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Austria | Le premesse della pericolosa svolta a destra

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di Benjamin Opratko*

Ricorderemo le elezioni del 15 ottobre come un punto di svolta nella storia del dopoguerra di questo Paese, come lo sbocco della dinamica politica che si era manifestata negli anni Ottanta, quando iniziò l’ascesa del Partito della libertà (FPÖ) [1].

Gli elettori austriaci hanno infatti eletto il Parlamento più a destra dal 1945. La FPÖ guadagna il 5,5 % dei voti, arrivando al 26 %. Ma l’indiscusso vincitore è stato il conservatore Partito popolare (ÖVP), che dal 24 % del 2013 sale sino al 31,5 %.

Il blocco delle destre, con un complessivo 57,5 % e 103 dei 183 deputati del Parlamento, non è mai stato così forte. Se poi vi aggiungiamo il 5,3 % del neoliberista e filopadronale NEOS, che entra anch’esso in Parlamento [con 10 seggi, uno in più del 2013], la destra disporrebbe della maggioranza dei due terzi necessaria per cambiare la Costituzione.

La recente trasformazione della ÖVP rende questi risultati ancor più preoccupanti. Quest’anno, infatti, Sebastian Kurz è riuscito a impadronirsi con un colpo di mano del partito che da sempre incarna il conservatorismo austriaco. Questo trentunenne, già dirigente dell’organizzazione giovanile, era diventato il più giovane esponente governativo nel 2011, quando era stato nominato segretario di Stato all’integrazione. Ora diventerà anche il più giovane capo di governo del Paese.

Quando Kurz nel maggio scorso assunse la carica di presidente del partito, la ÖVP si era ormai arresa alle sue concezioni, ed egli aveva promesso di riportarla all’antico splendore. Cominciò col cambiare la denominazione del partito sulla scheda elettorale, adottando quella di “Lista Kurz-Il nuovo Partito popolare”, e proseguì cambiando il colore distintivo dal nero al turchese e riservandosi il diritto di veto sulle candidature.

Kurz è riuscito a fare tutto questo perché era diventato quasi autonomo rispetto alle vecchie strutture del partito e alle sue fonti di finanziamento. Kurz e la sua squadra avevano infatti ottenuto il pieno appoggio – e significative donazioni – da parte di importanti settori del grande capitale, che vedevano in lui lo strumento ideale per liberare la ÖVP dal suo apparentemente eterno partner di coalizione, il Partito socialdemocratico (SPÖ) (2).

I mutamenti nelle strutture interne e negli aspetti esteriori del partito riflettevano l’adozione di un nuovo profilo politico. Kurz e la sua fedele squadra avevano infatti compreso che con il loro programma filocapitalistico e anti-welfare avrebbero potuto conquistare un seguito di massa solo se avessero pienamente adottato le politiche razziste, autoritarie e anti-immigrazione della FPÖ che, sino all’avvento di Kurz, da almeno due anni era in testa in tutti i sondaggi.

Il piano ha funzionato. Con Kurz, gli elettori austriaci hanno potuto votare per il programma della FPÖ senza sentirsi associati all’estrema destra o al fascismo. I temi centrali dell’estrema destra (3) – Islam, migrazioni, rifugiati – hanno dominato nella campagna elettorale. Sia Kurz che Heinz-Christian Strache, il leader della FPÖ, hanno proposto la chiusura delle frontiere e leggi islamofobiche come le soluzioni migliori per i problemi politici e sociali del Paese.

I loro argomenti retorici hanno spostato ancora più a destra l’opinione pubblica austriaca, consentendo alla “nuova” ÖVP di Kurz di vincere senza danneggiare la FPÖ. Lo stesso Strache ha felicemente riassunto la situazione quando ha dichiarato: «Stasera quasi il 60 % ha votato a favore della piattaforma della FPÖ».

In un mio articolo del 2015 sull’ascesa della FPÖ (4) scrivevo:

Oltre il confine, a un centinaio di chilometri da Vienna, Viktor Orbán ha trasformato la Repubblica ungherese in un regime semi-autoritario, soffocando i tratti progressisti della società civile, emarginando l’opposizione restringendo le libertà civiche. I dirigenti della FPÖ hanno ripetutamente ed esplicitamente affermato la loro affinità con il progetto di Orbán […]. Essi non intendono limitarsi a far parte di un governo, ma «diventare Stato», per dirla con Gramsci.

Questa analisi lasciava irrisolto un interrogativo: in che modo poteva l’estrema destra attuare una così profonda trasformazione dello Stato con metodi democratici? I risultati elettorali ne forniscono una possibile risposta.

Il populismo autoritario di destra non è più circoscritto a un solo partito. Questa tendenza politica, sociale e culturale controlla ormai due partiti nel Parlamento, che molto probabilmente nelle prossime settimane daranno vita a un governo di coalizione. [5]

Pessimismo della ragione…

Due elementi sono al centro di questa nuova configurazione del populismo autoritario in Austria: la riforma neoliberale e il razzismo esclusivista.

