si rendeva conto che poteva sembrare strano che un militare come lui istituisse un simile parallelo. Ma spiegava perché era arrivato a queste conclusioni:

Il bisogno di verità me lo impone. Ho trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo Paese, il corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi di comando, da sottotenente a generale maggiore. E durante tutto quel periodo ho passato la maggior parte del tempo a fare “l’uomo-muscolo” d’alto rango per i Grandi Affari, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un estorsore, un gangster al servizio del capitalismo.

Butler ammette che già precedentemente aveva avuto qualche sospetto, ma che, come tutti i militari di mestiere, non aveva mai pensato con la sua testa: “le mie facoltà mentali sono rimaste come sospese per tutto il periodo in cui ho obbedito agli ordini dei superiori: Questo succede a tutti coloro che sono arruolati nell’esercito.”

Ho concorso a fare dell’Honduras “il posto giusto” per le compagnie americane nel 1903, a rendere sicuro il Messico, soprattutto Tampico, per gli interessi americani nel 1914, e a trasformare Haiti e Cuba in un luogo decente dove i ragazzi della National City Bank potessero riscuotere tasse. Ho collaborato a violentare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a vantaggio di Wall Stret. L’elenco delle operazioni del racket è lungo. C’ero quando purificammo il Nicaragua per l’istituto bancario dei fratelli Brown, dal 1909 al 1912. Ho illuminato la Repubblica dominicana su come favorire gli interessi americani nel commercio dello zucchero nel 1916. In Cina ho fatto sì che la Standard Oil potesse procedere indisturbata lungo il suo cammino. Durante quegli anni tenevo in piedi, come direbbe chi trama dietro le quinte, un racket di prim’ordine.

La conclusione è amarissima e ironica: “Guardando al passato, credo che avrei potuto senz’altro dare alcuni buoni consigli ad Al Capone. Il massimo che egli poté fare fu gestire il suo racket in tre quartieri. Io l’ho gestito su tre continenti.”

Hiroshima

Prima di concludere questa breve rassegna, bisogna ricordare un’altra vicenda: quella del lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, città fino a quel momento risparmiate dai bombardamenti a tappeto che avevano colpito ad esempio Tokio, e quindi piene di rifugiati provenienti dalle zone già distrutte. Va detto che solo pochi sciagurati esaltano quell’attacco criminale, fingendo di ignorare che da tempo emissari giapponesi avevano dichiarato di essere disposti alla resa, a una sola condizione: il mantenimento in carica dell’imperatore. Era esattamente quello che, per altre ragioni, gli Stati Uniti si preparavano a fare di loro iniziativa dopo la “resa incondizionata”, con l’obiettivo di mantenere un regime autoritario per bloccare una classe operaia esasperata dalla guerra, e che si temeva potesse seguire l’esempio del proletariato russo (che era insorto proprio al termine della guerra russo-giapponese, e soprattutto nel 1917 contro il massacro della “Grande Guerra”).

Quindi a motivare quelle terribili esplosioni non era la necessità di “salvare la vita a migliaia di soldati statunitensi” (il Giappone nell’agosto 1945 era comunque prostrato e da tempo senza combustibile e con le industrie militari rese inservibili), ma la necessità di dare un avvertimento a tutto il mondo e in particolare all’URSS, sperimentando su persone inermi quei terribili ordigni.

Inoltre sperimentare una bomba nel deserto, per i militari e gli scienziati senza coscienza, non è altrettanto utile che provarla su una città intatta e su una popolazione numerosa. Va detto comunque che l’immensità della strage ha avuto varie conseguenze: da un lato la crisi morale di alcuni dei responsabili (fisici nucleari ma anche uno dei piloti), dall’altro un rigido segreto imposto sulla documentazione degli effetti. Paradossalmente una delle ricadute di quel silenzio ha colpito gli stessi militari statunitensi, che nei successivi esperimenti sono stati esposti senza adeguata protezione, ma anche semplici cittadini (è famoso il caso di John Wayne, che come tutta la troupe cinematografica che girava un film nel deserto del Nevada a poca distanza dal luogo in cui era stato sperimentato il primo ordigno nucleare, contrasse un cancro mortale). Solo negli anni Settanta una causa legale intentata (e vinta) da cittadini giapponesi contro il governo degli Stati Uniti per obbligarlo a rendere pubblici i documentari girati dai soccorritori e dai medici che curavano le vittime consentì finalmente di spezzare quella terribile cortina di silenzio e menzogne.

