Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Storia - Berlino, la rivolta popolare del 17 giugno1953

Storia - Berlino, la rivolta popolare del 17 giugno1953

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di Gareth Dale

da A l'encontre

Introduzione

Nel maggio del 1952, gli Accordi di Berlino abolirono l’occupazione da parte delle potenze vincitrici. In questo modo, il Trattato della CED (Comunità europea di difesa) offriva la possibilità di riarmo della Germania Occidentale. In questo quadro, i dirigenti del Partito Socialista Unificato (SED) – di “concerto” con la direzione del PCUS – rinviano (sine die) il progetto di riunificazione della RDA (creata nell’ottobre 1949) con la RFA (fondata nel maggio 1949).

Il 9 e 12 luglio del 1952 si proclamava la “costruzione del socialismo”, con una RDA sotto la direzione effettiva di Walter Ulbricht, Segretario generale della SED. Il primo Piano quinquennale (1951-1955) viene annunciato nel 1951. Questo avrebbe inaugurato una fase nella quale si sarebbero combinate una rilevante pressione politico-poliziesca per incrementare l’intensificazione del lavoro – con minacce ai salari che potevano derivare dal fallimento nel raggiungere gli “obbiettivi scientifici” di produzione – e una massiccia priorità assegnata all’industria pesante (più facilmente controllabile in quanto concentrata in alcuni rami chiave) a detrimento della produzione di beni di consumo durevoli, nonché di generi alimentari di immediato consumo. Sulla stampa, incluso nelle lettere dei lettori, risaltava la penuria di beni alimentari. Nell’agosto del 1952 questo precipitò il sorgere di “cooperative agricole di produzione, articolate in tre categorie (secondo norme relativamente analoghe a quelle dell’URSS per il “settore statalizzato”, anche se con alcune differenze). La suddetta “riforma agraria” si scontrò con parecchie difficoltà, che non dipendevano soltanto dagli ex-grandi proprietari, come faceva credere una certa propaganda della stampa staliniana.

“La questione agraria” ha sempre incontrato ostacoli nel complesso di quello che veniva chiamato “il blocco sovietico”. Le “tensioni sociali” nel settore agricolo sfociarono nella fuga a Occidente di decine di migliaia di contadini piccoli e medi nel 1952 e 1953. Si combinavano il ruolo crescente della polizia – la Stasi (abbreviazione di: Sicurezza di Stato), instituita nel 1950 – e gli obblighi di “consegne” che, se non rispettati, comportavano misure repressive. Non occorreva quindi semplicemente “epurare” il settore contadino, ma il SED stesso, che di “unificato” non aveva che il nome. L’epurazione colpì sia partiti come la SPD (assorbita in un SED sottoposto alla direzione del PC, fin dal 1946), sia l’Unione cristiano-democratica, il cui membro Georg Dertinger viene dimesso dall’incarico di ministro degli Esteri e accusato di “spionaggio nel gennaio del 1953. Uno scontro piuttosto aperto si manifestava tra i giovani del PC (che ha sempre usato la denominazione di SED fino al 1990) – battezzati “giovani liberi”(allo stesso titolo dei giovani del PDA-PSdT in Svizzera) e i giovani della corrente degli evangelici (Junge Gemainde). Negli anni Ottanta, si assiste alla rinascita di questa forza socio-politica.

Contrariamente a quanto si “trangugia” ancora oggi, la morte di Stalin, nel 1953, non ha determinato il calo del cosiddetto “culto del Piccolo Padre dei popoli” nella RDA. Anzi, questo si è rafforzato: nuove statue, nuovi nomi dati a strade e fabbriche. Il lutto funziona bene. In questo c’è, nel medesimo tempo, la traduzione di tensioni in seno al PC (SED epurata) e una sorta di affermazione dell’indirizzo di forsennata industrializzazione. Questa deve fare della RDA “l’esempio del successo” nell’“ordine” di un “socialismo tipicamente tedesco”, sottacendo un tragico passato. Qualunque “unificazione tedesca” veniva in tal modo rimandata alle calende greche.

