Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Angola | La grande truffa elettorale

Angola | La grande truffa elettorale

E-mail Stampa PDF

di Cristiano Dan

Il 23 agosto, alla normale scadenza dei cinque anni, il popolo angolano è stato chiamato alle urne per giudicare il più che trentennale (mal)governo del Movimento Popular de Libertação de Angola (MPLA), già partito «marxista-leninista» di stretta osservanza sovietica e da tempo approdato, quanto meno nominalmente, alle accoglienti spiagge della socialdemocrazia (fa parte infatti dell’Internazionale socialista).

Nessuno si aspettava, naturalmente, che il MPLA potesse perdere le elezioni, anche senza ricorrere a brogli. Il MPLA è infatti un partito robusto, profondamente radicato nella società angolana (nel 2009 sosteneva di avere 4.705.436 iscritti, metà dell’intera popolazione…), praticamente in simbiosi con lo Stato, con il quasi totale controllo dei mezzi di informazione e il controllo totale, senza “quasi”, dell’esercito, della polizia, dei servizi segreti, nonché del Tribunale costituzionale e della Commissione nazionale delle elezioni (CNE).

Quel che invece ci si aspettava è che il MPLA perdesse voti in maniera sostanziale, tale da non garantirgli più il controllo dei due terzi del Parlamento, cosa che non gli avrebbe più permesso di procedere – come ha sempre fatto – a modifiche della Costituzione senza tener conto dell’opposizione. Tali aspettative si fondavano sul fatto che era ormai evidente a gran parte della società angolana che il MPLA era finito sotto il controllo di un clan familiare, quello del presidente della Repubblica José Eduardo dos Santos, che usava il partito per arricchire sé stesso e la ristretta cerchia dei suoi alleati. Fino a che la manna petrolifera aveva alimentato le casse dello Stato, il MPLA era riuscito a distribuire a pioggia qualche briciola del bottino agli strati più disagiati della popolazione, alleviandone le sofferenze. Ma da quando il corso del petrolio è caduto a picco, il flusso dell’elemosina statale è andato sempre più riducendosi e i legami clientelari del MPLA sono andati parallelamente sempre più sfilacciandosi. [1]

Un clima da fine regno

Il gruppo dirigente del MPLA era ben consapevole della sua impopolarità presso strati sempre più ampi della popolazione. Negli ultimi anni il malcontento aveva cominciato ad assumere forme sempre più concrete, traducendosi in manifestazioni di strada, in scontri con le forze dell’ordine. Era sempre più evidente che le tradizionali modalità di controllo (repressione selettiva, il più possibile incruenta, e neutralizzazione mediante cooptazione di parte dell’opposizione) non erano più sufficienti. D’altro canto, il suo orientamento neoliberista, nella sua variante più predatoria, esigeva che si mantenesse la finzione di un regime “pluralista”, con il rispetto almeno formale di certe regole democratiche: e ciò per continuare a godere del tacito sostegno non tanto dell’Internazionale socialista (che comunque non ha mai mancato di esprimerlo), quanto dei principali Paesi capitalisti, con i quali i cleptocrati del MPLA intrattenevano proficue relazioni d’affari, a cominciare dal Portogallo, dove i massicci investimenti privati effettuati servivano anche a costituire una sorta di salvadanaio in vista di possibili tempi bui.

A complicare le cose, già di per sé complesse, si è aggiunto questa volta un altro fattore. Per la prima volta in quasi un quarantennio, infatti, il candidato del MPLA non poteva essere il settantaquatrenne José Eduardo dos Santos, seriamente malato, fino a ora garante, almeno formalmente, dell’unità del partito. Con la sua uscita di scena c’era però il rischio che il clan familiare che a lui faceva capo (con in primis la ricchissima e potentissima figlia Isabel) perdesse copertura politica. E pertanto il vecchio presidente s’era mosso per tempo, cercando di proporre come suo successore dapprima il figlio, poi un cugino. Entrambe le soluzioni sono naufragate: la prima a opera dello stesso MPLA, che voleva ovviamente evitare l’“impressione” di una dinastia famigliare; la seconda per merito della magistratura portoghese, che ha incriminato il cugino per corruzione.

