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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Una riflessione a 72 anni dalla strage di Hiroshima

Una riflessione a 72 anni dalla strage di Hiroshima

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Possiamo assicurare la sopravvivenza del mondo in un’era di rischio (mal)calcolato?*

KLARE Michael T.

Se mai avevamo bisogno di un campanello d’allarme, la prova del missile balistico intercontinentale (ICBM) nordcoreano del 4 luglio ce lo ha fornito a oltranza: l’era dell’amnesia nucleare è finita. Dalla fine della Guerra Fredda abbiamo vissuto senza la paura di una crisi estera che potesse evolvere in una guerra termonucleare. Con i soli Stati Uniti che rivendicavano lo status di superpotenza, c’erano pochi vincoli allo spiegamento e all’uso delle forze militari USA nel mondo. Oggi però, non una ma tre potenze dotate di armi nucleari – Russia, Cina e Corea del Nord – hanno posto limiti espliciti all’esercizio del potere americano all’estero, e qualsiasi tentativo di Washington di oltrepassare tali limiti rischia di provocare uno scontro militare con un reale rischio di una escalation nucleare. Più che mai abbiamo bisogno a Washington di una direzione esperta, equilibrata, per gestire le molteplici crisi che esplodono all’estero, a iniziare dalla minaccia nucleare nordcoreana. Invece abbiamo Donald Trump, il che rende la situazione incomparabilmente peggiore di quanto sarebbe altrimenti.

Anche senza la presenza di Trump alla Casa Bianca, questo sarebbe un momento estremamente rischioso. Dopo un lungo periodo nel quale l’uso delle armi nucleari sembrava inconcepibile, siamo entrati in un’era di discordia globale, nella quale tale uso sta diventando sempre più plausibile. È così per una serie di ragioni, come si vedrà più oltre, ma l’avvento di Trump come comandante in capo ha reso la situazione molto più pericolosa. Non solo manca di esperienza negli affari internazionali e nelle questioni militari, ma ha anche dimostrato di essere una persona maligna, meschina, con una predilezione a usare la forza sul capriccio del momento – l’ultima qualità che si cercherebbe nella persona con la massima responsabilità di dirigerci attraverso una crisi potenzialmente apocalittica. Fa paura, ma è evidente che nei prossimi mesi saremo di fronte a una serie di simili crisi.

Oggi siamo in una situazione nella quale lo spazio di manovra per l’esercito americano in queste aree contestate è stato fortemente circoscritto.

La minaccia della Corea del Nord è così acuta perché è evidente che Kim Jong-un, il leader supremo del Nord, è in corsa per sviluppare un ICBM in grado di portare testate nucleari nel cuore dell’America. Non ci è ancora arrivato, ma la prova missilistica del 4 luglio dimostra che Pyongyang è sempre più vicina all’obiettivo. Ciò significa che per Trump, che ha giurato di impedire al Nord di acquisire tale capacità, non c’è quasi più in tempo per raggiungere il risultato. Poiché Trump ha posto l’asticella molto alta [1] per incontri con Kim – il solo modo sicuro, tranne la guerra, per fermare il programma di armamenti del Nord– sembra che stiamo andando sempre più vicino a un attacco militare USA che potrebbe portare a una escalation nucleare.

Ma la penisola coreana non è l’unico luogo in cui uno scontro militare potrebbe portare a un simile esito.

Nella regione baltica, le forze USA sono dispiegate in una prossimità ravvicinata alle forze russe, mentre aerei e navi delle due parti operano spesso nello stesso limitato spazio aereo e marittimo, favorendo incidenti e malintesi. E nel Mar Cinese Meridionale, navi da guerra americane pattugliano al largo delle coste di isole fortificate rivendicate dalla Cina, dotate di missili antinavi e altre armi. Quando le relazioni tra queste potenze erano relativamente amichevoli, un incidente minore – diciamo una collisione tra aerei o navi delle parti opposte – avrebbe prodotto rapide telefonate tra i massimi dirigenti interessati, seguite da una distensione. Ma in questi tempi così tesi, in cui nessuno dei capi di Mosca, Pechino o Washington sembra capace di fare marcia indietro, incidenti simili possono facilmente provocare una dimostrazione di forza da ogni lato, seguita da una rapida escalation.

Per capire pienamente la situazione pericolosa nella quale viviamo, è importante considerare le circostanze che ci hanno portato a questo punto. Alla fine della Guerra Fredda, non c’era nessuna potenza straniera in grado di contestare il perseguimento dell’egemonia globale da parte degli Stati Uniti – nessun “pari competitore”, come si esprimevano gli strateghi – e quindi nessun impedimento a una prolungata spinta USA ad estendere la potenza e l’influenza americana su tutto il mondo. Questa condizione ha portato a una serie di costose e in definitiva inutili guerre nel grande Medio Oriente e nel sudovest asiatico, tutte allo scopo di garantire il dominio degli Stati Uniti su quella regione vitale, ricca di risorse. Ha anche portato (ma senza attirare altrettanta attenzione dei media) all’espansione a est della NATO, fino ai confini della Russia, e al potenziamento delle alleanze militari USA in Asia, con la creazione di una catena che circonda e accerchia la Cina. La Corea del Sud ha svolto un ruolo strategico centrale in questo sforzo, servendo da ancora nord della rete di contenimento della Cina e costituendo un contrappeso fondamentale alla Corea del Nord, alleata della Cina e minaccia autonoma alla Corea del Sud e al Giappone.

