Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> E SE GRAMSCI, OLTRE CHE STIMARE TROTSKY, LO AVESSE ANCHE CAPITO?

E SE GRAMSCI, OLTRE CHE STIMARE TROTSKY, LO AVESSE ANCHE CAPITO?

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Di Roberto Massari

da www.utopiarossa

A ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, oltre a segnalare il mio saggio su Togliatti e Gramsci (che doveva essere un capitolo di una biografia politica di Togliatti), centrato sulla lettera del 1926, ho ripreso un ampio stralcio dall’introduzione di Roberto Massari a un volume che raccoglieva gli scritti dell’Opposizione comunista italiana tra il 1931 e il 1933 ripubblicata da www.utopiarossa. Indubbiamente utile per ricostruire i rapporti tra i due rivoluzionari in un periodo cruciale. Il testo integrale corredato di note è disponibile su: http://utopiarossa.blogspot.it/2017/04/e-se-gramsci-oltre-che-stimare-trotsky.html (a.m.)

In occasione dell'80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, pubblichiamo per i lettori del nostro blog l'introduzione scritta da Roberto Massari per il volume da lui curato e pubblicato nel 1977 [All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci: Bollettino dell'Opposizione comunista italiana (1931-1933)] per la casa editrice Controcorrente, e ripubblicato nel 2004 da Massari editore (pp. 432, € 16,00).

Speriamo così d'introdurre elementi utili a decostruire il Gramsci creato da una falsa cultura di sinistra, nei decenni della «vulgata togliattiana», allo scopo di cancellare le affinità di pensiero esistite fra Trotsky e il rivoluzionario sardo nei primi anni Venti: anni in cui Gramsci espresse profonda ammirazione per Trotsky e per la teoria della rivoluzione permanente, pur non avendone mai capito la sostanza.

Ma su come affrontare il fascismo in Italia, la convergenza fra Gramsci, Trotsky e l'Opposizione trotskista italiana nei primi anni Trenta è fuor di dubbio, è storicamente accertata. Ebbene, è proprio questo che le migliaia di libri che vengono prodotti su Gramsci cercano di tenere nascosto o di camuffare. Ciò è reso possibile dalle successive ambiguità e opportunismi del Gramsci in carcere nei confronti dello stalinismo. La lettura del testo di Massari può aiutare a capire come andarono effettivamente le cose, in un momento nevralgico di trasformazione staliniana della maggioranza del comunismo italiano. Di qui l'attualità del testo. [la Redazione di Utopia rossa]

Sulla battaglia antibordighiana di Gramsci è stato scritto molto. Sull'influenza avuta nella sua formazione da Trotsky* molto meno. I motivi di ciò, facili da comprendere, verranno accennati nelle pagine che seguono. Eppure, davanti alla tendenza attualmente dominante tra gli intellettuali della sinistra italiana a privare Gramsci sempre più dei suoi connotati marxisti e rivoluzionari, non è cosa da poco riuscire a spiegare cosa portò i due a coincidere nella sostanza delle posizioni politiche in alcuni momenti cruciali del periodo postleniniano. L'obbligo a cercare di fornire una spiegazione a un tale dato di fatto, indiscutibile pur nella sua frammentarietà e contraddittorietà, non deriva però da pure esigenze filologiche o speculative.

Esso deriva da un altro fatto storico, con cui si potrà essere o non essere d'accordo, ma che non si può ignorare: la formazione in seno al movimento operaio italiano degli anni '30 di una corrente organizzata che non solo fondava il suo programma politico sulla sostanza dei contributi per l'Italia forniti da Trotsky e da Gramsci, ma che ai due rivoluzionari si richiamò esplicitamente in tutto il periodo della sua esistenza. Questa corrente, formatasi in seno al gruppo dirigente comunista, composta da compagni che avevano vissuto le vicende del Pcd'I fin dalla nascita, espulsa dal Partito, riorganizzatasi poi autonomamente fuori del Partito, era la Noi. La Nuova opposizione italiana il cui organo politico era il Bollettino che ripubblichiamo per il lettore italiano.

Alcuni contestano la fondatezza di quel richiamo ideologico della Noi fondandosi su questa o quella posizione di Gramsci, su questo o quel brano dei Quaderni del carcere. Мa dimenticano in genere di assolvere al dovere elementare per chi si richiama al marxismo: spiegare in termini storici perché fu possibile a una corrente organizzata fuori dal Pci ispirare la propria azione politica a quel comune richiamo, e soprattutto perché fu necessario farlo per tutto il corso degli anni '30. Solo alla luce di questa spiegazione storica la discussione teorica sui testi può divenire veramente utile e attuale, e non pura esercitazione accademica.

Sono aumentate negli ultimi anni le pubblicazioni che offrono un quadro esauriente del dibattito sulla «svolta» e che collocano la battaglia e l'espulsione dei «tre» nella loro vera luce, riparando a una grave ingiustizia storica compiuta nei loro confronti e verso il movimento operaio italiano. Ora però occorre cominciare a far luce sul proseguimento di quella vicenda. I «tre» non scomparvero dopo l'espulsione, non considerarono esaurita la propria funzione storica, ma anzi proseguirono la propria battaglia con rinnovata energia, anche se con scarso successo. Il Bollettino è la prova tangibile di questo impegno. Esso ci offre inoltre a posteriori la possibilità di valutare la correttezza di fondo delle loro analisi e delle loro proposte. E di qui viene un nuovo stimolo al dibattito. È mai possibile che il richiamo all'insegnamento di Trotsky e in parte a quello di Gramsci sia stato completamente estraneo a questa correttezza delle loro analisi o posizioni? No, ovviamente.

E allora cerchiamo di capire meglio la formazione del loro pensiero, per quali vie e quali esperienze essi arrivarono a quelle conclusioni e che cosa resta di vivo oggi, che noi si possa sfruttare nel presente. Magari sul piano del metodo, se non su quello dei contenuti. Ма per far ciò bisogna risalire un po' indietro nel tempo. Perlomeno a quei dibattiti accesi del Terzo e del Quarto congresso dell'Internazionale che videro apparire le prime gravi fratture tra la direzione comunista italiana e l'insegnamento dei dirigenti della rivoluzione russa.

La questione italiana all'epoca della marcia su Roma

Il 25 novembre 1922 Lenin dettava al telefono il seguente messaggio per Trotsky: «Quanto a Bordiga, consiglio vivamente di approvare la vostra proposta di inviare ai delegati italiani una lettera del nostro CC e di raccomandar loro con molta insistenza la tattica da voi indicata, altrimenti le loro azioni saranno estremamente dannose per i comunisti italiani in avvenire»1.

In che consistesse questa tattica «indicata» da Trotsky e quali «danni» provocasse nell'immediato oltre che nel futuro la sua non applicazione convinta da parte della maggioranza della direzione del Pcd'I è storia ormai nota a quanti siano familiari con i termini del contrasto esploso tra la direzione del Pcd'I e il Comintern nel 1922 e poi protrattosi fino al rovesciamento della direzione bordighista originaria2. Trotsky stesso ricorderà nel 1931 l'incapacità della direzione italiana di far fronte all'ascesa del fascismo e come ad essa sfuggisse solo Gramsci. In un brano famoso, pubblicato in italiano per la prima volta nel n. 7 di questo Bollettino, Trotsky riassumeva nel modo seguente gli errori determinati dall'inesperienza della direzione del Pcd'I all'epoca della marcia su Roma:

«Il Partito comunista italiano sorse quasi contemporaneamente al fascismo. Ma le stesse condizioni di riflusso rivoluzionario che innalzarono il fascismo al potere intralciarono lo sviluppo del Partito comunista. Esso non si rese conto delle proporzioni del pericolo fascista; si cullò nelle illusioni rivoluzionarie; fu inflessibilmente ostile alla politica del fronte unico; in una parola: si ammalò di tutte le malattie infantili. Non c'è di che stupirsi: non contava che due anni di vita. Per esso il fascismo rappresentava solo "la reazione capitalista". Il Partito comunista italiano non seppe discernere i veri lineamenti del fascismo derivati dalla mobilitazione della piccola borghesia contro il proletariato. Secondo le informazioni pervenutemi dagli amici italiani, il Partito comunista italiano, eccezion fatta per Gramsci, non ammetteva la menoma possibilità di presa del potere da parte dei fascisti: non bisogna inoltre dimenticare che il fascismo italiano era allora un fenomeno nuovo e non era che in processo di formazione. Dedurne i lineamenti specifici non sarebbe stato agevole anche ad un partito più sperimentato».

