Movimento Operaio

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Angola | Il potere ha paura…

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Intervista a Michel Cahen * a cura di Paul Matial

[Seconda parte dell’intervista a Michel Cahen sulle ex colonie portoghesi africane. La prima parte è stata pubblicata in questo sito nel gennaio 2017 (Mozambico | Una guerra civile che non finisce mai). L’intervista, rilasciata ad Afriques en lutte nel 2016, mantiene la sua attualità nei lineamenti di fondo. Abbiamo comunque aggiunto alcune note di aggiornamento. Al di là di alcune puntuali valutazioni, la cui responsabilità spetta ovviamente tutta all’intervistato, il testo, di cui s’è mantenuto il “parlato” anche a costo di qualche ripetizione, offre un buon quadro di riferimento per una conoscenza di questo Paese africano.]

Puoi riassumerci il processo di decolonizzazione dell’Angola?

Com’è noto, il 25 aprile 1974 il regime fascista portoghese, al potere dal 1930, venne abbattuto da un colpo di Stato militare. L’esercito prese il potere perché era ormai logorato da dieci anni di guerre coloniali.

In Angola i portoghesi reggevano militarmente, perché i movimenti di liberazione erano divisi e combattevano, oltre che contro i portoghesi, anche fra loro. Questi erano il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (MPLA) – radicato soprattutto nelle zone mbundu [1], fra la classe media e nel popolino della capitale Luanda – e il Fronte nazionale di liberazione dell’Angola (FNLA) – derivato da una formazione bakongo collegata a un ramo della vecchia famiglia reale kongo, e appoggiato da Mobutu (Zaire [attuale Repubblica democratica del Congo] e dagli Stati Uniti. Nel 1965 fa la sua comparsa un terzo movimento, l’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola (UNITA), una scissione del FNLA, composta soprattutto di Ovimbundu, il grande popolo del centro-sud del Paese.

Riportando qui le denominazioni di nazioni precoloniali, non voglio però dire che questi tre movimenti furono a base strettamente etnica, ma che la loro evoluzione storica è avvenuta in uno spazio angolano che non aveva nulla di nazionale. La socializzazione dei loro militanti s’era prodotta in forme diverse. Per esempio, nel caso del MPLA si trattava d’una popolazione urbana a Luanda, di vecchie élites creole discendenti da mercanti di schiavi africani ma marginalizzate dalla colonizzazione. Nel caso del FNLA si tratta, effettivamente, in maggioranza di Bakongo, ma non solo di questi (c’erano anche dei cabindesi), e vi si trovano genti espulse dalle loro terre ai tempi del boom del caffè negli anni Cinquanta e che s’erano rifugiate a Kinshasa e a Brazzaville. Quanto all’UNITA, era molto vicina alla chiesa congregazionista americana, nel centro del Paese. Quel che voglio dire è che le socializzazioni, i percorsi dei membri di questi movimenti sono completamente diversi tra loro.

Queste tre organizzazioni possono essere considerate movimenti di liberazione nazionale?

Sì, naturalmente, anche se è necessario fare analisi differenziate a causa delle loro diverse traiettorie e storie. Ma il fatto di obbligare i movimenti di liberazione africani ad accettare lo spazio coloniale (l’«Angola») ha posto problemi enormi. Per esempio, alle origini del FNLA troviamo l’UPNA (Unione delle popolazioni del nord dell’Angola), nei fatti un’organizzazione etnica o nazionalista il cui sogno era la ricostituzione di un’entità bakongo che era esistita per molti secoli e che oggi si trova suddivisa fra l’Angola settentrionale, Cabinda, il sud del Congo-Kinshasa, il sud del Congo-Brazzaville e il sud del Gabon.

