Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ancora Cuba

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Ancora Cuba

 

È difficile parlare serenamente di Cuba, senza denigrazioni ma anche senza retorica, e senza abbellimenti. Va riconosciuto al Manifesto il merito di averlo fatto con un articolo esauriente di Roberto Livi, che riporto in appendice a questo articolo. Per chi ha seguito sul mio sito i diversi articoli dedicati ai problemi dell’isola, non ci sono grandi novità. Perché di novità a Cuba non se ne vedono da un pezzo. Tanto è vero che, osserva Livi, è stato rinviato ancora una volta il congresso, che a norma di statuto si doveva tenere cinque anni dopo l’ultimo (1997). Evidentemente le riforme tanto attese “non sono ancora all’ordine del giorno”.

“Non si possono correre i rischi dell’improvvisazione e della fretta”, ripete Raúl Castro. Ma se ne corrono altri, con l’immobilismo e il rinvio permanente. Il rinvio del Congresso conferma che esistono evidentemente serie divisioni nel gruppo dirigente sulle quali si ritiene inopportuno che possa pronunciarsi una vasta platea: è già un dato importante e piuttosto preoccupante.

Le uniche novità vengono dal dibattito parallelo a quello ufficiale (ma non catalogabile come “dissidente”), spesso pubblicato su riviste o siti di sinistra latinoamericani o spagnoli, su cui intellettuali cubani firmano col loro nome articoli che non troverebbero spazio nella ingessata stampa dell’isola. Ovviamente così raggiungono una cerchia larga all’estero, mentre a Cuba sono ancora pochi che hanno accesso a internet.

Di testi di questo genere ne ho già segnalati diversi, che sono presenti sul sito (e richiamati in Cuba: guida ai testi); inserisco ora ampi stralci di un lungo saggio di Armando Chaguaceda, apparso sulla rivista argentina Herramienta e sul sito http://www.herramienta.com.ar/. Intelectuales públicos y política en Cuba: continuidades y emergencias. Chaguaceda vive a Cuba ed è membro dell’Osservatorio Sociale del Consiglio Latinoamericano di Scienze sociali, e della Cattedra Haydeé Santamaria dell’Associazione Hermanos Saíz, filiazione dell’UNEAC (l’Unione degli scrittori e artisti cubani).

In questo lungo testo comincia con una sistematizzazione del ruolo della cultura e degli intellettuali a Cuba e nel continente, che ho omesso, preferendo sottolineare alcuni riferimenti concreti alla situazione attuale e un interessante tentativo di  periodizzazione. I corsivi sono miei e vogliono mettere in evidenza concetti precedentemente non utilizzati così liberamente dagli intellettuali cubani.

 

A Cuba la sfera pubblica repubblicana, rinvigorita prima dalla rivoluzione del 1930, dal processo costituente del 1940 e dai suoi sviluppi ulteriori, ha alimentato lo spirito civico della “Generazione del Centenario” e reso possibile la rivoluzione del 1959, con le sue aspirazioni e i contenuti di giustizia, democrazia e sovranità nazionale.” […]

 

Chaguaceda ha messo in evidenza il ruolo di cittadini «che pongono interrogativi» anziché di «masse apatiche», “[…] con le quali non sarebbe mai stata possibile l’impresa del 1959».

 

Nonostante questi precedenti e questa eredità, nello scorso mezzo secolo si è cristallizzata una vocazione istituzionale a controllare i beni pubblici, delimitare il campo culturale, imporre parametri ideologici e stabilire le linee della politica culturale, (e il potere per farlo) il tutto in un paese abitato da un pubblico vasto e plurale, dotato di elevati indici di alfabetizzazione e di istruzione. Il risultato di tale pretesa è stato il consolidarsi dell’autoritarismo politico e sociale, esteso al mondo della cultura e delle idee.”

Una panoramica su rapporto tra Stato e sfera culturale non può non essere storicizzata e quindi riflettere la variabilità e la coerenza di quei nessi, a partire dal concetto di “ciò che è rivoluzionario”. L’ideologia e la cultura rivoluzionarie, infatti, risultano internamente e intrinsecamente eterogenee, espressione fedele degli equilibri e dei consensi sociali instabili determinatisi tra le tendenze custodite nel progetto del 1959. Il prevalere di due immaginari (quello marxista leninista e quello nazionalista rivoluzionario) sulle altre tendenze si è saldato, al termine del primo decennio del processo, all’istituzionalizzazione del regime politico e alla centralizzazione simbolica ed effettiva del potere intorno alla leadership carismatica di Fidel Castro.

