Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Mandel sulla crisi

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Le previsioni di Ernest Mandel sulla crisi, nel 1995

Mi è stata segnalata questa intervista di Mandel sulla crisi del capitalismo e sulle risposte necessarie, che era stata messa in rete dallo stesso traduttore. Non mi è stato possibile rintracciare il testo originale, ma conoscendo bene Pardo Fornaciari, non ho avuto dubbi sulla correttezza della traduzione, e ho deciso di inserirla sul mio sito, accanto ad altri contributi di Mandel, preziosi per il rigore ma anche per la chiarezza. Cfr: Ancora la crisi   (a. m. 20/6/10)

 

 

L'intervista che presentiamo è l'ultima rilasciata da Ernest Mandel, l'economista marxista scomparso a Bruxelles il 20 luglio 1995. Una generazione intera di militanti europei difensori della causa del movimento operaio e dei popoli del Terzo mondo si è formata sul suo "Trattato marxista di economia politica" o sul suo piccolo, ma essenziale "Che cos'è la teoria marxista dell'economia", libri su cui ha studiato chi aveva vent'anni nel '68. Ebreo tedesco, cresciuto ad Anversa, la sua ambizione, lo scopo della sua vita è stato quello di partecipare alla costruzione di un'organizzazione internazionale che fosse la memoria collettiva e selettiva della storia del movimento operaio e lo strumento della sua definitiva emancipazione.

Aveva iniziato a lottare a diciott'anni contro il nazismo tedesco, distribuendo volantini disfattisti ai soldati della Wermacht in Belgio. Arrestato tre volte, due volte evaso dai campi di concentramento, la terza volta si salvò grazie alla fine della guerra.

Militante del Partito socialista belga, vi costituì la tendenza marxista rivoluzionaria che diresse lo sciopero generale del 60-61, interrotto dall'accerchiamento militare di Bruxelles da parte delle truppe belghe. Da quell'esperienza scaturì la rottura organizzativa con la socialdemocrazia, ed il tentativo di costruire la sezione belga della Quarta internazionale, che peraltro non ha mai assunto dimensione di massa.

Consigliere economico del governo rivoluzionario algerino di Ben Bella, partecipò all'edificazione del socialismo a Cuba, sino a che la burocrazia sovietica non ne impose l'allontanamento (che nel caso di Algeri corrispose al colpo di stato contro lo stesso Ben Bella).

Il pensiero economico di Mandel è concentrato attorno ad una intuizione, suffragata da una grande messe di dati: l'epoca in cui viviamo è quella del declino del capitalismo, giunto alla sua terza fase dopo quella classica e quella imperialista. Tale concetto fu approfondito nell'opera del 1970 Der Spätkapitalismus, mai tradotta in italiano, in cui Mandel riprese ed approfondì la teoria delle "onde lunghe", cicli periodici dello sviluppo economico capitalista, nella loro interazione con la rivoluzione tecnologica e la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Si è trattato di contributi determinanti per una concezione marxista dell'economia politica.

Da questa sua ultima intervista emerge dialetticamente, assieme alla capacità di distacco dello studioso, la passione del militante politico, ma vorrei dire dell'uomo, capace di ragionare freddamente sui grandi movimenti economici ma al tempo stesso di fremere di sdegno per la riduzione dei bimbi in condizioni di quasi schiavitù in certi paesi "emergenti".

Per chi l'ha conosciuto e ne ha ascoltato gli insegnamenti, commuove leggere come la sconfinata fiducia nelle capacità progressive della classe lavoratrice e, in prospettiva, del genere umano lo abbiano animato sino alla fine. Continua insomma aperto al futuro il pensiero di quest'altro ebreo tedesco, scomparso col secolo che muore.

Tra l'altro, espulso dalla Francia dal governo Pompidou per le sue attività rivoluzionarie, nel 1971 tornò a Parigi travestito da motociclista, a celebrare la Comune al muro dei Federati, dove, di fronte all'ossario dei 30000 comunardi massacrati dalla reazione, riposano oggi le sue ceneri.

Pardo Fornaciari            

 

QUALE ALTERNATIVA?

conversazione con Ernest Mandel

 

Ci sono degli indicatori statistici che segnalano una ripresa, un rilancio della crescita. Si tratta di una ripresa reale ? E di che ampiezza? Sono prodromi del rifiorire dell'economia capitalista a medio termine? Come valuti questa congiuntura?