Nel contesto degli anni 1974-1975 è il MPLA ad avere maggior successo: non tanto per il radicamento nell’ambiente rurale, che era molto debole, ma grazie al collegamento con l’irruzione del movimento sociale urbano. La storia ha mostrato come nessuno di questi movimenti fosse necessariamente più progressista degli altri, nonostante gli allineamenti del MPLA con Cuba e l’Unione Sovietica, del FNLA con gli Stati Uniti e lo Zaire, e dell’UNITA, che era maoista sino al 1974 per poi procedere a un fantastico capovolgimento alleandosi con l’apartheid [sudafricano].

Si deve capire che gli allineamenti internazionali per questi partiti sono cose che vengono “dopo”, e non li caratterizzano totalmente. Si tratta di partiti che hanno una propria storicità all’interno del Paese e che, in seguito, cercano degli appoggi: ciò si esprime in allineamenti internazionali, ma questi schieramenti internazionali non sono fondatori dell’identità politica, anche nel momento in cui il MPLA si rifà al marxismo-leninismo dopo l’indipendenza. Non si deve assolutamente paragonarli al partito comunista cubano o a quello vietnamita: il marxismo per loro è un fatto puramente strumentale, che abbandoneranno quando lo riterranno opportuno.

Poi c’è stata la guerra civile…

Effettivamente: una guerra civile fra i tre movimenti, cosa che ha internazionalizzato il conflitto, poiché il MPLA era appoggiato dai cubani e dall’Unione Sovietica, mentre FNLA e UNITA erano appoggiati da Mobutu, dagli americani e dall’Africa del sud. Questa guerra civile è terminata solo nel 2002, con la sconfitta di uno dei due schieramenti, quando il dirigente dittatoriale [Jonas Savimbi] dell’UNITA venne ucciso grazie alle informazioni fornite dagli Stati Uniti e da Israele (che nel frattempo s’erano schierati con il MPLA), che hanno permesso di localizzare questo dirigente.

In realtà, in Angola si sono susseguite ben tre guerre civili. Alla fine del processo il conflitto s’era piuttosto etnicizzato, da entrambe le parti: il MPLA ha commesso massacri di Ovimbundu e l’UNITA non parteggiava che per questi. Ma ciò non è avvenuto spontaneamente. S’è trattato d’un processo di degenerazione di una guerra civile durata – se si tiene conto dei primi scontri fra i gruppi – dal 1962 al 2002. Quindi, il processo di etnicizzazione della guerra civile non è stato che l’ultima fase d’un conflitto fra traiettorie sociali estremamente diverse in uno spazio coloniale, e “non nazionale”.

E dopo la guerra civile?

Se l’UNITA è stata vinta militarmente, essa sussiste tuttora come partito politico, anche se minoritario: ha ottenuto il 15 % dei voti in elezioni sia fraudolente sia avvenute sotto lo stretto controllo del neopatrimonialismo autoritario del MPLA. Un sacco di gente che era stato dalla parte dell’UNITA è passato al MPLA, come accomodamento con il vincitore. Fra il 2002 (fine della guerra civile) e il 2013, quando il prezzo del petrolio era molto alto, l’élite angolana si è scandalosamente arricchita, a un livello veramente incredibile, volendo fare di Luanda il Dubai africano. Per esempio, la figlia del presidente, Isabel dos Santos, ha comprato numerose imprese in Portogallo nelle telecomunicazioni, nei media, nel settore bancario, nell’industria, nell’energia eccetera. Li ha comprati come mezzo per fare uscire capitali dall’Angola, quando tutto questo denaro sarebbe così utile nel Paese. Quel che interessa a questa gente non è evidentemente il Portogallo in sé, ma il fatto che la vecchia metropoli è una porta d’entrata verso l’Unione Europea, verso la City di Londra e, perché no?, verso Washington. [2]