Nello stesso brano, però, Trotsky ricordava che nessuna giustificazione era possibile per chi come Togliatti e la nuova direzione stalinista del Pci intendeva ripetere lo stesso errore in Germania, agli inizi dell'ascesa di Hitler:

«I comunisti italiani più che ogni altro dovrebbero levare la propria voce ammonitrice. Ma Stalin e Manuilskij li hanno costretti a sconfessare i più importanti insegnamenti della propria sconfitta. È noto il perseverante servilismo con il quale Ercoli si è affrettato a passare alle posizioni del socialfascismo, vale a dire sulle posizioni della attesa passiva della vittoria fascista in Germania» (ibid.).

Nel 1931 il nazismo non aveva ancora trionfato in Germania e la battaglia di Trotsky e dell'Opposizione internazionale di sinistra - inclusa la sua sezione italiana - si concentrava in un ultimo tentativo di raddrizzare l'orientamento del Comintern staliniano, prima che accadesse il peggio. Il periodo coperto dal Bollettino dell'Opposizione comunista italiana riproduce interamente quest'ultimo disperato tentativo, e rappresenta quindi la testimonianza politica e storica più diretta della possibilità esistente per l'Internazionale di combattere il nazismo nascente, avvalendosi fin dove possibile dell'esperienza ricavata dagli errori italiani; ma nessun ascolto fu dato - come è noto - a Trotsky, né a Gramsci, né a quegli «amici italiani» cui accenna Trotsky e che sappiamo essere né più né meno i principali redattori di questo Bollettino3.

La tattica «indicata» da Trotsky4 e dalla direzione maggioritaria del Comintern a novembre del 1922 alla delegazione italiana era quella del fronte unico con le altre organizzazioni del movimento operaio, primi fra tutti quei riformisti che portavano la principale responsabilità dell’ascesa mussoliniana e che si illudevano sulla possibilità di una convivenza tra fascismo e organizzazioni legali operaie, di una conciliazione tra grande capitale e programma minimo di rivendicazioni della classe lavoratrice. Alla delegazione bordighiana, che affermava erroneamente l’equivalenza dittatoriale della democrazia borghese e del fascismo, l’Internazionale rispondeva nel 1922 astenendosi sulle questioni di analisi, ma intervenendo pesantemente sulle questioni organizzative: una preoccupazione questa che dimostrava come un segno istintivo di allarme risuonasse già tra le mura del IV congresso. La raccomandazione di Lenin a Trotsky riportata all’inizio mostra anche come i due principali dirigenti bolscevichi cominciassero a temere conseguenze ben più gravi da un mancato cambio di orientamento nella direzione italiana, anche se il motivo principale e contingente delle loro preoccupazioni era quello della fusione tra il giovane partito e il Psi massimalista.

Come è noto la proposta di Trotsky ebbe un seguito. Due giorni dopo il messaggio telefonico di Lenin, la delegazione italiana si trovò di fronte a una lettera del Cc del Partito comunista russo, firmata da Trotsky, Lenin, Zinov’ev, Radek e Bucharin, che imponeva praticamente la fusione col Psi. Bordiga accetterà l’imposizione per disciplina, restando però del suo avviso.

In quegli stessi giorni, in Italia, Mussolini completava il suo colpo di mano dandogli una veste legale in Parlamento. Nel paese iniziava il terrore fascista con la strage di Torino del dicembre 1922, gli assalti alle redazioni e alle sedi del movimento operaio, l’arresto dei principali dirigenti del Pci e del Psi allo scopo di impedire la riorganizzazione del partito votata a Mosca. Nella nuova drammatica situazione venutasi così a creare, le responsabilità di una direzione rivoluzionaria non potevano più limitarsi all’ambito organizzativo, alla soluzione delle «vecchie» questioni rimaste irrisolte con la scissione di Livorno e col congresso di Roma, né alla discussione astratta sull’interpretazione letterale della formula del governo operaio. Tutte le divergenze emerse su questi terreni andavano ricondotte a problemi di analisi ben più sostanziosi: l’analisi del periodo e la possibilità per una ripresa dell’offensiva operaia a partire dalla crisi rivoluzionaria che si annunciava in Germania; il ruolo dell’Urss come roccaforte del movimento operaio, le cui sorti però erano inscindibilmente legate a quelle della prospettiva rivoluzionaria internazionale; il ruolo del Comintern e in particolare il rapporto tra l’orientamento strategico generale di quest’ultimo e l’articolazione tattica che ogni partito era in diritto e in dovere di elaborare; il rapporto tra la ritirata parziale operata in Urss con la Nep, lo scioglimento dei partiti e il bando delle frazioni nel Pcr e la prospettiva rivoluzionaria internazionale di cui parte integrante era lo stesso processo di transizione al socialismo già avviato; l’analisi del nuovo fenomeno apparso in Italia nella veste del fascismo e le potenzialità che esso aveva per l’assolvimento di compiti indispensabili a un ulteriore sviluppo capitalistico del paese; i compiti generali della rivoluzione in Italia, alla luce della nuova situazione e dei necessari mutamenti tattici che essa imponeva; il rapporto tra la lotta per la difesa della democrazia e delle conquiste elementari della classe operaia e la necessità di un’egemonia proletaria che assicurasse a tale lotta uno sbocco socialista; la tattica del fronte unico e l’adattamento all’Italia della formula bolscevica «combattere Kornilov senza appoggiare Kerenskij»; il programma di rivendicazioni democratiche e transitorie che avrebbero permesso alla classe operaia italiana di costituire il fronte più vasto di alleanze sociali contro il fascismo, senza consegnare il potere a un’ala diversa, «più democratica» della borghesia; e alla luce di tutto questo, la questione del Partito rivoluzionario, come espressione e organizzatore generale della classe, come distaccamento d’avanguardia interno al movimento delle masse e a queste profondamente legato.

Su questi problemi la maggiore lucidità era espressa da Trotsky, che non condivideva la visione unilateralmente ottimista della sinistra e che considerava in particolare per l’Italia la vittoria di Mussolini come un potente fattore di mutamento nella situazione europea.

Nell’articolo che scrisse in polemica con un’esponente della sinistra austriaca, a dicembre del 1922, sullo stato del movimento di classe in Europa, egli delineò due possibili prospettive per la situazione italiana, di cui la storia dimostrerà esatta - nelle sue linee generali - la seconda. L’importanza di questo scritto è fondamentale, non solo per i suggerimenti tattici che accompagnano l’analisi, ma anche per cogliere il nesso evidente di continuità che lega queste posizioni di Trotsky sull’Italia con i contenuti della battaglia che Gramsci accetterà di condurre su quelle posizioni esattamente un anno dopo. Un raffronto tra questo articolo e le lettere di Gramsci da Vienna confermano tale continuità:

«Per mettere bene in luce fin dall'inizio tutto ciò che ha di meccanico la concezione di Friedländer, prendiamo l’esempio dell’Italia, dove la controrivoluzione è al suo apogeo. Qual è la diagnosi politica che si può fare per l’Italia? Supponiamo che Mussolini si mantenga al potere per un periodo di tempo sufficiente a permettere che i lavoratori di città e di campagna si raggruppino contro di lui, riprendano la fiducia perduta nella loro forza di classe e si uniscano intorno al Partito comunista; non è impossibile che il regime di Mussolini sia direttamente spazzato da quello della dittatura del proletariato. Ma vi è un’altra eventualità probabile contro la prima. Se il regime di Mussolini s’infrange contro le contraddizioni interne della sua stessa base sociale e contro le difficoltà della situazione interna ed internazionale, prima che il proletariato italiano arrivi alla situazione in cui si trovava nel settembre 1920 - ma questa volta sotto una direzione rivoluzionaria forte e risoluta - è evidente che si assisterà di nuovo in Italia all’instaurazione di un regime intermediario, d’un regime di fraseologia e d’impotenza, d’un ministero Nitti o Turati, o anche Nitti-Turati, in una parola, di un regime analogo a quello di Kerenskij e che, per il suo inevitabile e pietoso fallimento, spianerà la via al proletariato rivoluzionario. Questa seconda ipotesi, non meno verosimile della prima, implica forse la revisione del programma e della tattica dei comunisti italiani? Affatto»5.

