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Francia | Macron vince, ma ha il fiato corto

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di Cristiano Dan

Due sono i limiti della vittoria del partito di Macron, La République en marche (LRM): il primo, evidente, di cui parleremo più sotto, è l’alto tasso di astensionismo registrato in questo secondo turno elettorale; il secondo, che affronteremo subito, è che i risultati raggiunti, per quanto “spettacolari”, sono ampiamente al disotto delle attese, alimentate soprattutto dal sistema mediatico. [1]

Macron puntava su due obiettivi: assicurarsi la maggioranza assoluta dei seggi, per far funzionare senza inceppi il suo governo presidenziale, e disarticolare il sistema dei partiti francesi, assorbendone pezzi nel suo movimento “né di destra né di sinistra” (un “estremismo di centro”, come è stato definito) e disarticolando e riducendo all’insignificanza i partiti collocati alla sua destra e alla sua sinistra. Il primo obiettivo è stato raggiunto, ma non nella dimensione sperata, e con più di un segnale di inversione di tendenza. Il secondo lo è stato solo parzialmente, con la semi-distruzione del Partito socialista, che di Macron era stata la “culla“ politica, ma senza riuscire né a far sparire l’opposizione di sinistra, né a rendere innocua quella di destra.

Quel che dicono i seggi

Ragionare sui numeri assoluti di voti o sulle percentuali sarebbe una pura perdita di tempo. Nel secondo turno delle elezioni francesi “correvano” infatti solo i candidati che si erano qualificati al primo turno (ottenendo cioè almeno il 12,5 %). E dunque oltre 500 candidati di LRM e del suo alleato Movimento democratico (MoDem), 300 della destra tradizionale (Républicains e UDI), oltre 200 del Front national. La sinistra, nelle sue varie componenti, riformiste comprese, aveva in tutto 142 candidati, che in due casi si affrontavano fra loro. Ciò significa, pertanto, che la sinistra era presente solo in 140 delle 577 circoscrizioni. I voti che essa aveva ottenuto nelle circoscrizioni in cui non aveva potuto presentarsi al secondo turno “spariscono dal tabellone”, dunque: in gran parte finiscono nell’astensione, in parte si riversano sul candidato contrapposto al Front national, per non far passare i lepenisti. Dovrebbe dunque risultare chiaro che sia il numero di voti sia le percentuali attribuite a tutta la sinistra nel suo complesso nel secondo turno non riflettono la sua forza reale. Lo stesso, naturalmente, vale, anche se in misura molto minore, per gli altri partiti.

Si può però tentare un’altra analisi. Ragionare cioè sul numero dei seggi ottenuti e sul risultato dei vari “duelli” avvenuti. Un’analisi per molti aspetti illuminanti.

Il partito di Macron con 306 seggi ottiene da solo la maggioranza assoluta (per l’esattezza, il 53 % dei seggi totali). Al primo turno, quello in cui l’elettore francese aveva espresso la sua “prima scelta”, Macron aveva ottenuto poco più del 28 %. Lo scarto fra questa percentuale e quella precedente (il 25 %) rappresenta l’assurdo “premio di maggioranza” che il sistema elettorale maggioritario a due turni gli ha consegnato. Con poco più di un quarto dei voti espressi al primo turno (e che equivalgono a poco più di un decimo di tutto il corpo elettorale) Macron ottiene il pieno controllo del parlamento. Cosa che dovrebbe far riflettere un pochino i tanti tifosi nostrani, soprattutto di sinistra, di un sistema elettorale simil-francese...

Sistema comunque che, dopo aver ampiamente premiato Macron, ha elargito modesti ma non insignificanti premi di consolazione anche a MoDem e ai Républicains (tutti sovrarappresentati in seggi), punendo invece gli altri partiti. Il più danneggiato è il Front national, i cui 8 seggi rappresentano meno del 2 % del totale (ma i cui voti al primo turno ammontano al 13 %), seguito dal movimento di Mélenchon (17 deputati: 3 % dei seggi rispetto all’11 % dei voti), mentre lo squilibrio ai danni del Partito socialista (31 deputati) e di quello comunista (10 deputati) c’è, ma è meno scandaloso.

Sottolineato ancora una volta il carattere assolutamente non rappresentativo del sistema elettorale francese, ci sono altre cose interessanti che ci dicono i seggi.

Il movimento di Macron era dato per vincente (si favoleggiava di 450 seggi) perché i suoi candidati e quelli dell’alleato MoDem erano arrivati in testa, al primo turno, in ben 449 circoscrizioni. In diverse altre decine di circoscrizioni, poi, i candidati macronisti e di MoDem si trovavano in seconda posizione ma, a parere di molti analisti, con buone possibilità di vittoria.