Essi hanno comunque elargito qualche briciola alla popolazione, stremata da guerre civili durate dieci anni più di quella mozambicana, e così il presidente-dittatore José Eduardo dos Santos è apparso come l’artefice della pace. Aveva sconfitto l’UNITA, e gli si dava credito di aver ripristinato la pace. Ma ormai sono praticamente 15 anni di pace e la situazione della gente non è assolutamente migliorata. E il prezzo del petrolio (98% delle risorse monetarie del Paese) ha cominciato a precipitare a partire dal 2013, con un’incidenza diretta sul budget del Paese. Il bilancio statale essendo diminuito del 50 %, quelli dell’istruzione, della sanità eccetera sono stati dimezzati. Evidentemente ciò non disturba molto l’élite, ma spiega perché essa abbia molta paura in questi tempi di restrizioni, perché tema l’emergere d’un nuovo movimento sociale.

Qual è la situazione politica e sociale del Paese?

In questo contesto ha fatto la sua apparizione un movimento contestatario, del tutto indipendente dai partiti tradizionali dell’opposizione, che sono il FNLA (molto piccolo, ma tuttora esistente), l’UNITA, che ha avuto il 15 % dei voti, una scissione dell’UNITA – che si chiama CASA [3] – e infine il solo partito di sinistra, il Blocco democratico, che ha rapporti con il Bloco de Esquerda portoghese, ma non ha deputati. Questo movimento contestatario è stato formato da studenti e giovani professori universitari. Essi si considerano come il «movimento rivoluzionario», i revus [abbreviazione di revolucionarios], fanno manifestazioni molto coraggiose – il loro modello sono le rivoluzioni arabe – salvo il fatto che si tratta di manifestazioni con una partecipazione massima di 300 persone.

A Luanda, i «quartieri di sabbia», i musseques, [4] che sono i quartieri popolari, non si sono assolutamente mossi, poiché sono strettamente controllati dal governo. Ciò potrà accadere in futuro, ma le manifestazioni sono ferocemente represse: c’erano più poliziotti che manifestanti…

La stampa ha dato notizia del processo al rapper Luaty Beirão e ai suoi compagni, che in seguito sono stati liberati. Puoi parlarci di questo episodio?

Questo gruppo di giovani intellettuali revus - alcuni dei quali, è il caso di Beirão, provengono da famiglie di grandi dignitari del MPLA – è l’espressione di una sorta di crisi generazionale che serpeggia anche all’interno della stessa élite. Per la maggior parte, infatti, non si tratta di persone originarie dei quartieri popolari, ma di intellettuali formatisi nella élite e che si ribellano di fronte alla marcescenza di questo governo immensamente ricco in un Paese immensamente povero.

Effettivamente, a partire dal 2013 hanno organizzato diverse manifestazioni, che però hanno avuto scarso successo. Ma hanno perseverato, con molto coraggio, e recentemente, otto mesi fa [nel 2015], sono stati tutti arrestati con l’accusa di tentare di preparare azioni violente per rovesciare il presidente. La realtà era esattamente il contrario: loro teorizzavano il pacifismo, studiando testi pacifisti, sulla disobbedienza civile, e pertanto avevano previsto uno schema di mobilitazioni civiche, che probabilmente non avrebbe funzionato fino a quando i quartieri popolari non si fossero mossi. Ma il potere ha avuto egualmente paura. E qui sta la prova che questo regime dittatoriale s’è autointossicato, perché in realtà questo piccolo gruppo di giovani coraggiosi non rappresentava assolutamente alcun pericolo per lui.

Non è certo perché una quindicina di intellettuali organizza piccole manifestazioni che la gente si convincerà a muoversi: ma il potere ne ha avuto paura perché non si trattava di un gruppo armato, ma di un gruppo di civili. Che peraltro ha fatto sei mesi di carcere preventivo e il cui processo s’è svolto nel giugno 2016, con condanne pesanti, dai due agli otto anni di prigione. Oltre al fatto che del loro movimento facevano parte anche due militari: scomparsi, probabilmente morti. Se di questo movimento s’è parlato molto ciò dipende dal suo importante significato simbolico e dalla notorietà del rapper. Ma, sul piano sociale, tutto ciò non ha ancora trovato un’espressione popolare. [5]

In Angola non vi è stato alcun moto urbano: ma quando ciò avverrà, sarà peggio che in Mozambico, perché Luanda è una mostruosa città di sei milioni di abitanti. Dopo la fine della guerra civile i tre quarti della popolazione angolana vivono sulla costa, e la metà di questi a Luanda.