Questi, comunque, erano i problemi davanti alla fragile direzione del Pcd’I perseguitata dai fascisti; questi i problemi davanti all’intero movimento operaio internazionale che avrebbe pagato caro negli anni seguenti la sconfitta italiana. Questi, infine, i problemi davanti al Comintern che dopo il IV congresso si avviava, però, sulla strada del declino. Una discussione serena, democratica e scientifica sulle questioni italiane non sarà infatti più possibile nell’ambito dell’Internazionale e le vicende del Pcd’I si mescoleranno a quelle della lotta frazionistica lanciata dallo stalinismo in ascesa. Con la scomparsa di Lenin dalla scena politica a marzo del 1923, la classe operaia perdeva la guida più preziosa nella lotta contro la degenerazione staliniana del primo Stato operaio e dell’Internazionale6. Trotsky, che ebbe delle esitazioni a condurre un’offensiva a fondo contro Stalin quando Lenin glielo propose, manterrà questo atteggiamento per quasi tutto il 1923, ma ad ottobre di quell’anno deciderà finalmente di riprendere la lotta. Da quel momento i termini della battaglia italiana si mescoleranno strettamente con le vicende dell’Internazionale e della Opposizione di sinistra.

«Nuovo Corso»

L’inizio della battaglia dell’Opposizione di sinistra in Russia si può far risalire alla lettera che l’8 ottobre Trotsky scrisse al Cc criticando la linea della maggioranza dell’Ufficio Politico; alla lettera-dichiarazione dei «46», concentrata soprattutto sulla necessità di ristabilire la democrazia in seno al Partito; alla serie di scritti di Trotsky pubblicati in parte sulla Pravda tra la fine del ‘23 e gli inizi del ‘24, raccolti sotto il titolo di Nuovo Corso, che coprono invece l’arco più vasto di problemi riguardanti la costruzione del socialismo in Urss, questioni della fase di transizione, valutazioni sul significato della Nep, concezione dell’organizzazione. Gramsci assisterà a Mosca agli inizi della lotta di opposizione, ma potrà leggere gli articoli di Trotsky solo a Vienna, tra il gennaio e il febbraio del 1924.

I contenuti della battaglia aperta col Nuovo Corso sono stati più volte commentati7 e già all’epoca provocarono profonde impressioni, in primo luogo sullo stesso Gramsci, che nelle sue lettere del 1924 riprenderà integralmente dei concetti, quando non addirittura intere formulazioni. Ciò appare particolarmente evidente nelle questioni riguardanti la concezione del partito, le cellule di fabbrica e i pericoli della burocratizzazione dell’apparato (si vedano avanti i riferimenti di Gramsci).

Gramsci non coglierà però appieno la vera sostanza della battaglia aperta con Nuovo Corso. Crederà che la denuncia della burocratizzazione fatta da Trotsky riguardi essenzialmente il funzionamento dell’apparato e la sua composizione sociale, e non comprenderà invece il rapporto che quegli aspetti esteriori avevano con le scelte politiche del partito, vale a dire con gli interessi sociali nuovi che il partito russo cominciava ad esprimere, dopo aver sconfitto la borghesia, ma nella fase di ripiegamento della classe operaia. Quel ripiegamento, incarnato provvisoriamente dalla Nep, veniva ormai invece irreversibilmente trasformato nel predominio di un nuovo strato sociale: la burocrazia. «Il burocratismo - denunciava Trotsky - è un fenomeno essenzialmente nuovo, che nasce dai nuovi compiti, dalle nuove funzioni, dalle nuove difficoltà e da nuovi errori del partito». Trotsky consigliava di non «fondere il partito con l’apparato burocratico dello Stato, allo scopo di impedire che anche il partito venga esposto al rischio della degenerazione burocratica». Una nuova borghesia si sviluppava all’ombra della Nep, e «questa nuova borghesia non si limita a essere un intermediario commerciale; in una certa misura, essa assume anche il ruolo di organizzazione della produzione». Di qui l’esigenza per Trotsky di tornare alla democrazia soviettista, per schiacciare il nuovo strato sociale in formazione: «Il burocratismo è un fenomeno sociale, in quanto è un sistema determinato di amministrazione degli uomini e delle cose». La pianificazione centrale, ma sottoposta al controllo e alla verifica delle istanze produttive di base, al controllo dei lavoratori, avrebbe permesso di vincere il pericolo e di ritornare sulla strada dell’Ottobre. A questa prospettiva andava finalizzata la rinascita operaia del partito e il ritorno al sistema delle cellule di fabbrica. La battaglia per la democrazia operaia non era pertanto un fine in sé, ma doveva essere legata a quelle scelte precise sulla strada della costruzione del socialismo.

Il senso della battaglia di Trotsky verrà strumentalizzato, come è noto. La «proletarizzazione» del partito avviata dalla direzione staliniana servirà solo ad annacquare ulteriormente il dibattito all’interno dell’apparato e a preparare la controffensiva della burocrazia con migliori rapporti di forza.

Gramsci non intenderà appieno tutta la portata della battaglia di Trotsky in difesa della natura operaia dello Stato sovietico, ma si schiererà istintivamente a favore di essa in un primo momento, convinto soprattutto degli aspetti di quello scontro che potevano avere dei riflessi immediati nella battaglia da compiere in Italia. La sua formazione «ordinovista» lo portava necessariamente a schierarsi coi contenuti della battaglia trotskiana, anche se ostacolava allo stesso tempo uno sviluppo di quei contenuti fino alle ultime conseguenze. Ma all’epoca, fine del ‘23, era quanto bastava per decidere in Italia il ritorno alle masse, il raddrizzamento della linea del partito e l’adozione di un programma nella tradizione migliore del leninismo.

L’inizio della battaglia dei due rivoluzionari - Trotsky e Gramsci - fu solo apparentemente sincronizzata. Per entrambi iniziò alla fine del 1923, dopo un periodo più o meno lungo di riflessione, ma in contesti politici e davanti ad avversari talmente diversi da far sì che l’incontro sui contenuti non avesse conseguenze pratiche immediate, ma anzi portasse a profonde incomprensioni. Trotsky lottava in Russia contro una direzione politica centrista che nel 1923 si spostava rapidamente verso destra, che deteneva il potere in uno Stato operaio in via di degenerazione e che esprimeva gli interessi di un nuovo strato sociale in ascesa, la burocrazia. Gramsci lottava invece in Italia contro una maggioranza di cui egli stesso aveva condiviso fino in fondo l’estremismo e l’intransigenza settaria, che non esprimeva gli interessi dell’insieme della classe operaia italiana e il cui compito restava ancora quello di conquistarsi un seguito di massa tra il proletariato: in una fase però di profonda demoralizzazione della classe operaia e di ripiegamento sotto i colpi del fascismo. Una fase quindi in cui i pericoli venivano solo apparentemente dall’estremismo bordighiano e che era invece molto più propizia per deviazioni di destra, di tipo riformista e collaborazionista.

Gramsci comprenderà con molto ritardo la correttezza delle posizioni di Trotsky sull’Italia e accetterà di tradurle in pratica in un periodo in cui la battaglia di Trotsky non poteva più limitarsi a questioni di orientamento in questo o in quel paese, ma assumeva una portata internazionale: di difesa della democrazia operaia in Urss e di rigenerazione dell’Internazionale nel mondo. Non cogliendo (o non volendo cogliere, il che ci è indifferente storicamente) la nuova portata della battaglia trotskiana, Gramsci continuerà a lottare tenacemente fino al 1926 e anche dopo per il programma italiano più corretto, quello elaborato dallo stesso Trotsky con alcuni anni di anticipo, avvalendosi del contributo di Lenin e del meglio dell’esperienza bolscevica; ma assumerà posizioni gravi e dannose nei confronti della lotta più generale dell’Opposizione di sinistra. Come nuovo dirigente del Pci e come figura di maggiore prestigio egli avrà la sua parte di responsabilità per la stalinizzazione del Partito, per l’accostamento delle posizioni di Bordiga a quelle di Trotsky e per la confusione esistita per tutto un periodo tra i comunisti italiani sul vero senso della battaglia dell’Opposizione di sinistra.