Gli “esempi” devono essere “esemplari”. Conclusione: nel marzo 1953 si decise l’incremento del 10% dei ritmo di lavoro, con la pignola registrazione con i rilevatori dei tempi a mo’ di capireparto della “costruzione del socialismo”. Per la riuscita del progetto occorreva neutralizzare le attività sindacali, perseguitare i sindacati e sviluppare una campagna contro le molteplici resistenze, che andavano dal sabotaggio alle svariate modalità classiche della resistenza operaia passiva. Il 9 giugno 1953 – massiccia è la ripresa delle notizie sul disagio crescente – l’Ufficio Politico del SED si impegna in una dichiarazione che, per un verso, pone l’accento sull’importanza dell’“innalzamento del tenore di vita” e, per altro verso, sul “rafforzamento della legalità”, riconoscendo al contempo che si sarebbe concesso un aiuto ai “contadini privati” - “grandi e medi” compresi, i quali avrebbero potuto recuperare dei terreni e disporre di crediti – come pure al “piccolo commercio”.

Da mesi covava una vasta crisi sociale. Il SED propone un “nuovo corso economico”. Lavoratori e lavoratrici salutano questa decisione del 15 giugno che apre una breccia per la manifestazione delle rivendicazioni; il 17 giugno, insorgono.

* * *

Dopo questa introduzione redazionale ripresa dal sito di A l'encontre, di seguito pubblichiamo la prima parte di un dossier su questa rivolta popolare, la prima di quest’ampiezza in un presunto “paese socialista”. Questa storia tesse regolarmente alcuni elementi del presente perché legati a un “bilancio di prospettiva”, condizione indispensabile (certo non sufficiente) per delineare le linee di forza di una effettiva “prospettiva socialista”. Tra l’altro, la storiografia ufficiale della RDA ha ancora una sua presa su componenti della “sinistra radicale” o che si camuffano in alleanze definite di “unità delle sinistre”, entrambe definizioni piuttosto vaghe. In effetti, i temi del ruolo delle “provocazioni americane (di Berlino-Ovest), di quelle di “ex nazisti” (più di uno dei quali è stato ammesso senza difficoltà nel SED), della rivendicazione di “libere elezioni” (sic) avrebbero un valore esplicativo di questa sollevazione popolare che avrebbe costretto le forze militari dell’URSS a intervenire per “ripristinare la legalità”.

La parte che pubblichiamo è basata su un articolo di Garett Dale, uno storico noto per i suoi lavori sui movimenti popolari nella RDA; la seconda riporta due testi scritti, all’epoca, da due delle componenti del “movimento trotskista” (uno di essi è di Ernest Mandel) e può essere consultata in lingua francese sul sito di A l’Encontre: http://alencontre.org/societe/histoire/histoire-le-soulevement-ouvrier-en-allemagne-orientale-juin-1953-ii.html#more-42469 .

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Il 17 giugno 1953 si scatenò la prima di una serie di rivolte contro i regimi dell’Europa dell’Est sostenuti dai Sovietici.

Cominciò a Berlino e si diffuse attraverso la Repubblica democratica tedesca (RDA). Scioperarono oltre un milione di lavoratori e circa un milione di tedeschi dell’Est presero parte a proteste. Il numero sarebbe stato ancora più elevato se l’“Armata rossa” e le locali forze della sicurezza non fossero intervenute tempestivamente e con una brutalità che provocò vari morti. La scala della risposta è all’origine della famosa battuta sarcastica di Bertolt Brecht: l’Ufficio politico [del SED, cioè del Partito socialista unificato tedesco] non avrebbe fatto meglio “a sciogliere il popolo tedesco e a eleggerne un altro?”.

Tuttavia, quel che rimane sorprendente è la rapidità con cui si radicalizzarono i lavoratori e le lavoratrici. Un normale sciopero nella zona Est di Berlino divenne una rivolta su scala dell’intero paese. In alcune località si formarono comitati di sciopero in svariate fabbriche ed embrionali consigli.

Il tutto avvenne in un giorno, quando i lavoratori si presentarono all’ingresso del turno di mattina e quando nel pomeriggio venne imposta la legge marziale. Gli alleati sovietici della Germania-Est rimasero fulminati: “Come è possibile che succeda una cosa del genere?”, mugugnò uno di questi. “Non capisco. Cose del genere non si sviluppano da un giorno all’altro!”.

