Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Memoria storica intermittente su Guevara (e il PCI)

Memoria storica intermittente su Guevara (e il PCI)

E-mail Stampa PDF

 

Giù le mani da Guevara!

Mi ha un po’ irritato nello stesso fascicolo speciale del Manifesto che ho segnalato ieri un articolo di Luciana Castellina, che mi ha confermato quanto sia facile per molti compagni che hanno avuto un ruolo importante nella sinistra “radicale” degli anni ’70 avere una memoria selettiva di vicende cruciali. Lo avevo già verificato per quanto riguarda la periodizzazione della rivoluzione culturale cinese, e la valutazione acritica della politica estera di Mao, che già in quegli anni non aveva nulla da invidiare al cinismo di quella sovietica nella scelta di alleati: per la Cina andava bene perfino il regime di Pinochet, come l’URSS (e il PCA che lo seguiva a rimorchio) non aveva nulla da obiettare al regime dei colonnelli in Argentina, dato che era un ottimo fornitore di grano a buon prezzo.

Mi ha sorpreso soprattutto, nello stesso fascicolo in cui c’era il mio articolo trovare una certa indulgenza nei confronti di Giorgio Amendola. La Castellina derubrica a una di “quelle sue frasacce che così spesso hanno oscurato i suoi meriti” l’orribile definizione di Guevara come «stratega da farmacia» usata per liquidarne il messaggio antimperialista e critico nei confronti delle molte complicità dei «paesi socialisti». Non riesco a immaginare quali fossero i meriti di Giorgio Amendola, di cui ho parlato ampiamente sul sito soprattutto per spiegare le imprese dei suoi eredi (vedi Miglioristi, e Napolitano rivendica il suo ruolo sciagurato). Ma quello che mi ha spinto a rispondere è che a distanza di cinquant’anni Luciana Castellina riprende le calunnie che non il solo Amendola ma tutto il gruppo dirigente del PCI riversò sul presunto «avventurismo» di Guevara.

La Castellina infatti aggiunge, sempre a proposto di Giorgio Amendola:

Avrebbe potuto avere ragione se fosse corretto per capire il Che limitarsi a riflettere sulla improvvisazione dell’impresa tentata in Bolivia. Per dove erano partiti senza un qualche accordo con il sindacato dei minatori, espressione di un assai radicale proletariato del paese, legato a un partito comunista infastidito per un’iniziativa su cui non era stato nemmeno consultato; con un obiettivo – accendere una guerriglia tra contadini che nel paese contavano poco – privo di qualsiasi realismo. Da Cuba era partito con sei compagni e alla fine ne erano rimasti due. E infatti l’avventura fallì subito.

Quante falsità! Almeno sette, ma l'elenco potrebbe continuare...

1 L’avventura non era personale di Guevara, e non era improvvisata. Era la logica conseguenza del fallimento dell’impresa nel Congo, a cui Guevara dovette unirsi, perché al suo ritorno a Cuba dal giro in varie capitali dell’Africa e da un incontro con i dirigenti cinesi, era emerso in una lunghissima discussione con gli altri leader della rivoluzione che doveva andarsene da Cuba in fretta per evitare che si concretizzassero le minacciate ritorsioni sovietiche al suo durissimo discorso di Algeri.

2 La spedizione in Bolivia viene preparata a Cuba, con la supervisione dello stesso Fidel Castro, che ha insistito col Che perché lasciasse il rifugio poco sicuro a Praga, dove sostava da clandestino all’insaputa delle autorità locali (che erano ancora quelle staliniste doc...).

3 Da questo consegue che la scelta degli interlocutori locali in Bolivia non è stata fatta dal Che alla leggera, ma da uomini che facevano capo ai servizi cubani diretti per quasi trent’anni da Manuel Piňeiro Losada. Apparato molto mitizzato, ma che aveva sbagliato anche le informazioni sullo stato del movimento lumumbista nelle regioni orientali del Congo, che all’arrivo di cubani era già in disfacimento.

4 La scelta del partitino comunista boliviano filosovietico (del tutto privo di radicamento nel proletariato minerario) come principale interlocutore era inevitabile per il disciplinatissimo Guevara, dopo i durissimi attacchi di Fidel Castro ai partiti maoisti e alla Cina, ma anche alla Quarta Internazionale, con un discorso pieno di inesattezze chiaramente suggerito dai rappresentanti sovietici.

5 Se invece di leggere solo la parafrasi del Diario di Bolivia sulla per altri aspetti ottima ricostruzione di Paco Ignacio Taibo II la Castellina avesse letto direttamente il Diario non avrebbe ripreso la battutaccia che circolava nel PCI (“erano partiti in sei e rimasti subito in due”), e non avrebbe detto la sciocchezza conclusiva (“l’avventura fallì subito”). In realtà in tutti i primi scontri che il primo nucleo guerrigliero dovette accettare di combattere nonostante fosse ancora in una fase di addestramento e in attesa di rinforzi e collegamenti, l’esercito ebbe la peggio, per mesi. Mancavano solo i collegamenti, previsti e non "dimenticati" per leggerezza, ma colpevolmente interrotti, con i militanti delle regioni dove la sinistra era più forte.

6 Che poi Luciana Castellina riprenda la miserabile giustificazione di Mario Monje (il partito comunista era “infastidito per un’iniziativa su cui non era stato nemmeno consultato”) è inspiegabile: Mario Monje e altri infami come lui erano andati a Cuba per lunghi soggiorni, intervallando le vacanze con un po’ di addestramento alla guerriglia, ha ammesso poi di aver dirottato la piccola formazione internazionalista verso il confine con l’Argentina, anche se in una zona pressoché disabitata. Lo ha rintracciato Lee Anderson a Mosca, mentre faceva affari con gli oligarchi post comunisti...

7 I contadini “contavano poco”, ma non in tutta la Bolivia, tanto è vero che i cinque sopravvissuti appena usciti dalla regione inospitale che Monje aveva scelto per quella che doveva essere una scuola di formazione sul campo e non una inverosimile “guerriglia fra contadini”, hanno ritrovato una rete di contadini politicizzati che li hanno protetti e scortati per mesi verso il confine con il Cile. I minatori invece pesavano ed erano in lotta, solidali politicamente con la guerriglia, ma chi doveva fare il collegamento era il PCB, che aveva semplicemente disertato. L’ufficiale di collegamento cubano a La Paz per giunta se n’era andato a curarsi a Parigi e non era stato rimpiazzato.

Per questo casomai l’interrogativo più bruciante è che rimangono da chiarire le ragioni della solitudine del Che negli ultimi sei mesi, senza medicine, senza radio, senza modesti walkie talkie per mantenere il contatto con la seconda colonna; senza che si tentasse, come fu fatto con altri nuclei di guerriglieri in quegli stessi anni, di far arrivare boliviani pratici della zona per aiutarlo ad uscire da quella regione ostile. Francamente è su questo che bisogna cominciare a discutere, anziché ripescare nella memoria le vecchie calunnie di tutto il movimento comunista, filosovietico e filocinese... (a.m.)

 



You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Memoria storica intermittente su Guevara (e il PCI)