Ciò detto, non si deve compiere l’errore opposto a quello di chi vuole presentare Gramsci come l’esponente di una linea rivoluzionaria dal principio alla fine, come l’incarnazione del patrimonio di Trotsky in Italia (come hanno fatto Maitan e Corvisieri). Non si deve però nemmeno liquidare Gramsci come un perenne «centrista», ma al contrario, nella complessa articolazione delle sue posizioni, cogliere: 1) la contraddittorietà con cui avvenne l’allontanamento di Gramsci dalle posizioni di Trotsky, come tale allontanamento si verificasse essenzialmente nella forma, negli schieramenti e non sui contenuti della rivoluzione in Italia fino al 1926; 2) la convergenza oggettiva tra i due rivoluzionari su questioni di principio (in particolare la questione del partito, della rivoluzione permanente, del rigetto del “socialismo in un solo paese”) e anche su questioni particolari di politica internazionale (quali la Germania, la tattica in Francia nel 1923, la svolta del socialfascismo, la linea avventurista del Terzo periodo); 3) più importante di tutti, perché non rinchiuso nell’ambito teorico, ma di rilevanza pratica effettiva nella storia del movimento operaio italiano, come dal gramscismo sia potuta emergere una componente rivoluzionaria che ha potuto rioperare la fusione tra patrimonio gramsciano e battaglia trotskiana, entrando a pieno titolo nel movimento per la costruzione della Quarta Internazionale: questo, per inciso, e non altro è il senso del titolo «semplificatore» proposto da chi ha contribuito a ripresentare questo Bollettino.

Da Vienna a Roma

Come la decisione di Trotsky aveva covato a lungo prima di assumere il carattere di uno scontro aperto con la frazione di Stalin-Zinov’ev-Kamenev ed aveva assunto una veste ufficiale solo alla fine del 1923, un caso analogo si verificò con Gramsci. Solo a gennaio del 1924 questi decideva di rompere ufficialmente con la direzione maggioritaria italiana, rifiutando di firmare il manifesto preparato da Bordiga e sottoscritto da Togliatti, Terracini e Scoccimarro con cui si sarebbe rimessa in discussione la tattica proposta dal Comintern per l’Italia, in particolare sulla questione della fusione e del fronte unico. Abbiamo già accennato al fatto che la coincidenza nel tempo delle due battaglie - identiche nella sostanza e nell’ispirazione - doveva fare i conti con la diversa collocazione politica dei due rivoluzionari: Trotsky, davanti al progressivo scivolamento verso destra della troika, davanti all’evidente fenomeno di burocratizzazione del partito a discapito dei fondamenti della dittatura proletaria, e dopo la tragica esperienza dell’opportunismo «zinovieviano» in Germania, si collocava a sinistra rispetto alla direzione del Pcr e incarnava in tal modo le esigenze autentiche del proletariato russo. Gramsci, costretto a battersi contro l’estremismo di sinistra di Bordiga, davanti all’astensionismo settario nei confronti delle masse e davanti al rifiuto di operare per una riunificazione nella lotta delle correnti proletarie italiane, si collocava in una posizione di «centro» - ma non centrista8 - rispetto alla direzione maggioritaria di ultrasinistra, ma anche rispetto alla minoranza opportunista di destra (Tasca) che in Italia, nonostante la sua scarsa rilevanza, rappresentava oggettivamente l’incarnazione della linea di destra della direzione russa e internazionale.

Partito da Mosca alla fine di novembre del 1923, dopo avervi trascorso un anno e mezzo, di cui gli ultimi mesi a stretto contatto con il lavoro del Comitato Esecutivo dell’Internazionale9, Gramsci si installa a Vienna agli inizi di dicembre, proprio nel momento in cui esplode la lotta tra le due frazioni del Pcr. Ancora memore del ruolo di Trotsky nella rivoluzione russa e nella conduzione del Comintern, scrive alla moglie il 13 gennaio 1924 chiedendo maggiori informazioni sulla lotta in corso, limitandosi a definire «irresponsabile e pericoloso» l’attacco pubblico sferrato da Stalin contro Trotsky10. Un mese dopo (9 febbraio), avendo ricevuto le informazioni richieste e avendo letto gli articoli di Trotsky pubblicati fin da dicembre sulla Pravda, Gramsci si schiera decisamente a favore di quest’ultimo, in termini che non possono lasciare adito a dubbi, soprattutto perché suffragati da un bilancio storico delle posizioni di Trotsky. In questa lettera11, divenuta famosa in Italia per le ragioni che vedremo tra breve, Gramsci premette alle sue indicazioni per la svolta italiana un’analisi della situazione dell’Internazionale, per controbattere l’errore di Urbani [Terracini], secondo cui il gruppo di Stalin si stava spostando a sinistra e non a destra, come accadeva nella realtà.

«Per ciò che riguarda la Russia, io ho sempre saputo che nella topografia delle frazioni e delle tendenze Radek, Trotsky e Bukharin occupavano una posizione di sinistra, Zinoviev, Kamenev, Stalin una posizione di destra, mentre Lenin era al centro e fungeva d’arbitro in tutta la situazione».

Le divergenze non sono nuove, ricorda Gramsci:

«È noto che nel 1905 già Trotsky riteneva che in Russia potesse verificarsi una rivoluzione socialista e operaia, mentre i bolscevichi intendevano solo stabilire una dittatura politica del proletariato alleato ai contadini, la quale servisse d’involucro allo sviluppo del capitalismo, che non doveva essere intaccato nella sua struttura economica».

Gramsci ricorda anche l’adesione di Lenin alle tesi della rivoluzione permanente nel 1917 e quindi il felice incontro dei due rivoluzionari in seno al partito bolscevico, nonostante le resistenze del centro interno formato dagli attuali dirigenti del partito:

«È noto anche che nel novembre del 1917, mentre Lenin e la maggioranza del partito era passato alla concezione di Trotsky e intendeva manomettere non solo il governo politico, ma anche il governo industriale, Zinov’ev e Kamenev erano rimasti nella opinione tradizionale del partito, volevano il governo di coalizione rivoluzionaria con i menscevichi e con i social-rivoluzionari, uscirono perciò dal Cc del partito, pubblicarono dichiarazioni ed articoli in giornali non bolscevichi e per poco non giunsero fino alla scissione».

E quanto Gramsci ci tenesse a difendere la continuità del pensiero leninista e trotskiano sulla teoria della «rivoluzione permanente» lo sappiamo, oltre che dall’intera battaglia di Gramsci che stiamo cercando di ricostruire, anche da vari suoi riferimenti. Valga per tutti quello riassunto nella lettera a Scoccimarro di questo stesso periodo (5 gennaio 1924), in cui Gramsci osserva «come in realtà il fascismo abbia posto in Italia un dilemma molto crudo e tagliente: quello della rivoluzione in permanenza e della impossibilità non solo di cambiar forma allo Stato, ma semplicemente di mutar governo altro che con la forza armata»12.

«Nella recente polemica avvenuta in Russia - continua Gramsci nella lettera del 9 febbraio - si rivela come Trotsky e l’opposizione in generale, vista l’assenza prolungata di Lenin dalla dirigenza del partito si preoccupino fortemente di un ritorno alla vecchia mentalità, che sarebbe deleteria per la rivoluzione. Domandando un maggior intervento dell’elemento operaio nella vita del partito e una diminuzione dei poteri della burocrazia essi vogliono, in fondo assicurare alla rivoluzione il suo carattere socialista e operaio e impedire che lentamente si addivenga a quella dittatura democratica, involucro di un capitalismo in sviluppo, che era il programma di Zinoviev e comp. ancora nel novembre 1917. Questa mi pare la situazione nel partito russo, la quale è molto più complicata e più sostanziale di quanto non veda Urbani; unica novità è il passaggio di Bukharin al gruppo Zinoviev, Kameniev, Stalin» (corsivo nostro).

Anche sulla questione tedesca, che dopo gli avvenimenti d’Ottobre era al centro del dibattito nel Comintern, Gramsci prende una posizione di difesa dell’opposizione di sinistra russa, su cui all’epoca Zinov’ev cercò di far cadere le responsabilità della sconfitta. Responsabilità che invece risalivano in gran parte ai tentennamenti dello stesso Zinov’ev. Gramsci, che aveva condiviso l’analisi della situazione tedesca come oggettivamente rivoluzionaria, pur assolvendo Zinov’ev d’ogni responsabilità, si oppone al tentativo di addossare la colpa a Trotsky del putsch d’Amburgo:

«Se errori ci furono essi furono commessi dai tedeschi. I compagni russi, cioè Radek e Trotsky, ebbero il torto di credere alle vendite di fumo di Brandler e compagni, ma di fatto anche in questo caso la loro posizione non era di destra, ma piuttosto di sinistra, tanto da poter incorrere nell’accusa di puccismo».