Per un certo tempo è sembrato che Washington potesse avanzare su tutti questi fronti senza incontrare un’opposizione significativa. Ma quel momento straordinario di dominio da superpotenza – un tempo in cui gli inebriati opinionisti della capitale descrivevano Washington come “la nuova Roma” – non è durato. Le forze americane sono state bloccate in Iraq e in Afghanistan, danneggiando gravemente il morale e la capacità combattiva dei militari USA e insieme erodendo la disponibilità della popolazione americana a intraprendere prolungate guerre di terra all’estero. Nello stesso tempo, Vladimir Putin ha intrapreso la riforma e rivitalizzazione delle forze armate russe, con l’intento di ripristinare l’influenza di Mosca sui suoi ex domini nel “vicino estero”. Anche la Cina ha usato questo tempo per investire enormi risorse nella modernizzazione delle proprie forze armate, concentrandosi in particolare sull’espansione delle proprie capacità aeree, navali e missilistiche – quelle più rilevanti per qualsiasi confronto con gli USA e le forze alleate nel Pacifico occidentale. I due paesi, inoltre, hanno cercato di potenziare l’affidabilità e la capacità di colpire delle loro forze nucleari, non disposti a concedere alcun vantaggio a Washington in questo settore decisivo.

Anche la Corea del Nord ha usato questo tempo per rafforzare le proprie capacità convenzionali e nucleari. Sempre temendo un’invasione da parte degli Stati Uniti e della Corea del Sud, la dirigenza Nordcoreana – guidata prima da Kim Il-sung, poi da suo figlio Kim Jong-il, ed ora da suo nipote Kim Jong-un – si è coerentemente basata sulla pura forza militare per garantirsi la sopravvivenza. Il che ha implicato, tra l’altro, il mantenimento di un massiccio esercito, in gran parte schierato lungo la zona demilitarizzata che separa le due Coree; lo sviluppo di armi chimiche, biologiche e nucleari; l’acquisizione di un’ampia gamma di missili balistici in grado di colpire le basi USA e i centri civili nei paesi vicini; e il posizionamento di migliaia di pezzi di artiglieria puntati su Seul, la capitale del Sud e suo principale centro abitato. Tutti questi apparato militare è strutturato in modo tale che un attacco al Nord – o allo stesso Kim – produrrebbe automaticamente estese morti e distruzioni nella Corea del Sud e probabilmente anche in Giappone

Come risultato, oggi ci troviamo di fronte a una situazione nella quale lo spazio di manovra per l’esercito USA, almeno in questi spazi di contestazione, è stato fortemente circoscritto. È probabile che qualsiasi ulteriore intrusione USA sulla Russia, la Cina o la Corea del Nord provochi in ciascun caso una forte risposta militare sostenuta da forze di rappresaglia nucleari. Gli Stati Uniti possono contare sulla propria superiorità in armamento convenzionale per battere le forze paragonabili dei loro oppositori in ognuno di questi scontri, ma gli avversari, consapevoli di questo vantaggio, hanno sviluppato mezzi di risposta “asimmetrici”, inclusi cyberattacchi, guerra sottomarina, e in circostanze disperate, attacchi nucleari. Da quanto sappiamo della dottrina militare Nordcoreana, l’opzione nucleare potrebbe essere esercitata molto presto in uno scontro, al primo segno di un’invasione USA; nella dottrina russa, potrebbe essere innescata da ogni situazione nella quale l’esercito russo si trova di fronte ad un imminente sconfitta da parte di superiori forze convenzionali NATO. L’esercito USA, consapevole di questi pericoli, sta sviluppando nuovi sistemi di attacco che permettano una maggiore flessibilità per iniziare l’attacco nucleare a un livello inferiore di escalation.

Questo era il retroscena delle elezioni presidenziali 2016, nelle quali i due candidati hanno cercato di affrontare il vicolo cieco nel quale si trovano gli Stati Uniti con vaghi discorsi di restaurare la forza militare americana. Non sapremo mai come Hillary Clinton avrebbe affrontato la minaccia nordcoreana e le altre sfide, ma la risposta di Trump finora è stata fare il bullo, mostrare i muscoli e velate minacce. Nel caso della Corea del Nord, ha detto il 6 luglio [2] in Polonia : «Ci sono alcune cose piuttosto dure che stiamo pensando». Nello stesso discorso ha sostenuto calorosamente la difesa della regione baltica da parte della NATO, proprio sul confine della Russia. (Però, nel suo incontro con Putin il giorno dopo, ha evitato in grande misura un linguaggio antagonistico e cercato di aprire la porta a miglioramenti nei rapporti USA-Russia). Nel caso della Cina e del Mar Cinese Meridionale, ha ordinato a una nave da guerra USA di pattugliare vicino a una delle isole fortificate, scatenando la furiosa protesta di Pechino. [3] Che cosa verrà ora? È probabile che qualsiasi ulteriore uso della forza militare rischi una risposta paragonabile di qualche genere dall’altra parte, e saremmo quindi all’inizio dell’escalation.

