Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ancora su Guevara

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Alcune precisazioni sulla mia polemica nei confronti di giudizi sprezzanti e poco fondati su Guevara (vedi l’articolo Memoria storica intermittente su Guevara (e il PCI) ).

Un giovane compagno mi ha criticato per non aver precisato il numero dei guerriglieri caduti con il Che: ho controllato, soprattutto sul prezioso Diario di Bolivia illustrato curato da Roberto Massari, ed è difficile definire un numero preciso, perché alcuni furono bloccati prima di arrivare in quel posto sperduto nella selva scelto dal segretario del PCE Mario Monje, e soprattutto perché il numero di chi comunque è arrivato a Ñancahuazu (una cinquantina invece dei 6 di cui parlava la Castellina) dice ancora poco: Guevara era ben consapevole di avere un numero insufficiente di combattenti validi, ma una volta scoperto nella fase di istallazione di quella che doveva essere solo una base per l’addestramento, una specie di “scuola quadri internazionale”, non aveva scelta. Doveva comunque combattere.

È significativo quello che scrive sul Diario il 14 luglio alla notizia dei conflitti nel governo boliviano: “peccato non avere cento uomini in più”. Cento, non diecimila. Le armi non mancavano, ne avevano conquistate molte nei primi combattimenti. D’altra parte a Cuba, per una fase relativamente lunga, i guerriglieri non raggiungevano le cento unità, e nelle prime settimane dopo il disastroso sbarco del Granma erano attivi solo una dozzina di guerriglieri. Ma erano in contatto continuo con alcuni contadini politicizzati della zona, e attraverso loro con i gruppi del M26 presenti nelle principali città. È questo che mancava in Bolivia. I boliviani erano solo quelli rimasti dopo l’abbandono di Monje, ed erano tutti di altre regioni del paese, in cui i contadini parlavano quechua e non guarany.

Nel bilancio del mese di agosto Guevara annota amareggiato “Continuiamo ad essere senza collegamenti di nessun genere e senza alcuna ragionevole speranza di stabilirne nel prossimo futuro”; anche in quello di settembre, a 9 giorni dalla fine, scrive che “il compito più importante è squagliarsela e trovare una zona più propizia”. Zona che esisteva ed era abbastanza vicina: non a caso i cinque sopravvissuti alla battaglia della Quebrada del Yuro sono riusciti a sfuggire alla caccia spietata dell’esercito grazie al sostegno della popolazione delle campagne più popolate e politicizzate di quelle delle montagne scelte da Monje, e da cui troppo tardi avevano deciso di allontanarsi. Troppo tardi non per un errore, ma perché erano rimasti a lungo in quella zona inospitale sperando di ritrovare il contatto con la seconda colonna, con i feriti e gli invalidi. Il collegamento sarebbe stato facilmente ristabilito se le due colonne avessero avuto trasmittenti adeguate, come c’erano nella spedizione nel Congo (era possibile perfino un contatto radiotelefonico con l’Avana).

Guevara era consapevole delle difficoltà, ma non aveva molte scelte. E i suoi critici dimenticano che non era partito da Cuba per spirito di avventura, ma perché doveva farlo dopo gli attacchi pubblici ai paesi socialisti fatti nel II Seminario afroasiatico di Algeri, e ancor più dopo la pubblicazione imprevista della sua lettera di addio, che lo preoccupò molto, e che effettivamente rendeva assai difficile un suo ritorno a Cuba. Su questo ho scritto moltissimo, e ne hanno parlato anche i maggiori biografi, più o meno chiaramente. Ma c’è chi non lo vuole ammettere e continua a credere alle “pulsioni di morte”.

Quanto a Mario Monje, ho ritrovato le sue ammissioni fatte a Mosca a Lee Anderson, riportate nel mio articolo Che Guevara, le ultime battaglie. Congo e Bolivia, che è lungo, ma che consiglio a chi non si accontenta di risposte frettolose a interrogativi complessi. Comunque, sapendo quanta poca pazienza ci sia nell’affrontare testi molto lunghi, riporto qui di seguito un piccolo stralcio con la parte essenziale della “confessione” dell’ex segretario del PCB.