Questa lettera di Gramsci, così piena di giudizi favorevoli per l’Opposizione di sinistra, si conclude con un chiaro avviso ai compagni della direzione, troppo immersi nell’orizzonte angusto dei dissidi italiani:

«Ho creduto opportuno di dilungarmi un po’ su questo argomento, perché occorre avere un orientamento abbastanza chiaro in questo campo»13.

A gennaio-febbraio del 1924 la decisione di Gramsci di condurre un’offensiva contro la direzione estremista italiana è irrevocabile. Nelle lettere da Vienna egli parla addirittura di «una grande svolta storica del movimento comunista italiano»14. Nella lettera del 9 febbraio dichiara: «Ritengo che sia giunto il momento di dare al partito un indirizzo diverso da quello che esso ha avuto fino ad ora. Incomincia una nuova fase nella storia non solo del nostro partito, ma anche del nostro paese».

Il primo passo di Gramsci consiste nel rifiuto di firmare il manifesto del gruppo Bordiga, Togliatti, Terracini, Scoccimarro. In questo egli si trova solo, agli inizi, con il più fedele proseguitore della sua linea politica negli anni successivi alla sua incarcerazione15. Il resto della direzione italiana comprenderà solo alcuni mesi dopo il senso della battaglia iniziata. Il primo punto su cui Gramsci intende qualificarsi è quello della concezione del partito.

«Ho un’altra concezione del partito, della sua funzione, dei rapporti che devono stabilirsi fra esso e le masse senza partito, fra esso e la popolazione in generale» (5 gennaio). Nel partito italiano si è creato «un vero e proprio distacco tra la massa e i dirigenti». «Non si è concepito il partito come il risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse rivoluzionarie e la volontà organizzativa e direttiva del centro…». «Il partito ha mancato di una attività organica di agitazione e propaganda». «Si sono formati all’insaputa del centro dei posti di infezione opportunistica. E questi avevano il loro riflesso nel gruppo parlamentare e poi lo ebbero, in una forma più organica, nella minoranza».

Nella lettera del 9 febbraio Gramsci riproduce su scala italiana le stesse amare e profonde critiche che Trotsky e i «46» avevano rivolto in Russia alla burocratizzazione del Pcr. Il Partito non può staccarsi dalle masse, non può rinunciare alla «formazione delle cellule di fabbrica», ripete Gramsci, senza rinunciare alla sua vera natura di organizzatore dell’avanguardia operaia. Non può imporre la sua volontà dall’alto, ma deve in continuazione sottoporsi alla verifica delle istanze di base, del movimento, del proletariato. Gramsci, sulla scia della «proletarizzazione» richiesta in Russia dalla Opposizione di sinistra, solleva un problema analogo per l’Italia ed elenca le categorie maggiormente trascurate nell’attività del Partito in Italia: il proletariato milanese, i lavoratori del mare, i ferrovieri, oltre al problema decisivo del Mezzogiorno (lettera cit., pp. 200-1).

È in fondo il Gramsci dell’Ordine Nuovo, dei consigli operai, il sostenitore della migliore tradizione bolscevica e dell’Ottobre soviettista che propone di riportare la sterile discussione organizzativa sulla fusione o no con il Psi sul terreno dell’agitazione operaia concreta, da cui l’ha distolta il settarismo maggioritario. Non c’è traccia di spontaneismo nella posizione di Gramsci16, come già in quella di Trotsky, quando ricorda che appunto il processo dialettico tra movimento spontaneo delle masse e centralità organizzativa del Partito serve a produrre degli autentici quadri proletari, degli «specialisti» dell’agitazione, per usare le parole dello stesso Gramsci.

Questa posizione di Gramsci sul partito, contrapposta in Italia al settarismo bordighiano e in Russia al burocratismo staliniano, diverrà un cavallo di battaglia, negli anni seguenti, dell’Opposizione di sinistra in Italia. Sul Bollettino della Noi si troverà come tema costante il rinvio alle masse, ai bisogni reali delle masse, al movimento delle masse effettivamente esistente in Italia, come pietra di paragone di qualsiasi politica rivoluzionaria. Sarà questa una delle motivazioni al rifiuto netto della «svolta» decisa a Mosca senza alcuna verifica nella realtà italiana, al rifiuto di costruire sindacati paralleli destinati a restare sulla carta, al rifiuto di fare un unico amalgama dei lavoratori socialdemocratici con il movimento fascista. E in nome di questa concezione gli oppositori proseguiranno la lotta per la democrazia interna, per il centralismo democratico, già iniziata da Trotsky in opposizione a Stalin. In questo sarà uno degli elementi decisivi di continuità tra la lotta di Gramsci nel 1924-26 e quella della Noi negli anni ‘30.

Un altro decisivo elemento di continuità sarà il tema della «rivoluzione permanente» ricordato da Gramsci in questo periodo, non tanto in polemica con Bordiga che formalmente ne accettava la struttura metodologica, quanto in polemica con quella minoranza taschiana, opportunista di destra e autentica precorritrice in Italia della svolta togliattiana verso i fronti popolari. Di fronte unico proletario si parla nel programma di Gramsci e dell’Opposizione di sinistra, in aperta contrapposizione a prospettive di blocchi con forze borghesi, di qualsiasi orientamento politico. Questo, però, senza indulgere all’estremismo (bordighiano negli anni ‘20, staliniano e togliattiano dopo la svolta), che tendeva a presentare la borghesia come un unico blocco reazionario, privo di contraddizioni interne che il proletariato potesse sfruttare a suo vantaggio.

Come farà la Noi con l’analisi di «Giustizia e Libertà» e del raggruppamento concentrazionista, rifiutando di considerarli alla stregua del fascismo, ma includendoli nel novero della controrivoluzione democratica, senza rinunciare inoltre ad indicare i tratti specifici dei singoli componenti, Gramsci propone nel 1924 un’analisi analoga della realtà italiana. Nella lettera del 1° marzo a Scoccimarro e Togliatti, Gramsci osserva come si sia lasciata cadere l’analisi delle forze borghesi e piccolo-borghesi, del partito popolare e di quello repubblicano, della «democrazia sociale nel Mezzogiorno», del nittismo, dell’amendolismo ecc. Egli propone di operare una «distinzione tra fascismo e forze borghesi tradizionali che non si lasciano “occupare”: Corriere, Stampa - le Banche - lo stato maggiore - la Confederazione generale dell’industria». Conosciamo gli sviluppi impressi da Gramsci a queste proposte di analisi nello scritto sulla Questione meridionale e nei Quaderni, leggeremo ora nel Bollettino gli aggiornamenti di quelle intuizioni, alla luce delle analisi del contesto internazionale capitalista, proposte da Trotsky, anche dopo l’espulsione dall’Urss. Nulla le accomunerà all’amalgama pasticcione e ottuso della teoria del «socialfascismo», del «crollo imminente del capitalismo», del «Terzo periodo», diffuse da Stalin e riprese per l’Italia da Togliatti, Longo, Secchia, Ravera, Grieco, Scoccimarro ecc.

Un terzo elemento della proposta gramsciana che verrà proseguita per l’Italia solo dalla Noi è la lucida previsione della dinamica della lotta di classe nel medio periodo e del potere di attrazione ancora intenso del riformismo. Già rispondendo con vari anni di anticipo alla famigerata alternativa immediata della svolta staliniana, «fascismo o dittatura proletaria», Gramsci dichiara a febbraio del 1924:

«È un po’ opinione che una ripresa proletaria possa e debba avvenire solo a beneficio del nostro partito. Io credo invece che ad una ripresa il nostro partito sarà ancora di minoranza, che la maggioranza della classe operaia andrà con i riformisti e che i borghesi democratici liberali avranno ancora da dire molte parole».

Concetti analoghi, sei anni dopo, costeranno l’espulsione dal Partito a Tresso, Leonetti, Ravazzoli, Recchia, Bavassano e, con tutti i distinguo, a Silone, l’isolamento in carcere a Gramsci e Terracini, l’accusa di agente dell’imperialismo a Trotsky.