La realtà è stata un po’ diversa. In circa un centinaio di circoscrizioni il candidato macronista arrivato in testa al primo turno è stato sconfitto al secondo, e lo stesso è avvenuto per una decina di MoDem. A favore di chi? In oltre la metà dei casi a favore della destra dei Républicains, ma in un numero significativo di casi a favore di candidati della sinistra: movimento di Mélenchon (13 casi), socialisti (18 casi), comunisti (4). Inoltre, i candidati macronisti arrivati in seconda posizione ma dati spesso come vincenti hanno quasi sempre fatto flop. Sono stati battuti, ovviamente, dai Républicains (in 24 casi su 25), ma anche da Mélenchon (3 casi su 3), dai comunisti (4 su 4), dai socialisti (2 su 2). Dove invece i macronisti hanno funzionato a pieno regime è stato nei “duelli” con il Front national: lo hanno battuto 79 volte dove il FN era al secondo posto e 7 volte su 11 dove il FN era invece in testa.

Cosa si può ricavare in prima approssimazione da questa serie di dati? Che nel secondo turno il movimento di Macron ha cominciato a perdere l’iniziale slancio. Se quando si è trovato ad affrontare i frontisti della Le Pen ha avuto gioco facile, perché ha potuto giovarsi del “riflesso repubblicano” (si vota chiunque pur di non far passare un lepenista), le cose sono andate diversamente quando i “duelli” avvenivano con altri partiti.

E veniamo alla sinistra. La France insoumise di Mélenchon era arrivata in testa al primo turno in sole tre circoscrizioni, di fronte a tre candidati macronisti: li batte in tutti e tre i casi. Aveva poi una sessantina di candidati in seconda posizione: in 13 casi questi sconfiggono i macronisti, in un caso un lepenista. Il Partito comunista aveva 5 candidati in pole position, che battono i loro avversari (4 macronisti e 1 lepenista), e riesce a far eleggere altri cinque deputati che correvano svantaggiati (anche in questo caso battendo 4 macronisti e 1 lepenista). Quanto al Partito socialista, innegabilmente il grande sconfitto di queste elezioni, dà qualche segno di vitalità: con 31 deputati, riesce a far eleggere quasi tutti i suoi candidati arrivati primi e se ne aggiudica diversi altri dove si trovava in seconda posizione (18 dei quali strappati ai macronisti).

Riassumendo: dove i duelli avvenivano fra macronisti e candidati di sinistra in vantaggio, i macronisti hanno sempre perso, e dove la sinistra affrontava macronisti in vantaggio (69 casi), i candidati di sinistra l’hanno spuntata nella metà dei casi (18 socialisti, 13 mélanchonisti e 4 comunisti).

Una prima conclusione

Il macronismo sta cominciando a mostrare i suoi limiti. Non solo non è riuscito a mettere fuori gioco la destra classica dei Républicains, ma si dimostra non in grado di sfondare a sinistra dove questa riesce, sia pure all’ultimo momento, a far convogliare i voti in direzione di un candidato unico. Perché è questo che è avvenuto spesso, per volontà della base e a prescindere dalle indicazioni dei vertici, ancora attardati in dispute per l’“egemonia a sinistra“ che risultano un tantino risibili nella situazione data.

Conclusa la lunga fase elettorale, si apre ora una nuova fase politica che si preannuncia piuttosto vivace.

Il macronismo è un fenomeno nuovo (almeno in Francia), che deve il suo successo più che a meriti propri, al profondo grado di deterioramento raggiunto dal sistema politico. Ha le apparenze di un partito democratico borghese, ma in realtà è l’incarnazione del sogno autoritario del suo fondatore, che lo dirige con mano di ferro, aiutato da un nucleo ridottissimo di fedelissimi. Non si può, almeno per ora, parlare di un partito strutturato, con sue regole di vita interna più o meno democratiche, ma di una organizzazione verticale in cui la prima e l’ultima parola spetta a Macron, dalla scelta dei ministri a quella dei candidati alle elezioni. La République en marche è, più che un partito, una impresa privata, che per durare deve produrre, e rapidamente, “profitti”. E cioè “riforme” del sistema francese, che sono in realtà controriforme: a cominciare da quella del lavoro (un Job Act in versione transalpina) e, sul versante delle libertà politiche, dalla trasformazione dello stato di emergenza transitorio in stato di emergenza permanente. Due misure che mirano a imbrigliare la società, a regolamentarla ferreamente, sulla base di un modello che non ha nulla da invidiare a quelli dell’organizzazione aziendale.