La scintilla

La scintilla fu lo sciopero proclamato dai lavoratori edili del cantiere della Stalinallee a Berlino, nel punto dove un viale monumentale, come una torta matrimoniale, si ergeva fra le macerie delle distruzioni belliche.

Maggio 1953: aumenti del 10% dei ritmi di produzione

Pur essendo, in certa misura, spontaneo, lo sciopero si era tuttavia sviluppato in seguito alle discussioni di delegati sindacali scontenti per i recenti incrementi dei ritmi del lavoro da svolgere.

I lavoratori mollarono i loro strumenti e discussero di cosa si dovesse fare poi. La risoluzione deve esigere l’annullamento dei nuovi ritmi di lavoro e, al tempo stesso, criticare il regime? Una delegazione dei lavoratori deve portare direttamente al governo la risoluzione? Alla fine decisero di sfilare in massa portando soltanto un messaggio sui ritmi.

La manifestazione del 16 giugno cominciò come un ruscello e senza un disegno preciso. Lo striscione dei lavoratori riportava questa frase: “Esigiamo la riduzione dei ritmi!”. Il loro era un obbiettivo semplice: consegnare la risoluzione al governo [per due ore, né Ulbrich né Grotewohl si presentarono nella sede del governo].

Passando di fronte ad altri cantieri, ai manifestanti si univano nuovi contingenti di lavoratori. In migliaia gonfiarono le file del corteo e via via gli slogan cambiarono. La questione dei ritmi perse il suo posto centrale e per le strade risuonarono slogan quali: “Lavoratori, unitevi a noi!”, “L’unione fa la forza”, “Vogliamo libere elezioni!”, come anche “Vogliamo essere liberi, non schiavi!”.

Una folla di circa diecimila persone giunse di fronte al Palazzo dei ministeri. Un anziano lavoratore lanciò lo slogan: “Vogliamo parlare con il governo!”.

Pretesero che Walter Ulbricht, dirigente del SED - Partito socialista unificato tedesco (Sozialistiscge Einehitspartei Deutschlands), risultato della fusione [obbligata] tra il Partito comunista tedesco (KPD) con il partito socialdemocratico (SPD) nelle regioni dell’Est – si presentasse al loro cospetto.

Al posto di Ulbricht si presentarono per rivolgersi alla folla alcuni funzionari subalterni. Annunciarono che la principale richiesta dei lavoratori – l’annullamento dell’aumento dei ritmi di produzione – sarebbe stata accolta. Si era riportata – sembrava – una facile vittoria.

Visto che Ulbricht non si faceva vivo, alcuni lavoratori si dispersero, contenti di avere strappato una grande concessione, così a buon mercato. La maggioranza, tuttavia, scelse di aspettare. Non si fidavano delle concessioni annunciate da quei funzionari e chiesero di “venire ascoltati da Ulbricht in persona”.

I funzionari governativi cedettero il posto a oratori provenienti dalla manifestazione. Uno di questi presentò una serie di rivendicazioni: “annullamento dell’aumento dei ritmi; riduzione dei prezzi dei negozi di Stato; miglioramento generalizzato del tenore di vita dei lavoratori; rinuncia all’impegno di creare un esercito; libere elezioni in Germania”. Poi, un giovane ingegnere suggerì di sfilare per Berlino facendo appello allo sciopero generale. La proposta raccolse clamorosi applausi da parte dei manifestanti.

Durante il pomeriggio gli scioperanti si dispersero – in autobus, in tram, in bicicletta – verso i luoghi di lavoro dell’intera città.

L’insurrezione

Durante la notte la notizia si diffuse in tutto il paese. Il mattino seguente, gravava nell’aria una domanda: “Dobbiamo dimostrare la nostra solidarietà con Berlino?”. Assemblee di massa decisero se partecipare o meno allo sciopero ed elessero comitati di sciopero. In questi comitati figuravano, ben piazzati, rappresentanti sindacali di base, lavoratori militanti, come pure chi esprimeva il proprio disaccordo con le rivendicazioni avanzate.