Nel Bollettino, e nel programma della Noi ivi pubblicato, si parlerà a lungo dell’impossibilità in Italia di passare dal fascismo alla dittatura proletaria immediatamente, senza un periodo intermedio di sperimentazione e superamento della democrazia borghese da parte delle masse, dirette dalla classe operaia, se questa avrà saputo includere la difesa delle libertà democratiche nel suo programma per il socialismo. Anche questa prospettiva, che nel Bollettino assumerà il nome di «fase transitoria», «periodi di transizione» (da non confondere con la «transizione al socialismo» dopo la presa del potere), trova un fermo assertore in Gramsci che si pronuncia fin d’ora nello stesso senso, parlando di «fasi suppletive», «fasi intermedie», «processo di transizione», in perfetta coerenza con l’analisi del fascismo sviluppata altrove e con l’attenzione costante al problema del Mezzogiorno:

«Che la situazione sia attivamente rivoluzionaria non dubito e che quindi entro un determinato spazio di tempo il nostro partito avrà con sé la maggioranza; ma se questo periodo forse non sarà lungo cronologicamente esso sarà indubbiamente denso di fasi suppletive, che dovremo prevedere con una certa esattezza per poter manovrare e non cadere in errori che prolungherebbero le esperienze del proletariato».

È la necessità della lotta per rivendicazioni democratiche e transitorie, da parte del proletariato impegnato nella sua lotta per il socialismo in un paese dittatoriale, che viene qui toccata con chiarezza per la prima volta in Italia; le illusioni democratiche delle masse, cui ha dato un nuovo impulso l’instaurazione del regime autoritario fascista, non si possono ignorare, come non può essere ignorato il potere di attrazione che avrà per tutta una fase il programma esclusivamente democratico dei riformisti socialdemocratici e dei «borghesi democratici liberali»17. La lotta per le libertà democratiche va inclusa nel programma della rivoluzione socialista italiana, insisteranno Gramsci, la Noi e Trotsky. Quest’ultimo svilupperà a fondo questa posizione classica del bolscevismo sia criticando la parola d’ordine per l’Italia dell’«assemblea repubblicana fondata sui comitati operai e contadini», sia nel Programma di transizione del 1938. Il legame delle rivendicazioni democratiche con il programma transitorio della classe operaia rimane ancor oggi un mistero per le direzioni comuniste di origine staliniana.

Questa nuova impostazione programmatica di Gramsci, emersa chiaramente nella primavera del 1924, poi sviluppata organicamente nelle Tesi di Lione, e poi abbandonata per sempre dalla direzione togliattiana, porta nel ‘24 all’indicazione della tattica del fronte unico tra le organizzazioni operaie (ed esse sole!) come una scelta obbligata immediata, in cui l’intero programma può trovare una sua articolazione. Abbandonata all’epoca del socialfascismo per ragioni «estremiste», trasformata poi nella teoria dei fronti popolari, dei blocchi con le correnti «avanzate» della borghesia, la tattica del fronte unico proletario su cui Gramsci scatena la lotta interna nel 1924 scomparirà per sempre dal programma del Pci; verrà così distrutto uno dei capisaldi della concezione gramsciana della lotta antifascista e rivoluzionaria, e l’ultimo contributo positivo elaborato dal Comintern per il movimento operaio internazionale, prima della sua degenerazione stalinista. In Italia solo la Noi se ne farà carico negli anni ‘30 e sulle colonne del Bollettino.

Nel 1924, quindi, al momento del passaggio all’opposizione, Gramsci delinea i capisaldi del nuovo programma rivoluzionario poggiandosi sull’autorità del Comintern non ancora stalinizzato integralmente, sull’esperienza bolscevica e sui suggerimenti di Trotsky che abbiamo visto essere stati decisivi nella maturazione di Gramsci a Mosca18 e di cui egli stesso ce ne darà un’eco nell’ottobre del 1926, nel pieno dell’offensiva staliniana, quando citerà il nome infamato di Trotsky come uno di coloro che «hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri».

I punti decisivi sviluppati da Gramsci nella lotta di opposizione alla direzione maggioritaria del Pcd’I sono gli stessi costitutivi, negli anni ‘30, della piattaforma della Noi: democratizzazione del Partito e ricerca di un rapporto reale con le masse; teoria della rivoluzione permanente applicata alla realtà specifica italiana, dove l’esistenza della questione meridionale e l’arretratezza contadina impongono compiti particolari al proletariato nella via della rivoluzione proletaria, non assimilabili meccanicamente a quelli di altri paesi, dal momento che la legge dello sviluppo ineguale ha avuto conseguenze sociali e politiche particolari; analisi delle contraddizioni interborghesi e loro utilizzazione a vantaggio degli operai; comprensione della necessità di far assumere al proletariato anche il programma delle rivendicazioni democratiche e la comprensione dell’inevitabilità di fasi transitorie o «suppletive»; applicazione della tattica del fronte unico tra organizzazioni operaie; comprensione del potere di attrazione del riformismo e della necessità di farci i conti.

Questo programma, che Gramsci farà trionfare nel Pcd’I contro la destra e l’estrema sinistra, spiega uno dei fenomeni più caratteristici del movimento operaio occidentale: il ritardo con cui degenerò il Partito comunista italiano, in rapporto agli altri partiti europei, e anche la difficoltà con cui tale degenerazione si verificò. Mentre nella seconda metà degli anni ‘20 avveniva il passaggio integrale delle direzioni comuniste sulle posizioni del Comintern staliniano, avveniva cioè la stalinizzazione dei partiti comunisti sotto la pressione di Mosca e degli elementi opportunisti locali, il Pc italiano - pur disimpegnandosi provvisoriamente sul piano internazionale - si batterà in Italia, fino a quando ciò gli sarà possibile (1926, leggi eccezionali), per un programma ispirato ai princìpi fondamentali del marxismo rivoluzionario.

Il passaggio alla clandestinità completa, l’arresto di Gramsci, la sconfitta grave del movimento operaio italiano rappresentata dalla vittoria definitiva del fascismo e il contesto internazionale di ripiegamento, faranno sì che la degenerazione staliniana del Pci avvenga ugualmente, ma nel centro estero, in ritardo rispetto al resto d’Europa, al di fuori del controllo dei lavoratori più coscienti, e non senza provocare gravi fratture, come la formazione di un’opposizizione rivoluzionaria al vertice del partito, rappresentata appunto dalla Noi, espressione della continuità gramsciana e aderente all’Opposizione di sinistra internazionale.

Nulla di analogo si verifica nel 1930 in altri partiti europei, dove le correnti rivoluzionarie sono state tutte già liquidate non solo al livello di direzione, ma anche come frazioni interne prima del 1926-27. Aver ritardato questo processo in Italia, aver armato a sufficienza alcuni dirigenti del partito per opporsi alla degenerazione staliniana, a noi sembra il più grande merito storico di Gramsci, indipendentemente dagli sviluppi personali e individuali che può avere avuto il suo pensiero nel carcere, e dagli errori che egli ha compiuto in tutto il periodo di esistenza del Pcd’I prima del 1924, e anche dopo tale data. Nella sua azione vittoriosa tra il 1924 e il 1926 contro la destra e l’ultrasinistra, noi salutiamo il principale contributo politico dato da un comunista italiano all’elaborazione del programma rivoluzionario, all’esperienza storica del proletariato mondiale.

Che Gramsci abbia perso e lo stalinismo abbia vinto, permettendo in Italia alla fine del fascismo la ricostruzione di uno stato capitalistico, antitesi evidente degli ideali su cui Gramsci chiamava a combattere il Pcd’I nel 1924, non ci sembra il criterio decisivo per pronunciarsi nel merito delle posizioni di Gramsci, né per proporre nei fatti la loro liquidazione. Poiché la lotta di classe continua, il problema resta ancora aperto e la prospettiva rivoluzionaria per cui si batté Gramsci rimane ancora d’attualità. Si legga al riguardo l’articolo di Gramsci ripubblicato polemicamente sul Bollettino: «Noi e la concentrazione repubblicana».

La «quistione Trotsky»

Abbiamo visto come non vi possano essere dubbi sull’adesione convinta di Gramsci alle posizioni generali di Trotsky al momento dell’inizio della battaglia contro la maggioranza italiana, nel 1924. Nulla di sorprendente se si pensa che la battaglia di Trotsky non era altro che la difesa del patrimonio leniniano, sia sul terreno della costruzione del socialismo in Urss, della lotta contro i processi liquidatori della democrazia proletaria, e sia sul terreno strettamente connesso della tattica internazionale per l’estensione della rivoluzione. Gramsci parte da Mosca, quindi, alla fine del 1923, pienamente convinto della validità della teoria della rivoluzione permanente (che egli stesso richiama - come abbiamo visto - nei termini convenzionali dell’epoca), della necessità di evitare le deviazioni burocratiche operando un collegamento «dialettico» tra masse e apparato del partito, della natura specifica del fascismo come forma di dominazione borghese, della necessità del fronte unico con i soli partiti operai e, su un terreno più contingente, ma all’epoca fondamentale, sul carattere oggettivamente rivoluzionario della situazione creatasi in Germania nel 1923. Queste posizioni sono espresse con la massima chiarezza a febbraio del 1924.

