Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Juanita, Guevara e la CIA

Juanita, Guevara e la CIA

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Due diverse letture di un libro inquietante

Avevo letto con interesse il libro di Juanita Castro, che non è facile definire, ma non è un libro di propaganda volgare. Ci sono ricordi di un’anziana signora sulla sua gioventù, rancori personali, ma anche ammissioni straordinarie. Avevo qualche dubbio sull’utilità di recensirlo (pensavo ai soliti imbecilli che avrebbero trovato la “prova” del mio definitivo passaggio nel campo degli “anticubani prezzolati”), quando sono stato stimolato dalla lunga recensione di Maria R. Calderoni apparsa su “Liberazione” del 29 giugno. Correttissima, è tutto vero quello che dice, compresa l’appendice della Calderoni sulle varie malefatte della CIA.

Mi sono accorto però che mancava una spiegazione delle ragioni del passaggio di Juanita Castro nel campo della “controrivoluzione”, che credo di aver individuato in alcune pagine chiave del libro, e che penso valga la pena di analizzare, perché non riguardano solo le scelte personali della sorella di Fidel e Raúl.

Fin dalle prime pagine, infatti, emerge una tensione tra Juanita e il fratello maggiore (verso Raúl è più indulgente), apparentemente legata ai sentimenti verso la famiglia, ma che sottende concezioni diverse dell’uso del potere.

Il primo capitolo è dedicato alla morte della madre, nel 1963, e non è un caso: solo dopo quella morte, Juanita decide di recidere i legami con l’isola e di preparare la fuga. Juanita ricostruisce uno scontro con Fidel, che la fa infuriare e determina addirittura la rottura dei rapporti tra di loro: Juanita ha chiesto invano al fratello di inviare un aereo militare cubano in Messico per prendere la sorella minore Enma, dato che non c’erano voli diretti che le consentissero di arrivare in tempo per i funerali.

L’episodio le pare gravissimo, e ci ritornerà presentandolo come una prova di durezza di cuore e insensibilità, dato che Raúl ha accompagnato la madre sul treno speciale, reggendo la mano della morta, mentre Fidel non l’ha accompagnata ma ha raggiunto la famiglia nella fattoria natale di Birán solo il giorno dopo, in aereo.

Ma se il libro prosegue senza troppo interesse per un centinaio di pagine, che ricostruiscono l’infanzia e l’adolescenza, e la sua trepidazione per il fratello scapestrato che faceva correre rischi al fratellino preferito e affettuoso, appena si arriva alla vittoria dei barbudos emergono subito le prime serie divergenze.

Juanita manifesta fin dal primo momento una forte ostilità verso il Che, a cui dice di non voler dedicare neppure due pagine, ma su cui ritorna in modo ossessivo a più riprese nel corso del libro. Il primo incontro col Che la scandalizza: non solo le sembra “sporco, come se non si fosse lavato”, ma soprattutto arrogante e maleducato. Juanita è andata a trovarlo nella fortezza de La Cabaña, dove “c’era un sacco di gente ad aspettarlo”, ma il Che non interruppe la conversazione nella quale era immerso. “Non fu per nulla più cortese per il fatto che fossi la sorella di Fidel”. Juanita si irrita perché Guevara continua a ricevere chi era arrivato prima di lei. Per giunta lei era andata con la moglie dell’ambasciatore brasiliano e una sua amica, Ana Ely Esteva (“che poi lottò per anni con me nella controrivoluzione”), per perorare la causa di vari batistiani imprigionati, magari colpevoli di crimini, ma parenti delle loro compagne di scuola dalle Orsoline… E il Che se ne rende conto, e la blocca subito, dicendo che non avrebbe accettato che intercedesse per qualcuno in base a criteri di amicizia personale.

Invece le va bene un episodio che accade subito dopo: la sua Buick 1959 si affianca a quella di Fidel sulla Ventitreesima strada del Vedado, e Fidel si ferma immediatamente: “scendemmo dalle nostre auto, ci baciammo come sempre, e ci mettemmo a parlare lì, in piena strada, con il traffico bloccato”. Così si fa, perbacco!