Va detto che non solo gli Stati Uniti si sono macchiati di crimini di questo genere durante la seconda guerra mondiale. Si pensi ad esempio al feroce bombardamento britannico di Dresda, che è stato ricordato con amarezza in Germania in questi giorni, nel contesto di una diffusa ostilità popolare alla guerra contro l’Iraq. Anche a Dresda si privilegiò il bombardamento di una città in cui non c’erano obiettivi militari rilevanti, scegliendo di colpire la produzione bellica uccidendo pacifici lavoratori e risparmiando le fabbriche, che era meglio mantenere intatte per la fase della “ricostruzione”, anche perché c’erano rilevanti investimenti britannici, statunitensi e francesi, congelati momentaneamente da Hitler, ma che sarebbero stati ovviamente rivendicati nella fase successiva.

C’erano stati d’altra parte precedenti significativi durante la prima guerra mondiale: Jean Pierre Fléchard ha ricostruito, in un saggio inserito nel già citato Libro nero del capitalismo, la storia del “santuario del capitale internazionale” nel bacino di Briey-Thionville, dove gli eserciti contrapposti evitarono di colpire gli impianti siderurgici e le miniere di ferro e carbone, appartenenti a due rami diversi della stessa famiglia di grandi produttori di munizioni (i de Wendel francesi e i von Wendel tedeschi). Per tutelarne gli interessi lo Stato maggiore francese evitò accuratamente di colpire gli impianti, la cui distruzione avrebbe spezzato o comunque messo in grave difficoltà lo sforzo bellico della Germania.

 

Gli USA e la guerra di Suez del 1956

Molti degli apologeti degli Stati Uniti, per dimostrare che essi sarebbero profondamente anticolonialisti, ricorrono spesso all’esempio delle forti pressioni diplomatiche esercitate su Gran Bretagna e Francia per farle recedere dal disastroso intervento a Suez.

Intanto nella ricostruzione della vicenda va ricordata anche la vigorosa azione diplomatica e propagandistica dell’URSS, che minacciò persino ritorsioni su Londra e Parigi. Anche se non dimentichiamo che il governo sovietico aveva in quel momento la necessità di distogliere l’attenzione dalla sua dura repressione della rivoluzione antiburocratica che era in corso negli stessi giorni in Ungheria, rimane il fatto che la nuova direzione guidata da Chrusciov aveva dedicato grande attenzione ai paesi ex coloniali, tra i quali il prestigio dell’URSS era in aumento soprattutto dopo la concessione dei crediti all’Egitto per la costruzione della diga di Assuan. Lasciare sola l’Unione sovietica a opporsi a quella guerra poteva essere pagato caro anche dagli Stati Uniti.

Inoltre non c’è dubbio che gli USA erano preoccupati sinceramente per il comportamento insensato dei maldestri vetero-imperialisti, e si preparavano a sostituirli nell’area. In effetti c’è voluto ben più di un decennio per recuperare i danni provocati dall’intervento congiunto anglo-franco-israeliano, anche se inizialmente aveva avuto un facile successo sul piano puramente militare. Avrebbe fatto bene a ricordarsene almeno Blair: i poveri contadini egiziani in divisa si arrendevano penosamente di fronte alla clamorosa supremazia delle truppe israeliane, ed erano colti di sorpresa dall’invasione di paracadutisti franco-britannici, ma la risposta della popolazione permise a Nasser, sconfitto sul campo, di apparire il vincitore morale, e l’onda lunga di quell’avvenimento si sentì in tutto il mondo arabo, con le sollevazioni del 1958 in Libano, Giordania e soprattutto in Iraq, dove venne spazzata via in quell’anno la monarchia fantoccio istallata dai britannici.

Alcune necessarie considerazioni aggiuntive su quella guerra: la motivazione della Gran Bretagna, dove da un anno Anthony Eden aveva preso il posto di Churchill, era intessuta di arroganza imperialista e di desiderio di vendetta verso un paese che era stato dominato direttamente o indirettamente fino alla rivoluzione repubblicana del 1952, e che aveva poi osato ribellarsi, ma anche di panico per l’ondata della decolonizzazione che stava minacciando le colonie africane e le semicolonie mediorientali. La Francia, sconfitta appena due anni prima a Dien Bien Phu, e che stava fronteggiando una sempre più forte sollevazione del Maghreb (appena pochi giorni prima dell’intervento in Egitto aveva dirottato con un atto di pirateria aerea il velivolo che portava Ben Bella e altri dirigenti algerini dal Marocco alla Tunisia via Spagna), si illudeva di colpire in Nasser l’ispiratore di tutti i movimenti di liberazione. A spiegazione del penoso stato della sinistra francese, ricordiamo che nel 1956 in Francia al governo c’era il socialista Guy Mollet, sorretto anche dal PCF, che nelle elezioni di quell’anno aveva raggiunto il massimo della sua forza.