Obtorto collo, il vecchio presidente ha dovuto quindi ripiegare su un “delfino” che lui stesso, anni prima, aveva silurato, giudicandolo troppo ambizioso (e quindi pericoloso): João Lourenço, ministro della Difesa, generale a riposo, formato nell’Unione Sovietica nonché, attualmente, ricco latifondista con non pochi interessi in settori industriali. Ma prima di ripiegare, Santos ha preso alcune elementari precauzioni: ha mantenuto la presidenza del MPLA (garantendosi così il controllo del partito) e ha fatto votare dal parlamento una legge che stabilisce che nei prossimi otto anni i vertici dell’esercito, della polizia e dei servizi segreti non potranno essere cambiati. Ora, siccome in base alla Costituzione il comando su forze armate, polizia e servizi segreti – con relative nomine - spetta al presidente della Repubblica, questa misura toglie dalle mani del prossimo presidente, appunto João Lourenço, strumenti essenziali di potere [2]. Ciò che la dice lunga sul clima di reciproca fiducia che deve regnare all’interno del MPLA…

Come vincere le elezioni senza (apparentemente) stravincere

Restava però lo scoglio delle elezioni. Per mantenere la finzione dello Stato “democratico e pluralista”, il MPLA doveva in qualche misura prendere atto della realtà. E la realtà era quella di una crescente impopolarità, più o meno bene riflessa dai sondaggi che il partito stesso aveva commissionato, grosso modo coincidenti con quelli dell’opposizione (secondo il più attendibile di questi ultimi, il MPLA crollava dal 71 % di cinque anni prima a meno del 40 %, pur confermandosi il partito più votato). Il MPLA ha scelto alla fine di ammettere una parziale sconfitta, ma non tale da togliergli il controllo totale della situazione.

Infatti, secondo i dati sino a ora comunicati dalla Commissione nazionale delle elezioni (definitivi, eccetto che per tre delle 18 province: ma si tratta di poche migliaia di voti, ininfluenti sul risultato finale), il MPLA ottiene il 61 % dei voti e 150 dei 220 seggi in palio; il suo più diretto concorrente, l’União Nacional para a Independência Total de Angola (UNITA), sfiora il 27 % con 51 seggi; la coalizione Convergência Amplia de Salvação de Angola-Coligação Eleitoral (CASA-CE) ottiene quasi il 10 % e 16 seggi; il poco che resta viene diviso fra il Partido de Renovação Social (PRS, 2 seggi) e i relitti dello “storico” Frente Nacional de Libertação de Angola (FNLA, 1 seggio).

Prima osservazione. Con questi risultati il MPLA riconosce in effetti di aver robustamente perso. Rispetto alle precedenti elezioni del 2012, infatti, ottiene poco più di 4.100.000 voti (da confrontare con gli oltre 4.700.000 iscritti al partito del 2009…), perdendo circa l’11 % e 25 seggi. Chi avanza è soprattutto l’UNITA (più 8 % e più 19 seggi), seguita da CASA-CE (più 3,5 % e più 8 seggi), mentre PRS e FNLA arretrano di poco, perdendo però un seggio ciascuno.

Seconda osservazione. Con questi risultati, però, il MPLA non perde un milligrammo del suo potere totale sulle istituzioni, perché i suoi 150 deputati superano, sia pure di un pelo, i 147 che rappresentano i due terzi del parlamento. E per cambiare la Costituzione, infischiandosene dell’opposizione, occorrono appunto – come si è già detto - questi due terzi, che rappresentavano la vera e propria linea rossa oltre la quale il MPLA non era disposto ad arretrare, a costo di alterare un po’ i risultati. [3]

Tre casi interessanti

I dati elettorali sono stati visibilmente taroccati. Ma anche così, se si passa a un’analisi, sia pure sommaria, della distribuzione territoriale del voto, ci si imbatte in alcuni fatti interessanti. Il MPLA, con il suo 61 % a livello nazionale, ottiene la maggioranza assoluta anche in 15 delle 18 province (con percentuali che variano dal 51 all’89 %). Fanno però eccezione tre province, sulle quali vale la pena soffermarsi sia pure brevemente, perché sono a loro modo “strategiche”.

Luanda Luanda è strategica non solo perché comprende la capitale ed è quindi il cuore del potere politico, ma perché da sola rappresenta poco meno di un terzo circa di tutto l’elettorato. Qui il MPLA ottiene il 48,2 % (meno 11,3 %), seguito dall’UNITA con il 35,4 % (più 10,7 %) e da CASA-CE con il 14,5 % (più 1,8 %).