Come rispondiamo a tutto ciò? Il primo passo è bandire la nostra amnesia nucleare e assorbire il fatto che la possibilità dell’uso di armi nucleari è nuovamente una realtà onnipresente, ineludibile. Molti di noi possono ricordare un tempo in cui questa era la situazione prevalente, e possono ricordare gli sforzi popolari di massa intrapresi in tutto il mondo per prevenire la guerra nucleare. Ora dobbiamo riprendere quell’attivismo. Altri che non erano ancora viventi in quei tempi tormentosi dovranno istruirsi su queste armi e sulle strategie che regolano il loro uso. Man mano che i vari sforzi prendono slancio, i nostri obiettivi dovranno essere di opporci all’introduzione di nuove tecnologie nucleari che favoriscono un uso precoce, accelerare la riduzione degli arsenali nucleari esistenti e puntare alla definitiva eliminazione di tutte le armi nucleari. Rispetto a quest’ultimo obiettivo, dobbiamo salutare l’adozione, il 7 luglio, di un nuovo trattato dell’ONU che bandisce la loro acquisizione, prova e uso.

Per venire al pericolo più immediato, che coinvolge la Corea del Nord e gli altri punti di crisi individuati sopra, il nostro compito più importante è di mettere in guardia contro qualsiasi uso della forza militare per risolvere le tensioni e di premere invece per esiti negoziati. Bisogna dire chiaramente – in lettere al direttore, lettere ai nostri rappresentanti al Congresso, e altre forme di comunicazione – che qualsiasi azione militare contro la Corea del Nord si tradurrebbe quasi certamente in massicce perdite civili, specialmente di Coreani, e nella morte e ferite di molti soldati e marinai americani basati nella regione. Dobbiamo insistere che c’è una alternativa praticabile: colloqui diretti con la direzione nordcoreana mirati a trovare una soluzione pacifica, seguita da misure progressive per fermare e rovesciare il programma nucleare nordcoreano, combinate con iniziative di distensione da parte della Corea del Sud e degli Stati Uniti. Abbiamo imparato a parlare con l’Unione Sovietica sul controllo delle armi nucleari al culmine della Guerra Fredda, e possiamo imparare a fare lo stesso con la Corea del Nord, per quanto possa non piacerci Kim Jong-un. È per fare questo che sono pagati i presidenti e i segretari di Stato.

Riguardo agli altri importanti punti di crisi, le nostre massime priorità devono essere una gestione giudiziosa delle crisi e il ripudio della politica muscolare. I dirigenti americani devono parlare con le loro controparti Russa e Cinese di meccanismi per evitare un’escalation non intenzionale, ad esempio stabilendo accordi di “regole del traffico” che tengano aerei e navi da guerra a una certa distanza reciproca quando operano a distanza ravvicinata. Sono anche necessarie nuove linee calde per affrontare qualsiasi crisi sorga nella regione baltica o nel Mar Cinese Meridionale. Forse Trump può proporre tali misure in conversazioni che nascano dalla relazione più costruttiva che spera di rinsaldare con Mosca, e da futuri incontri con il Presidente della Cina Xi Jinping. In definitiva, tutte le parti di queste dispute devono sedersi insieme a un tavolo e adottare uno quadro comune dei limiti dell’azione militare in questa nuova epoca tormentata.

Michael T. Klare

(*) Klare usa il termine Brinkmanship, intraducibile, la traduzione più approssimata è: “politica del rischio calcolato”. Si riferisce alla politica condpotta dagli Stati Uniti negli anni 1950 dal segretario di Stato Foster Dulles, consistente nello spingere una situazione di tensione fino all’orlo (brink) dell’abisso nucleare per costringere l’avversario a cedere. Un altro esempio noto, degli anni 1960, è la politica del presidente Kennedy nella “crisi dei missili” di Cuba.

Europe Solidaire Sans Frontières N. 41579

The Nation. 14 LUGLIO 2017:
https://www.thenation.com/article/how-can-we-ensure-survival-in-a-new-era-of-nuclear-brinkmanship/

* Michael T. Klare è professore di studi sulla pace e sulla sicurezza mondiale presso lo Hampshire College e corrispondente per la difesa di The Nation. La traduzione è di Gigi Viglino

Note

[1] http://edition.cnn.com/2017/05/01/politics/donald-trump-meet-north-korea-kim-jong-un/index.html

[2] https://www.thenation.com/article/how-can-we-ensure-survival-in-a-new-era-of-nuclear-brinkmanship/

[3] http://edition.cnn.com/2017/05/24/politics/south-china-sea-us-mischief-reef/index.html

 



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