Nel primo trentennio dopo il 1959, rivoluzione e regime conservavano maggiore correlazione, coerenza e simmetria che non negli ultimi venti anni, in cui le sfasature sono diventate più evidenti. Rendo esplicita la mia distinzione analitica tra i due concetti definendo il regime come complesso di istituzioni e norme operative strettamente connesse a domande della realpolitik e ai dettami della classe o del gruppo dominante all’interno della società. La rivoluzione, da parte sua, comprenderebbe un vasto repertorio di pratiche, valori, discorsi e costumi provenienti da larghi strati sociali (popolari e medi), che rivendichino la memoria e la partecipazione popolari, l’uguaglianza e la giustizia sociale, al pari del rigetto di ogni forma di predominio e gerarchia. L’elemento “rivoluzionario” esprime l’impronta emancipatrice di un repentino cambiamento sociale, radicale e distruttivo delle vecchie gerarchie e dominazioni, la cui inerzia si è protratta, come dato sociologico, fino alla fine degli anni ’80.

 

Fin qui, l’analisi appariva esclusivamente sociologica e rivolta prevalentemente al mondo accademico. Ma subito dopo Chaguaceda comincia a distinguere all’interno della società cubana tre tipi di intellettuali, uno dei quali, di cui si sente partecipe, è nettamente distinto tanto dai propagandisti ufficiali, quanto dai dissidenti:

 

A Cuba oggi possiamo trovare un’intellettualità pubblica – e critica –del socialismo cubano, distinta sia dal funzionario impegnato nella propaganda e nel controllo ideologici, sia dai colleghi che si collocano all’opposizione attiva al di fuori del sistema istituzionale, delle politiche culturali e delle culture politiche del sistema. In sintesi, questo intellettuale rivoluzionario sarebbe una sorta di figlio illegittimo, sempre sospettoso, della cultura e delle istituzioni ufficiali del suo tempo e contesto, con posizioni particolarmente scomode per quei poteri che si proclamano rivoluzionari.

Si tratta di un gruppo eterogeneo, in termini generazionali, di radicamento sociale, di punti di riferimento culturali e di ambiti creativi. Costituitasi intorno alla difesa dell’identità e sovranità nazionali, a politiche sociali redistributive e alla democrazia non rappresentativa, come regola, questa intellettualità rivoluzionaria rifiuta al tempo stesso l’insieme dell’ordine capitalistico vigente nella prima metà del secolo scorso e le deformazioni burocratiche erette in nome del socialismo, rafforzatesi – ma non sorte – a partire dal decimo anniversario del nuovo ordine. […]

La storia del potere di Stato creolo ha dimostrato che la sfera culturale può espandersi, crescere quantitativamente e in qualche modo anche qualitativamente, senza smettere di subire il controllo statale, tramite una politica selettiva di mecenatismi ed esclusioni in grado di scatenare, al contempo, reazioni di rientro nel privato e sollevazioni civili. Questo provoca una precarietà materiale ed espressiva della sfera pubblica, di cui possiamo trovare una delle dimostrazioni probanti nella pressoché totale assenza nel lessico quotidiano di concetti come società civile, nonostante l’ampia profusione del suo impiego nei dibattiti e nelle pubblicazioni accademiche, rivolte a un pubblico relativamente limitato e spesso autoreferenziale. A conclusione, gli apparati ideologici dello Stato hanno strumentalizzato il termine, costruendo l’idea di una “società civile socialista”, potenzialmente inclusiva se non fosse per la limitata e bizzarra definizione dei suoi contenuti: le cosiddette “organizzazioni di massa”, come anche alcune socio-professionali.