Sia la FPÖ sia la ÖVP hanno preannunciato piani per un drastico ridimensionamento delle indennità di disoccupazione e per introdurre la flessibilità del lavoro, con l’aumento della durata massima della giornata lavorativa da otto a 12 ore e di quella settimanale da 40 a 60 ore.

Il nuovo governo di destra vorrebbe anche modificare il sistema della contrattazione collettiva, un elemento cruciale del sistema salariale in un Paese in cui il 97 % dei contratti di lavoro prevede un salario minimo sindacale. Prese assieme, queste riforme produrranno un settore a bassi salari con una forza lavoro ad alta flessibilità – e cioè precaria -, che farà fare balzi avanti ai profitti dovuti all’esportazione.

Nello stesso tempo, FPÖ e ÖVP prevedono di ridurre la spesa pubblica per scopi sociali, di ridurre il tasso d’imposta per le società e di modificare le leggi che sino a ora hanno consentito agli affitti di case nelle città austriache di mantenersi relativamente bassi.

Tutti questi provvedimenti, naturalmente, favoriscono gli interessi di quei settori capitalistici che negli ultimi anni hanno appoggiato questi partiti: il capitale industriale orientato all’esportazione avido di salari più bassi e di lavoratori più flessibili; il capitale finanziario voglioso di nuovi modi per rifinanziarsi; e il capitale immobiliare desideroso di aumentare gli affitti e di poter disporre di nuovi incentivi all’acquisto delle abitazioni.

Questo attacco a fondo al livello di vita sarà accompagnato da una intensificazione dell’autoritarismo e del razzismo. Già i musulmani sono state vittime di queste misure. Il governo di coalizione SPÖ-ÖVP aveva infatti già introdotto leggi mirate specificatamente alle associazioni islamiche e ai loro luoghi di culto. La “legge sull’Islam” (Islamgesetz) recentemente riformata ha introdotto speciali regolamentazioni e disposizioni che non riguardano alcuna altra religione, e sia Kurtz sia Strache hanno promesso di rivederla ulteriormente per facilitare lo scioglimento delle organizzazioni islamiche. Più recentemente, l’Austria ha bandito l’uso del velo negli spazi pubblici: e questo con il pieno appoggio del Partito socialdemocratico.

Durante la campagna elettorale, sia la ÖVP che la FPÖ hanno implacabilmente insistito sui loro programmi islamofobi. In occasione di uno dei tanti episodi di diffusione del panico, Kurz ha chiesto che lo Stato chiudesse le scuole materne gestite da musulmani, sostenendo che i bambini vi venivano indottrinati secondo i dettami dell’“Islam politico”. Da parte sua, Strache ha straparlato di «predatori sessuali musulmani» che minaccerebbero «le nostre donne».

Questa persistente ondata di politica e retorica islamofobica ha già prodotto un clima di paura fra molti musulmani, che sono circa 600.000 su una popolazione di otto milioni.

Guerra di classe e razzismo sono strutturalmente connessi. Per sollecitare il sostegno ai tagli sociali potenzialmente impopolari, lo Stato intensifica gli attacchi a musulmani e rifugiati. I partiti della destra hanno già proposto alcune misure autoritarie, come l’intensificazione della sorveglianza da parte della polizia, la limitazione del diritto di manifestazione e il controllo sui mezzi audiovisivi pubblici. E un nuovo governo ÖVP-FPÖ non potrebbe che metterle in pratica. Ma l’opposizione a tutto ciò è stata, sino a ora, molto debole.

… e l’ottimismo della volontà

In questa terribile situazione, che ne è della sinistra? Questa non è mai stata così debole sin dalla fine della Seconda guerra mondiale.

A prima vista la SPÖ, che ha diretto il governo dal 2007, sembrerebbe aver conservato il suo seguito rispetto alle elezioni del 2013, quando perse cinque seggi. Ma a uno sguardo più attento si vede come un numero significativo di elettori abbia abbandonato i socialdemocratici a favore dei partiti di destra, e come la SPÖ abbia compensato questa perdita con voti di ex elettori dei Verdi. [6]

Ciò per i Verdi ha significato una totale dissoluzione. Dopo una presenza di Parlamento di 31 anni, il partito originato dai movimenti ambientalisti e pacifisti degli anni Ottanta crolla al di sotto della soglia del 4 %, perdendo oltre due terzi dei voti. Non saranno più rappresentati nel Nationalrat [Consiglio nazionale, equivalente alla nostra Camera dei deputati] austriaco. Al loro posto vi entra la Lista Pilz, un partito fondato nel luglio scorso dall’ex dirigente verde Peter Pilz., che proponeva un programma per la «difesa della patria» sia dai «populisti di destra» sia dall’«Islam politico». Approfittando dei prevalenti sentimenti antimusulmani, ha conquistato il 4,4 % dei voti [e 8 dei 24 seggi persi dai Verdi].