I quartieri popolari sono una specie di gigantesca favela, contro cui il potere si accanisce: una parte della loro popolazione viene espulsa a forza dalle autorità per poter costruire condomini privati, per l’élite, circondati da filo spinato e alti muri. La procedura è molto semplice: «Se voi siete i proprietari, fateci vedere i documenti». Ma quella gente è là da tre generazioni, non ha documenti che comprovino la proprietà delle loro piccole baracche, e pertanto viene espulsa, a volte anche molto lontano, senza ricevere alcun indennizzo. La situazione sociale è dunque molto tesa.

Sino a oggi tutto ciò non ha prodotto moti, ma il giorno in cui i musseques caleranno sulla vecchia città coloniale, per attaccarla e saccheggiarla, sarà dura. E altrettanto dura sarà la risposta del potere. Non ho alcun dubbio in proposito: la guardia presidenziale o la polizia militare angolana non esiteranno di fronte a un massacro di massa pur di ristabilire l’ordine.

Cosa puoi dirci a proposito del Blocco democratico?

Si tratta di un partito abbastanza vecchio. All’origine si chiamava Fronte per la democrazia (FpD), ed era stato formato soprattutto da ex militanti dell’Organizzazione comunista angolana (OCA), un gruppo maoista, filoalbanese, che a sua volta derivava dai Comitati Amilcar Cabral (CACs), costituiti nel 1974-1975 da studenti rivoluzionari che praticavano una specie di entrismo nel MPLA.

I CACs erano stati sciolti dal potere nell’estate 1975, ed è allora che s’è formata clandestinamente l’OCA. L’OCA era molto staliniana: non era contraria al partito unico, ma avendo concluso che il MPLA non avrebbe potuto rappresentare il partito rivoluzionario, si proponeva di costruirlo. Un partito che, secondo le concezioni dell’epoca, sarebbe stato egualmente unico. Le sue ultime cellule sono state smantellate nel 1979: alcuni dei suoi militanti sono emigrati (soprattutto in Portogallo), altri hanno mantenuto il silenzio in tutti questi anni, altri ancora hanno cambiato opinione. Quelli però che sono rimasti fedeli all’ideale d’emancipazione hanno formato il FpD nel 1991, anno in cui, nel tentativo di realizzare delle elezioni, si è avuta un’apertura semipluralista. Era un partito abbastanza rispettato, perché molto etico: non c’erano corrotti al suo interno, cosa rara in Angola.

Il FpD era un partito formato da intellettuali, ma i cui membri animavano delle ONG interessanti. Pur legalizzati, sono stati oggetto di persecuzioni da parte del potere. Per esempio, per presentare candidati alle elezioni è necessario disporre di autorizzazioni da parte dell’amministrazione, ma se le autorità non rilasciano queste autorizzazioni prima dell’ultimo giorno utile per depositare le liste, non è possibile presentare candidati… E così non hanno avuto alcun eletto. Pensando di risolvere questo problema, sono stati presentati dei nuovi statuti e il nome del partito è stato mutato in quello di Blocco democratico. Ma in realtà ciò non ha cambiato le cose.

Il Blocco democratico (BD) è piccolo, ma si tratta effettivamente dell’unico partito di sinistra angolano: non è un gruppuscolo effimero che può sparire in un paio di settimane, ma è formato da un piccolo nucleo di persone che sono in rapporto, sia pure indiretto, con il movimento rivoluzionario dei giovani intellettuali di cui ho parlato prima. Esse lo appoggiano veramente, mentre gli altri partiti d’opposizione, come il FNLA e l’UNITA, sono del tutto estranei a questo movimento. Il BD è molto vicino a una ONG importante, SOS Habitat, che ha realizzato un ottimo lavoro nelle musseques, lottando contro le espulsioni.