Tuttavia, ciò che si osserva strutturalmente nella Cuba degli inizi del XXI secolo è la crescente sfasatura tra la “politica politica”, che fissa le “regole del gioco” (specie quelle non scritte che differiscono dalla normativa vigente, o addirittura la violano), e la “politica culturale” del “campo” culturale, comprese le istituzioni ad esso affini. Per l’impatto della prima sull’esiguo territorio della seconda, affiora il mito delle “due politiche culturali”, parallele e distinte, sviluppatesi in seno della stessa trama istituzionale e sociale. In realtà, le lodevoli iniziative del ministero della Cultura (e dell’Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba e dell’Associazione Hermanos Saíz) rendono omaggio all’egemonia del discorso della rivoluzione, imprescindibile per un appoggio critico (credibile) della comunità intellettuale estera e dei suoi interlocutori locali.

Da parte loro, le attività  dell’apparato ideologico, il sistema dell’istruzione e i mezzi di comunicazione di massa cercano, di norma, di assicurare in modo molto meno elaborato il controllo politico e di riprodurre il consenso attorno al regime e alle sue politiche. L’apparente “confusione” tra apertura e immobilismo consente di spiegare la coesistenza di spazi conquistati alla censura e al dogmatismo (con la tolleranza o l’appoggio istituzionali), gesti e retorica pluralista e rispetto - sempre conflittuale - per certi spazi di autonomia, con pratiche medievali di repressione e censura e il richiamo strumentale a un’idea burocratico-autoritaria di coesione nazionale, restrittiva dello stesso soggetto popolare e socialista.

 

A questo ordine di cose alcuni settori dell’intellettualità pubblica rispondono con la costruzione di una specie di “politica dei senza potere”, controparte socio-culturale del mainstream istituzionale sentito come alieno, arcaico o nemico. Sul suo terreno un Ariel illuminista – o postmoderno – si rifugia nel mondo artistico per costruire, in comune, una società immaginaria parallela a quella reale. Partendo dalla loro estetica e poetica, figlia della ragione, gli (auto-)insiliati [neologismo: in contrapposizione ad “esiliati”, NDT ] della realpolitik condividono una sorta di ideologia comune, basata su astrazioni e generalizzazioni, veicolata dalle politiche letterarie e dall’educazione teorica.

Gli anni a partire dal 1989 hanno conosciuto percorsi di impegno attivo ed altri di neutralità passiva, in mezzo a un ripiegamento da parte del campo culturale sul “terreno sperimentato”, lontano sia dall’ufficialità, sia dalla critica socialista e di opposizione. Si sono attualizzate vecchie tradizioni letterarie di “difesa dell’autonomia dell’arte”, depurate da qualsiasi esplicito linguaggio politico, cosa che ben si lega con esigenze commerciali del mondo globalizzato. Alcuni di questi fenomeni non sono esclusivi del caso cubano, pur variandone le manifestazioni. Diversi autori latinoamericani danno rilievo al raffinato antintellettualismo dei politici e delle società della regione, al peculiare rapporto di rigetto e dipendenza che lega gli intellettuali e il loro pubblico (tutto di ceto medio) rispetto alla politica pratica, richiamando l’attenzione sul ripiegamento intellettuale di fronte alla politica, alla deideologizzazione e dissociazione tra teoria e vita quotidiana, come pure all’esistenza di versioni di intellettualismo elitario, angusto e autoreferenziale o populista e promotore della mediocrità della classe politica.

In America Latina capita che diventi luogo comune, in settori degli intellettuali di sinistra, denunciare la “criminalizzazione della protesta sociale” suscitata dal cosiddetto neoliberismo di guerra”, trasformato in pensiero unico e senso comune nel corso degli ultimi venti anni. Ma, periodicamente, la sfida per un intellettuale critico cubano è affrontare quotidianamente la “penalizzazione dell’opinione”, qualcosa che precede addirittura l’azione o la protesta, come condizione per una politica decisionale socialista. E di farlo a volte con l’indifferenza (se non il rimprovero) degli omologhi della regione… e le civetterie dell’accademia e della stampa neoliberista, che cercheranno di annoverarli come parte del loro organico di “voci dissidenti”.