 

Ernest MANDEL Bisogna distinguere due specie di fluttuazioni nell'economia capitalista. Non ci sono soltanto i cicli corti, ma anche delle "onde lunghe" espansive o depressive. L'onda lunga espansiva ha dominato - grosso modo - l'economia capitalista dal 1949 sin verso la fine degli anni '60-inizio anni '70. L'onda lunga depressiva cominciata nel 1973 si caratterizza per il fatto che indipendentemente da quel che succede nella congiuntura, l'esercito dei disoccupati continua ad aumentare. Si possono discutere le cifre quanto si voglia, ma va tenuto presente che i dati ufficiali sono falsati: non si conteggiano i disoccupati non ufficialmente censiti, non si conteggiano coloro che si sono "ritirati volontariamente dal mercato del lavoro": perifrasi cinica e significativa...

La mia stima, condivisa da parecchie organizzazioni sindacali internazionali, è che nei paesi imperialisti la disoccupazione oggi supera i 50 milioni di individui, e continuerà a crescere. Nei paesi dipendenti, il cosidetto "Terzo mondo" si tratta di centinaia di milioni di persone.

Ma ai disoccupati vanno aggiunti gli emarginati, i disgraziati che formano l'esercito delle "nuove povertà". Sono milioni, ed il loro numero cresce incessantemente, anche da noi, mentre nel Terzo mondo sono divenuti una componente scontata dell'orizzonte sociale.

Un fenomeno simile, per ritrovarlo, bisogna risalire ai peggiori momenti della crisi economica dell'inizio degli anni '30. Chi vive al di sotto della soglia di povertà rappresenta, a seconda dei paesi, tra il 10 ed il 30 per cento della popolazione, con poche eccezioni, che del resto (penso alla Svezia, alla Svizzera) ne avranno ancora per poco, visto che si tratta di un fenomeno mondiale. Insomma, l'incapacità dell'economia capitalista di bloccare questo movimento giustifica l'uso del termine "onda lunga depressiva". Nei paesi del Terzo mondo ed in Russia questa evoluzione si accompagna ad una caduta disastrosa del livello di vita; ma anche in Messico, ad esempio, in pochi anni la maggioranza della popolazione è ricaduta a livelli di vita paragonabili a quelli di prima della seconda guerra mondiale. Ci sono paesi in cui riprende il lavoro minorile in condizioni di semischiavitù, che spezzano il cuore a pensarci.

Tutto ciò non esclude, bisogna capirlo bene, un movimento congiunturale all'interno dell'onda lunga depressiva. Onda lunga depressiva non significa caduta continua della produzione: la successione delle buone e delle cattive congiunture prosegue. Oggi c'è un'incontestabile ripresa della produzione in una serie di paesi imperialisti, anche se non omogenea. E' un'occasione per il movimento sindacale, se vuol prender coscienza delle sue possibilità, della sua forza, e, come han fatto i metalmeccanici tedeschi, della sua capacità di dire "la produzione aumenta, i vostri profitti aumentano, vogliamo la nostra parte della torta".

E' il momento di porre rivendicazioni realizzabili, ma complessivamente la congiuntura a corto e medio termine non cambia i dati fondamentali del problema: non c'è alcuna prospettiva - per il momento - di un atterraggio morbido dell'onda lunga depressiva, in tempi prevedibili. Per quanto è dato di ragionare, una situazione del genere dovrebbe proseguire sin oltre la fine di questo secolo. Nulla si può mai escludere, ma per il momento non è in alcun modo prevedibile nessuna svolta definitiva.

 

C'è comunque una contraddizione, poiché i livelli dei profitti sono assai elevati. Dal 1991-93 c'è una crescita dell'accumulazione del 12-13%. Perché una ripresa dei profitti delle aziende non è accompagnata da un movimento più vasto a lungo termine?

 

Ernest MANDEL - È la maledizione fondamentale del regime capitalista. Perché ci sia una ripresa reale degli investimenti, e quindi una possibilità di crescita durevole a lungo termine, ci vogliono due condizioni: la ripresa dei profitti accompagnata da un allargamento del mercato. Il regime capitalista non può funzionare sulla base di indici macroeconomici. Ogni merce è specifica, e deve incontrare una domanda specifica. I produttori di macchine utensili non lavorano per gli acquirenti di scarpe. Si tratta di un problema teorico nuovo, con cui dobbiamo ancora confrontarci. Sino ad oggi infatti i marxisti, compresa la Quarta internazionale, lo hanno sottovalutato: quando si parla di globalizzazione dell'economia si fa finta che sia un fenomeno quasi magico, al di sopra dei rapporti tra esseri umani. Uno dei grandi meriti di Marx e del marxismo è invece capire che alla base di ogni evoluzione economica, di ogni sistema economico, di ogni rapporto economico fondamentale ci sono rapporti tra esseri umani.