Juanita approfitta di quell’incontro (con ingorgo) per la sua idea fissa: salvare tutti i batistiani di cui si era fatta avvocata. Riceve qualche promessa vaga, e quindi si preoccupa per la “cattiva influenza” del Che, a cui per giunta viene concessa poco dopo la cittadinanza cubana. Che scandalo! Lei comunque, ribadisce a ogni passo: “non l’ho mai considerato un cubano, per quanto avesse documenti che dicevano che lo era come noi che siamo nati qui e che abbiamo sofferto per la nostra cara patria.

Invece di Raúl parla sempre bene, e le è perfino simpatica la moglie, Vilma Espín, che sarà fino alla morte la signora assoluta della Federazione delle Donne, mentre detesta quella che considera l’anima nera di Fidel, Celia Sanchez, e ancor più la straordinaria Haidée Santamaria (una “distruttrice”, secondo Juanita: evidentemente si vedeva che non aveva studiato dalle Orsoline…).

Ma sul Che, invece delle due pagine promesse, torna continuamente con un rancore inaudito: ad esempio protesta con Fidel perché ha saputo che Guevara ha firmato le nuove banconote semplicemente “Che”. Si precipita dal fratello per dirgli: “Senti un po’, ragazzo mio, perché uno straniero deve firmare il denaro della mia patria con un soprannome?”. Fidel risponde pazientemente che Guevara si era meritato con i suoi sacrifici di essere considerato cubano a tutti gli effetti, ma non la convince. Non era una questione puramente formale, d’altra parte. Juanita era preoccupata che col cambio della moneta “migliaia di persone avrebbero visto il proprio patrimonio ridursi in cenere”. Cioè migliaia di speculatori e di profittatori…

Qual è l’interesse del libro? A mio parere è utile perché spiega chiaramente la scelta di Juanita di andarsene dall’isola, appena la rivoluzione cominciò ad affrontare i problemi sociali e in particolare la riforma agraria. “A mia madre – scrive Juanita – rimase  solo una parte modesta della tenuta, risultato del lavoro di entrambi dopo tanti sforzi e dedizione”. Comunque l’annuncio di una seconda fase, con la necessità di vendere tutti i bovini, sarebbe stata la causa di un attacco cardiaco che in pochi mesi portò via la vecchia e la spinse a preparare la partenza. “Meno male, conclude il capitolo, che il vecchio non ha vissuto abbastanza per vedere tutto quello che è successo!”

Ma non era solo il risentimento personale: diversi altri antibatistiani sinceri, ma che erano capitalisti o proprietari terrieri, hanno rotto con la rivoluzione già nel primo anno, e poi al momento della proclamazione del carattere socialista della rivoluzione nel 1961, come risposta all’invasione di Playa Girón. Il libro traccia con simpatia il ritratto di diversi di essi, da Huber Matos a Sorí Marín, mentre presenta come odiosi e magari “servili” alcuni esponenti di quella sinistra che si separerà più tardi per altre ragioni, come Carlos Franqui.

Tra l’altro il libro traspira anticomunismo da ogni pagina, ma Juanita ha idee confusissime sul partito comunista filosovietico e sul suo ruolo reale nella rivoluzione. Vede dovunque comunisti che si infiltrano per cambiare il corso della rivoluzione, senza accorgersi che i più radicali, come il Che e Fidel si muovevano con una logica del tutto autonoma. Ma il libro è fatto anche di ricordi assemblati un po’ a caso, sicché tra gli altri si è infilato un quadretto divertente: nei primi giorni di libertà dopo il carcere all’Isola dei Pini, prima di partire per il Messico, Fidel e Raúl avevano affittato un ufficio nel Vedado: “Fece scalpore la volta che si presentarono lì i membri della Gioventù Comunista, non solo per criticare Raúl, ma anche per protestare perché questo si era permesso di partecipare con Fidel all’attacco alla Caserma Moncada senza l’autorizzazione della dirigenza del partito”. L’ennesima conferma che non era il minuscolo partito filosovietico a guidare la rivoluzione!