Macron sa (o dovrebbe sapere) che il tempo lavora contro di lui. Quando ci si presenta come l’uomo nuovo, il deus ex machina, occorre passare rapidamente dalle parole ai fatti, produrre “cambiamenti”, pena un rapido appannamento della propria “immagine“, come hanno imparato a proprie spese altri enfant prodige della politica europea (a cominciare da Renzi). E dato il carattere dell’uomo come viene descritto da chi lo conosce bene, data la sua arroganza, la sua sicumera, il suo decisionismo, il suo narcisismo, è probabile che Macron darà rapidamente fuoco alle polveri, cercando lo scontro a sinistra: sui temi da lui prescelti, l’attacco ai diritti dei lavoratori e l’attacco ai diritti politici, godrà dell’appoggio, tacito o dichiarato, della destra classica. E una volta liquidata del tutto la sinistra, potrà poi dedicarsi a regolare i conti anche con questa destra, assorbendola in gran parte ed emarginando del tutto la parte non digeribile.

Dal terreno elettorale lo scontro si traferirà dunque molto rapidamente sul terreno sociale. Nella storia della sinistra si è spesso reagito alle sconfitte elettorali dichiarando che la rivincita la si sarebbe presa nelle piazze. Il più delle volte si è trattato di vana retorica, un po’ infantile e velleitaria, ed infatti il più delle volte di “rivincite” nelle piazze non se n’è vista l’ombra. Nel caso francese però le cose sembrano essere del tutto diverse.

E veniamo qui al tema dell’astensione. Nel corso del primo turno di queste elezioni legislative si è avuta un’astensione del 51,3 %. Se dai votanti togliamo i voti bianchi e nulli (1,1 %), arriviamo a un 47,6 % di voti espressi ai partiti. Nel secondo turno le astensioni sono salite al 57,4 %, i voti bianchi e nulli al 4,2 %, e i voti espressi ai partiti sono dunque scesi a un incredibile 38,4 %. [2]

L’alto astensionismo è stato naturalmente segnalato da tutti i media, ma anche rapidamente archiviato, in nome della “legittimità” della vittoria di Macron. Certo, se ci si ferma alla lettera, e non si guarda alla sostanza, la “legittimità” c’è. Ma è giocoforza constatare anche che la “legittimità” elettorale è ormai entrata in aspro contrasto con la realtà, e quando la “legittimità” non ha più basi reali, concrete, materiali, c’è da aspettarsi il peggio.

Il fatto è che, a partire almeno dal 1945, mai, in nessun Paese dell’Europa occidentale, un parlamento è stato eletto da un numero così irrilevante di cittadini e mai un partito ha potuto disporre d’una maggioranza assoluta con una base così esigua, di poco superiore a un decimo dell’elettorato. Per vedere qualcosa di simile occorre scartabellare fra i risultati elettorali dei Paesi che facevano parte del blocco sovietico, non proprio dei modelli dal punto di vista della democrazia borghese. Per limitarci a un solo esempio, pochi giorni fa si è votato in Kosovo, con un’astensione del 40 % circa, in parte giustificata dall’altissima emigrazione che caratterizza questo Paese.

Qui il discorso rischia di diventare lungo e complesso. Ci si limiterà a qualche elementare interrogativo. Quanto può reggere un sistema democratico quando la “partecipazione” dei cittadini al suo momento di fondazione e di conferma, le elezioni, scende oltre una certa soglia minima? Quanto è realmente rappresentativo (“legittimità” a parte) un governo, un parlamento, quando è espressione solamente di una minoranza, e neppure tanto cospicua? Non si crea qui, nei fatti e non nelle nostre elucubrazioni, un contrasto forte, irriducibile, fra la realtà sociale com’è e la realtà politico-istituzionale artificialmente creata mediante i vari marchingegni elettorali? E come si può tentare di risolvere questo contrasto? Alla Macron, e cioè imponendo una disciplina aziendal-autoritaria alla società? O ridando la parola alla cittadinanza, parola che in prima istanza non potrà che esprimersi nei luoghi di lavoro, nelle scuole, “nelle piazze” appunto?

[1] Vedi in questo sito Francia | La marcia (funebre?) di Macron

[2] Accontentiamoci di questa cifra, anche se la si potrebbe legittimamente abbassare ulteriormente. In un’analisi dei risultati del primo turno, Roger Martelli scrive, in un articolo interessante anche se discutibile per molti aspetti, che «Più della metà degli elettori iscritti non sono andati a votare. Aggiungiamovi i non iscritti (3 milioni) e i male iscritti [mal-inscrits] (6,5 milioni) e arriviamo a un risultato sconvolgente: circa i due terzi dei francesi in età di votare non l’hanno fatto questa domenica». Vedi Une analyse des résultats du premier tour des législatives – Un zoom sur le PCF et la France insoumis

http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article41307

Sarà il caso di ricordare che in Francia non si viene iscritti automaticamente nelle liste degli elettori al compimento dell’età per votare: si deve chiederlo.



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