Spesso i membri dei comitati si conoscevano per essersi incontrati nelle organizzazioni del movimento operaio, ad esempio nel SPD, nei sindacati, o all’interno dell’Associazione dei perseguitati dal regime nazista (la VVN – Vereinigung der Verfolgten des Naziregimes [Unione delle vittime dei regimi nazisti] – Bund der Antifaschistinnen und Antifaschisten [Lega delle/degli antifasciste/i], fondata nel 1947 a Berlino), oppure nell’esercito.

In alcuni luoghi di lavoro, il ritmo degli avvenimenti non consentiva che si creasse un processo collettivo per la presa di decisioni. Ma dove vennero creati comitati funzionanti, i membri discussero proposte di iniziative sottoponendole al voto collettivo, un qualcosa che costituì una forte fusione tra democrazia e coordinamento.

Il compito principale fu quello di assumere il controllo dei luoghi di lavoro. Alcuni comitati li socializzarono addirittura partendo dal basso, trasformando i loro luoghi di lavoro in cooperative. Più in generale, i comitati si concentrarono sulle trattative con i dirigenti d’impresa per la riassunzione dei lavoratori licenziati e dei funzionari destituiti, o ad estendere lo sciopero.

I lavoratori presero il controllo della centrale telefonica, organizzarono picchetti e manifestarono nelle zone circostanti. Essi inoltre stilarono elenchi più ampi di rivendicazioni. Queste esprimevano le richieste di fondo dello sciopero: che le giornate di assenza dal lavoro fossero retribuite e i membri dei comitati non venissero repressi, nonché lamentele riguardanti i luoghi di lavoro. Molte rivendicazioni “materiali”, ad esempio la soppressione dell’aumento dei ritmi di lavoro o la richiesta di parità di salario per le donne, eclissarono le questioni politiche. Altre, in compenso, erano esplicitamente politiche: la riduzione del salario della polizia; l’attuazione di libere elezioni (spesso richieste per l’intera Germania); la legittimazione legale delle iniziative operaie; la liberazione dei prigionieri politici; nonché le dimissioni del governo.

Da una città all’altra sorsero manifestazioni, a partire il più delle volte dalle fabbriche in sciopero. Spesso si univano altri settori della popolazione: lavoratori di imprese più piccole, studenti e lavoratori autonomi. Quando raggiungevano il centro delle città, i manifestanti cercavano di tenervi assemblee, o tentavano di occupare sedi del potere municipale.

A Lipsia, ad esempio, i manifestanti occuparono la centrale delle trasmissioni radiofoniche, la tipografia del giornale [di partito], nonché le sedi sindacali e degli organismi giovanili del regime. A mezzogiorno, celebrarono la loro vittoria; alcuni dei manifestanti ballarono al suono di un pianoforte che avevano installato nella piazza del mercato.

Per la sua estensione e la sua conclusione in assemblea, lo sciopero sembrava animato da determinazione. Larghi strati della popolazione avevano la sensazione “che bisognasse fare qualcosa” ed espressero un consenso, spesso di una forza sorprendente, sull’andamento dell’iniziativa.

Una volta raggiunto questo apice, la sensazione di un obiettivo comune si indebolì. Questioni strategiche e tattiche divennero complicate: quale edificio si deve occupare?; dove risiede il potere?

Le proteste iniziali furono opera di lavoratori che si conoscevano reciprocamente e potevano, confrontandosi, sfociare facilmente in decisioni che tenevano tutti insieme. Mentre si disperdevano per le vie e vennero raggiunti da altri, la forza relativa di questa rete declinò. E benché la maggior parte delle manifestazioni e dei raggruppamenti si svolgessero pacificamente, lo Stato spedì forze di sicurezza per disperdere le folle.

Da varie parti, i manifestanti, muniti soltanto dei loro pugni o dei loro attrezzi, disarmarono le forze di Stato. La Stasi era inefficace e il suo centro perse il contatto con numerose sezioni locali; la polizia era debole e una minoranza di poliziotti si ammutinò.

Tuttavia, l’intervento di forze della sicurezza fece aumentare il “costo” delle proteste, moltiplicò le incertezze che erano di fronte a coloro che vi partecipavano, contribuendo a frammentare il senso di unità che aveva marcato le fasi iniziali.

Questi avvenimenti avevano come una dimensione “carnevalesca”: il rituale teatrale, ma anche l’impressione che i manifestanti collocassero il mondo gambe all’aria.