Che cosa è successo? C'è un fenomeno accentuato di concentrazione e di centralizzazione internazionale del capitale. Ma accompagnato da una serie di altri fenomeni di cui bisogna cogliere tutta l'ampiezza. Prima di tutto si assiste ad una "riprivatizzazione della moneta" conseguenza dell'enorme potere delle multinazionali, divenute la forma di organizzazione preponderante, anche se non unica, del grande capitale. Esse sfuggono sempre più al controllo di qualsiasi stato. La politica di smantellamento, la deregulation, come quella condotta da Thatcher e Reagan, non è stata la causa, ma anzi l'effetto di tale fenomeno. Loro due hanno semplicemente riconosciuto i limiti delle loro possibilità ed hanno provato ad approfittarne, a spese della classe operaia e del movimento dei lavoratori, contro i poveri e gli emarginati.

Ma l'essenza del meccanismo è che non ci potevano far niente. Un esempio: non si sa quale sia la dimensione del movimento dei capitali che si spostano su scala mondiale, non solo in percentuale, ma neanche con un'approssimazione di qualche centinaio di migliaia di dollari. Ciò che non si conosce ovviamente non si può controllare. Fintanto che durava l'onda lunga espansiva, il fenomeno era circoscritto. Ma a partire dal momento in cui si è entrati nell'onda lunga depressiva hanno cominciato a coincidere due fenomeni. Da una parte, le multinazionali che dispongono di capitali enormi, dall'altra i limiti, angusti, dell'investimento produttivo. In queste condizioni si è verificato un fenomeno che io definirei di sovraliquidità, di liquidità straordinaria, la trasformazione di una quantità rilevante del capitale-merce in capitale-denaro, liquido o quasi liquido. Che si è riversato sulla borsa, sulla speculazione borsistica o immobiliare.

I mezzi elettronici consentono oggi il trasferimento quasi istantaneo dei capitali, su scala mondiale. Ma ancora una volta bisognerebbe poter quantificare dei dati, per rendersi effettivamente conto di che cosa si parla. Tutti i giorni (anche se è vero che lorsignori non lavorano tutti i giorni...) ma insomma tutti i giorni lavorativi, diciamo almeno 250 giorni l'anno sui mercati dei cambi e quelli collegati si fanno affari che eguagliano il volume annuale del commercio mondiale! Si tratta di una "liquefazione" del capitale che continua un fenomeno già percepibile da tempo.

L'economia capitalista, dalla Seconda guerra mondiale in poi, si era lanciata verso l'espansione grazie ad un mare di debiti: l'indebitamento mondiale era colossale. Si parla tanto del debito del Terzo mondo: si tratta di un debito, che riguarda, è vero, almeno la metà del genere umano, ma che consiste nel 15% appena del volume totale del debito.

C'è il debito delle imprese imperialiste, quello dei governi di paesi non del terzo mondo, quello delle famiglie... Sono cifre incalcolabili: si parla di miliardi di dollari di debito, cifre al di là della nostra immaginazione. Ecco che si è di nuovo di fronte a un fenomeno fondamentale, che ci spiega come mai un atterraggio morbido dell'onda lunga depressiva non è all'ordine del giorno.

Quando poi si parla delle multinazionali è un errore considerarle come un monoblocco.

É un nido di vipere, si fanno continuamente le scarpe a vicenda. C'è un fenomeno di concentrazione delle multinazionali, grandi gruppi spariscono. Si parla spesso di 600 multinazionali che dominano sulla scena mondiale Certi profeti di sventura sostengono che in pochi anni non saranno più di 100... Sembra esagerato, a prima vista, ma non si può mai dire. Sta di fatto che il dollaro è in caduta libera, e l'assenza di una potenza imperialista egemone ha come conseguenza l'impossibilità, l'incapacità della borghesia di proporre soluzioni. Le riunioni del G7 finiscono di solito con la constatazione dell'impotenza, non prendono alcuna decisione seria.