Nel biennio cruciale del 1924-26, tuttavia, non verrà più espressa con altrettanta chiarezza l’adesione alle posizioni di Trotsky, quando questi apparirà non più come il massimo dirigente della rivoluzione russa dopo Lenin, ma come il semplice esponente di una frazione - per giunta di minoranza - all’interno del Pcr. Gramsci continuerà a difendere la sostanza delle posizioni di Trotsky, senza però schierarsi con quest’ultimo nella battaglia decisiva in corso nel movimento operaio internazionale. E questo è stato un profondo limite dell’azione gramsciana, le cui conseguenze si avvertono ancora nel movimento operaio italiano. Quali le ragioni politiche di tale comportamento ambiguo nel grande rivoluzionario, al di là della polemica con Bordiga e del fatto materiale rappresentato dall’arresto e dall’isolamento nel periodo del carcere?

A differenza di Amadeo Bordiga, che rappresentava nell’esperienza del comunismo italiano il massimo di attaccamento alla grande tradizione del marxismo occidentale, e quindi partiva da una concezione teorica nell’elaborazione politica innanzitutto - quando non esclusivamente - internazionale, il pensiero gramsciano era il prodotto più modesto, ma non per questo meno efficace in certe fasi e su certi problemi, di una riflessione compiuta prevalentemente sulle cose italiane. Lo sviluppo deforme del capitalismo nel nostro paese, il peso dell’arretratezza economica e culturale, il peso particolare dell’anarchismo e poi dell’anarcosindacalismo nella tradizione del movimento operaio italiano, il carattere esplosivo assunto dagli episodi più significativi della lotta di classe, al di là della loro incidenza reale sul contesto europeo, sembravano a Gramsci gli elementi più degni di essere presi in considerazione, indipendentemente dalla possibilità di offrire loro una completa veste sistematica, nella tradizione classica dei grandi pensatori marxisti. Bordiga plasmava il suo pensiero, invece, su questi modelli, senza però riuscirne a ripetere l’ampiezza e la profondità. Dall’altro lato vi era il Gramsci delle popolazioni diseredate del Mezzogiorno, il Gramsci dei consigli, il Gramsci di Livorno e il Gramsci delle appassionate discussioni con Trotsky sulla questione italiana (e non sulle grandi questioni del Comintern, come avverrà negli incontri di Bordiga col grande rivoluzionario russo)19.

Due temperamenti diversi, prodotti da due esperienze culturali e politiche diverse, che avrebbero raggiunto un momento di sintesi superiore solo nella fase di rottura col riformismo italiano e dell’adesione all’esperienza bolscevica, per risepararsi subito dopo, dapprima gradualmente, poi violentemente, fino a che la repressione fascista non renderà irreversibile la divisione, uccidendo Gramsci e neutralizzando Bordiga. Queste differenze - che non vanno viste meccanicamente come l’espressione di due programmi alternativi nell’ambito del comunismo italiano, ma solo come due modi diversi di tradurre in termini italiani il grande messaggio dell’Ottobre - fecero sì negli anni ‘20 che le divergenze tattiche sull’orientamento italiano si mescolassero disordinatamente (e spesso strumentalmente) ai grandi dibattiti dell’Internazionale, provocando a volte divergenze vere, a volte artificiali.

Gramsci si fece aperto sostenitore delle posizioni di Trotsky, quando Bordiga taceva sull’argomento e fino a quando non vide nessuna contraddizione tra le direttive dell’Internazionale e le necessità della rivoluzione in Italia. Quando Bordiga si orienterà verso la Sinistra russa per convinzione sul piano internazionale, e per strumentalismo in rapporto alla tattica e all’analisi italiana, Gramsci prenderà le distanze dal «personaggio» Trotsky, rivolgendogli delle critiche formali e assolutamente superficiali, ma senza rinnegare la sostanza delle posizioni espresse nel 192420. Ancora oggi gli esegeti del Pci - impegnati a fondo in un processo di revisione del pensiero gramsciano che permetta di stabilire una continuità col togliattismo - hanno notevoli difficoltà per il periodo 1924-26, vale a dire per il periodo in cui Gramsci maggiormente si avvicinò alle posizioni del marxismo rivoluzionario. In mancanza di prese di posizioni chiare di Gramsci che rinneghino nel biennio citato i princìpi programmatici espressi nel 1924 (e coincidenti nelle loro linee generali con quelli di Trotsky), sono costretti a spostare l’attenzione dal dibattito furente all’epoca sull’Urss, sul dogma del socialismo in un solo paese, sul comitato anglo-russo ecc., alle questioni di «atteggiamento», delle «frazioni», dell’«unità del partito», della «responsabilità» ecc.21.

La «quistione Trotsky», quindi, se fu vista da Bordiga nella sua vera luce internazionale e considerata talmente importante da offuscare le gravi divergenze sulla tattica e sull’Italia, apparve a Gramsci nel 1925 come un diversivo pericoloso per il dibattito nel Pcd’I, una fonte ulteriore di possibili divisioni nel Partito, nel momento in cui si chiedeva il massimo di compattezza per rilanciare l’iniziativa comunista in Italia. Gramsci stesso, del resto, chiarisce quest’esigenza politica di nazionalizzare il dibattito italiano, dopo aver pagato tutti i prezzi delle svolte, degli intrighi e delle interferenze del Comintern, riassumendo in termini precisi e sintetici la principale differenza tra le sue posizioni e quelle di Bordiga: «Amadeo si pone dal punto di vista di una minoranza internazionale, noi dobbiamo porci dal punto di vista di una maggioranza nazionale»22.

E a marzo del 1924, scrivendo a Terracini e chiedendogli informazioni sullo scontro fra Trotsky e la direzione del Pcr, Gramsci chiarirà ancor meglio i suoi timori sugli effetti che lo scontro al vertice russo poteva avere per l’Italia: «Vorrei avere informazioni in proposito e il tuo avviso. In ogni modo, io mi rafforzo sempre più in questa convinzione: che bisogna lavorare, noi, nel nostro paese, per costruire un partito forte, politicamente e organizzativamente bene attrezzato e resistente, con un bagaglio di idee generali ben chiare e ben ferme nelle coscienze individuali, in modo che sia impossibile la disgregazione a ogni urto di tali quistioni che sorgeranno ogni giorno più numerose e pericolose, con lo svilupparsi del movimento rivoluzionario. Di questi problemi sarebbe forse opportuno intrattenersi a lungo tra di noi, per essere in grado di risolverli volta per volta, quando si presentassero, con spirito di insieme e sicuri di aver l’appoggio del gruppo intiero» (corsivo nostro).

Questi timori di Gramsci sono comprensibili, ma non giustificabili per chiunque creda all’impossibilità di costruire un partito rivoluzionario nazionale isolato - sia pure temporaneamente - da un programma mondiale della rivoluzione e dalle vicende cruciali che permettono l’elaborazione e l’arricchimento di tale programma. In fondo sarà proprio la fine della dittatura proletaria in Urss e la stalinizzazione del Comintern che rovesceranno l’orientamento gramsciano del Pcd’I e permetteranno la sua trasformazione in un partito settario prima, riformista poi, non certo l’eccesso di dibattito sulle questioni internazionali. I peggiori timori di Gramsci si avvereranno, ma non per colpa dell’internazionalismo bordighiano, ma per effetto del nazionalismo staliniano.

I sospetti di Gramsci sulla possibilità di strumentalizzazione della questione in seno al partito italiano erano però fondati. E si vide chiaramente a febbraio del 1925, quando fu approvata una mozione sulla «bolscevizzazione» dei partiti comunisti in cui, in termini ancora cauti, si metteva in guardia contro qualsiasi tentativo da parte degli elementi della sinistra bordighiana di riaprire la discussione sul caso Trotsky. Bordiga, invece, scriverà nella stessa occasione un famoso profilo del grande rivoluzionario russo23, attribuendosi per l’Italia il valore e il prestigio della grande battaglia che l’Opposizione di sinistra internazionale aveva già iniziato alla fine del 1923. Era evidente l’uso strumentale che della divisione in seno al Pcr veniva fatta da entrambi i lati.