Cabinda Cabinda, l’exclave separata dal resto del Paese da un tratto di territorio congolese, è economicamente strategica, perché qui si trova gran parte del petrolio, la principale ricchezza dell’Angola. In questo piccolo territorio, tormentato da una endemica guerriglia separatista, il MPLA ottiene il 39,8 % (meno 19,7 %), tallonato da CASA-CE con il 29,3 % (più 15,4 %) e dall’UNITA con il 28,8 % (più 3,7 %).

Lunda-Sul Infine, Lunda-Sul è una delle province di primitivo impianto dell’UNITA, e qui la distanza fra MPLA con il 46 % (meno 12, 7 %) e l’UNITA con il 41,1 % (più 27,1 %) è di soli cinque punti. L’altro grande perdente è il PRS (9,6 %; meno 14,8 %), che in questa provincia e nella confinante Lunda-Norte aveva la sua principale (e unica) riserva di voti.

Il fatto che il MPLA abbia “riconosciuto” di aver perso la maggioranza assoluta in queste tre province la dice lunga sulle sue difficoltà e sull’impossibilità di superare certi limiti nell’“aggiustamento” dei voti.

L’opposizione non riconosce i risultati

L’opposizione al MPLA è ampiamente eterogenea, ma in questo caso si è dimostrata compatta. Ha riconosciuto come validi solo gli scrutini di tre province (Cabinda, Zaire e Uíge), chiedendo che si proceda a un nuovo conteggio dei voti in tutte le altre [4]. In effetti, le irregolarità sono state numerosissime e tempestivamente denunciate: dal fatto che il MPLA ha annunciato per primo i risultati parziali, scavalcando la Commissione nazionale delle elezioni (e di fatto “suggerendole” cosa dire), al fatto che in molte province i risultati sono stati proclamati prima di quelli dei corrispettivi seggi elettorali (a volte anche prima che questi terminassero i conteggi), alla scomparsa e ricomparsa di urne elettorali, eccetera eccetera. Che l’opposizione si sia rivolta al Tribunale costituzionale e alla Commissione nazionale delle elezioni non è servito a niente: tutti i ricorsi sono stati respinti.

Difficile che il MPLA accetti di rimettere in discussione la sua vittoria. Non si può escludere del tutto che si conceda un contentino all’opposizione, come per esempio il nuovo conteggio in un numero limitato di seggi elettorali, ma tale da non cambiare il risultato finale se non di qualche virgola zero qualcosa. Di certo c’è che l’Angola è entrata in una nuova fase.

Il MPLA fragilizzato

Il MPLA si ritrova con tutto il potere nelle proprie mani, ma con un “dualismo” al vertice che appare alquanto fragile. Il clan dei Dos Santos vorrebbe proseguire lungo la via della “accumulazione capitalistica” sin qui perseguita e apertamente teorizzata. «L’accumulazione primitiva di capitale nei Paesi occidentali è avvenuta centinaia d’anni fa e a quel tempo le regole del gioco erano diverse», sosteneva infatti solennemente José Eduardo dos Santos di fronte al parlamento angolano nel 2013. «L’accumulazione primitiva di capitale che si ha oggi in Africa deve adeguarsi alle nostre realtà. Le nostre leggi non discriminano nessuno. Qualunque nostro cittadino può accedere alla proprietà privata e sviluppare attività economiche come imprenditore, socio o azionista, creandosi una ricchezza e un patrimonio». Qualche tempo prima, nel 2012, l’ufficiale «Jornal de Angola» era andato più direttamente al nocciolo del problema: «L’Angola ha diritto ad avere una borghesia nazionale sempre più forte e più ricca» [5]

Questo invito all’“arricchitevi”, rivolto demagogicamente a tutti i cittadini angolani, ma che poteva e ha potuto essere accolto solo da una ristrettissima cerchia di notabili del MPLA e delle forze armate, è stato a lungo condiviso (o quanto meno tollerato) da tutto il partito. Ma probabilmente ora alcuni nodi stanno venendo al pettine. Ci sono alcuni clan che si sono arricchiti in modo sfacciato, ma ora la crisi petrolifera ha rimpicciolito la torta, e la lotta per assicurarsene una fetta si sta facendo più serrata. Il clan Dos Santos si sente minacciato, e ha preso – come si è visto – le sue misure. Ma ha anche, forse per la prima volta, incontrato un’opposizione interna. Lo si è visto nel caso della bocciatura della candidatura del figlio di José Eduardo dos Santos.