In ogni caso Mario Monje, dalla Mosca di Eltsin, dove vive mettendo a frutto i legami stabiliti a suo tempo con la nomenklatura allora “comunista” e oggi “democratica”, ha rilasciato franche ammissioni del suo tradimento a Jon Lee Anderson (le testimonianze raccolte a Mosca sono il pregio fondamentale di un libro per altri versi men che mediocre). Monje sostiene di aver aiutato in precedenza le guerriglie castriste di Bejar in Perù e di Masetti in Argentina solo “nella speranza che Cuba non avviasse una guerriglia” in Bolivia.[1] Monje afferma di essersi precipitato all’Avana al solo scopo di evitare che i cubani appoggiassero il suo rivale Oscar Zamora, leader del partito filocinese. Monje assicura di essersi dichiarato a favore della guerriglia “solo con l’intento di impedirne l’attuazione”, ma di essere poi andato a Mosca per mettere al corrente di tutto Ponomariov e altri dirigenti allarmati dalle iniziative dei “sobillatori” cubani (in particolare li avrebbe informati che il Che era in Africa, cosa che i cubani cercavano di tener nascosta per evidenti ragioni).[2] Monje rivendica in pieno la sua responsabilità anche per la scelta del luogo sciagurato che doveva costituire la base dell’addestramento guerrigliero, ammettendo che fu una scelta “quasi arbitraria e non strategica”, basata solo sulla (relativa) vicinanza all’Argentina, verso cui voleva sospingere il Che.[3] Non si tratta di novità assolute, anche se oggi egli rivendica apertamente il proprio atteggiamento controrivoluzionario, che in passato cercava di abbellire con belle frasi “marxiste-leniniste”. La rivista cilena “Punto final” aveva pubblicato nel luglio 1968 la relazione di Monje al Plenum del PCB del 19 gennaio 1967, con l’aggiunta di una parte scritta dopo la morte del Che. In quella relazione Monje aveva riferito abbastanza onestamente la posizione di Guevara, ammettendo che non c’era alcuna illusione su una facile e rapida vittoria: per la liberazione dell’America Latina il Che pensava che potessero essere necessari “dai dieci ai quindici anni”, e confermava anche che Guevara riteneva che “la Bolivia potesse essere uno degli ultimi paesi a raggiungere la sua liberazione”.[4] È più o meno quanto riferito da Inti Peredo [uno dei cinque sopravvissuti].

Mi pare che questo sia sufficiente per smontare la leggenda del “partito comunista infastidito per un’iniziativa su cui non era stato nemmeno consultato”. Ma sono cose su cui sono tornato più volte, senza smuovere di un centimetro dalle loro convinzioni i denigratori del Che, che liquidano l’impresa di Bolivia come se fosse stata fatalmente predestinata al fallimento, anziché lasciata colpevolmente sola, senza tentare di ristabilire il contatto e assicurare il rifornimento di medicinali e soprattutto di nuovi combattenti, che nelle zone minerarie e nelle università volevano unirsi alla guerriglia, ma non avevano la minima idea di dove fosse e come raggiungerla. Chi lo sapeva taceva e stava fermo.

Francamente sono un po’ demotivato dallo scrivere ancora sul Che, e dall’accettare inviti per conferenze in occasione della scadenza rituale dei primi di ottobre. Mi rattristano un po’ le periodiche riaccensioni di interesse per Guevara ad ogni anniversario, per poi saperlo dimenticato di nuovo, o conservato come immagine su un ricordo di Cuba o su una T-shirt. E ogni anno è triste vedere che riaffiorano perfino nelle celebrazioni i pregiudizi che hanno cercato di sminuire il significato dell’impresa boliviana del Che...

In queste occasioni, alcuni giornalisti mi hanno intervistato facendo le solite domande sul “mito”, il Che come “icona pop”, e “perché oggi nessuno più si appassiona per Guevara”.  Temo che l’unica cosa da fare sia rifiutare di collaborare a celebrazioni ipocrite... (a.m.)

PS. Frugando tra i tanti miei scritti che stanno seminascosti nel sito, effettivamente sovraffollato e quindi non facilmente esplorabile, ho ritrovato e riletto anche Guevara a Praga, l’introduzione all’edizione praghese del mio Guevara. Storia e leggenda. Può essere interessante leggerla perché affronta diversi altri aspetti del legame di Guevara con la Cecoslovacchia. Anche questo scritto di venti anni fa lo consiglio volentieri a quelli che in questi giorni hanno ricordato appassionatamente il grande rivoluzionario caduto cinquanta anni fa, e che non lo dimenticheranno dopodomani...



[1] Jon Lee Anderson, Che. Una vita rivoluzionaria, Baldini & Castoldi, Milano, 1997, p. 941.

[2] Ivi, pp.942-943, 945 e 947.

[3] Ivi, p.954.

[4] La relazione è stata pubblicata quasi integralmente in italiano in nota al Diario di Bolivia, in Ernesto Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia 1959-1967, Einaudi, cit., p. 1503. Ma ricordo anche che moltissimi altri preziosi materiali sono stati pubblicati nei nove ponderosi numeri dei “Quaderni della Fondazione internazionale Che Guevara” curati e pubblicati da Roberto Massari