Si tratta di un partito ancora debole e, in particolare, ancora incapace di avviare attorno a sé una dinamica unitaria. Va detto che i suoi dirigenti hanno essi stessi una visione piuttosto negativa dell’unità dell’opposizione, perché pensano che tutti i partiti d’opposizione o si sono fatti comprare dal potere o, se vi arrivassero, si comporterebbero come il MPLA. Il Blocco non ha quindi una sua politica unitaria, né una strategia per la conquista del potere, ciò che a mio avviso è un ostacolo al suo sviluppo. [6]

In ogni caso si tratta di un partito rispettabile, composta da gente coraggiosa, che - se il movimento sociale si riprende e se le musseques cominciano ad assumere la difesa dei giovani intellettuali imprigionati dal potere – potrà un giorno assumere un’importanza maggiore, in modo particolare se si avranno elezioni locali. Sino a oggi, a 42 anni di distanza dall’indipendenza, non sono mai state realizzate elezioni amministrative. A Luanda non possiede un sindaco, ma è governata direttamente dallo Stato. Se si tenessero elezioni legislative, in particolare a Luanda, è certo che il MPLA le perderebbe, che vincerebbe l’opposizione, e in seno a questa opposizione il Blocco democratico – ben conosciuto a Luanda e in certe città di provincia – otterrebbe degli eletti, dei consiglieri municipali.

Il Blocco democratico è anche il solo partito angolano con una corretta posizione sulla questione di Cabinda, dove è ancora in corso una guerriglia di bassa intensità a opera del FLEC (Fronte di liberazione dell’énclave di Cabinda). Si tratta di una regione senza continuità territoriale con l’Angola, che aveva fatto parte dell’antico regno del Congo, che costituiva una colonia portoghese a sé. Fino al 1956 era il Congo portoghese, distinto da quelli francese e belga. È solo nel 1956 che venne fuso con l’Angola. Quando poi nel 1975 il processo di decolonizzazione venne condotto sulla base dell’intangibilità delle frontiere, Cabinda entrò a far parte dell’Angola. Cosa che i cabindesi non hanno mai accettato.

A Cabinda è in atto una repressione feroce di tutto ciò che si muove, e in particolare della Chiesa cattolica. Quanto alla guerriglia, il cui livello di attività è basso, s’è malamente fatta conoscere nel 2008, in occasione della Coppa d’Africa delle nazioni del football (CAN), quando attaccò l’autocarro della squadra del Togo in transito nell’énclave, provocando diversi morti. Va anche detto che il FLEC è diviso in diversi tronconi (le cattive lingue sostengono esservi una fazione per ogni compagnia petrolifera…). In ogni caso, il Blocco democratico riconosce il problema e non tratta i cabindesi come “terroristi” o “separatisti”, ritenendo che debbano essere consultati circa la loro appartenenza all’Angola, si tratti di una forma di autonomia o di una indipendenza completa.

L’unica piccola luce che potrebbe delinearsi in fondo al tunnel angolano consisterebbe nella convergenza fra il Movimento rivoluzionario, i movimenti sociali e il Blocco democratico.

Postscriptum del gennaio 2017. Il presidente angolano José Eduardo dos Santos ha annunciato il suo ritiro. Poiché la presidenza è la chiave di volta d’un ricchissimo sistema neopatrimoniale, è possibile che ciò comporti una relativa instabilità del sistema di potere, con lotte interne al MPLA. Ma senza l’unità dell’opposizione, nulla di credibile sarà possibile.