Contraddizioni interne, dunque, che non esistono da oggi, ma che oggi vengono allo scoperto. Presto per dire se si aggraveranno e porteranno a spaccature. Molto dipende da come si muoverà l’opposizione.

E la sinistra?

L’opposizione, lo si è detto, è molto eterogenea. Dall’UNITA non c’è molto da aspettarsi. Il suo passato di movimento etnico a sfondo nettamente razzista è stato in parte superato, ma pesa ancora. E in ogni modo l’UNITA non rappresenta certo un’alternativa “di sinistra” al MPLA. Vagamente di sinistra, di “centrosinistra”, è invece CASA-CE. Ma si tratta di una coalizione di quattro partiti, cui in occasione di queste elezioni se ne sono aggiunti altri due. In sostanza, una struttura molto fragile, con componenti eterogenee. Una di queste è il Bloco Democrático, l’unico partito che si possa dire chiaramente di sinistra nel panorama politico angolano, che in questo caso ha fatto una scelta tattica che può essere più o meno condivisa, ma che forse era l’unica possibile data la situazione [6]. L’altra possibilità era quella dell’astensione, sostenuta da Luaty Beirão e dal gruppo di giovani attivisti di cui fa parte: una posizione moralmente corretta, ma probabilmente recepibile solo da una ristrettissima frangia politicizzata.

Se si resta al solo livello politico, dunque, non si intravvede alcuna possibilità di soluzione positiva della crisi angolana. Se però si guarda al di sotto della crosta politica, a quel che si muove nella società, alle masse impoverite che popolano i musseque di Luanda, la città più cara al mondo per gli amanti delle statistiche, c’è da scommettere che i prossimi mesi e anni saranno assai movimentati.

Note

[1] Sul potere del clan Santos, e più in generale sulla situazione politica angolana, vedi in questo sito l’articolo Angola: un paese ricco con un popolo povero,

e l’intervista a Michel Cahen Angola | Il potere ha paura…

[2] Il sistema elettorale angolano ha alcuni curiosi tratti, il più stravagante del quale è questo: il candidato del partito vincitore delle elezioni parlamentari diventa automaticamente non solo capo del nuovo governo, ma anche presidente della Repubblica. Dos Santos era quindi contemporaneamente presidente della Repubblica, capo del governo, capo delle Forze armate e dei servizi segreti, e alla testa del MPLA. Una concentrazione di cariche e di poteri che non a eguali in nessuno Stato che si dichiari “pluralista”, come pretende l’Angola.

[3] Il 61 % dei voti non corrisponde certo ai due terzi dei votanti, ma qui interviene un’altra particolarità del sistema elettorale angolano. Dei 220 seggi che compongono il Parlamento, 130 vengono infatti attribuiti a livello nazionale secondo un sistema proporzionale, mentre 90 sono eletti su base provinciale: ognuna delle 18 province elegge 5 deputati, a prescindere dal numero degli elettori. In chiaro, la provincia di Luanda, con oltre 2.884.000 elettori, elegge tanti deputati quanto, per esempio le province di Cuanza-Norte (157.000 elettori), Cunene (255.000) o Malanje (328.000). E, guarda caso, il MPLA in queste tre province fa l’en plein, aggiudicandosi tutti i 5 seggi in palio con, rispettivamente il 78 %, l’89 % e il 77 % dei voti…

[4] Angola: Oposição diz que eleições são ilegais e exige recontagem dos votos, in http://www.esquerda.net/en/artigo/angola-oposicao-diz-que-eleicoes-sao-ilegais-e-exige-recontagem-dos-votos/50561

[5] Le citazioni sono prese da un articolo del dirigente del Bloco de Esquerda portoghese Francisco Louçã, O partido da plutocracia em Angola, http://blogues.publico.pt/tudomenoseconomia/2017/08/25/o-partido-da-plutocracia-em-angola/

[6] Sul Bloco vedi l’intervista a Cahen, cit.



You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Angola | La grande truffa elettorale