Per il nostro programma, per la nostra visione realista dell'umanità, della civiltà borghese, ma anzi della civiltà in assoluto, dalla prima guerra mondiale in poi noialtri siamo abituati a parlare di crisi del fattore soggettivo, di crisi della coscienza di classe, di crisi di direzione del proletariato. Oggi però si assiste ad una crisi di direzione e di coscienza di classe della borghesia. Non è una crisi da nulla, loro si trovano di fronte ad una scelta terribile. Ecco un altro più importante motivo per cui un atterraggio morbido dell'onda lunga depressiva non è per il momento prevedibile: per una ragione sociopolitica.

E vengo al potenziale di resistenza che permane nella classe operaia e nei movimenti di emancipazione del Terzo mondo. Si tratta di un potenziale che è funzione del periodo passato, dell'accumulazione di forze, di riserve, di conquiste nel corso del periodo di espansione. La classe capitalista deve decidersi: fino a qual punto può spingersi nell'offensiva antioperaia ed antisindacale? Se va troppo lontano, rischia di provocare una risposta molto forte da parte degli sfruttati e degli oppressi nel senso più ampio del termine. La borghesia, su questo, è divisa.

La situazione può cambiare in due direzioni. Oggi gli sfruttati e gli oppressi si trovano in situazione difensiva: ma se vincono qualche battaglia difensiva possono ripartire alla controffensiva, nulla è pregiudicato. Al contrario, è altrettanto vero che se c'è una nuova ondata di disoccupazione, un'altra vergognosa capitolazione delle direzioni ufficiali del movimento operaio di fronte alle scelte di austerità del capitale, ci potrà essere un affossamento della capacità di resistenza della classe operaia. Ci potrà anche essere una vera e propria minaccia di estrema destra, non necessariamente in forma fascista, nessuno può saperlo, ma quanto meno in direzione di un rafforzamento in senso repressivo dello stato. Un nuovo modello di "stato forte", insomma.

Uno dei più importanti redattori di Le Monde, Edwy Plenel, già oggetto delle persecuzioni del regime mitterandiano, sostiene che in Francia verrà fuori un nuovo Bonaparte, chiunque sia, qualsiasi siano i risultati delle prossime elezioni francesi. Non ha torto, non c'è da essere ottimisti, la situazione non è buona. C'è poi un'altra dimensione, quella che noi della Quarta abbiamo chiamato la crisi di credibilità universale del socialismo.

Dopo lungo tempo, aiutata da fatti storici non secondari, la classe operaia si è resa conto del fallimento dello stalinismo, del poststalinismo, del maoismo, della socialdemocrazia, del nazionalismo pseudoprogressista nei paesi del Terzo mondo. Per il momento, essa non vede una forza, a sinistra di tutti questi movimenti, una forza credibile, capace di trovare la via per imporre delle soluzioni anticapitaliste globali.

I suoi movimenti di resistenza sono discontinui, ma talvolta assumono un'ampiezza mai vista prima, e non solo in campo operaio: quando la Suprema corte degli Stati uniti ha legiferato contro il diritto all'aborto, un milione di donne sono scese in piazza. Ma proprio perché discontinui questi movimenti sono riassorbibili a breve termine da parte del potere, o quel che è peggio possono disperdersi. Tuttavia c'è un fattore nuovo ed importante. Sempre più persone dicono "quelli che comandano sono corrotti ed incompetenti". Corrotti, lo sanno anche i bimbi piccini: ma nella qualifica di incompetenti c'è qualcosa di nuovo. Ma è ancora una minoranza del movimento operaio a pensarlo, ma c'è lo sviluppo tecnologico che contribuisce a questo. Operai iperqualificati hanno la sensazione di conoscere il funzionamento della fabbrica meglio dell'ingegnere capo, per non parlare delle incompetenze del direttore generale. I ragazzi delle scuole professionali, destinati a restare ai margini del mercato del lavoro, hanno la sensazione, del resto corretta, di perdere il loro tempo, a scuola, di imparare poco o nulla, di studiare da disoccupati. C'è però un cambiamento: questi nuovi strati operai vanno osservati e seguiti da vicino, bisogna far sì che non perdano le loro battaglie.