I manifestanti occuparono le stazioni radio e i sistemi degli altoparlanti per diffondere gli appelli ai raduni. Saccheggiarono i locali delle istituzioni di Stato e presero d’assalto i posti di polizia nonché le prigioni. Staccarono dai muri i manifesti propagandistici; gli studenti gettarono dalla finestra i loro manuali russi e, in una città, manifestanti affumicarono gli agenti della Stasi per convincerli ad abbandonare i loro edifici, prima di rinchiuderli in un canile, mettendogli davanti una ciotola di cibo per cani. A Brandeburg, arrestarono un giudice odiato ed anche un Pubblico ministero, prima di condurli nella piazza del mercato perché subissero un controinterrogatorio da parte dei cittadini lì radunati.

Occupazione

Buona pare della fase insurrezionale si svolse in modo non sistematico, con forze frammentate che cercavano di raggiungere obbiettivi immediati, limitati. Laddove, però, dei comitati di sciopero riuscirono a collegarsi a comitati di coordinamento tra fabbriche - oppure regionali – gli avvenimenti presero una forma più acuta e più consapevolmente rivoluzionaria.

Comitati di sciopero congiunti furono costituiti a Henningsdorf, Görlitz, Cottbus, Gera, come pure nei cantieri di Rügen e, soprattutto, nel triangolo ad elevata densità industriale situato lungo i fiumi Saale, Mulde e Pleisse: nelle città di Lipsia, Halle, Merseburg, Bittersfeld-Wolfen e Schkeuditz. Alcuni comitati coordinarono non solo le iniziative di sciopero e le manifestazioni, ma anche l’intervento insurrezionale. Gli organismi che erano sorti per primi potevano esercitare una forte influenza.

A Merseburg, i comitati di sciopero delle due maggiori fabbriche diedero vita a un comitato congiunto che decise che la tattica migliore al fine di consentire la prosecuzione della sollevazione consistesse nel ritornare alla base e occupare. Nel frattempo, inviarono una delegazione a Halle, la più vicina grande città. Vi impiantarono un altro comitato, che comprendeva i rappresentanti delle fabbriche, uno studente ed anche un commerciante. Il comitato di Halle sviluppò il proprio programma d’azione e fece da supervisore dell’occupazione della locale stazione radio e della tipografia del giornale.

A Bitterfeld-Wolfen, circa 30.000 lavoratori marciarono insieme nella piazza cittadina. Elessero un comitato centrale, composto da rappresentanti di tutte le principali fabbriche, oltre a una casalinga e a uno studente. Il comitato delegò gruppi di lavoratori ad assumere il controllo della città, ognuno spalleggiato da centinaia di manifestanti. Questi presero il controllo della prigione, dove imposero a un funzionario di fare la lista dei prigionieri politici da liberare. Presero il controllo dell’ufficio postale, del municipio, dei locali del SED e della Stasi, come pure del centralino telefonico. Arrestarono il sindaco, misero in detenzione preventiva alcuni funzionari, disarmarono gli agenti di polizia e rinchiusero il capo della polizia, il tutto in nome del comitato. Si aprirono i fascicoli della polizia, venne letto ad alta voce il nome dei collaboratori davanti a un’assemblea di massa. Intanto, venne ordinato ai pompieri di ripulire i muri della città dalla propaganda del regime e ci si assicurò che fossero in mano ai ribelli le fonti di rifornimento dei beni alimentare e dell’energia.

In breve, il comitato usurpò l’autorità economica e civica, rapidamente e senza scontri. Estese poi la propria influenza nelle zone vicine, inviando delegazioni di lavoratori via treno o in camion per espandere e coordinare gli interventi. Infine, rivolse il suo sguardo allo scenario nazionale.

Chiamò alla generalizzazione più spinta dello sciopero e rivolse le proprie rivendicazioni al “presunto governo democratico tedesco”: il governo doveva dimettersi ed essere sostituito, in attesa di libere elezioni, da un “governo provvisorio dei lavoratori progressisti” e doveva, inoltre, sciogliere l’esercito nonché abbattere il confine occidentale.