A Cuba, la dialettica tra antintellettualismo dei politici e buona parte della popolazione si vede rafforzata dall’anemica politica di stimolo all’informazione e al dibattito pubblici, corrisposta dall’apoliticismo di un segmento degli intellettuali e amplificata da reiterate manifestazioni di assenza di solidarietà della categoria. Partendo da lì, occorrerebbe esaminare con riserve la tesi dalla presunta “unità attuale del movimento intellettuale cubano” in grado di rendere possibile la resistenza di fronte alle ingiustizie, nonostante i percorsi e le estetiche differenti. Si può, naturalmente arrischiare l’ipotesi che a volte, anziché una semplice transazione tra libertà e timore, possibilità e costi, privilegi e lealtà, quello che emerge è il riconoscimento tacito di forze tra un’istituzionalità apparentemente monolitica, ma declinante, e un’intellettualità relativamente timida e atomizzata, ma che cambia ed è sempre più connessa a reti transnazionali. Come quelle scene dei western, in cui i due pistoleri si soppesano attentamente per un bel po’ prima di decidersi a sparare.

 

Il problema di fondo è la mancanza di trasparenza dei nostri spazi decisionali, rafforzata da una politica che consacra l’asimmetria di risorse, potere e strumenti di diffusione di idee, tra una società porosa, diversa e creativa, da un lato, e una maggioranza di agenzie statali che ignorano la tradizione critica di sinistra e la logica politica e comunicativa del XXI secolo, dall’altro lato. Anche se il moltiplicarsi di strumenti elettronici di diffusione di idee e il crescente potere simbolico favoriscono la prima, assistiamo a spazi decisionali precariamente difesi di fronte alle “guerre di bassa intensità” sviluppate dal pensiero stalinista e dal suo corrispettivo di ultra-destra, all’interno e al di fuori del paese. Tra l’altro, la composizione del pubblico che assiste agli spazi colti (e limitati) di dibattito dà conto della concentrazione del capitale culturale, economico e sociale in determinati strati della popolazione (moltiplicati dall’eredità del lignaggio e dall’endogamia), che li isola, per la loro cultura e la loro cautela, dalle maggioranze suscettibili di fare irruzione rivendicando i loro diritti a cazzotti, nelle strade.

[…] Le sfide sono sicuramente enormi, ma sento che non pochi gestori e movimenti socioculturali si vanno rendendo conto dei costi di qualunque scelta di sopravvivenza che implichi “conservare gli spazi” svuotando i significati. Ma sostenere un foro sterile e di accesso ristretto (come sembra imporsi come norma istituzionale) non serve se non a legittimare gli autoritarismi, le esclusioni e a imbellettare la censura del pensiero critico, simulando quel che oggi risulta in pratica inesistente:  pluralismo, rispetto e dialogo come condizioni generali della convivenza sociale e non come privilegi di corpo. Nel quadro e nella congiuntura di Cuba, di irreggimentazione del pensiero, semplicemente sostenere con coerenza quei principi è arduo e meritorio. Non è necessario esagerare il da farsi e gli obiettivi dei progetti: un laboratorio o una rivista non costituiscono un movimento sociale, anche se sarebbe molto salutare che al loro centro emergessero e si articolassero identità e azioni ponderate.

Sono le persone concrete quelle che, autonomamente, possono garantire l’esistenza vitale di questi spazi e, andando oltre, incidere sulla sfera politica nell’intento di trasformarla. Si può partire da piccole ribellioni quotidiane: la denuncia di qualsiasi aggressione fisica o verbale che tenti di azzittire, senza argomenti, le voci dell’altro – sempre che questo non sia, a propria volta, promotore o portatore di violenza - ; il rigetto della politica di esclusione fisica dagli spazi decisionali, della denigrazione personale in luogo del dibattito e della repressione politico-amministrativa di idee e di chi le sostiene.

Non necessariamente, però, tutto si riduce a ritirata e testimonianza. Lo stesso scenario del Nuovo Millennio comporta l’emergere di possibili aggregazioni sociali sempre più politicizzate, sorte in seno a reti artistiche critiche, autonome, spontanee e plurali, che cercano di modificare lo spazio pubblico cubano. Dissacrando idoli, facendo appello a forme orizzontali e autonome che, senza ignorare la collocazione e il ruolo del singolo individuo nelle sue sfaccettature di creatore, di pubblico e di cittadinanza, mirino alla riarticolazione dei valori solidali e collettivi della rivoluzione del 1959. L’identità etnica, culturale e sessuale, la spiritualità, l’ambientalismo, l’istruzione liberatrice, la comunità di quartiere ne costituiscono alcuni dei contenuti e punti di riferimento.