Un esempio: nello sciopero dei metalmeccanici tedeschi, il sindacato, del resto il più ricco del mondo, ha fatto un calcolo veloce: sei mesi di sciopero, 3 milioni d'operai, le sue riserve finanziarie si potevano esaurire in fretta. Allora, grazie alla competenza degli operai, e non tanto dei funzionari sindacali, per non dire dei burocrati, hanno identificato un certo numero di stabilimenti chiave la cui produzione è decisiva per quella di numerose altre fabbriche. Poche officine insomma che impiegano il 6-7% della manodopera totale sono in grado di paralizzare tutta la produzione. Il padrone minaccia di rispondere con la serrata, il sindacato risponde che è anticostituzionale e credo che ci siano buone probabilità di vincere le cause intentate contro le direzioni delle aziende. In Germania una cosa del genere non si vedeva dagli anni '20: gli operai non hanno esitato. Questo ha fatto saltare la politica di concertazione sociale nel paese capitalista più importante d'Europa, che per importanza è anche il terzo nel mondo. Un esempio dirompente per i lavoratori statunitensi e giapponesi.

 

Ma la ripresa delle mobilitazioni operaie, anche se solo settoriale, è contraddittoria rispetto alla situazione sociale complessiva, la disoccupazione, la sensazione generale di assenza di sbocchi positivi. C'è al tempo stesso una parte della classe operaia che avverte la fragilità del sistema, ce l'ha sotto gli occhi, mentre permane il senso di impotenza. Si tratta insomma di una congiuntura ideologica assai particolare.

 

Ernest MANDEL - Ripeto: la situazione generale è difficile. L'offensiva è in mano al padronato, al capitale. Noi siamo sulla difensiva: ma non siamo impotenti. Per concludere metterei l'accento su un'idea, cara alla Quarta internazionale, che abbiamo spesso utilizzato sopratutto nei confronti del Terzo mondo, e che dobbiamo generalizzare, universalizzare: solidarietà senza confini. É la parola d'ordine centrale in questa fase. Fronte comune di solidarietà tra occupati e disoccupati. Bisognerà coinvolgere anche gli emarginati, ma è assai più difficile; intanto cominciamo dai disoccupati. In Francia il movimento è iniziato, ad opera di lavoratori ancora in produzione, altamente specializzati. Bisogna trovare altre alleanze, è un compito fondamentale, bisogna stringere legami con i movimenti femminista ed ecologista, e quando parlo di movimenti, parlo di movimenti di massa, che scelgano obiettivi precisi in questa solidarietà che indico. É molto difficile, ma non impossibile: bisogna sforzarsi di opporre, alla strategia mondiale delle multinazionali, quella della dislocazione produttiva, una strategia mondiale di concertazione e di azioni comuni di lavoratrici e lavoratori salariati del mondo intero, dapprima quelli che lavorano per una stessa multinazionale, poi per grandi branche industriali omogenee, e così via. Non è facile, ne sono consapevole, le difficoltà sono enormi, ma non è impossibile ed è la sola via contro la chiusura nazionalista e protezionista. É l'unica strategia in grado di contrastare quella delle multinazionali.

A volte si sente l'obiezione che così ci si oppone all'industrializzazione del Terzo mondo, che oggi approfitta della dislocazione produttiva. É una sciocchezza: lo sbocco è semplicemente un diverso modello di sviluppo per il Terzo mondo, basato non sull'esportazione grazie alla manodopera a buon mercato, ma sull'espansione del mercato interno, sull'aumento del benessere della popolazione, ecc. L'abolizione del debito, il tentativo di opporsi all'evoluzione negativa delle ragioni di scambio, così come tutta un'altra serie di fattori andranno messi nel conto. Non è una visione irrealistica. Difficile, sì, ma non irrealistica.

Senza queste condizioni, non ci sarà né una soluzione operaia, né una soluzione borghese alla crisi dell'umanità. Ci sarà un lungo periodo di crisi, di disordine mondiale in cui le due forze sociali fondamentali poco a poco tenteranno di imporre le condizioni corrispondenti ai loro interessi storici. Ciò avverrà con un dato fondamentale alla base, di cui dobbiamo esser coscienti, e che continua ad essere il migliore argomento in favore del socialismo: è la minaccia alla sopravvivenza fisica del genere umano, minaccia sempre più grave, fatta di nucleare, militarismo, malattie legate alla crescita delle povertà, al complessivo disordine mondiale. Non vi sarà soluzione a tutto ciò nel quadro del regime capitalista. La crisi dell'umanità esige una nuova società, una nuova civiltà.

 

Intervista raccolta da Gabriel Maissin per "La gauche" (periodico del Partito socialista operaio belga) n.8, aprile 1995