A Görlitz, l’ampiezza del raduno ostacolò i piani di dispersione del sindaco. La folla formò un comitato di governo popolare come pure una milizia di lavoratori, senza armi. Procedettero poi all’occupazione dei tribunali locali, dei posti di polizia, del comune, dei locali del SED e della STASI, del giornale regionale e della stazione. Licenziarono il capo della polizia e ne nominarono il sostituto. Il sindacò firmò l’ordine di liberazione di tutti i prigionieri politici. Il comitato si riunì e interagì con un’assemblea di massa, il che permise alla folla di contribuire a un ripensamento sulle decisioni del comitato.

Il successo della sollevazione in queste località è spiegabile con la presenza di grandi fabbriche, cosa che facilitava l’organizzazione efficace dei comitati di sciopero.

Anche i ritmi di lavoro ebbero un ruolo, in termini di ampliamento dell’organizzazione di protesta e al momento del contrattacco sovietico. A Görlitz, il raggruppamento avvenne prima di ogni altro posto. Scioperanti e manifestanti si unirono rapidamente, discussero i loro obbiettivi e occuparono i principali centri di potere. Godettero inoltre di un vantaggio locale: la legge marziale si decretò solamente alle 5,30 del mattino, parecchie ore dopo Berlino.

Rapida diffusione a scia della sollevazione

Perché dunque la sollevazione si diffuse così rapidamente e si accese con tanta forza? Si combinarono diversi fattori. Uno di questi è il fatto che il regime appariva debole: un’emorragia svuotò il sostegno di cui godeva il SED in seno alla classe operaia; il partito non aveva che una presenza scheletrica nelle fabbriche e, agli inizi del giugno 1953, fece alcune concessioni al momento di una rapida svolta politica (un indice di debolezza).

Tuttavia, le concessioni non rispondevano assolutamente alla bruciante inquietudine dei lavoratori: l’incremento dei ritmi di produzione.

Un altro dei motivi dell’insuccesso dell’insurrezione consisteva nella struttura centralizzata delle società modellate sull’Unione Sovietica. Dato che le redini economiche e politiche si tenevano in un unico centro (e spesso distante), proteste periferiche potevano politicizzarsi in fretta. Le istituzioni in grado di operare una mediazione tra i cittadini e lo Stato erano tra l’altro presenti in modo limitato.

Operava inoltre un fattore soggettivo. In occasione di diversi momenti critici, alcuni singoli individui promossero deliberatamente e coscientemente alcune iniziative. I loro interventi, in certo senso, erano reazioni spontanee a una situazione che si andava sviluppando, ma erano comunque forgiati da un’esperienza precedente.

Il carattere “strutturato” della spontaneità si può notare, in primo luogo, nelle iniziative prese da quelli che organizzarono la protesta. Mentre lavoratori ligi al SED impedirono il lancio di diversi scioperi, in occasione di altre riunioni lavoratori militanti convinsero i loro colleghi a mollare gli strumenti di lavoro. Ripeterono spesso un appello alla solidarietà: con i lavoratori dell’edilizia, con Berlino, o semplicemente con la fabbrica che stava a qualche centinaia di metri di distanza.

Se l’ “effetto scia” non costituiva una forma di contagio misterioso del comportamento delle folle, ma riconduceva a una presenza di militanti come pure alla ricettività dei lavoratori agli argomenti in vista di un’azione collettiva, come si possono spiegare quest’attivismo e questa ricettività?

Le forme ben precise assunte dalle iniziative collettive del 17 giugno suggeriscono che molti di coloro che parteciparono agli scioperi e alle manifestazioni lo avevano già fatto in precedenza, o almeno avevano appreso simili pratiche immergendosi nelle tradizioni del movimento operaio – si tratti di ondate di sciopero, di comitati operai o di insurrezioni nel periodo di Weimar o dei comitati antifascisti e dei consigli operai durante gli anni Quaranta.

Benché sotto il regime fascista la memoria collettiva delle tradizioni della classe operaia si fosse attenuata, non era tuttavia completamente scomparsa. Una minoranza coraggiosa era rimasta attiva nella resistenza clandestina e larghi strati tenevano desta la fiamma dei valori socialisti, come pure la memoria fra gli amici, sui luoghi di lavoro o nei caseggiati collettivi.