Nella fase che ci impegna, accanto alla retorica aperturista, alla perdita di senso civico e ai silenzi complici, si sono verificati una serie di avvenimenti che hanno dimostrato il persistere di un’intellettualità critica. Oltre agli episodi relativi alla cosiddetta “piccola guerra delle e.mail” [iniziata nel gennaio 2007, si veda il preambolo e l’appendice nel testo: Soledad Cruz], e alle sue ripercussioni, occorrerebbe riflettere sull’intervento pubblico di artisti creativi nei congressi dell’UNEAC e dell’AHS, sulle esposizioni della Biennale dell’Avana e sulle iniziative semiclandestine del Festival Rotilla e sui concerti della Madriguera, sui nuovi temi di critica sociale di artisti dell’Hip Hop. Ma anche sull’operato di cittadini e progetti autonomi, di fronte all’aumento della pressione e della censura istituzionale, che hanno ispirato la “Lettera di rigetto delle misure di ostruzionismo e di repressione in atto nei confronti di iniziative sociali e culturali”, sottoscritta, alla data dell’1 febbraio 2010 da 65 artisti e sei progetti culturali.

L’evidente esaurirsi delle forme sperimentate (e promesse) di spiegazione marxista-leninista e borghese, e il graduale declino del nazionalismo strumentalizzato, sono segnali dell’esigenza di dar vita, a partire dallo Stato o ai suoi margini, a nuove estetiche, poetiche e politiche post-staliniste e post-neoliberiste. Per questo impegno saranno inutili (e dannosi) gli attrezzi di quelle “avanguardie culturali” istituzionalizzate o tollerate per gestire, con la mediazione dello Stato, i processi di accumulazione e socializzazione sviluppati entro i confini del mercato globale o dell’ideologia locale. La sfida è quella di smentire la sentenza che vaticina amaramente, con pregevoli dosi di allarme e lucidità, che “oggi Cuba è quasi una nazione postcomunista. Domani potrebbe essere una democrazia senza nazione, un mercato senza repubblica”.

Attualmente, l’ideologia e la cultura sempre più egemoni (pur non essendo politicamente dominanti) nell’isola sintetizzano una sorta di neoliberismo, ingenuo e selvaggio al contempo, imbattuto dalla propaganda ufficiale e dall’arte critica socialista, ma avallato dalla cultura di massa dell’economia dollarizzata, dai programmi televisivi, dal sottoconsumo accumulato e dalle bancarelle clandestine degli audiovisivi di Miami. Il persistente impegno nel sostituire la spiegazione con l’indottrinamento, e l’educazione con l’istruzione pura e semplice, ostacolano gli sforzi da parte del mondo intellettuale ufficiale del socialismo cubano per promuovere valori e pratiche fondati sull’autonomia emancipatrice dei soggetti sociali e la rinascita di una mistica socialista e democratica. Di fronte a un panorama del genere, è sicuramente incerta (e meritoria) l’incidenza che possono avere i progetti di aggregazione intellettuale ed emergente che, ai margini di istituzioni ufficiali, cercano di sviluppare interventi di politica culturale (ed anche di vera e propria pratica politica) autonomi rispetto all’ordine formale vigente.

 

Mi sembra evidente la novità: una straordinaria franchezza da parte di quello strato della sinistra cubana, finora troppo spesso reticente o ermetica, che è allarmata rispetto al pericolo di destra, rafforzato dalla inconsistenza retorica della cultura ufficiale. Qualcosa di simile c’era stato in passato con un intervento di Haroldo Dilla, che tuttavia aveva suscitato tanto scandalo, da dover scegliere, senza diventare un dissidente, di trasferirsi per lavorare in un’università centroamericana. Cfr sul sito Dilla: una transizione incerta.

a.m. 15/6/10

 

Appendice

 

CUBA L'ORA PIÙ CRITICA
L'AVANA. CONCILIARE LA RIVOLUZIONE CON I CAMBI NECESSARI

di Roberto Livi


L'isola importa l'80% degli alimenti che consuma. Una spesa impossibile. Ferve, come mostrano le pagine del Granma, il dibattito interno su come rendere sostenibile il vecchio modello ugualitario fidelista con le riforme strutturali che inevitabilmente creano disparità sociali, di genere e di razza.