La scelta di colpire l’Egitto era effettivamente sbagliata e controproducente, e non fermò ma al contrario accelerò l’ondata della decolonizzazione, e screditò irreparabilmente lo Stato di Israele, verso cui avevano fino a quel momento guardato con simpatia molti dirigenti arabi modernizzatori, tra cui lo stesso Nasser.

Ma l’atteggiamento degli Stati Uniti (che presero in modo crescente il posto delle vecchie potenze come protettori di regimi neocoloniali) se era lungimirante, non era certo antimperialista: la riprova è che nella crisi del 1958, mentre i paracadutisti britannici si lanciavano su Amman per salvare il loro fidato re Hussein dalle masse giordane in rivolta, furono i marines a intervenire per puntellare il presidente libanese Camille Chamoun, contestato dalla grande maggioranza dalla popolazione che voleva superare la costituzione imposta a suo tempo dalla Francia e che garantiva automaticamente l’egemonia ai maroniti, nonostante questi fossero ormai da decenni una ridotta minoranza.

La guerra contro l’Iraq

Di questa guerra (o meglio di questa nuova fase di una lunga guerra iniziata nel 1991 e spostatasi successivamente in Somalia, nei Balcani, in Afghanistan e tornata ora nel Golfo) abbiamo già scritto altrove (rinvio ovviamente in primo luogo al mio libro Tempeste sull’Iraq, Massari, Bolsena, 2003, a cui non potrei aggiungere molto anche dopo l’inizio dei bombardamenti e dell’invasione di terra). Al massimo in questa fase si possono fare brevi e modeste osservazioni.

I primi giorni, infatti, oltre a fornire una raffica di esempi di disinformazione guidata, hanno fatto emergere che nonostante la sproporzione enorme dal punto di vista militare, e la non utilizzazione delle famigerate armi di distruzione di massa (presumibilmente perché non esistono più da quando gli occidentali hanno smesso di venderle a Saddam), la resistenza irachena è stata superiore al previsto: evidentemente anche molti di quelli che non amano Saddam Hussein non possono rimanere indifferenti di fronte a un’invasione collegata a un progetto di ricolonizzazione. Ovviamente opporsi con fucili o mitragliatrici a un’ondata senza precedenti di carri armati, aerei e missili non è facile, ma il numero dei prigionieri annunciati (non nelle balle propagandistiche, ma in dichiarazioni ufficiali) è di appena 2.000 militari dopo tre giorni di invasione. Comunque, se divenissero come diverranno sicuramente molti di più, come nel 1991, ciò confermerebbe solo l’ampiezza della sproporzione negli armamenti tra i due schieramenti, non certo la giustezza della guerra. Anche nel 1956 e nel 1967 gli israeliani fecero un gran numero di prigionieri: erano forse per questo meno ingiuste quelle guerre?

Come nel 1991 le vittime tra gli aggressori si devono soprattutto a incidenti o al cosiddetto “fuoco amico”. Anche questa è l’ennesima prova che l’esercito iracheno non era un pericolo per la sicurezza del mondo. Oggi, dopo tre giorni di combattimenti, non possiamo neppure azzardare una previsione sulla durata della guerra. Possiamo però indignarci per l’ipocrisia di tutti quanti “auspicano una guerra breve”. Se la guerra sarà rapida, che cosa vorrà dire? Solo che l’Iraq era praticamente senza difesa.

Duole dirlo, ma l’UE (compresi Chirac e Schroeder, a cui qualcuno affidava il compito di impedire la guerra) ha trovato una facile intesa con Blair evitando di parlare della guerra, auspicando che questa sia breve e... offrendosi per partecipare al banchetto della ricostruzione a spese del popolo iracheno! Quanta ipocrisia, e quante illusioni seminate da una finta sinistra senza più parametri morali e ideali! (23/3/2003)



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