Ci sono prove chiare dell’eredità del movimento operaio tedesco nell’insurrezione del 17 giugno 1953. Essa è presente nei canti (l’Internazionale e l’inno del SPD (Brüder zur Sonne zur Freiheit – [Fratelli al sole della libertà]), negli slogan (ad esempio quello del periodo di Weimar: Akkord ist Mord [Il lavoro a cottimo uccide], come pure nella partecipazione – in particolare nei comitati di sciopero – di persone che avevano appreso il repertorio delle azioni collettive dei lavoratori e le proteste politiche in movimenti del passato.

Lavoratori con un’esperienza che risaliva a quei periodi ebbero influenza nella maggior parte dei comitati di sciopero, soprattutto per quanto riguarda la formulazione delle rivendicazioni.

Sono noti vari di questi personaggi. Ad esempio, l’operaio edile berlinese che presentò la stesura veramente decisiva delle rivendicazioni davanti al Palazzo dei ministeri aprì il suo discorso, a quel che si riporta, affermando: “Ho trascorso cinque anni in un campo di concentramento sotto i nazisti, ma non mi spaventa farne altri dieci sotto questa gente”. Un’altra relazione dice che guidò la discussione in favore di uno sciopero generale al momento dei dibattiti sulla Stalinallee che scatenarono il movimento.

Prendiamo anche Otto Reckstatt, un dirigente degli scioperi a Nordhausen. Era stato consigliere comunale SPD durante la Repubblica di Weimar.

Oppure Wilhelm Grothaus (1893-1966), fonte di ispirazione alle spalle del Congresso dei delegati del giugno 1953 a Dresda. Partecipò per la prima volta a uno sciopero all’età di dodici anni, nel 1905; aderì al SPD nel 1919; poi al KPD, nel 1933. Venne arrestato dai nazisti nel 1944, torturato, e sfuggì alla pena di morte solo perché la guerra finì. Dopo essere stato sospeso dal SED nel 1950, aveva mantenuto contati con altri compagni delusi nella sua fabbrica.

Si prenda anche il caso di Walter Kellner, un sindacalista ed ex membro del SPD. Ha raccontato che numerosi colleghi “non sapevano come manifestare il proprio malcontento e protestare” ma, grazie alla sua esperienza nelle lotte operaie, era ben piazzato per collaborare a elaborare una risoluzione e a presentarla ai lavoratori.

Max Latt, quanto a lui, così si espresse all’inizio del raduno di Görlitz: “Cari amici, sono il vecchio Latt. Dal 1904, sono stato membro del Partito socialdemocratico. Ho partecipato a tre rivoluzioni: nel 1918, nel 1945 e ora nella rivoluzione del 17 giugno 1953.

In questa stessa città nacque un “comitato SPD della rivoluzione” e “comitati d’iniziativa” del SPD sorsero in una fabbrica d’ottica e anche in un ospedale. Alcuni “comitati di lavoratori SPD” sorsero da altre parti. Trasmisero risoluzioni, dipinsero graffiti e confezionarono bandiere che chiedevano che il loro partito, che era stato assorbito nel SED, tornasse ad essere legalmente riconosciuto.

Benché una minoranza degli scioperanti avesse un’esperienza di prima mano nel movimento operaio di prima del 1953, tanti altri ne avevano assorbito l’eredità. Il ricordo delle lotte si trasmetteva tramite genitori, amici o colleghi.

Prendiamo il caso di un dirigente dello sciopero di Bitterfeld, Horst Sowada, di 29 anni, o di quello dello sciopero di Schmölin, Heinz Neumann. Provengono tutti da famiglie SPD. A quattordici anni, Sowada fu interrogato dalla Gestapo. Neumann aveva aderito al SPD nel 1945, a trentatré anni, prima di essere espulso dal SED nel 1951. Il 17 giugno, dichiarò la propria solidarietà con i lavoratori edili berlinesi e marciò in testa alla folla cantando Brüder zur Sonne zur Freiheit.

Quel che rivelano queste e altre analoghe biografie è che la “spontaneità” della sollevazione sta nell’esperienza accumulata da partecipanti a lotte tipicamente acquisita tramite, o coltivata da, organizzazioni centralizzate quali i sindacati o i partiti politici.

Sostenere che la spontaneità richieda centralizzazione sarebbe una forzatura, anche se nella cosa non manca una certa ironia.