 

Sostituzione delle importazioni, diversificazione e maggiore efficienza della produzione, maggiore agilità nel sistema di commercializzazione e lotta alla burocrazia per «risolvere le necessità crescenti della popolazione». Nel corso del X congresso dell'Associazione nazionale dei piccoli agricoltori (Anap, 362.400 agricoltori privati e membri delle 3.635 cooperative: controllano il 41% della terra arabile, però assicurano il 70% della produzione agricola dell'isola) a metà maggio, gli interventi hanno ripetuto questi refrain. Alla sessione plenaria era presente anche il presidente Raúl. La questione della produzione agricola e più in generale alimentaria è considerata «materia di sicurezza nazionale», visto che Cuba importa quasi l'80% di quello che consuma, impegnando in tali acquisti quasi un 1.5 miliardi di euro. Una «bolletta» che, data la forte crisi di liquidità, diventa quasi insostenibile per il governo.

Il nodo che Cuba deve affrontare oggi è questo: assicurare la sostenibilità economica del socialismo, anche - e soprattutto, almeno così sembra esprimersi la maggioranza dei cubani - mediante cambiamenti strutturali. La crisi economica, infatti, rischia di mettere in pericolo le conquiste sociali (dunque politiche) della rivoluzione.

Il dibattito in corso è strategico e investe le fondamenta del modello socialista cubano come lo ha disegnato Fidel, soprattutto la questione della proprietà dei mezzi di produzione e distribuzione. Egualitarismo, Stato proprietario e gestore (al 95%), come pure la doppia moneta (guadagni in pesos, spese in valuta, Cuc) sono al centro di un dibattito interno al partito comunista ma che si riflette nella società (come si vede dalle lettere pubblicate il venerdì nel quotidiano del Pc, Granma). Lo stesso Raúl si era espresso in favore di cambiamenti. Ma le resistenze interne devono essere forti: nella sessione dell'Assemblea nazionale del potere popolare lo scorso dicembre il presidente ha avvertito che nella riforma del modello economico cubano «non si possono correre i rischi dell'improvvisazione e della fretta». Anche la decisione di rimandare la convocazione del VI congresso del Pc (previsto per l'inizio 2009) è un segnale che le riforme economiche e strutturali non sono ancora all'ordine del giorno.

Non per questo, però, la crisi congela le sue conseguenze pericolose. In un intervento organizzato qualche settimana fa dal «Gruppo di riflessione e solidarietà Oscar Romero», Mayda Espina, del Centro di ricerche psicologiche e sociologiche (Cips), ha tracciato un quadro per molti versi preoccupante di tali effetti.

Nella seconda metà degli anni '80 del '900, quando si vedevano i risultati della politica di Fidel volta a promuovere l'egualitarismo come una delle basi (insieme a un forte nazionalismo e al socialismo) del cosiddetto «fidelismo», la maggioranza della popolazione disponeva di poco denaro (lo stipendio medio era di 72 pesos, al cambio attuale circa 3 euro) ma godeva di una forte «copertura sociale», ovvero le «gratuità di massa»: cibo praticamente a costo zero (libreta e comedores obreros), scuola e sanità gratuiti, vacanze nel campismo popular, premi per feste e ricorrenze. In termini occidentali, i cubani vivevano in una dignitosa povertà materiale, ma in una società fortemente egualitaria (e politicamente motivata). L'indice Gini (che esprime il grado di diseguaglianza e quindi quanto più è basso è migliore), era del 0.24, il più basso e di molto dell'America latina; la povertà urbana al 6.3%; la forbice sociale minima: i più «ricchi» guadagnavano 4.5 volte il salario minimo.

Nel '99, l'indice della povertà urbana (che in sostanza segnala l'insufficiente rapporto tra i livelli di necessità di vita e il reddito), secondo fonti ufficiali marcava già un impressionante aumento (al 20%), e pur non disponendo di dati ufficiali i ricercatori ritengono che oggi sia ancora più alto: uno su 4 si ritiene povero. Anche perché il sostegno dello Stato è diminuito (la libreta assicura le necessità alimentari al massimo per un paio di settimane al mese, i comedores obreros - mense aziendali - stanno chiudendo, sostituite da un ticket di circa 14 pesos, più o meno 50 centesimi di euro, rispetto a uno stipendio medio di 400 pesos circa.