La relazione di Gramsci al Comitato centrale, che doveva occuparsi della frattura operatasi in Russia, è assai significativa dell’atteggiamento del rivoluzionario sardo che abbiamo già descritto. I riferimenti alla questione e sul modo di stilare la mozione contengono per due terzi valutazioni sulle analogie tra il caso Trotsky e il caso Bordiga, sugli insegnamenti da trarne per l’Italia, sui pericoli per l’unità del partito di atteggiamenti come quello di Trotsky, e per un terzo la denuncia delle posizioni erroneamente attribuite a Trotsky sul «superimperialismo» cui abbiamo già accennato e del «socialismo in un solo paese». Riportiamo ora anche quest’ultimo brano, perché essendo l’unica «differenziazione» politica sostanziale con Trotsky, di quello stesso Gramsci che un anno prima ne aveva calorosamente accolto tutto il contributo teorico, ci sembra assai significativo. Inutile dire che esso rappresenta, al di là degli «scambi di posizioni» che riconosce lo stesso Spriano, una conferma della adesione profonda di Gramsci alla teoria della rivoluzione permanente e del rigetto del nuovo dogma del «socialismo in un solo paese»:

«Noi respingiamo queste previsioni [quelle sul superimperialismo erroneamente attribuite a Trotsky (n.d.r.)] le quali, rinviando la rivoluzione a tempo indefinito sposterebbero tutta la tattica della Internazionale comunista, che dovrebbe tornare all’azione di propaganda e di agitazione fra le masse. E sposterebbero pure la tattica dello Stato russo, poiché se si rimanda la rivoluzione europea per una intera fase storica, se, cioè, la classe operaia russa non potrà, per un lungo periodo di tempo, contare sull’appoggio del proletariato di altri paesi, è evidente che la rivoluzione russa dovrà modificarsi»24.

A maggio del 1924 Stalin aveva assunto la stessa posizione nella prima edizione dei Princìpi del leninismo, con il brano divenuto ormai famoso per essere stato espurgato da tutte le edizioni seguenti, e che forse all’epoca può aver contribuito a creare la confusione in Gramsci. Prima di scoprire la propria vocazione nazionalista, Stalin aveva infatti scritto:

«È possibile ottenere la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese, senza gli sforzi concordi dei proletari di alcuni paesi progrediti? No, non è possibile. Per rovesciare la borghesia è sufficiente lo sforzo di un solo paese: questo è quanto ci dimostra la storia della nostra rivoluzione. Per la vittoria definitiva del socialismo, soprattutto di un paese contadino come la Russia, non sono più sufficienti; per questo sono necessari gli sforzi dei proletari di alcuni paesi avanzati» (Princìpi del leninismo, prima e ultima edizione integrale, maggio 1924).

Quando alla fine del 1925 anche Zinov’ev e Kamenev romperanno con Stalin e la destra e raggiungeranno le file della sinistra, sotto la direzione di Trotsky, le cautele istintive di Gramsci verso il metodo delle scomuniche si faranno ancora più forti, e di fatto la «quistione Trotsky» scomparirà dal dibattito del Pcd’I per far posto, invece, a un’intensificazione della battaglia contro Bordiga.

È così che si verifica il paradosso italiano. Mentre Gramsci, preparato e stimolato dall’influenza di Trotsky nel periodo moscovita, riesce a imporre alla direzione comunista il programma e la linea che aveva concordato con il grande rivoluzionario russo, errando solo sulla questione dell’Assemblea Repubblicana fondata sui comitati operai e contadini (un errore dovuto alla confusione tra obiettivi democratici e organismi soviettisti, ma ancora un errore di estremismo, secondo lo stesso Trotsky), Bordiga diventa temporaneamente il principale esponente dell’Opposizione di sinistra in Italia.

Proprio perché abbiamo messo ampiamente in luce finora le concordanze programmatiche tra Gramsci e Trotsky nel periodo che porta alla stesura delle Tesi di Lione, non abbiamo difficoltà a mettere in risalto anche le gravissime responsabilità che Gramsci si addossò in quello stesso periodo in cui Stalin portava a termine vittoriosamente la battaglia contro il «trotskismo» e contro la dittatura proletaria in Russia.

Gramsci non contribuì molto attivamente - a differenza di Scoccimarro - alla battaglia contro il «trotskismo», ma è sua la responsabilità in primo luogo dell’adozione del termine in Italia, come è sua la responsabilità dell’amalgama operato tra le posizioni di Bordiga e quelle di Trotsky. Sua è la responsabilità per la mozione votata in omaggio alla «bolscevizzazione» staliniana e anche per lo stato di disarmo teorico in cui il Partito nel suo insieme si troverà dopo il suo arresto, di fronte alle nuove e folli istruzioni del Comintern stalinizzato. Parlare anche di questi limiti ed errori del rivoluzionario sardo, di un uomo tra l’altro alieno per formazione e caratteristiche psicologiche dalla volgare brutalità dello stalinismo, nulla toglie alla complessità del personaggio che altri prima di noi hanno già messo in luce. Lo si ricolloca in tal modo al suo vero posto nella storia e - nel tentativo di liberare Gramsci dall’enorme cumulo di falsificazioni sotto cui l’ha sepolto la tradizione staliniana - non si rischia di cadere nell’errore opposto di agiografia antistalinista. Gramsci non fu stalinista nelle sue posizioni di fondo, fu anzi antistalinista anche nel periodo più difficile della sua vita, in carcere, ma ha la sua parte di responsabilità per la degenerazione del Pci, per non aver voluto ricollegare le intuizioni di fondo del suo programma per l’Italia con la battaglia che Trotsky e l’Opposizione di sinistra conducevano su scala internazionale. Volendosi attenere a una dimensione nazionale commise un grave errore di prospettiva, e le conseguenze di tale errore vengono ancora pagate dal movimento operaio italiano.

I «revisori» di Gramsci hanno quindi buon gioco oggi a citare alcuni suoi brani inclusi nei Quaderni e che vanno in un senso assai diverso da quello più sostanziale che noi abbiamo ricostruito. Su un altro versante, invece, gli oppositori da sinistra del riformismo credono di poter usare il famoso carteggio del 192625 per dimostrare una coerenza dell’uomo politico che invece non esistette. Basterebbe notare la totale assenza di riferimenti a questioni programmatiche precise in quello scambio di lettere, per rendersi conto della superficialità delle critiche che Gramsci rivolgeva alla direzione staliniana (nella prima lettera) e allo stesso Togliatti nella seconda. Eppure si trattava di problemi decisivi per la storia futura del movimento operaio e l’arbitrio commesso da Togliatti a Mosca nel non presentare ufficialmente la lettera scritta da Gramsci a nome dell’Ufficio Politico non era certo cosa da poco!

Certo, nella lettera di Gramsci a nome dell’Up italiano e diretta al Cc del Pcus dell’ottobre 1926 si trovano anche giudizi molto critici della direzione in cui si era avviata la frazione staliniana e buchariniana: «scissione nel gruppo centrale leninista», «disgregazione e lenta agonia della dittatura proletaria», possibilità di «catastrofe della Rivoluzione» e, in termini velati ma significativi alla luce di quanto esposto finora, un ennesimo richiamo alla necessità di non rinchiudersi in una prospettiva russa, un riferimento velato al dogma del socialismo in un solo paese:

«Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Pc dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale».

Se si pensa alla polemica violentissima divampata sul «socialismo in un solo paese», non si possono avere dubbi sul significato dell’ammonimento di Gramsci. Eppure la lettera dichiarava un’adesione complessiva alle posizioni della frazione staliniana, in contrasto con l’affermazione ivi contenuta che l’Uff. Pol. italiano aveva «espresso una opinione di partito solo sulla quistione strettamente disciplinare delle frazioni».

Forse fu proprio questa doppiezza della lettera di Gramsci, questo omaggio formale alle posizioni della frazione stalinista, privo però di un effettivo accodamento al programma con cui questa frazione infliggeva gli ultimi definitivi colpi alla democrazia operaia soviettista, che diede a Togliatti il coraggio di compiere la grave scorrettezza a tutti nota: quella di non presentare ufficialmente la lettera, impedendo così che essa potesse avere il benché minimo effetto positivo sull’atmosfera di linciaggio creatasi contro le opposizioni. I pochi mesi trascorsi a Mosca avevano convinto infatti Togliatti che lo schieramento con la frazione staliniana poteva essere solo acritico e totale.

Il testo intero e le note sono disponibili su: http://utopiarossa.blogspot.it/2017/04/e-se-gramsci-oltre-che-stimare-trotsky.html



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