La svolta

Nonostante l’eroica resistenza, la più memorabile delle quali fu senz’altro quella delle donne di Jena che si sdraiarono sul cammino dell’avanzata dei carri armati russi, l’insurrezione fu schiacciata, lasciando tuttavia un segno traumatico sul SED. I suoi dirigenti furono costretti ad ammettere che frange di classe operaia si sentivano spossessate dal partito. “Stiamo qui seduti da sconfitti!”, gemette uno dei membri del Comitato centrale. “Che cosa sta succedendo nell’organo supremo del nostro partito? È come se ce la fossimo fatta nei pantaloni!”.

La ribellione lasciò una sensazione altrettanto indelebile nei manifestanti. Parecchi anni dopo, i lavoratori e i contadini avrebbero parlato dell’avvento di “un nuovo 17 giugno”.

Questo però non durò a lungo. La repressione della sollevazione e il consolidarsi dello Stato securitario che ne seguì minarono le speranze di resistenza collettiva. Con la parziale eccezione di piccoli scioperi nel 1956, 1960-1961 e 1970-1972, nessuna lotta per così dire significativa andò oltre, tra il 1953 e il 1989, i singoli luoghi di lavoro.

I veterani del movimento operaio non appartenenti al SED, portatori delle tradizioni di lotta, morirono a poco a poco. Il ricordo collettivo degli anni 1945-1953, in mancanza di un organismo che l’alimentasse, svanì. Negli stessi bastioni tradizionali del SED, l’eredità socialdemocratica venne cancellata.

Il risultato fu la profonda emarginazione della tradizione socialista al di fuori della tradizionale ideologia dello Stato. La socialdemocrazia aveva subito un drastico indebolimento da parte del nazismo, ma era sopravvissuta e risorse nel 1945.

Contro l’attacco frontale nazista, il SED stalinizzato incorporò sottilmente e subdolamente il SPD. Le analogie tra la politica del KPD e quella del SED nel 1945-1946, accompagnata da corruzione e intimidazione, convinsero numerosi funzionari del SPD ad entrare nella nuova organizzazione. I membri della base del SPD videro dirigenti ben noti del “loro stesso campo” sostenere la politica del SED. E quando il SED prese ad attaccare apertamente le organizzazioni e gli interessi dei lavoratori, sembrava in parte che quegli attacchi provenissero – e così era – dalle stesse file socialdemocratiche. Le difese immunitarie della socialdemocrazia erano troppo deboli per respingere l’intrusione proveniente da dentro.

Il 17 giugno 1953 costituì una svolta per il socialismo tedesco. Dopo il 1945, soprattutto dopo il 1953, le reti socialiste create non appartenenti al SED si frammentarono e scomparvero. Alcuni entrarono nel SED diventando funzionari dei sindacati diretti dal regime. Altri se ne tornarono a casa loro o nelle loro dace. Altri ancora morirono.

Nel 1989 si ripresentarono nuovi movimenti di massa. Tuttavia, rispetto al 1953, esistevano relativamente scarse sensazioni di forza, o coscienza di classe, da parte dei lavoratori. Alcuni attivisti del 1953 esercitarono un’influenza nei quartieri e nei luoghi di lavoro nel 1989. Ma le loro erano forze sparse, le loro reti essendo ormai deperite.

La sconfitta del 1953 e i successivi decenni di potere repressivo assicuravano che i picchi raggiunti a Bitterfeld-Wolfen, Merseburg e Görlitz in un solo giorno nel 1953 non sarebbero stati più accessibili nel 1989, neppure dopo mesi di manifestazioni.

 

 



[1] Articolo pubblicato il 17 giugno 2017 sul sito della rivista Jacobin e tradotto da A l’Encontre (http://alencontre.org/).

Traduzione di Titti Pierini

Gareth Dale è autore di vari libri sul movimento operaio e sui movimenti sociali in Germania Est, tra cui: Between State Capitalism and Globalisation. The collapse of the East German Economy, Peter Lang, 2004; East German Revolution of 1989, Manchester University Press, 2007; Popular Protest in East Germany: 1945-1989, Routledge, 2005. È inoltre autore di diversi saggi su Karl Polany. Insegna presso la Brunel University di Londra.

 



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