Questa situazione ha comportato - in un processo che ormai si auto-alimenta - cambiamenti nella situazione sociale cubana. Con la moltiplicazione delle forme di proprietà (cooperative e private) è avvenuta una ricomposizione della piccola borghesia, una segmentazione dell'accesso al consumo (indice Gini allo 0.38 nel 2002), sono riemerse situazioni povertà e marginalità urbana assieme alla «moltiplicazione delle strategie famigliari» per aumentare i redditi o addirittura per assicurarsi la sopravvivenza e, soprattutto, un aumento in quella che viene definita la «frattura» tra generi, territorio e settori razziali. Ovvero un progressivo impoverimento delle donne, di coloro che vivono fuori città e della popolazione nera. Nella condizione di povertà urbana sono le famiglie numerose e quelle mono-parentali (la maggioranza sostenute da donne senza qualifica o senza lavoro stabile), anziani soli, ma anche i lavoratori di settori statali tradizionali con bassi salari. Dunque, nella categoria dei poveri urbani sono in aumento gli operai e sono super-rappresentati i neri e le donne.

Questa situazione di deterioramento economico provoca un aumento dell'abbandono scolare e dell'utilizzazione di minori per la produzione di reddito e produce i meccanismi di «riproduzione generazionale degli svantaggi» (operai, lavoratori con bassi salari, donne e neri, giovani). Dunque si accelera una dinamica di divisioni per classi, generi e colore di pelle, che era il nemico principale del «fidelismo».
In sostanza, la crisi produce una dinamica sociale con gli stessi meccanismi che in Italia o in Occidente, ma che si sommano a specificità cubane (economia poco sviluppata, società con canoni patriarcali, differenziazioni razziali ereditate dal passato e ovviamente ancora irrisolte).

La ricetta per affrontare questa situazione però è ben differente da quelle berlusconiana, visto che il governo punta a razionalizzare la politica di copertura sociale mantenendo però le conquiste della rivoluzione, sanità e scuola gratuite, forte assistenza anche se più selettiva. In particolare con interventi sul territorio invece che a pioggia («gratuità di massa»), con la possibilità dunque di selezionare chi più necessità di sostegno statale e in generale accoppiando l'assistenza con forme di autorganizzazione (economiche e sociali). Oltre che intervenire nella sovrastruttura con pratiche di «destrutturazione del modello maschile cubano (machismo)», aiuto alle donne (flessibilità orario di lavoro), ecc.

Tutte misure che richiedono una sostenibilità economica. E dunque riforme che hanno un forte componente politica. Coloro che scrivono al Granma per insistere sulla creazione di cooperative nel commercio, nei servizi e nel settore della gastronomia, o per proporre che si allarghi la possibilità di lavoro privato in settori come caffetterie, pizzerie, oltre che in vari mestieri, idraulico, meccanico, muratore, ecc. «non stanno affrontando un tema che riguarda gli effetti dell'embargo Usa, le conseguenze del periodo speciale o la mancanza di risorse economiche», afferma Orlando Freire Santana, nell'ultimo numero della rivista Palabra Nueva edita dall'arcivescovado dell'Avana. «Queste opinioni e interventi - continua - anche senza rendersene conto, riflettono sulle cause della cosidetta Offensiva rivoluzionaria che nel 1968 mise fine alle piccole attività private che sussistevano a Cuba».

Il dibattito è fortemente politicizzato, contraddicendo chi afferma che a Cuba trionfano repressione e totale mancanza di parola politica (e di società civile). Nelle opinioni che appaiono sulla stampa (di partito e governo), per usare le parole del cardinale Ortega, «molti parlano di socialismo e dei suoi limiti, alcuni propongono un socialismo riformato, altri si riferiscono a cambi concreti che devono essere attuati, a mettere in cantina il vecchio stato burocratico di tipo stalinista, altri parlano dell'indolenza dei lavoratori, della scarsa produttività ... Ma tutti hanno un denominatore comune che si facciano, e presto, i cambiamenti necessari» per rimediare all'attuale situazione di crisi. E, insiste il cardinale, vi è «un consenso nazionale», sul fatto che questi cambiamenti devono essere decisi a Cuba, tra cubani, non con le «campagne destabilizzanti» che partono, usando strumentalmente la questione dei diritti umani, da Usa, Spagna e altri paesi europei.

(da il manifesto, 11 giugno 2010).