 

La rivoluzione cubana aveva un bivio davanti a sé: fermarsi a metà, e rifluire come avevano fatto altri movimenti che in altri paesi avevano abbattuto dittature feroci, o diventare una rivoluzione socialista, difendendosi con ogni mezzo da chi l’aggrediva. Juanita è rimasta più a lungo, sperando di poter invertire il corso degli eventi e per salvare i suoi simili e i loro beni, e poi se ne è andata, ultima di un’ondata che aveva caratteristiche inequivocabili di classe. Gli esodi successivi, come quelli del 1980 e 1994, avranno altre caratteristiche, più economici che ideologici, e coinvolgeranno molte persone modeste, che cercheranno altrove il benessere senza affidarsi alla CIA.

 

Un’altra nota di colore: in Messico e poi a Miami e New York, Juanita sarà accolta da cartelli di fanatici anticastristi che la presentavano come una belva assetata di sangue, che aveva chiesto fucilazioni a raffica… E la nemesi storica si completerà quando nel 1969 gli Stati Uniti le taglieranno i fondi, per non ostacolare una ipotetica distensione con Cuba, che avrebbe dovuto facilitare quella con l’URSS. Povera Juanita, ha sbagliato tutto. Ma avuto il merito di presentarsi sinceramente per quella che è stata. Grazie, ora capiamo meglio.

(a.m. 3/6/10)

«Sono stata una spia Cia» Juanita Castro si racconta cinquant’anni dopo

Maria R. Calderoni per “Liberazione” (29/6/10)


«Signore e signori, un cordiale buonasera. Permettetemi di presentarvi la signorina Juanita Castro Ruiz, sorella di Fidel Castro, primo ministro del governo cubano, e di Raùl Castro, capo dell’esercito di quel paese. La signorina Castro ha delle dichiarazioni da fare». E’ la sera del 29 giugno 1964, Città del Messico, conferenza stampa convocata «per tutti i mezzi di informazione nazionali ed esteri» e mandata in onda sui canali 4 e 5 della Tv messicana, moderatore «l’importante» giornalista Guillermo Vela. E alla Tv messicana c’è proprio lei in persona, la sorella di Castro, «centinaia di flashes lampeggiarono verso di me», racconta lei stessa in questo inimmaginabile libro firmato da lei medesima – I miei fratelli Fidel e Raùl. La storia segreta , Fazi editore, pp. 453, euro 19,50 -. Una “amena” autobiografia spuntata fresca fresca cinquant’anni dopo, in cui lei, la signorina Castro-sorella-di-Castro, racconta ilare e leggera come e perché fu a lungo una spia a libro paga Cia. Come e perché, cinquant’anni dopo «non mi pento. E se dovessi scegliere oggi lo rifarei».

29 giugno 1964, Città del Messico, quella che la Signorina Castro-sorella-di Castro fa alla tv messicana è una dichiarazione «che constava di sette pagine e che durò undici minuti. In quegli undici minuti i trentun’anni della mia vita ebbero un sigillo definitivo, perché la denuncia toccava temi fondamentali, dalla infiltrazione comunista alla perdita delle libertà fondamentali dei cubani». Appena. La dichiarazione-bomba deflagrò in tutto il mondo, come previsto; e naturalmente anche a Cuba. Racconta sempre la ineffabile Juanita. «Venni a sapere, per televisione, della reazione di Fidel. Rimase in silenzio per tre giorni, poi approfittò di un ricevimento offerto dall’ambasciata del Canada all’Avana per affrontare il tema davanti a decine di giornalisti cubani e internazionali. «Sapevo che mi avreste fatto una domanda sulla più grande infamia che l’imperialismo yankee abbia ordito contro la Rivoluzione cubana. Questo fatto in termini personali, per me, è molto amaro e profondamente doloroso, ma comprendo che è il prezzo che un rivoluzionario deve pagare. Voglio che registriate la mia dichiarazione testualmente: Juanita, mia sorella, è stata comprata dall’imperialismo yankee e il discorso che ha pronunciato è stato scritto nell’ambasciata degli Stati Uniti a Città del Messico».