Più a sinistra, il Partito comunista (KPÖ) si presentava assieme all’ex organizzazione giovanile dei Verdi [che era sta espulsa dal partito] e a indipendenti. Nonostante questa base di partenza più ampia e una campagna elettorale incisiva, KPÖ Plus – questa la denominazione della coalizione – ha ottenuto meno dell’1 % dei voti, arretrando anche rispetto alla sua precedente marginale collocazione.

Il populismo autoritario di destra è ormai diventato un vero e proprio progetto interclassista egemonico. Il 74 % dei lavoratori manuali, dei “colletti blu”, ha votato per uno dei due partiti di destra, così come ha fatto il 64 % degli imprenditori. Sorprendentemente, la FPÖ è il primo partito fra gli elettori con un’età compresa fra i 16 e i 29 anni [in Austria si vota a partire dai 16 anni], con il 30 %. Si aggiunga il 28 % ottenuto da Kurz in questo segmento, e fra i giovani abbiamo una maggioranza del 58 % favorevole al populismo autoritario di destra. Tanto radicata sembra dunque l’egemonia della destra.

Quanto si tratti di una egemonia consolidata resta però ancora da vedere. I preannunciati attacchi ai salari e alle pensioni, al Welfare e alla assistenza sociale, incontreranno resistenze. Se e quanto queste resistenze alimenteranno una rinascita della sinistra austriaca dipenderà da un certo numero di fattori.

Riuscirà la sinistra a contrastare l’allarmismo razzista guadagnando sostegni? Socialdemocratici e sindacati si opporranno fermamente agli attacchi governativi? I Verdi in frantumi riusciranno a ricomporsi in un partito che si batte per un autentico mutamento sociale ed ecologico? Riusciranno le diverse componenti della sinistra, interne ed esterne ai partiti, ad accordarsi attorno a un progetto popolare e maggiormente unitario? Sono queste le sfide con cui dovrà confrontarsi ogni forza politica che voglia rappresentare un’effettiva alternativa all’egemonia della destra austriaca.

Benjamin Opratko è uno studioso di scienze politiche che insegna all’Università di Vienna ed è fra gli editor di «mosaik-blog.at».

Note

[1] ESSF (article 38053), Freedom Party (FPÖ), Austria’s New Right.

[2] L’Austria è uno dei Paesi europei con una più lunga tradizione di collaborazione governativa fra la socialdemocrazia e la democrazia cristiana (il Partito popolare austriaco). Loro governi bipartiti di “grande coalizione” coprono il periodo che va dal 1947 al 2017, con poche eccezioni. [Ndt]

[3] https://www.jacobinmag.com/2016/12/austria-election-fpo-hofer-eu-europe-democracy-fascism/

[4] Vedi la nota 1.

[5] Il 24 ottobre Kurz ha definito «molto costruttivi» i primi contatti con la FPÖ. Vi sono naturalmente ancora alcuni ostacoli da superare. Il quotidiano «Le Monde» (26 ottobre), per esempio, allude a un ipotetico Piano B (un governo di minoranza di Kurz, se la FPÖ non farà alcune concessioni sul suo “antieuropeismo”) e addirittura a un fantapolitico, ma non tanto, Piano C: «Secondo il quotidiano conservatore Die Presse, l’uomo d’affari austriaco Martin Schlaff ha recentemente organizzato degli incontri segreti fra Strache e Christian Kern [leader dei socialdemocratici]. Ambienti vicini a Sebastian Kurz temono dunque un’alleanza fra la sinistra e l’estrema destra in caso di fallimento dei negoziati». Il fatto che un’ipotesi simile non sia del tutto fantapolitica si basa sull’esperienza: fra il 1983 e il 1986 vi sono stati due governi SPÖ-FPÖ, anche se va detto che allora il secondo partito aveva posizioni più “moderate” di quelle attuali. [Ndt]

[6] Il Partito socialdemocratico guadagna infatti poco più di 90.000 voti), ma i Verdi ne perdono quasi 400.000 (l’8,7 %), che per circa la metà vanno alla Lista Pilz. Se la differenza è andata ai socialdemocratici, è chiaro come questi abbiano perso voti in altre direzioni. Quanto al Partito comunista, di cui si parla più sotto, scende da un già magro 1 % allo 0,8, perdendo 9000 voti. [Ndt]

Il testo originale è comparso sul sito statunitense di «Jacobin» il 23 ottobre 2017:

https://www.jacobinmag.com/2017/10/austria-freedom-party-far-right-elections

Traduzione dall’inglese di Cristiano Dan. Le aggiunte fra parentesi quadre e le note contrassegnate da Ndt sono del traduttore.



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