* Michel Cahen, francese, uno dei maggiori esperti di Africa lusofona, è direttore di ricerche CNRS presso la Casa de Velázquez di Madrid e presso l’Instituto de Ciências Sociais di Lisbona. È stato tra i fondatori di «Lusotopie» (1994-2009), la più autorevole rivista sui Paesi di lingua portoghese. Ha pubblicato diversi libri, soprattutto sul Mozambico e sui problemi del rapporto fra etnicità e nazionalismo in Africa, fra i quali vanno citati almeno Mozambique, la révolution implosée (L’Harmattan, Paris 1987), Ethnicité politique (L’Harmattan, Paris 1994) e La nationalisation du monde (L’Harmattan, Paris 1999). La prima parte di questa intervista si trova in questo sito: Mozambico | Una guerra civile che non finisce mai

Titolo originale: Un pouvoir immensament riche, mais qui a peur…, pubblicato il 10 febbraio 2017 sul sito di «Afriques en lutte»:

http://www.afriquesenlutte.org/afrique-australe/angola/article/angola-un-pouvoir-immensement

Traduzione dal francese e note di Cristiano Dan

Note

[1] Mbundu in questo caso è il singolare di AMbundu e di OviMbundu così come più sotto kongo è il singolare di BaKongo. Nelle lingue bantu il plurale è segnalato da un prefisso (prefisso segnaplurale: A-, Ovi-, Ba- ecc.). Il termine “cabindesi”, più oltre, non è un etnico, ma si riferisce a tutti gli abitanti della provincia di Cabinda.

[2] Su questo punto vedi in questo sito Angola: un paese ricco con un popolo povero

[3] CASA è l’acronimo di Convergenza larga per la salvezza dell’Angola, una coalizione elettorale di quattro partiti: Partito di alleanza libera della maggioranza angolana, Partito di sostegno alla democrazia e allo sviluppo dell’Angola, Partito pacifista angolano e Partito nazionale per la salvezza dell’Angola. La coalizione si autocolloca nel “centrosinistra”, in una non meglio precisata “socialdemocrazia”.

[4] Parola kimbundu, con cui si indica genericamente l’insieme dei quartieri poveri costituiti perlopiù da baracche, equivalenti delle favelas brasiliane. “Quartieri di sabbia” perché sorgono su terreni fragili, argillosi.

[5] Su questo gruppo d’opposizione rimandiamo, per maggiori dettagli e per una valutazione meno pessimistica, all’articolo in questo sito già citato alla nota 2. L’effervescenza sociale comunque continua: per citare solo i più recenti avvenimenti, in febbraio v’è stata una manifestazione di giovani, duramente repressa, e in marzo sono scese in campo le donne contro la proibizione totale dell’aborto: un “regalo” del regime alla Chiesa cattolica, nella speranza di smorzarne certe sue prese di distanza.

[6] In vista delle elezioni legislative del 23 agosto prossimo, il Blocco ha raggiunto un accordo con CASA per la presentazione di una lista comune. Sulla natura di questo accordo torneremo in un prossimo futuro, quando il quadro politico angolano, attualmente in fase di assestamento, sarà stabilizzato.

Per approfondire

Della feroce repressione che ebbe luogo nel maggio di 40 anni fa in Angola Cahen non fa cenno, per ovvi motivi di spazio. Chi fosse interessato ad approfondire questo argomento può consultare l’ampio dossier (in portoghese) preparato da Luís Leiria, O 27 de maio de 1977 em Angola, per «Esquerda.net»:

http://www.esquerda.net/dossier/o-27-de-maio-de-1977-em-angola/48813

Inizia con un’ampia biografia di Sita Valles, militante del PC portoghese e del MPLA, fucilata per ordine del gruppo dirigente del MPLA a 25 anni d’età, assieme a Nito Alves e altri; e comprende poi, oltre a una cronologia, numerose testimonianze di sopravvissuti al massacro, interviste e documenti, ivi compreso sul tragico ruolo avuto nell’occasione dalle truppe cubane.

 



Tags: Angola  Cabinda  Mozambico  Cuba  

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