Assolutamente vero, lo dice lei stessa, la Ineffabile Juanita. A pagina 387 del suo Ineffabile Libro. Lei ha lasciato Cuba «per sempre » – in dissenso sulla «deriva comunista» che la Revolución sta prendendo, soprattutto per colpa di quell’odioso Che – e riparato a Città del Messico: «Siccome arrivai di venerdì, non vidi Enrique, il mio contatto con la Cia, prima di lunedì». E lui, «che puntualmente ci stava aspettando, lunedì 22 giugno non perse tempo e dopo i saluti di cortesia mi consegnò la bozza che conteneva i punti più importanti. Era scritta a mano, l’aveva stilata lui stesso».
Letta e approvata, niente da aggiungere, se non un piccolo particolare che la Signorina Castro si premura di far inserire lì all’istante. Nella denuncia-versione Cia che si accinge a fare davanti all’universo mondo, «per me è molto importante includere le attività del comandante Manuel Pineiro, detto Barbarossa, perché questo individuo è responsabile dell’esportazione della guerriglia in tutta l’America Latina, lavora come direttore del Servizio di Intelligence e Sicurezza dello Stato, è molto legato al Che e sovrintende direttamente a tutte le operazioni cubane rivolte all’America latina». Sic . Una delazione in piena regola, nome e cognome, un uomo consegnato direttamente e spontaneamente ai killer dell’Agenzia.

Sconcertante. Di sua volontà, a 76 anni suonati, da Miami dove tuttora si trova, la Signorina Castro ha deciso di vuotare il sacco, e lo fa allegra e contenta, come se raccontasse una gita spensierata, senza mai sfiorare una sia pur piccola corda emotiva. Consegna alla Cia i suoi fratelli e i suoi amici, i suoi compagni del Movimento 26 Luglio e dell’assalto al Moncada, i guerriglieri della Serra che ha conosciuto da vicino e molti di persona; e lo fa freddamente, consapevolmente, doverosamente . In nome della lotta al comunismo, come si premura di «spiegare» lei stessa: «Non si fa una rivoluzione consegnandola al comunismo». Meglio consegnarla alla Cia. Il nome e la faccia di Juanita spariscono dall’album di famiglia, Fidel la fa cancellare da tutte le foto; ma nemmeno a Città del Messico la sua delazione targata Usa la passa liscia; sono in molti anche lì a trovarla disgustosa oltre che scandalosa. All’«importante» giornalista viene sospeso il programma, e spuntano cartelli del tipo: “Signorina Castro, sappiamo che lei lavora per la Cia. Quanto la pagano?”.
Insomma, subito dopo la clamorosa performance televisiva, per lei non è aria, deve sloggiare; e per fortuna c’è Enrique (il suo vero nome è Tony Sforza): «Mi portò quindi in una villa meravigliosa a Loma Chapultepec». Niente da fare, anche lì la spia di nome Castro non è gradita, per fortuna c’è sempre Enrique, «quello stesso giorno, a bordo di un aereo privato, partimmo alla volta di Puerto Villarta». Che cara ragazza. «La mia più grande sorpresa – scrive, scrive! – fu scoprire che quel meraviglioso appartamento con vista sul mare apparteneva alla Pan American Airways, così come lo yacht che ci misero a disposizione». Non per soldi, ma per la lotta al comunismo. E lì «finalmente mi sentii protetta dagli interminabili attacchi degli alleati del regime».
Spia di lusso, a ottobre dello stesso 1964, sbarca a Miami, alloggiata all’Hotel Dupont dove la “Compagnia” ha predisposto che la sua permanenza «sia piacevole al massimo grado»; e dove il suo “contatto” si chiama Salvador Lew, «la persona migliore che abbiamo, è cubano, anticomunista a prova di bomba e ha ottime relazioni con l’esilio, nel cui seno lavora già insieme a persone che hanno lo stesso interesse per la libertà di Cuba» (leggi le organizzazioni degli esuli cubani al soldo dei servizi segreti Usa).

E’ a posto, adesso, la Signorina Castro, è al posto giusto, è a tempo pieno nella Cia. Verrà l’”Operazione Peter Pan” (finalizzata a togliere i bambini «dagli artigli del comunismo»); verrà la “Fondazione Martha Abreu” (mascherata, come tutte le altre, da associazione umanitaria), totalmente e abbondantemente finanziata «da noi», leggi Cia. Una vera pacchia, per la spia di nome Castro, nome in codice “Donna”. Finché arrivò la “catastrofe”, da lei riassunta nelle due nuove, deplorevoli parole : “Coesistenza pacifica e Contenimento”, gennaio 1969. Usa e Urss inaugurano un nuovo corso, «puntualissimi vennero da me due agenti della Cia. Si presentarono semplicemente come l’Agente A e l’Agente B». Senza preamboli e nessuna «delicatezza», le dicono questo: che il confronto tra il governo Usa e Cuba ha preso un’altra piega e quindi lei deve piantarla e anzi fare dichiarazioni consone al clima della “distensione” in atto e magari giurare che il comunismo non minaccia affatto l’America latina… E’ la fine di “Donna” e anche dei lauti fondi della “Fondazione”, la Signorina Castro non serve più allo scopo, licenziata su due piedi; finisce a fare la commessa presso la Mini Price Pharmacy. Non senza grande dispiacere; e non senza aver tentato di implorare dal senatore Helms – sì proprio il promotore della legge Helms-Burton, ancora più restrittiva in materia di maledetto “bloqueo” – il mantenimento di quelle «risorse che abbiamo chiesto per combattere il comunismo e che ora ci vengono negate e ridotte senza spiegazione». Lettera firmata “rispettosamente Juanita Castro”: «Ricevetti come risposta il più totale silenzio».
Libro senza onore. La spia della Cia di nome Castro ha perlomeno dimenticato di aggiungere un’appendice alla storia qui raccontata. Magari intitolata: il prezzo del terrorismo targato Usa a Cuba. Dimenticato di segnalare, così, en passant , che quel terrorismo lì è costato lacrime e sangue, nel senso letterale del termine. Ci sono dati, numeri, rapporti ufficiali, denunce circostanziate presentate anche all’Onu. Bombe incendiarie da aerei statunitensi sganciate sul territorio cubano già a partire dal 1959; un cargo francese che nel 1960 esplode all’Avana (75 morti e oltre 200 feriti); nel ’61 sbarco (fallito) alla Baia dei Porci; e a seguire, per tutti gli anni Sessanta, è in atto quella ininterrotta campagna terroristica – interamente finanziata dalla Cia con 50 milioni di dollari l’anno – denominata “Operazione Mangusta” (saltano in aria zuccherifici, viadotti ferroviari, magazzini, campi di canna da zucchero, navi sovietiche); né mancano atti di guerra chimica e batteriologica; il 6 ottobre 1976 esplode in volo un aereo della Cubana (muoiono 73 persone, tra cui l’intera squadra nazionale giovanile di scherma); nel 1997 numerose bombe sono lanciate contro alberghi e strutture turistiche, tra le vittime anche il nostro connazionale Fabio Di Celmo; nel 2000, per mano del famigerato Posada Carriles, ennesimo tentativo – ce ne furono oltre 600 – di assassinare Castro durante una conferenza all’Università di Panama (15 chili di esplosivo e duemila studenti presenti). Tanto per citare, è di 3.478 morti e 2.099 invalidi permanenti il conto del terrorismo Cia a Cuba. Senza calcolare l’infinita ferita causata da quel “Blocco” che dura da sessant’anni (il più lungo della storia, con un danno economico intorno ai 90.000 milioni di dollari, oltre 4 milioni nel solo 2006)…
Libro chiuso. A lettura finita ci viene in mente, chissà perché, quella frase di Sartre: «L’anticomunista è un cane»

 



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